La particella di zio – parte prima

Gregory (detective di Scotland Yard): “C’è qualcos’altro su cui vuole attirare la mia attenzione?”

 Holmes: “Sul curioso incidente del cane, quella notte”.

 Gregory: “Ma il cane non ha fatto nulla quella notte”.

 Holmes: “Questo appunto è il curioso incidente”

“Barbaglio d’argento”, Sir Arthur Conan Doyle, 1892

 

Come spesso accade quando si scrive, ben difficile risulta descrivere ciò che non è visibile agli occhi. Ma è anche vero che non tutto ciò che non è visibile agli occhi dell’uomo deve essere preso come qualcosa di inesistente.

Pensate se doveste descrivere il wifi a uno che non sa cosa sia neanche un computer. O un atomo a un lettore di questo blog (scherzo, l’ho già fatto e sono sicuro che tutti i lettori lo abbiano ben compreso nonostante le mie pessime spiegazioni).

Immagino quanto sia stato difficile per certi scienziati comprendere (o far comprendere, dipende da quale lato del tavolo fossero) la struttura atomica. Soprattutto dopo che Marx Karl Ernst Ludwig Planck (1858 – 1947), Niels Henrik David Bohr (1885 – 1962), Albert Einstein (1879 – 1955), Peter Debye (1884 – 1966) e Arnold Johannes Wilhelm Sommerfeld (1868 – 1951) ebbero le idee e le intuizioni che portarono loro e i loro discepoli ad elaborare la teoria della meccanica quantistica.

I fondatori della teoria quantistica sostanzialmente costrinsero gli scienziati a dividere il mondo in due parti: al di sopra, vi era la matematica classica con la quale era possibile descrivere i processi fisici empiricamente osservabili; sotto, vi era la matematica quantistica che descriveva un regno completamente al di fuori del determinismo fisico.

In generale, si comprese che lo stato evoluto del sistema “di sotto“ non poteva essere abbinato a nessuna descrizione classica delle proprietà visibili all’osservatore e gli scienziati avrebbero dovuto scegliere particolari proprietà del sistema quantistico, sviluppando un modello per vedere i suoi effetti sui processi fisici “di sopra”.

Ora, se è difficile per uno che lo fa di mestiere, pensate quanto lo sia per uno come me, che ha nella fisica delle particelle un interesse poco più che hobbistico! Ma chi mi conosce lo sa, quando mi intestardisco su una cosa, in genere mi piace portarla a termine.

È di pochi giorni fa la notizia della scoperta al Cern della particella Xi: inseguita da decenni, potrà aiutare a studiare la ‘colla’ che tiene unita la materia, ossia per capire una delle quattro forze fondamentali della natura: la forza forte. La scoperta, annunciata nella conferenza della Società Europea di Fisica in corso a Venezia e in via di pubblicazione sulla rivista Physical Review Letters, è avvenuta grazie all’acceleratore più grande del mondo, il Large Hadron Collider (Lhc).

Ma facciamo un passo indietro.

I greci sapevano che la materia non era divisibile all’infinito. Ipotizzarono che, dividendo un pezzo di materia in pezzi sempre più piccoli, alla fine ci fossero dei frammenti che non avrebbero potuto essere divisi e chiamarono questi frammenti atomi (da ἄτομος – àtomos -, indivisibile, unione di ἄ – a – [alfa privativo] + τέμνειν – témnein – [tagliare]).

Fu però, per vari motivi, necessario arrivare al 1800 perché la teoria atomica fosse quanto meno presa in considerazione (sporadicamente, nella storia, altri l’avevano esaltata, ma erano stati, al loro tempo, bellamente ignorati).

Cerchiamo di capire che cosa sono gli atomi e quali sono le particelle che li compongono.

Tutto ebbe inizio con gli studi sull’elettricità. Michael Faraday, fisico e chimico britannico, tentò tutti gli esperimenti con l’elettricità che gli vennero in mente, tra cui uno che consisteva nel far passare una scarica elettrica nel vuoto. Non riuscì, però, a ottenere un vuoto abbastanza spinto per i suoi scopi. Nel 1854, un maestro vetraio tedesco, Heinrich Geissler, costruì un tubo di vetro in cui erano saldati degli elettrodi metallici e in cui, con una pompa da lui stesso inventata, era possibile raggiungere un vuoto molto spinto. Quando gli sperimentatori riuscirono a ottenere scariche elettriche nel “tubo di Geissler”, notarono che si manifestava una luminescenza verde sulla parete del tubo opposta all’elettrodo negativo. Nel 1876 il fisico tedesco Eugen Goldstein giunse alla conclusione che tale luminescenza verde dovesse dipendere dall’urto sul vetro di una qualche radiazione originata nell’elettrodo negativo, che Faraday aveva denominato “catodo”.

Goldstein pertanto chiamò queste radiazioni “raggi catodici”. Si trattava di una forma di radiazione elettromagnetica? Così riteneva Goldstein, ma il fisico inglese William Crookes e alcuni altri sostennero che si trattava piuttosto di un fascio di qualche tipo di particelle. Crookes progettò alcune versioni migliorate del tubo di Geissler (chiamate poi “tubi di Crookes”), con cui poté dimostrare che i raggi venivano deflessi dall’azione di un magnete. Ciò faceva pensare che fossero costituiti di particelle elettricamente cariche.

Nel 1897, il fisico Joseph John Thomson chiarì la questione al di là di ogni dubbio, dimostrando che i raggi catodici potevano essere deviati anche dalle cariche elettriche. Cosa erano, dunque, queste “particelle” catodiche? Le uniche particelle aventi carica negativa note a quell’epoca erano gli ioni negativi. Gli esperimenti mostrarono però che le particelle che costituivano i raggi catodici non potevano essere ioni, perché subivano una così forte deviazione da parte del campo magnetico da far pensare che avessero una carica elettrica inconcepibilmente alta, oppure che fossero particelle estremamente leggere, con una massa inferiore a un millesimo di quella dell’atomo di idrogeno.

Risultò che quest’ultima interpretazione si adattava meglio ai fatti. I fisici avevano già avanzato l’ipotesi che la corrente elettrica fosse trasportata da particelle, e così queste particelle catodiche furono accettate come le costituenti ultime dell’elettricità. Vennero chiamate “elettroni”, nome suggerito nel 1891 dal fisico irlandese George Johnstone Stoney. In seguito si stabilì che l’elettrone aveva una massa pari a 1 su 1837 di quella dell’atomo di idrogeno (Thomson ricevette il premio Nobel per la fisica nel 1906 per la scoperta dell’elettrone).

La scoperta dell’elettrone fece pensare subito che esso potesse essere una particella costitutiva dell’atomo: gli atomi non erano quelle unità ultime e indivisibili della materia che i greci avevano ipotizzato.

Nel 1886 sempre Goldstein, usando un tubo a raggi catodici con un catodo perforato, aveva scoperto una nuova radiazione che passava attraverso i fori del catodo in direzione opposta ai raggi catodici, e l’aveva chiamata “Kanalstrahlen” (raggi canale). Fu proprio questa radiazione, nel 1902, a dare l’opportunità di osservare per la prima volta l’effetto Doppler-Fizeau in una sorgente luminosa terrestre. Il fisico tedesco Johannes Stark collocò uno spettroscopio in posizione tale che i raggi si dirigessero verso di esso, e rese così osservabile lo spostamento verso il violetto. Per questa ricerca gli fu assegnato il premio Nobel per la fisica nel 1919.

Dato che i raggi canale si muovono in direzione opposta a quella dei raggi catodici, che hanno carica negativa, come abbiamo visto, Thomson propose di chiamarli “raggi positivi”. Risultò che le particelle che costituivano i raggi positivi attraversavano facilmente la materia, e pertanto si suppose che il loro volume fosse molto inferiore a quello degli atomi o degli ioni ordinari. Misurando la deviazione subita da tali particelle in un campo magnetico, si giunse alla conclusione che la più piccola di esse aveva carica e massa uguali a quelle dello ione idrogeno, nell’ipotesi che quest’ultimo trasporti la più piccola quantità possibile di carica positiva; se ne dedusse che la particella che costituiva i raggi positivi fosse la particella positiva fondamentale, quindi l’opposto dell’elettrone. Rutherford la denominò ”protone” (dalla parola greca che significa «primo»).

Protone ed elettrone hanno effettivamente cariche elettriche uguali, benché di segno opposto, tuttavia la massa del protone è 1836 volte maggiore di quella dell’elettrone. A questo punto appariva verosimile che un atomo fosse composto di protoni ed elettroni, le cui cariche si controbilanciavano; sembrava anche probabile che i protoni stessero nell’interno dell’atomo, perché non possono essere facilmente staccati da quest’ultimo, com’è invece possibile per gli elettroni. Ora, però, l’interrogativo fondamentale riguardava la struttura formata da queste particelle costitutive dell’atomo.

Fu lo stesso Rutherford a trovare il bandolo della matassa. Tra il 1906 e il 1908 egli seguitò a bombardare con le particelle alfa sottili lamine di metallo (d’oro o di platino, per esempio) per studiarne gli atomi: gran parte dei proiettili attraversavano la lamina senza essere deviati (così come delle pallottole possono passare tra le foglie di un albero indisturbate), ma non tutti. Rutherford aveva collocato dietro al metallo una lastra fotografica che fungeva da bersaglio, e trovò, intorno al suo centro, un’inaspettata rosa di colpi che si erano dispersi; alcune particelle, inoltre, erano rimbalzate all’indietro! Era come se alcune pallottole non fossero semplicemente passate tra le foglie, ma fossero rimbalzate su qualcosa di più solido.

Rutherford giunse alla conclusione che esse avevano colpito qualcosa di simile a un nucleo compatto, che occupava solo una parte molto piccola dell’atomo. A quanto sembrava, la maggior parte del volume dell’atomo doveva essere occupata dagli elettroni. Le particelle alfa “sparate” contro la lamina metallica incontravano perlopiù soltanto elettroni e attraversavano questo velo di particelle leggere senza venirne deviate; ogni tanto, però, poteva accadere che una particella alfa colpisse il nucleo più denso dell’atomo, e venisse deflessa.

Il fatto che ciò accadesse molto raramente mostrava quanto dovessero essere minuscoli i nuclei atomici, visto che una particella che attraversa un foglio di metallo deve incontrare parecchie migliaia di atomi.

Era logico supporre che questo nucleo più compatto fosse fatto di protoni. Rutherford descrisse i protoni come una piccola folla addensata in un minuscolo “nucleo atomico” al centro dell’atomo. In seguito è stato dimostrato che il diametro del nucleo è poco più di 1 su 100 mila di quello dell’atomo.

Questo, dunque, è il modello fondamentale dell’atomo: un nucleo carico positivamente, che occupa uno spazio piccolissimo ma contiene quasi tutta la massa dell’atomo, circondato da una “schiuma” di elettroni che occupa quasi tutto il volume dell’atomo, ma praticamente non contribuisce alla sua massa. Per questa ricerca straordinariamente pionieristica sulla natura ultima della materia Rutherford ricevette il premio Nobel per la chimica nel 1908.

Nel 1930, due fisici tedeschi, Walther Bothe e Herbert Becker, riferirono di aver causato l’emissione da parte del nucleo di una nuova radiazione misteriosa, eccezionalmente penetrante. Tale radiazione era stata ottenuta bombardando atomi di berillio con particelle alfa. L’anno prima, Bothe aveva ideato dei metodi per usare due o più contatori congiuntamente nei “conteggi a coincidenza”. Grazie a essi si potevano individuare eventi nucleari che avvenivano in un milionesimo di secondo. Per questo e altri contributi egli ebbe il premio Nobel per la fisica nel 1954.

Due anni dopo la scoperta di Bothe e Becker, una scoperta analoga fu fatta dai fisici francesi Frédéric e Irène Joliot-Curie. (Irène era la figlia di Pierre e Marie Curie, e Joliot, sposandola, aveva aggiunto al proprio il cognome Curie.) Essi avevano usato la radiazione scoperta di recente, emessa dal berillio, per bombardare la paraffina, una sostanza simile alla cera, composta di idrogeno e carbonio. La radiazione espelleva protoni dalla paraffina. Il fisico inglese James Chadwick pensò subito che la radiazione fosse costituita di particelle. Per determinare le loro dimensioni, bombardò degli atomi di boro con tali particelle e calcolò, in base all’aumento della massa del nuovo nucleo formatosi, che la massa della particella aggiunta al boro sarebbe dovuta essere circa uguale a quella del protone. Eppure tale particella non era osservabile in una camera di Wilson. Chadwick giunse alla conclusione che la particella fosse priva di carica elettrica; infatti in tal caso non avrebbe prodotto ionizzazione e per questa ragione non si sarebbe verificata la condensazione delle goccioline di acqua.

Così Chadwick stabilì che si era in presenza di una particella completamente nuova, che aveva circa la stessa massa del protone, ma era priva di carica, ossia elettricamente neutra. Da tempo era stata presa in considerazione la possibilità che esistesse una simile particella, per la quale era stato anche proposto un nome: “neutrone”. Chadwick accettò tale nome. Per la scoperta del neutrone gli fu conferito il premio Nobel per la fisica nel 1935.

Questi tre, protoni, neutroni ed elettroni, sono gli elementi costituenti l’atomo. Ma possiamo andare più a fondo? Certamente, e la prossima volta vedremo la famiglia delle particelle e capiremo perché la scoperta della particella Xi è così importante.

Vedi Napoli e poi vivi…

Nel 1972, cosa che ho già raccontato su queste pagine, la mia famiglia si trasferì dalla natia Taranto a Pomigliano d’Arco, comune della città metropolitana di Napoli, in Campania, di circa 40.000 abitanti, famoso soprattutto per avere nel suo territorio lo stabilimento Gian Battista Vico della Fiat (allora Alfasud, dell’Alfa Romeo), lo stabilimento dell’Alenia Aermacchi (ex Aeritalia) e quello dell’Avio (ex Fiat, ora General Electric), oltre ad aver ospitato negli anni sessanta il primo aeroporto della Campania.

Ci sono mille episodi che ci hanno riguardati, soprattutto nel primo periodo, perché in quegli anni non c’era il web e il telegiornale si guardava una volta al giorno (come i cartoni animati, per noi piccoli), quindi chi si spostava dal proprio luogo di nascita ad un altro paese, ancorché abbastanza vicino (Taranto e Napoli sono più o meno a 300 km di distanza), entrava in un tessuto culturale e sociale completamente diverso dal proprio e lo shock a volte era foriero di forti imbarazzi.

Un episodio che mia madre ricorda spesso riguarda la donna delle pulizie, che quando arrivava al mattino, chiudeva tutte le tapparelle e alla domanda del perché lo facesse, rispondeva: “me metto scuorno”, con successiva telefonata di mia madre a mio padre per chiedere cosa avesse detto la tizia (la frase vuol dire “provo vergogna”).

Imparammo piano piano un sacco di vocaboli e di modi di dire e dopo 45 anni, pur avendoci io vissuto in pianta stabile solo per 12 anni, posso dire che il napoletano, dopo l’italiano, è la mia seconda lingua.

Già, lingua, e non dialetto. Addirittura l’UNESCO ha dichiarato che è una lingua da preservare e da tutelare, essendo parlata da quasi 11 milioni di persone.

La letteratura napoletana va considerata nelle diverse fasi del suo sviluppo. Napoli, capitale del Regno aragonese, produsse una fioritura letteraria che considerava il napoletano come lingua nazionale, perciò essa rispecchiava la lingua, la storia e i costumi di una nazione pienamente autonoma.

Successivamente, soprattutto quando Napoli fu nel periodo di maggiore splendore culturale, perché era capitale di un Regno illuminato e florido (periodo in cui questa capitale fu detta la Dominante a giusto diritto), sopravvisse, parallelamente alla cultura in lingua italiana e francese, una letteratura napoletana, coltivata per amor di patria da intellettuali e studiosi.

Quando Napoli diventò una provincia del Regno d’Italia (1861), il napoletano assume la vera e propria veste di dialetto, subordinato rispetto all’italiano ma, date le condizioni di generale analfabetismo dell’epoca, unica lingua utilizzata dal popolo: chi voleva perciò rivolgersi alla gente comune o esprimerne i sentimenti e le abitudini doveva usare il dialetto. Da allora fu relegata al rango di produzione dialettale e locale anche la precedente produzione in lingua napoletana.

Occorre ancora tenere presente che nella letteratura napoletana assunsero particolare consistenza i due filoni, che in italiano vengono unificati nel termine “popolare” ma giustamente sono in inglese sdoppiati in folk e popular. Per intenderci, è folk quello che concerne la lingua e i costumi di un popolo; è popolare quello che interessa tutto il popolo. Per esempio, ’O sole mio è una canzone popolare-popular, mentre Cicerenella è una canzone popolare-folk. Con questa premessa si può comprendere come mai il popular del dialetto napoletano trovò sin dal ’600 grandi espressioni nel campo musicale, che poi conobbero l’acme nella fioritura di fine ’800 con i versi di Di Giacomo e Russo, che si rifecero (ed in un certo senso lo fecero sopravvivere) al folk.

Ma all’inizio del ’900 si ebbe una grande anomalia, perché in tutto il mondo venivano cantate le canzoni napoletane, ma gli autori (Bovio, E.A.Mario, autore della Leggenda del Piave e di moltissime canzoni di successo) erano misconosciuti al mondo letterario. Eppure i sentimenti di quei poeti trovavano espressione in diverse lingue, perché per le canzoni di maggiore successo gli editori allegavano, affianco al testo napoletano, la traduzione in lingua straniera e talvolta anche quella in lingua italiana. Era un poco la tecnica che fu usata in cinematografia, quando all’estero gli italiani mandavano film già doppiati nella lingua delle nazioni che li dovevano ricevere mentre i film stranieri venivano doppiati a Roma. Vi è solo da aggiungere che le traduzioni effettuate a Napoli erano pedisseque, senza alcun tentativo di rendere in lingua estera la poesia che i versi originali esprimevano, limitandosi ad una traduzione elementare del concetto espresso.

I versi delle canzoni attuali (stando la diffusa conoscenza delle lingue e di qualche lingua in particolare) vengono eseguiti in lingua originale, anche se non mancano traduzioni che però, quando vengono effettuate, gareggiano con gli originali. In questo periodo il folk diventò addirittura un sottoprodotto del dialetto ed evitato, come volgare, se non indecente. Fu riscoperto solo nella seconda metà del secolo XX ad opera soprattutto di De Simone, che creò ad hoc una compagnia di canto popolare.

Salvatore di Giacomo resta, su tutti, il vero cantore dell’anima napoletana, da lui a lungo cantata e descritta in liriche, drammi e novelle che poi rimasero come perpetue oleografie di quel mondo anche molto tempo dopo che quel mondo scomparve. Nella corrente verista egli si riconobbe: fu amico del Verga, si occupò della storia dei vicoli malfamati di Napoli, della malavita, degli ospedali, delle bettole e delle prostitute. Amò definirsi: “verista sentimentale”. Nella sua produzione è tuttavia abbastanza facile riconoscere le tracce della poesia latina, greca e tedesca, che egli ben conosceva ed amava.

Com’è noto, Napoli fu fondata dagli antichi greci, nel VI secolo A.C. E quella greca è una matrice che si ritrova ancora oggi in molti vocaboli. Pazziare, ad esempio, che in Italiano vuol dire giocare, deriva dal greco “παίζουν, paìzun (giocare)”. E pacchero, che vuol dire schiaffo, deriva dal greco “πάσα χείρ, pasa cheir (a tutta mano)”. Profonda è stata poi l’influenza del latino (nel 326 a.C la città diventò una colonia dell’impero Romano), la lingua parlata dai napoletani fino al 1200 circa. Dal termine latino “intras acta”, ad esempio, deriva la parola napoletana intrasatta (improvviso). Ed è proprio nel XIII secolo che il dialetto napoletano (così come anche gli altri della penisola italica) comincia a prendere forma. Le successive dominazioni hanno poi fatto il resto. Ajére, che in italiano vuol dire ieri, deriva dallo spagnolo “ayer”. Canzo, che vuol dire tempo (a Napoli si dice “damme ‘o canzo”, cioè dammi il tempo), deriva dal francese “chance”. La parola tamarro (zotico), deriva invece dall’arabo “al-tamar” (mercante di datteri). Di origine inglese è poi nippolo (pallina di lana): deriva da “nipple”.

Nelle sue svariate varianti, il napoletano viene parlato in una buona parte del sud Italia: Campania soprattutto, ma anche Abruzzo, Lazio meridionale, Molise e nelle parti alte della Puglia e della Calabria. Ma quante persone parlano il napoletano? La stima, come accennavo, è di una popolazione di circa 11 milioni di persone. Questa cifra, che già colloca il napoletano al posto numero 77 delle lingue più parlate del mondo (prima di idiomi come lo Svedese, il Bulgaro e il Ceco), non tiene però conto degli emigranti sparsi nel mondo: Canada, Stati Uniti, Brasile, Argentina, Belgio, Francia e Portogallo. Molti termini napoletani sono poi divenuti universali, conosciuti in ogni angolo della terra abitato; e questo grazie, soprattutto, alla canzone classica napoletana.

Le regole del napoletano riguardano tutti quegli aspetti che normalmente caratterizzano un qualsivoglia idioma: la pronuncia, l’ortografia, le vocali, le consonanti, sostantivi, articoli, verbi, etc. Sarebbe ovviamente impossibile sviscerarle tutte. Ci vorrebbe un intero corso.

Una regola molto comune e semplice da ricordare è però quella della scomparsa delle vocali alla fine delle parole: molte parole in napoletano si formano infatti eliminando dalla corrispondente parola italiana l’ultima vocale; divertentissima è la scena del ristorante nel famoso film Benvenuti al sud, quella dove Mattia (Alessandro Siani) dà lezioni di napoletano al suo capo ufficio Milanese (Claudio Bisio).

Ovviamente non è sempre così semplice, anzi (così come non è che semplicemente aggiungendo una “s” finale ad una parola italiana si forma l’equivalente spagnola). Molti termini napoletani, infatti, non hanno nemmeno un corrispettivo italiano, essendo esse legate profondamente alla cultura e la storia del posto: come la parola friarielli. I friarielli sono le infiorescenze appena sviluppate della cima di rapa che i napoletani, per necessità, impararono a mangiare fritte nell’olio. A proposito, oggi a Napoli i friarielli si cucinano soprattutto con la salsiccia di maiale: anzi è quasi un obbligo; provate a chiedere a un napoletano come sono “sasicce e friarielli”, vi dirà che è uno dei piatti più buoni dell’universo.

E poi c’è il gesto. Il gesto nel vernacolo partenopeo diventa un completamento della parola, spesso addirittura indispensabile per esprimere appieno il concetto voluto; secondo uno studio fatto a livello mondiale dell’antropologo inglese Desmond John Morris (n. 1928), il popolo napoletano è quello che possiede il repertorio più ricco e complesso di gesti nella comunicazione non verbale.

Il napoletano è una lingua che ha le sue regole grammaticali fisse anche in altre locuzioni che in italiano non esistono. Vediamo qualche esempio.

Innanzitutto bisogna sapere che in napoletano ci sono delle parole che devono assolutamente essere ripetute due volte altrimenti non si riesce a dare il giusto senso alla frase.

  • Lentamente = chian’ chian’;
  • adagio (che è molto simile) = cuonc’ cuonc’;
  • Completamente = san’ san’;
  • Meticolosamente = pil’ pil’;
  • Disteso = luong’ luong’;
  • All’ultimo momento= ‘ngann’ ‘ngann’;
  • Di nascosto= aumm’ aumm’.

Poi ci sono gli avverbi di tempo:

  • Adesso= mo’; In questo momento = mo’ mo’;
  • Allora= tann’; In quel momento = tann’ tann’.

Poi ci sono le iniziali di parole che cambiano (le parole inizianti per “p” diventano “ch”):

  • Piove= chiove;
  • Piangere= chiagnere;
  • Piombo= chiumm’.

Le parole inizianti con la “g” perdono la g:

  • Giorno = iuorn’;
  • Gatta = iatt’;
  • Genero = ienn’r.

Ma la difficoltà maggiore riguarda le parole inizianti per “s” che in napoletano prendono la n apostrofata:

  • Sporco = ‘nzvat’;
  • Sposato = ‘nzurat’;
  • Sopra = ‘ngopp’;
  • Sugna = ‘nzogn’.

Poi c’è da dire che il napoletano ha una capacità di sintesi eccezionale, a volte una sola parola riesce a sintetizzare concetti che in italiano sono lunghissimi:

La lettera “e” da sola significa “devi”:

  • La devi smettere = L’e a fernì.

La lettera “i” da sola significa “andare”:

  • Ce ne vogliamo andare = Ce ne vulimm’ ì.

Oppure ad esempio:

Scoprire frequentazioni comuni dopo un lungo periodo di tempo = Ascì a parient’;

Cercare di convincere una persona a fare qualcosa che altrimenti non avrebbe mai fatto = Abbabbià;

Congegno elettronico mal funzionante = Chiuov’;

Parlare direttamente di una persona della quale non si vuole dire esplicitamente il nome = L’amico Friz.

Ma la difficoltà maggiore la riscontriamo negli aggettivi possessivi mio, tuo e suo: in napoletano si mette solo l’iniziale alla fine della parola, come in:

  • Mio padre = pat’m
  • Tuo padre = pat’t
  • Ma attenzione! Suo padre non è pat’s ma è ‘o pat’ e chill’… è irregolare!

Ma c’è una cosa del napoletano che esiste solo in napoletano. Il verbo ecco.

In italiano la parola “ecco” è un avverbio presentativo o un’interiezione. Gli avverbi presentativi sono avverbi usati per presentare, indicare, mostrare, annunciare un evento. L’unico avverbio di questo tipo usato nell’italiano contemporaneo è ecco. In genere serve a richiamare l’attenzione su cosa che contemporaneamente si addita o si mostra, o a sottolineare un fatto, un avvenimento, oppure a indicare persona o cosa che appaia improvvisamente.

Ma in napoletano no, è molto più di questo. Vediamolo.

 La parola “ecco” si coniuga come un verbo a seconda della posizione della persona, se sta vicina o lontana, o a seconda se è singolare o plurale:

Oiccann’ = eccolo qua;

Oilloc’ = eccolo là;

Oillann’ = eccolo laggiù;

‘E biccann’ = eccoli qua;

‘E billoc’ = eccoli là;

‘E billann’ = eccoli laggiù.

E quando ci incontreremo, non vi preoccupate se vi accolgo con un “Oillòc!”, è perchè sono contento di vedervi!

Un nodo gordiano

Gordio era un contadino e viveva in Frigia. La Frigia (in greco: Φρυγία) era una regione storica dell’Anatolia centrale, abitata dai Frigi, che si stabilirono nella zona nel 1200 – 1100 a.C. circa, estendendosi ad oriente fino al fiume Halys, dove adesso si trova Ankara, e a occidente alle coste del Mare Egeo.

Quando un’aquila si posò sul suo aratro, Gordio interpretò il fatto come il segno che un giorno sarebbe diventato re. L’oracolo di Sabazio confermò il suo destino futuro: infatti i Frigi, trovandosi senza sovrano, consultarono l’oracolo ed ebbero come responso che avrebbero dovuto eleggere come re il primo uomo che fosse salito al tempio con un carro. Fu così che apparve il fattore Gordio, sul suo carretto guidato da buoi.

Gordio fondò l’omonima città di Gordio, che divenne la capitale della Frigia. Il suo carro venne conservato nell’acropoli della città. Il suo giogo venne assicurato con un intricatissimo nodo detto da allora “nodo di Gordio”, o “nodo gordiano”. La leggenda voleva che chiunque fosse riuscito a sciogliere quel nodo sarebbe diventato signore dell’Asia ovvero dell’allora territorio dell’Anatolia.

Nel 333 a.C. successe però un fatto. Plutarco racconta: “Presa Gordio… vide quel celebrato cocchio legato da corteccia di corniolo e venne a conoscenza di quella tradizione divulgata tra i barbari secondo la quale chi ne avesse sciolto il nodo sarebbe diventato il re del mondo. La maggior parte degli storici afferma che Alessandro, non essendo in grado di sciogliere quel nodo perché i capi delle corde erano nascosti e tra loro aggrovigliati in più giri, lo tagliò con la spada”

L’Alessandro raccontato da Plutarco era proprio lui, il futuro dominatore del mondo allora conosciuto, Alessandro Magno (c’è chi dice che io abbia chiamato mio figlio Alessandro per lo stesso motivo…).

Da allora l’espressione “nodo gordiano” designa una difficoltà insormontabile, che è risolvibile solo con un’estrema risolutezza (come appunto fece Alessandro, che invece di slacciarlo lo spezzò con un fendente).

E a proposito di argomenti difficili, oggi mi voglio avventurare nel mondo delle droghe, in particolare delle cosiddette “droghe leggere”.

Droga leggera è una locuzione di uso comune per indicare sostanze stupefacenti incapaci di creare dipendenza nel senso medico del termine, e le cui proprietà psicotrope sono piuttosto trascurabili. In particolare, con questa locuzione si identificano le piante del genere Cannabis (canapa) e le sostanze psicotrope da esse ricavabili, principalmente marijuana e hashish (dalla lavorazione delle infiorescenze femminili), ma a volte il termine può venire esteso agli psichedelici come funghi del genere psylocibe, DMT, LSD, i quali come la canapa non danno dipendenza fisica e non hanno una elevata tossicità.

Ma sarà vero? Vediamo di affrontare la questione come sempre, dall’inizio.

C’è in genere molta confusione e scarsa conoscenza scientifica, a livello di opinione pubblica, in tema di “droghe”; già una dicitura del genere è da ritenersi sostanzialmente priva di fondamento, in quanto accomunerebbe tutte le sostanze dotate di un qualche effetto psicotropo o neuronale e in grado d’indurre “dipendenza” in un unico insieme, per quanto gli elementi che lo compongono non abbiano alcuna reale attinenza botanica, chimica o scientifica fra loro.

Lo scrittore francese Jaques Derrida ad esempio, autore di “Rhétorique de la drogue” del 1986, nel discutere il concetto di droga affermò: “Non si può non concludere che il concetto di droga sia un concetto senza base scientifica, istituito sulla base di valutazioni politiche o morali”. Dipendenza e droga sono in tal senso due concetti che vengono spesso demonizzati psicologicamente dall’opinione pubblica, suscitano moti d’animo e opinioni in genere preconcette senza che si possieda una reale conoscenza dei fenomeni, delle dinamiche e delle sostanze coinvolte.

Questo è un preludio fondamentale per capire come la dicotomia tra “droghe leggere e pesanti” sia solo un semplicistico riferimento, vagamente basato sull’oggettiva differenza quanto ad effetti, induzione di dipendenza fisica ed incidenza sociale dei derivati della pianta di Cannabis rispetto ai derivati di piante come il papavero o la coca; semplicistico riferimento perché ad esempio, in questo senso, bisognerebbe senza indugio considerare in base agli stessi parametri di pesantezza degli effetti, dipendenza fisica ed incidenza sociale anche l’alcool come una “droga pesante”, percepita diversamente dalle succitate sostanze solo in virtù del proprio status legale che la vede tollerata in tutto il mondo occidentale. L’espressione “droghe pesanti e droghe leggere” è da ritenersi dunque un termine principalmente colloquiale per indicare, rispettivamente, sostanze psicoattive particolarmente dannose e sostanze che sono ritenute non induttrici di dipendenza (o induttrici di dipendenza ridotta) e meno dannose di quelle pesanti. L’espressione “droghe leggere” è considerata controversa dai critici della medesima perché implica che la sostanza causi danni nulli o insignificanti.

Ma vediamo se è proprio così.

La marijuana, ad esempio, è una delle droghe ricreative più usate al mondo e si ottiene essiccando le infiorescenze resinose delle piante femminili di cannabis. Esistono diverse varietà di cannabis che vengono usate da millenni in tutto il mondo e per diversi scopi: ricreativo, medicinale, cerimoniale e religioso, come per i rastafariani, o meditativo come per i sadhu indiani o per i monaci buddisti del Nepal.

Ma come funziona esattamente la marijuana?

Il modo più comune di consumare la marijuana è fumarla, che è anche il metodo più veloce per far entrare il principio attivo, il thc, in circolo nel nostro sangue e da lì al cervello. In alternativa la marijuana può essere mangiata ricevendone un effetto più fisico, che dura decisamente più a lungo.

La pianta della cannabis contiene centinaia di sostanze chimiche ma la più importante e nota tra queste è il delta-9-tetraidrocannabinolo o semplicemente “thc”, il principio attivo responsabile degli effetti della marijuana sul nostro organismo.

Quando la marijuana viene fumata il thc contenuto nei fiori e nella resina viene vaporizzato e inalato entrando nei nostri polmoni che sono foderati di milioni di minuscole spugnette assorbi-aria chiamate comunemente alveoli: questi normalmente servono ad assorbire l’ossigeno quando inspiriamo e a rilasciare anidride carbonica quando espiriamo. Ma quando fumiamo insieme all’ossigeno assorbono anche il thc facendolo entrare direttamente nel nostro flusso sanguigno; in questo modo in pochi secondi il thc si fa strada attraverso i vasi sanguigni fino al cervello.

Il cervello umano è pieno di miliardi di cellule che elaborano le informazioni chiamate neuroni che comunicano tra di loro attraverso le sinapsi.

Una sinapsi è come un corridoio dove si aprono due porte che danno su due neuroni diversi: attraverso il corridoio, i due neuroni si scambiano informazioni sotto forma di impulsi elettrici o di molecole chimiche, ovvero tramite i neurotrasmettitori.

Il nostro cervello usa diversi tipi di neurotrasmettitori: ogni tipo di neurotrasmettitore è responsabile dell’attivazione di specifici recettori dei neuroni, che a loro volta attivano il neurone stesso causando specifiche reazioni nell’organismo umano; è da qui che entra in gioco il thc della marijuana, la cui molecola, essendo molto simile ai neurotrasmettitori endocannabinoidi riesce a legarsi ai loro recettori e attiva specifici neuroni causando in questo modo i tipici effetti della marijuana sulla nostra mente e sul nostro corpo.

Sono quattro le parti del cervello che hanno la massima densità di recettori cannabinoidi:

  • i gangli della base, che controllano i movimenti involontari e la coordinazione motoria;
  • l’ippocampo, che è responsabile della memoria a breve termine: ecco spiegato perché quando si assume thc si ha difficoltà a ricordare gli eventi recenti o a focalizzarsi;
  • il cervelletto, che controlla equilibrio e coordinamento motorio;
  • l’ipotalamo, che svolge un ruolo fondamentale nella regolazione dell’appetito e quindi di quanto cibo assumiamo.

Chi usa marijuana descrive l’effetto come una sensazione di spensieratezza e serenità; le pupille possono dilatarsi rendendo i colori più vividi e con il passare del tempo potrebbe sopraggiungere una forte sensazione di euforia o, in alcuni casi, un senso di panico diffuso. La marijuana inoltre è un forte vasodilatatore, motivo per cui viene utilizzata come medicinale dai malati di glaucoma, che beneficiano moltissimo della riduzione della pressione intraoculare; infine quando il thc si lega con i recettori cannabinoidi nell’ipotalamo la nostra capacità di controllare la fame viene compromessa e così abbiamo bisogno di cibo, diventando così vittime della cosiddetta fame chimica.

Ricordiamo infine che gli effetti dell’assunzione di thc da marijuana o hashish tramite fumo, vaporizzazione o ingestione sono sempre temporali e svaniranno nel peggiore dei casi dopo qualche ora: ma attenzione perché studi riconosciuti dimostrano che il consumo cronico di marijuana può favorire disturbi d’ansia e paranoia nei soggetti predisposti e negli adolescenti può portare a una diminuzione fino a 8 punti del quoziente intellettivo in età adulta.

Come l’oppio e l’eroina, le origini della marijuana sono in Asia, da dove è stata poi esportata in tutto il mondo, diffondendosi negli Stati Uniti durante il proibizionismo, quando non c’era modo di bere un goccio d’alcol e la voglia di riunirsi segretamente, ballare e andare fuori di testa era ai massimi livelli.

Negli anni ’30, però, la marijuana in America era associata al diavolo, alla discesa negli inferi, all’horror in generale. Un celebre film del tempo, “Marihuana, the devil’s weed”, arrivato in Italia col titolo “Marijuana, l’erbaccia diabolica”, già spiegava molto della strana associazione. Diretto da Dwain Esper e scritto dalla moglie, era un exploitation movie, genere che andava forte in quegli anni, tutto sesso e violenza, senza grossa cura per la parte estetica e spesso con un messaggio da veicolare. Tipo, in questo caso, l’erba fa male. Nella pellicola, Burma è una ragazza che, dopo aver fumato, si ritrova in una serie di guai che nemmeno ad andarseli a cercare la notte. Gli slogan parlavano chiaro: l’erba con le radici all’inferno, vergogna, orrore e disperazione.

Ma perché tanto accanimento? La marijuana veniva usata dal 7000 Avanti Cristo ed era riconosciuta come erba medicinale e antidolorifico da Egizi, Cinesi, Greci e Romani, anche se nei libri di storia o nei film in costume difficilmente si vede un Centurione farsi un cannone dopo un crampo.

Se si era arrivati a proibire l’alcol, immaginate quale potesse essere la preoccupazione dell’F.B.I. per la marijuana: Harry J. Ansliger, ispettore del Bureau of Prohibition, fece creare manifesti, libri e film talmente estremi e spaventosi, nella sua mente, da impaurire i giovani e farli desistere dal divertirsi. L’importante era impaurire suggerendo situazioni estreme, anche se poco verosimili.

Oggi, con la legalizzazione delle droghe leggere in Colorado, sono diminuiti i reati e sono diminuite le tasse. Infatti nel 2012 il Colorado ha fatto una scelta rivoluzionaria nel panorama legale degli Stati Uniti. Nel novembre di quell’anno infatti è stato approvato l’emendamento 64, che ha segnato (insieme alla contemporanea “Initiative 502” dello stato di Washington) il primo esempio di legalizzazione del consumo di cannabis sul territorio americano. Da quel momento, il Colorado si è trasformato in una sorta di laboratorio permanente, guardato da vicino sia dai promotori che dai nemici dell’approccio soft nella guerra alle droghe. Negli ultimi decenni d’altronde la cannabis si è trasformata in un tema caldo negli Stati Uniti, dove tra legalizzazioni, depenalizzazioni e via libera alla marijuana terapeutica, solamente 22 dei 50 stati che compongono il paese continuano ad applicare la tolleranza zero.

Le preoccupazioni maggiori come diciamo sono riservate solitamente per gli adolescenti, che secondo molti studi sono la categoria più a rischio in caso di abuso di cannabis. La causa sarebbe di un cervello ancora in formazione, di cui la sostanza può modificare strutture e funzioni, favorendo lo sviluppo di patologie mentali nell’età adulta. In questo senso, i dati che arrivano dal Colorado sono consolanti: nel 2009, prima della legalizzazione, il 25% degli adolescenti dello stato aveva fumato marijuana almeno una volta nel mese precedente alla rilevazione, mentre nel 2015 la percentuale si attesta intorno al 21%, poco al di sotto della media statunitense. La vendita della marijuana a scopo ricreativo in Colorado è iniziata nel 2014, e quindi i nuovi dati riflettono la situazione dopo due interi anni di libera vendita.

Personalmente, non sono favorevole all’uso di sostanze stupefacenti, ma, indipendentemente dal mio rapporto con qualunque tipo di sostanza, dal mio stile di vita, dalle mie passioni e dalle mie repulsioni, ritengo che le istituzioni dovrebbero affrontare meglio il problema. Spesso, in Italia, le discussioni sui temi più delicati sono travolte da un furore ideologico che oscura i fatti e impedisce un dibattito sereno. E non è possibile che una parte dei cittadini, che la parte maggiore delle istituzioni religiose, con il peso che la Chiesa Cattolica ha in Italia, e che la politica tutta, tranne pochissime eccezioni, si rifiutino di affrontare seriamente e con responsabilità questo tema.

So che la legalizzazione delle droghe è un tema complicato, difficile da proporre e da affrontare. So che pone molti problemi soprattutto di carattere morale, ma un Paese come il nostro, che ha le mafie tra le più potenti del mondo, non può eluderlo.

E, soprattutto, ci sarà un “Alessandro Magno” che avrà l’audacia di spezzare questo nodo?

Generazioni

Ho più volte, sia in privato, sia su queste pagine, spiegato che l’astrologia non è una scienza, ma vera e propria fuffa ad uso e consumo dei creduloni. La fuffa è la tipica lanetta che si forma nei tessuti e che in genere si rimuove poiché anti-estetica. La frase “questa affermazione è fuffa” viene usata quando una certa asserzione è giustificata con argomentazioni vaghe, inconsistenti, o comunque non valide razionalmente.

Una “scienza” deve argomentare le proprie conclusioni e poiché l’astrologia se ne guarda bene, la conclusione è che non solo non è scienza, ma è perlopiù inventata di sana pianta. Affermazioni vaghe, buone solo per chi le legge e le interpreta.

In questo senso, si può citare anche l’esempio classico della famosa sentenza dell’oracolo riferita dalla “Cronaca di fra Alberico” (XIII secolo): “ibis redibis non morieris in bello”, dove basta spostare una virgola per ottenere una predizione comunque esatta (“andrai, ritornerai, non morirai in guerra” e “andrai, non ritornerai, morirai in guerra”).

Oggi conosciamo le distanze che separano la Terra dalle stelle e siamo anche in grado di misurare la quantità di radiazione che da esse ci arriva. Sulla base di questi dati è semplice dimostrare che gli astri non possono avere alcun effetto sugli esseri umani. Le distanze, infatti, sono talmente grandi che gli effetti fisici di fenomeni quali la gravitazione e la radiazione sono, rispetto alla Terra, del tutto trascurabili. Gli unici corpi celesti che influiscono realmente sul nostro pianeta sono il Sole e la Luna: pensate alla radiazione solare che permette la vita sulla Terra o alla forza gravitazionale della Luna che produce il fenomeno delle maree.

L’astrologia poteva avere una giustificazione secoli fa quando non si sapeva assolutamente nulla del cielo e delle stelle, quando si ignorava cosa fossero e a che distanza si trovassero. Era, allora, lecito pensare che tutti gli astri potessero avere una qualche influenza sulla Terra, come accade nel caso del Sole e della Luna.

Suddividere i caratteri delle persone in base alla data di nascita è un’operazione che, oltre ad essere inutile, comporta un alto tasso di imprecisione. Conosco almeno 3 persone nate nel mio stesso giorno, mese ed anno e vi assicuro che siamo tutti uno diverso dall’altro. Il discorso cambia (non molto, non sto parlando di dati scientifici neanche qui) quando si parla di confronto tra generazioni.

In genere parliamo di generazioni per schematizzare i sogni, le aspirazioni, i modi di pensare e di agire di categorie di persone accomunate dal fatto di essere nate in un determinato periodo. L’età, infatti, insieme al sesso ed alle condizioni economiche, è uno dei fattori che consentono immediatamente e semplicemente di fornire indizi utili per classificazioni di carattere generale.

Il fatto di essere nati in un certo momento storico, infatti, influenza in maniera determinante il proprio modo di pensare, di agire, di comunicare ed incide in maniera rilevante sulle abitudini, sui ricordi e sui gusti della persona vita natural durante. Ogni generazione ha i suoi film cult, i suoi libri, i suoi giochi, i suoi campioni, le sue musiche, i suoi miti e le sue aspirazioni.

Naturalmente si tratta di generalizzazioni, che vanno prese con le molle ma che ci aiutano a costruire dei modelli utili per le nostre finalità (siano esse scientifiche, sociali, o marchettare). Ovviamente le generazioni sono etichette ampie alle quali vengono attribuite una serie di caratteristiche, che non soddisfanno tutti quelli a cui dovrebbero riferirsi.

Il termine “generazione” ha una valenza prevalentemente sociologica: indica cioè un determinato gruppo di persone che sono vissute nello stesso arco di tempo e che hanno assistito a determinati eventi storici. Ciò implica che questo gruppo di persone abbia un riferimento culturale comune che determina anche una serie di tratti comportamentali simili. Si tratta chiaramente di un gruppo che può essere individuato solo a posteriori. Ed è proprio questo “a posteriori” che rende complicato fare i conti con le generazioni.

Il concetto di generazione però ha una storia molto antica. Come dimostra l’etimologia latina del termine, già romani e greci si interrogavano su che cosa fosse una generazione, e ne fornivano diverse spiegazioni: poteva indicare sia una stirpe familiare sia un gruppo di individui che condividono una serie di prospettive ed eventi comuni.

È però solo con il positivismo e la nascita ufficiale della sociologia che il termine acquisisce una validità in qualche modo scientifica. La primissima sociologia di Comte utilizzava ad esempio un approccio quantitativo alla definizione. Isidore Marie Auguste François Xavier Comte (1798–1857), è stato un filosofo e sociologo francese e con Henri de Saint-Simon (1760-1825) viene considerato il fondatore della sociologia.

Per parlare di una generazione, secondo lui, era necessario stabilire quale fosse la sua durata standard, e utilizzarla poi come unità di misura per lo studio dei cambiamenti sociali. In modo un po’ più grezzo, questo accadeva già nella Grecia antica, dove la durata di una generazione veniva intesa come il lasso di tempo che intercorreva tra la nascita dei genitori e la nascita dei loro figli: il che, tradotto in termini più moderni, significa all’incirca un periodo di 20-25 anni.

Nonostante sia certamente interessante provare a capire quanto possa durare una generazione è evidente che stabilirne una durata standard non ha molto senso, perché contraddice il concetto stesso di generazione, che varia al variare degli eventi storici che influenzano la società. Ci sono generazioni che durano poco, perché alcuni eventi hanno il potere di essere degli spartiacque netti tra diverse fasi storiche, e altre generazioni che invece durano di più.

Si è sempre parlato delle generazioni, come dicevo, in una chiave sociologica anche quando la sociologia ancora non esisteva. Ma l’autore che più di tutti ha lavorato a formulare una definizione rigorosa del termine è stato Karl Mannheim, sociologo tedesco di inizio ‘900. Nel 1928 Mannheim propone di considerare le generazioni in analogia alla situazione di classe: se la situazione di classe è un’etichetta che accomuna i destini individuali, la generazione si presenta invece come un’etichetta trasversale alle singole classi, che accomuna il destino generale di un gruppo di soggetti. Mannheim è anche il primo a rendersi conto di quanto i bordi di un’etichetta possano risultare stretti a qualcuno o essere sfumabili. Sosteneva infatti che per far parte di una generazione non era sufficiente essere nati nello stesso periodo di tempo: occorreva anche che si creasse un nesso umano concreto, una prospettiva comune, appunto. Un nesso generazionale.

Vediamo i periodi generazionali più noti, secondo studi americani (ovvio che quando si è negli anni di confine si può far parte di una generazione o della precedente/successiva):

  • La “Lost Generation”, come diceva Hemingway: il termine è usato per riferirsi alla generazione, in realtà un gruppo, che raggiunse la maggiore età durante la prima guerra mondiale.

 

  • La “Beat Generation”, dal 1918 al 1928: nell’immediato dopoguerra sono i primi a spingere verso una cultura più aperta, più libera, e a scuotere i vecchi schemi sociali, a partire dalla California di Jack Kerouac.

Miti: Marlon Brando, James Dean, Elvis Presley, la Harley-Davidson.

  • La “Generazione silenziosa”, nati tra il 1929 e il 1946: il termine è stato creato dal giornalista Tom Brokaw per definire la generazione che crebbe durante la Grande Depressione e che andò poi combattere durante la Seconda Guerra Mondiale.

Miti: Frank Sinatra, il benessere, la famiglia.

  • La generazione dei “Baby Boomers”, dal 1946 al 1964: inizia quando quelli della generazione precedente tornano a casa dalla guerra e iniziano a fare figli, moltissimi figli, contribuendo così a un grosso sviluppo demografico. È la generazione che ha modellato il mondo come lo conosciamo: la generazione “on the road”, quella delle rivoluzioni culturali, del pacifismo e del femminismo, dei grandi raduni e del rock.

Peculiarità:

  • Forte orientamento al lavoro, alla carriera, all’impegno politico e civile;
  • Indipendenza;
  • Istruzione medio alta;
  • Concretezza;
  • Importanti disponibilità economiche;
  • Ricoprono posizioni di prestigio.

Miti: Bob Dylan, i Beatles, i Led Zeppelin, Mary Quant.

  • La “Generazione X”, dal 1965 al 1983: a un certo punto però si iniziano a fare meno figli, si va verso la fine della Guerra Fredda e verso la Caduta del Muro di Berlino. È la migliore (scherzo: è la mia). È la generazione dei cartoni animati, delle sale giochi e dei primi videogames, dei primi computer, delle televisioni commerciali e dei primi oggetti portatili (walkman, telefonini).

Peculiarità:

  • Ambizione;
  • Autosufficienza;
  • Apertura al dialogo e tolleranza nei riguardi delle differenze;
  • Flessibilità;
  • Lavora per vivere e non vive per lavorare;
  • È disposta a cambiare lavoro;
  • Ha una discreta conoscenza del computer.

Miti: il grunge, i Nirvana, i film del festival di Lollapalooza.

  • All’interno di questa generazione sta prendendo piede una sotto-generazione, dovuta al fatto che un numero sempre crescente di persone non vi si riconosce. Sono gli “Xennial”, ovvero le leve nate tra il 1977 e il 1983, che hanno conosciuto e vissuto nell’infanzia in modalità predigitale con tutto il corollario che ne consegue: telefoni fissi, biblioteche al posto di Wikipedia, televisione al posto di YouTube, lettere e cartoline al posto di mail, niente smartphone, niente social network. Durante l’adolescenza, o prima giovinezza, hanno assistito allo switch epocale dato dall’avvento democratico del cellulare e dell’introduzione fissa di internet nel quotidiano. E si sono adeguati, essendo ancora molto giovani e flessibili. Una micro-generazione di mezzo che avrebbe vissuto un’esperienza pressoché irripetibile che ha conferito alla loro personalità un dinamismo e una lucidità che le due generazioni fra cui si incastonano non possederebbero, stando agli studiosi.

 

  • La “Generazione Y” o “Millennial”, dal 1984 al 1994: Sono i figli delle nuove tecnologie, coloro che sono eternamente connessi, coloro che restano più tempo a casa, quelli abituati a vivere in un mondo liquido e precario, caratterizzato dalla morte delle ideologie.

Peculiarità:

  • Ricettivi;
  • Aperti;
  • Poco interessati alla politica;
  • Pigri;
  • Attenti all’immagine ed alla gloria;
  • Tolleranti;
  • Lasciano la casa in tarda età e non tagliano il cordone ombelicale.

Miti: iPod, You Tube, i cellulari con macchina fotografica, i Simpson.

  • La definizione “Generazione Z”, abbraccia i nati dal 1995.

Sono i figli della Rete, dei tablet, degli smartphone.

Peculiarità:

  • Sono iperconnessi;
  • Sono multimediali;
  • Sono autonomi;
  • Mirano alla rapidità più che all’accuratezza;
  • Sono attenti ai problemi globali;
  • Riescono a gestire il flusso continuo di informazioni.

Quindi, ricapitolando:

 

Nome Periodo di riferimento Macro generazioni
Generazione perduta 1899-1917 Nonni del mondo moderno
Beat Generation 1918-1928
Generazione silenziosa 1929-1946 Padri del mondo moderno
Baby Boomers 1946-1964
X 1965-1976 Trasformazione digitale
Xennial 1977-1983
Millennial 1984-1994 Nativi digitali
Z 1995-2010
Alpha 2011-2020 (circa) Futuro

Ovviamente questo giochetto può non valere per chiunque di voi, e proprio perché è un giochetto, proviamo ad immaginare: come sarà la prossima generazione?

Intanto, non hanno mai visto un mondo senza tecnologie e senza accesso a qualsiasi tipo di informazione. Le loro mani toccano un tablet prima di una penna, e con le immagini, da subito, apprendono e parlano. Per questa generazione ogni pensiero e azione è immediatamente condivisibile e trasferibile. Imparano a condividere foto prima che a parlare.

I più grandi sono a scuola da quest’anno. Stanno cominciando ad avere un’idea di quello che accade oltre la porta di casa vedendo in tv la pressione del Sud del mondo che fugge da guerre ovunque, oppure è in cerca di una vita migliore e che arriva sotto casa dal mare o attraverso le frontiere. La famiglia non è più solo di genere differente ma anche dello stesso sesso. A tavola sentono parlare di terrorismo, questa è la prima generazione a “‘vedere” dal vivo oppure in tv “l’uomo nero” presente nell’immaginario dei genitori o dei nonni.

Gli studiosi osservano con attenzione questa generazione, è la più veloce tra tutte ad avere accesso alle informazioni, già a 3 anni sa come cercarle e come utilizzarle, oggi a 4 anni un bambino può comprendere concetti semplici, scrivere e molti sanno già leggere. Solo 10 anni fa, in molte parti del mondo, ai bambini in età prescolare, si parlava – e a volte ancora oggi – con un linguaggio spesso incomprensibile, oggi in prima elementare molte maestre osservano una capacità di eloquio superiore alle generazioni precedenti.

Ma la cosa più importante è che il 65% dei bambini che iniziano le elementari quest’anno, farà un lavoro che oggi non esiste.

In realtà, chi saranno gli Alpha? Non si sa cosa saranno, ma si sa di certo cosa sono.

Di certo sono una nostra responsabilità, perché saranno (e sono, come testimoniato dal piccolo emulo di “The Flash” che si aggira nella mia casa) i nostri figli. E probabilmente faranno quello che fanno tutti i figli, che per un po’ rifiutano ciò che sono stati i loro padri e poi – a un certo punto – si rendono conto di non essere molto diversi da loro. Sperando che facciano meno errori di noi nel trattar male quella che è la nostra “casa comune” o, come la chiamava San Francesco “sora nostra matre terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba”.

Rim-esta

Caro duca, mi sono messo in testa
di rendere famose le mie gesta
con una cosa strana e poco mesta,
di fare in modo sia quasi una festa,
tenga la mente quantomeno desta
(tanto che non finisca in una cesta)
anzi da risultar alquanto lesta
seppur ti può parer un poco pesta:
andiamo avanti con la lancia in resta
e se partiam in quarta, oppur in sesta,
rendiamo omaggio alla divina Vesta!