Lo spirito dei materiali

Scott: Mettiamola diversamente… Quanto deve essere spesso un pezzo del vostro “plexiglas” grande diciotto metri per tre per sostenere la pressione di cinquecento metri cubici d’acqua?

Nichols: È semplice, quindici centimetri. Abbiamo in lavorazione pezzi così.

Scott: Sì, ho notato… Adesso supponga, solo supponga, che io le possa mostrare il modo per fabbricare una parete che possa servire allo stesso scopo… Ma spesso solamente due centimetri e mezzo. Sarebbe una cosa molto interessante per lei, eh?

Nichols: Sta scherzando!

McCoy: Potrebbe il professore usare il suo computer?

Nichols: Prego. [Scott si siede davanti al computer]

Scott: Computer? Computer? Ah! [prende il mouse e lo usa come microfono] Salve, computer!

Nichols: Forse usando la tastiera…

Scott: La testiera… Pittoresco. [digita a velocità miracolosa la formula]

Nichols: Alluminio trasparente, vedo bene?!?

Scott: L’hai detto, amico…

Nichols: Aspetti, ci vorranno anni solamente per calcolare la dinamica di questa matrice!

McCoy: Sì, ma lei diventerebbe ricco al di sopra di qualunque brama di ricchezza!

Scott: Allora, pensa che questa cosa le interessi… O premo il tasto e cancello tutto quanto?

Nichols: No!!! No. [una signora fa per entrare nell’ufficio] Non ora Madeline!! [lei esce] Ma con esattezza, che cosa avete in mente?

McCoy: Be’, ci lasci parlare un attimo da soli… [prende in disparte Scott] Naturalmente ti rendi conto che se gli riveliamo la formula noi alteriamo il futuro?

Scott: No, perché? Chi ci dice che non è stato lui, l’inventore?

McCoy: Mhhh. Già…

(Star Trek IV – Rotta verso la Terra – 1986)

Uno dei film più divertenti della saga di Star Trek è quello che ho menzionato, ma oltre ad essere una miniera di citazioni, poiché l’equipaggio di Kirk e soci si ritrova negli anni ‘80 grazie ad un viaggio nel tempo, con tutto quel che ne consegue, ci fa capire come la fantascienza a volte sia aruspice della tecnologia del futuro. Per chi non lo sapesse, l’aruspice era, nell’antica Roma, il sacerdote designato all’esame delle viscere delle vittime nei sacrifici, dalle quali traeva indizi e vaticini sul futuro.

Dai satelliti geostazionari ai robot, dalla bomba atomica ai radar passando per il primo viaggio sulla Luna, la fantascienza ha spesso anticipato di molti decenni le conquiste della scienza del mondo “reale” e Star Trek, con 718 episodi televisivi, 13 film e 22 cartoni animati, è stata tra quelle che ne ha azzeccate di più.

Quando Gene Roddenberry, l’inventore della saga, iniziò a scrivere la sceneggiatura, aveva fondamentalmente due idee: creare un futuro di pace e con una visione ottimista, corredato da tecnologia che fosse quanto meno plausibile.

Certo, inventò il teletrasporto, ma quello lo fece per questioni di budget. Molto più veloce ed economico smaterializzare una persona che far atterrare una nave!

Ma le altre invenzioni, come ad esempio le “porte automatiche” scorrevoli (oggi presenti ovunque, nei supermercati, negli alberghi, negli aeroporti, ma anche nelle farmacie e presto, mi auguro, nelle case), o il “comunicatore”, dispositivo per comunicare a distanza precursore dello smartphone (era il 1966!!!), o ancora il “traduttore universale” di Uhura, prezioso per parlare con Sulibani, Tholiani, Klingon e Andoriani, ormai realtà anche portatile, non fecero altro che precorrere i tempi.

Già confrontando un qualsiasi tablet odierno con un computer di soltanto dieci anni fa, le differenze sono davvero stupefacenti. La tecnologia si è evoluta ad un ritmo impressionante, rendendo i dispositivi a nostra disposizione più piccoli, più potenti e molto più portabili. Tutto ciò anche grazie alla rapida evoluzione dell’hardware e all’impiego di nuovi materiali.

La citazione iniziale introduce l’argomento di cui vorrei parlare questa volta, un’altra predizione azzeccata di Star Trek, e cioè l’alluminio trasparente, ma visto che ci sono parlerò anche di altri materiali del futuro.

Lo avevo capito nell’89, quando, dovendo scegliere il ramo dell’ingegneria meccanica in cui specializzarmi scelsi appunto “materiali”, salvo poi fare tutt’altro nella vita (e il professore di metallurgia, bocciandomi tre volte, ha contribuito non poco).

Una volta scoperti i materiali, l’uomo ha imparato a combinarli tra loro e quando la chimica e la fisica hanno raggiunto un certo progresso, ha imparato anche a fabbricarne di nuovi. Ovviamente nell’antichità poteva accadere che un popolo scoprisse un metodo per rendere migliori i metalli e ne mantenesse il segreto per anni al fine di mantenere l’egemonia militare sui popoli vicini, ma di questi tempi le ricerche vengono condivise nella comunità scientifica.

Quasi sempre, almeno. Vediamo dunque, qualche materiale tra quelli che in futuro cambieranno la vita dell’umanità e le tecnologie che ne deriveranno.

Partiamo dall’aerogel.

È la sostanza solida meno densa che si conosca e venne creata nel 1931 come risultato di una scommessa tra Steven Kistler e Charles Learned, due scienziati americani: avrebbe vinto chi dei due avesse scambiato per primo il liquido di una “gelatina” con del gas senza causarne il collasso. Qualcuno lo chiama fumo ghiacciato o anche fumo blu ed è una miscela costituita da una sostanza allo stato solido e da un gas. Una specie di gel dove il componente liquido è sostituito con gas. Al 99,8% è aria, cosa che lo rende un fantastico isolante. Per esempio, un scudo di aerogel potrebbe facilmente difendere da un lanciafiamme, così come potrebbe esser una calotta calda sulla Luna o potrebbe diventare un componente delle armature militari del futuro.

I nanotubi di carbonio sono catene di carbonio tenuti insieme dal legame chimico più forte che esista: il legame sp². Hanno notevoli proprietà fisiche, compreso il trasporto balistico degli elettroni, cosa che li rende ideali nell’elettronica. Hanno una resistenza alla trazione circa 300 volte superiore a quella degli acciai ad alto tenore di carbonio. Per questa ragione si immagina potrebbero essere utilizzati per costruire ascensori spaziali.

Conosciuti anche come diamanti aggregati nanorod, gli iperdiamanti consistono in nanotubi aggregati di diamanti. Sono un materiale superduro, il più duro e meno comprimibile che si conosca (motivo per cui sono conosciuti anche come fullerite ultradura). Quando la nostra tecnologia arriverà all’impiego degli iperdiamanti potremo dire di vivere davvero in un futuro da fantascienza. Ci sono anche i diamanti sintetici, conosciuti anche come HPHT o CVD, che sono diamanti ottenuti attraverso un processo tecnologico. Ciò rende possibile disporre di un materiale da costruzione immensamente forte, costituito da carbonio, con un’alta conducibilità termica e con un punto di fusione ed ebollizione tra i più alti di tutti i materiali esistenti. Qualcuno immagina quanto migliorerebbe la potenza degli aerei da combattimento se fossero rivestiti con uno strato protettivo a base di diamanti sintetici.

I metamateriali sono materiali creati artificialmente con proprietà elettromagnetiche specifiche, le cui caratteristiche non dipendono solo dalla loro composizione chimica ma anche dalla loro struttura. Sono stati utilizzati per la creazione di mantelli invisibili alle microonde e per altri dispositivi dalle proprietà ottiche insolite. Sono ritenuti ideali per la creazione di ologrammi su schermi bidimensionali.

Le schiume metalliche sono composte da un materiale forte e leggero che si ottiene aggiungendo idruro di titanio in polvere all’alluminio fuso e lasciando raffreddare il tutto. Avendo un ottimo rapporto resistenza-peso, sarebbero il materiale ideale per costruire colonie spaziali o città galleggianti.

Il carbonio, portato a circa 1.000 °C, cambia struttura: si trasforma in un materiale ultra-forte, ultra-leggero, elastico come la gomma ed elettricamente conduttivo. Questa nuova struttura del carbonio offre non solo straordinarie proprietà, del tutto inattese, ma apre la strada a un nuovo campo di ricerca che potrebbe portare alla scoperta di classi di materiali mai osservati finora.

Il carbonio è già noto per essere un elemento dai “mille volti”: quando gli atomi si aggregano a determinate temperature e pressioni danno origine alla grafite; a temperature e pressioni superiori diventano diamante, il materiale naturale più duro; in alcune condizioni, quando viene “esfoliato” diventa grafene, un materiale monodimensionale – uno strato dello spessore di un atomo – le cui applicazioni sono alla base di una rivoluzione industriale.

Se lo si sottopone a temperature di 1.000 °C e a 250.000 volte la pressione atmosferica si ottiene un materiale che potrebbe essere utilizzato per le astronavi del futuro, tanto è resistente e leggero.

Chiamati anche vetri metallici, i metalli amorfi sono dei metalli con una struttura atomica disordinata (caratteristica del vetro). Sono due volte più forti dell’acciaio e possono disperdere l’energia di un impatto in modo più efficace. Hanno proprietà elettroniche tali che consentono di migliorare del 40% l’efficienza delle reti elettriche. Potrebbero costituire la prossima generazione di armature militari.

Ma i due più interessanti, che richiamano molto Star Trek, sono l’alluminio trasparente e l’e-textile.

Quest’ultimo è un materiale che permette di sviluppare abbigliamento che può visualizzare qualsiasi tessuto, proprio come un display. Inoltre, la composizione elettronica del tessuto è in grado di interpretare comandi vocali e touch per attivare, per esempio, una chiamata telefonica o la connessione a qualche server remoto. Le possibilità dell’e-textile sono illimitate.

L’alluminio, invece, il metallo leggero per eccellenza, potrebbe, a breve, essere prodotto in una versione trasparente che potrebbe far riconsiderare, soprattutto, il settore del packaging.

Già nel 2009, a dire il vero, alcuni scienziati di Oxford avevano ottenuto l’alluminio trasparente bombardandolo con impulsi laser, fino a “staccare” un elettrone dall’atomo, il tutto, però, senza intaccare la struttura cristallina tipica del metallo. Il risultato del processo? Un materiale che risultava visibile solo con elevatissime radiazioni ultraviolette. In caso contrario, la trasparenza era assicurata.

Potrebbe essere usato come anti-proiettile e impiegato nel settore del packaging per la produzione, ad esempio, di bottiglie infrangibili.

Ad oggi i costi per la realizzazione sono troppo alti ma, con il tempo e con l’avanzamento delle tecnologie, si confida nel calo dei costi tanto da poter essere impiegato in oggetti di uso comune come smartphone ed orologi.

A dire il vero esiste già un’azienda che dallo scorso anno produce ALON-OPTICAL CERAMIC che a tutti gli effetti viene presentato come alluminio trasparente, tanto che l’azienda così scrive: “Alluminio trasparente, una struttura policristallina fatta di atomi di alluminio, ossigeno e azoto. Apparve come una trovata fantascientifica quasi 30 anni fa, ma adesso è una realtà. È duro quasi quanto lo zaffiro, che dopo il diamante e il carburo di silicio è il più duro cristallo conosciuto”.

L’ossinitruro di alluminio (ALON, appunto) per resistenza e resistenza ai graffi è quattro volte superiore al vetro alluminosilicato. Inoltre, questo materiale è in grado di sopportare una temperatura massima di 2100 gradi Celsius.

Attualmente il punto debole delle blindature sono proprio le parti trasparenti. Il più promettente in questo senso è una ceramica policristallina, in particolare, le ceramiche a base di ossinitruro di alluminio. I ricercatori sostengono anche che l’ALON può essere utilizzato in numerose applicazioni militari e commerciali, come gli oblò delle navicelle spaziali.

Quindi chi sa, tra qualche anno ci potremo davvero vestire con tutine multimediali e viaggiare su astronavi di carbonio e alluminio… per andare lì, dove nessuno è mai giunto prima!

L’espansione dell’Universo

Quando frequentavo il corso di Fisica all’università, mi divertivo a trovare degli esempi pratici per poter spiegare meglio le cose. Ovviamente mi riferisco alla Fisica classica, quella di Newton, per intenderci.

Una volta ricordo che alla lavagna c’era un mio amico, Riccardo, che si era bloccato nello spiegare al professore il principio di Pascal.

Il principio di Pascal o legge di Pascal è una legge della fisica dei fluidi che stabilisce che, quando avviene un aumento nella pressione in un punto di un fluido confinato (contenuto in un contenitore, per capirci), tale aumento viene trasmesso anche ad ogni punto del contenitore (quindi la pressione è costante in tutti i punti del contenitore stesso).

Io feci un gesto e Riccardo capì al volo: mimai una botte, qualcosa che entrava dentro e la botte che esplodeva. A quel punto la spiegazione e le relative formule apparirono sulla lavagna…

botte di Pascal

“Basta poco, che ce vò”…

Ma se bisogna spiegare concetti più complessi? A volte non basta né l’immaginazione, né la conoscenza del mondo reale. Perché se è vero che per spiegare cose relative al mondo che ci circonda bastano fantasia e un po’ di senso pratico, quando si va al microscopico (o al macroscopico), le cose cambiano.

Per esempio, come spiegare il movimento degli elettroni nell’atomo, o, meglio, intorno al nucleo dello stesso?

Se uno ha presente il Sistema Solare, con i pianeti che ruotano attorno al Sole, allora non è difficile immaginarsi, per sommi capi, com’è fatto un atomo.

Però la questione degli elettroni che girano attorno al nucleo è un tantino più complessa di quella dei pianeti orbitanti intorno al Sole. Gli elettroni seguono infatti i principi di una teoria meglio nota come meccanica quantistica.

In parole povere, gli elettroni possono ruotare attorno al nucleo solo in determinate orbite e con determinati valori dell’energia. I diversi valori di distanza media dal nucleo atomico a cui le orbite degli elettroni possono trovarsi vanno dunque a definire i cosiddetti gusci elettronici.

L’atomo visto in questa prospettiva potrebbe essere quindi paragonabile a una matrioska di gusci sempre più piccoli. Se poi dovessimo spiegare dove si trova l’elettrone la questione è ancora più intricata.

Infatti non è possibile stabilire con precisione la posizione dell’elettrone senza alterare la posizione stessa: il principio di indeterminazione afferma che non è possibile determinare con precisione arbitraria e contemporaneamente due variabili quali posizione e quantità di moto di una particella.

Questo vuol dire che se misuriamo la posizione e la velocità di una particella, le grandezze che otteniamo sono caratterizzate da errori di misura: una conseguenza di tale principio è che per gli elettroni non si può parlare di traiettorie ma di spazi in cui la probabilità di trovare un elettrone è diversa da zero. Quindi una matrioska di nuvole…

Quello che vale, in termini di descrizione, per l’infinitamente piccolo, vale anche per l’infinitamente grande.

Ma prima di parlare di questo, parliamo di osservazione. Così come per l’elettrone dicevamo che esistono dei limiti nell’osservazione, in quanto la lunghezza d’onda dello strumento che usiamo per osservare è uguale o maggiore alla lunghezza d’onda della particella osservata, e per questo ne altera le caratteristiche, anche nell’osservazione “lontana” le cose non vanno meglio.

La luce, che è lo strumento che ci serve per osservare, ha una velocità finita, anche se incredibilmente elevata. Infatti viaggia a 300.000 chilometri al secondo.

Questo comporta che non vediamo mai le cose come effettivamente sono.

Mi spiego.

Noi vediamo un oggetto in quanto la luce che parte (o meglio, che viene riflessa) da quell’oggetto colpisce i nostri occhi. Poiché ci vuole del tempo affinché la luce copra la distanza tra oggetto e occhio, la cosa che osserviamo, in realtà, è l’immagine che aveva in passato.

Ovviamente la distanza è un fattore chiave. Se l’oggetto è vicino, si può tranquillamente affermare che lo vediamo in tempo reale. Quando però ci allontaniamo, per esempio, osservando oggetti che sono lontanissimi da noi, la luce, prima di arrivare ai nostri occhi, potrebbe metterci del tempo.

La luce che proviene dalla Luna, per esempio, impiega poco più di 1 secondo (1,28) per giungere a noi e questo comporta che quando guardiamo la Luna non la vediamo com’è ora, ma com’era un secondo fa.

Avete mai notato che quando ci sono i collegamenti via satellite nei telegiornali, tra la domanda del giornalista presente in studio e il cronista in collegamento passa qualche secondo? La trasmissione dei segnali elettromagnetici (anche la luce) ci mettono del tempo a rimbalzare sul satellite e ciò comporta un ritardo di risposta. Il concetto è questo.

Anche nel caso del Sole, più distante da noi della Luna, c’è una discrepanza tra quanto osservato e realtà. Infatti, la luce del Sole ci mette 8,33 minuti ad arrivare a noi.

A maggior ragione, più in là ci spostiamo, più tempo ci vuole perché la luce copra la distanza e più indietro nel tempo andremo. È una sorta di “viaggio nel passato” cosmica. L’attuale Stella Polare si trova a 323 anni luce, che vuol dire che la luce impiega 300 anni per arrivare a noi, quindi quella che vediamo è in realtà una sua immagine di come era 323 anni fa. È di uso comune indicare gli oggetti molto distanti appunto con l’unità di misura “anno luce”, cioè 9.460.730.472.581 chilometri, che è appunto la distanza che copre la luce in un anno. Più comodo dire 323 anni luce che 305.581.604.100.961 km, senza dubbio.

La galassia di Andromeda, che è quella più vicina a noi, è distante 2,538 milioni di anni luce. Quindi oggi la vediamo come era due milioni di anni fa! Potrebbe addirittura non esserci più, per quel che ne sappiamo.

Ci sono galassie osservabili anche lontane 12 miliardi di anni luce, la cui immagine che vediamo è quella che avevano quando ancora non esisteva il Sistema Solare!

Ma se la luce avesse una velocità minore? Sarebbe un vantaggio?

Non credo. Facciamo un esempio, prendendo in considerazione un mondo in cui la luce viaggi a 300 metri all’ora invece che 300 chilometri al secondo (i fisici mi perdonino, dimentico volutamente la relatività di Einstein).

Supponiamo di essere di fronte ad un trampolino su cui si stanno svolgendo i mondiali di salto con lo snowboard. Abbiamo quindi la zona di atterraggio a pochi metri e quella di partenza più lontana. Vedremmo prima l’atterraggio e poi la partenza (questo perché la zona di salto è più lontana dai nostri occhi di quella di atterraggio)! Non solo, guardando in direzione dei food truck sistemati più in là, vedremmo noi stessi arrivare in tribuna!

Ecco, ciò creerebbe non poca confusione. Poi, sarebbe una violazione del principio di casualità, quello secondo cui la causa precede l’effetto.

I fisici saranno contenti: non potendo violare quel principio, descritto da Einstein, l’uovo si rompe sempre cadendo dal tavolo e non fa il percorso al contrario.

Quindi, come spiegavo prima, guardando il cielo, gli oggetti più lontani ci inviano informazioni più vecchie di quelli più vicini. Quando ad esempio si osserva l’esplosione di una supernova, siamo certi che quel fenomeno si è verificato molto tempo prima del momento in cui si è compiuta l’osservazione, proprio come quando, davanti al trampolino, vediamo l’atleta prima saltare e poi atterrare.

Ma fino a che distanza possiamo guardare? Ovviamente, se supponiamo che l’Universo abbia una “data di nascita”, almeno per quel che riguarda l’emissione di luce, non possiamo che supporre di poter spingere lo sguardo fino a quella “data”, così come non è possibile vedere una foto di noi stessi scattata prima della nostra nascita.

Infatti, se immaginiamo di mettere su un tavolo le foto che ritraggono noi stessi, dalla più recente (nel punto più vicino a noi del tavolo) fino a quella scattata il giorno della nostra nascita (nel punto più lontano del tavolo), è chiaro che più guardiamo lontano più andremo indietro nel tempo, ma non sarà possibile vedere una foto antecedente l’ultima (anche perché non esiste).

Anche l’Universo prima di una certa “data” non esisteva e quindi non possiamo spingerci oltre con lo sguardo. Questo limite si chiama “Orizzonte Cosmico” e dovrebbe trovarsi all’incirca a 15 miliardi di anni luce, cioè la luce partita dagli oggetti che per primi sono nati è giunta a noi dopo un viaggio di 15 miliardi di anni (mese più, mese meno).

Ovviamente, dopo un viaggio così lungo, la luce è “stanca”, cioè si è fortemente indebolita e non rientra nello spettro della luce visibile; con un radiotelescopio, Arno Penzias e Robert Woodrow Wilson, fisici americani, scoprirono, vincendo il Premio Nobel per la Fisica nel 1978, tale radiazione, chiamata “radiazione cosmica di fondo”, che è una radiazione elettromagnetica che rappresenta il residuo, raffreddato (3 gradi kelvin, cioè -270,15 gradi centigradi) e diluito, della vampata iniziale che ha dato il via all’Universo intero.

Ma non è finita qui.

L’Universo, oltre ad essere molto esteso, si sta espandendo, cioè, con il passare del tempo, diventa sempre più grande. Le domande a questo punto sono due: come si espande e soprattutto, dentro che cosa si espande?

Edwin P. Hubble, astronomo americano, affermò nel 1929 che esiste una relazione lineare tra lo spostamento verso il rosso della luce emessa dalle galassie e la loro distanza: tanto maggiore è la distanza della galassia e tanto maggiore sarà il suo spostamento verso il rosso (fenomeno per cui la luce o un’altra radiazione elettromagnetica emessa da un oggetto ha una lunghezza d’onda maggiore rispetto a quella che aveva all’emissione).

Si suppose allora che se le galassie si stavano tutte allontanando tra loro, al principio ci doveva essere un singolo punto che doveva riunirle tutte. Nacque così la teoria del “Big Bang”, che paragona l’Universo ad una bomba che esplode e che lancia le schegge in tutte le direzioni. Il concetto però è sbagliato perché fa pensare a un movimento delle galassie nello spazio a partire da un punto centrale. In realtà le galassie non si muovono attraverso lo spazio, né esiste un centro tutto intorno al quale la materia si espande, ma è lo spazio stesso che si dilata portando con sé le galassie.

L’analogia più appropriata, per spiegare l’espansione cosmica, è quella del panettone che lievita. Più precisamente, dovremmo pensare di trovarci all’interno di un panettone sconfinatamente grande: così grande che, come appunto l’Universo, non contempli alcun “fuori” (né possieda una saporita crosta di cioccolato). Quando un panettone lievita, gli acini di uva passa disseminati al suo interno si allontanano sempre più l’uno dall’altro.

Per spiegare invece come mai le galassie si allontano da noi ad una velocità proporzionale alla distanza, quindi sempre più alta quanto più la galassia è lontana faccio un altro esempio. In questo mi aiuta il fatto di essere stato militare.

Immaginiamo una fila di soldati posti alla distanza di un metro l’uno dall’altro ai quali venga dato l’ordine che la distanza che li separa diventi di due metri. Come si dovrebbero comportare i soldati per eseguire l’ordine? Semplice, il primo della fila dovrebbe rimanere fermo, quello che gli sta immediatamente a ridosso dovrebbe indietreggiare di un metro, il terzo della fila dovrebbe indietreggiare di due metri, il quarto di tre metri e così via.

Ora, se l’operazione dovesse essere portata a termine in un determinato tempo, diciamo in dieci secondi, è evidente che i soldati, per raggiungere la nuova posizione, dovrebbero retrocedere a velocità sempre maggiore a mano a mano che ci si allontana dal primo della fila il quale, come abbiamo detto, dovrebbe rimanere fermo. Il secondo della fila dovrebbe spostarsi di un metro in 10 secondi, il terzo di due metri in 10 secondi, il quarto di tre metri in 10 secondi e così via. Il centesimo della fila dovrebbe retrocedere di 99 metri in 10 secondi, manco fosse Usain Bolt.

Ma anche il più veloce dei soldati avrebbe un tempo limite, così come le galassie, che se si spostassero nell’Universo, non potrebbero superare la velocità limite che sappiamo essere quella della luce.

Se però i soldati fossero disposti su una specie di tapis roulant di gomma, potrebbero rimanere fermi e tuttavia allontanarsi tra loro se il tapis roulant venisse allungato sotto i loro piedi. Anche le galassie sono “ferme”, ma è lo spazio stesso che, dilatandosi, le “sposta”. Ed è per questo che, anziché parlare di “velocità” (che implica movimento), i cosmologi preferiscono il termine “recessione”.

Più affascinante ancora è il problema di che cosa ci sia al di là di quello che abbiamo chiamato l’Orizzonte Cosmico, cioè a distanze maggiori di 15 miliardi di anni luce. Niente, sembra essere la risposta più ovvia. Ma non è così.

Torniamo all’esempio delle foto: se oggi pretendessi di vedere una mia foto scattata 50 anni fa sarebbe impossibile, perché ne ho 49. Ma l’anno prossimo la potrò vedere! Nello stesso modo, essendo l’Universo nato 15 miliardi di anni fa, la luce può aver viaggiato solo per 15 miliardi di anni e quindi i segnali luminosi che sono partiti dalle remote regioni che si trovano al di là dell’Orizzonte Cosmico non hanno ancora fatto in tempo ad arrivare fino a noi.

Uso un altro esempio: se saliamo su una montagna, mano a mano che saliamo, l’orizzonte si sposterà sempre più lontano: allo stesso modo, l’Orizzonte Cosmico si va ingrandendo con il passare del tempo inglobando regioni cosmiche che attualmente ci sono ignote.

La cosa più ragionevole da pensare, quindi, è che al di là dell’Orizzonte Cosmico vi siano sconfinati spazi popolati di galassie (o di altre “robe”), esattamente come si può osservare vicino a noi.

Ciò, fra l’altro, si inquadrerebbe perfettamente con l’assunto fondamentale della cosmologia moderna, secondo il quale l’Universo non ha un centro o, per meglio dire, non ha, al suo interno, punti preferenziali.

Ma questo fatto, se da un lato ci delude e ci ferisce nel nostro orgoglio, dall’altro ci garantisce un futuro di scoperte: come diceva Italo Calvino, “Se alzi un muro, pensa a ciò che resta fuori!”

Facebook ci fa o ci è?

Altro che neutralità: il social network di Zuckerberg si è trasformato in un potente strumento per l’isolamento sociale.

I recenti mesi sono stati dominati dalla discussione sul ruolo – attivo o passivo – avuto da Facebook nelle elezioni americane, e non solo.

A fine settembre il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha twittato il suo j’accuse (“Facebook è sempre stato anti-Trump”), che seguiva di pochi giorni l’annuncio di Mark Zuckerberg riguardo le elezioni in Germania: “Abbiamo lavorato per assicurare la solidità delle elezioni tedesche di questo fine settimana”.

È soprattutto quest’ultima affermazione a meritare la nostra attenzione: come ha scritto Max Read sul New York Magazine, nessuna azienda privata – nessuna Disney, Nestlé, Volkswagen, Shell o IBM – si è mai dovuta occupare della tenuta democratica di un paese occidentale; non è questione di fatturati o influenze politiche: semplicemente, fino a prima di Facebook, un’azienda, per quanto ricca e potente, aveva altre funzioni e priorità.

A rendere Facebook diversa, anche rispetto giganti suoi simili come Google o Amazon, è il suo rapporto con i dati e le informazioni. Con i suoi due miliardi di utenti, le persone accomunate dall’utilizzo di Facebook sono seconde, come numero, soltanto da quelle accomunate dall’essere cristiane. Basta questo, nota Read, a rendere l’idea dei nuovi rischi legati all’azienda.

È possibile usare Facebook per confrontarsi con chi la pensa diversamente o è solo una caccia al like?

Facebook, infatti, non vende oggetti – come Apple, IBM, Huawei o Ford – ma appartiene a quel gruppo d’aziende à la Google che basano il loro business sull’accumulo e la vendita di dati personali.

A differenza di Google, però, è anche il luogo dove due miliardi di persone leggono aggiornamenti sui loro amici e notizie da tutto il mondo. È una piattaforma regolata da un complicato e rigidissimo algoritmo, una meraviglia digitale che Zuckerberg usa come prova della sua neutralità, scrivendo: “Entrambe le parti [politiche, in riferimento alle elezioni Usa del 2016, nda] se la prendono con contenuti e idee che non gli piacciono. Ecco cosa vuol dire amministrare una piattaforma aperta tutti”.

Non è così, anzi: è l’algoritmo stesso a minare alla radici la speranza di una piattaforma davvero neutrale.

Lo chiamano gaming the algorithm e non significa “giocare” con l’algoritmo, ma studiarlo e capirlo appieno al fine di usarlo a proprio favore.

Tale “gioco”, però, è morboso, si basa sui punti deboli di un sistema e permette spesso di trasformare un meccanismo sofisticato in un’arma.

Nel momento in cui il governo americano si trova costretto a indagare riguardo gli annunci pubblicitari su Facebook acquistati da personaggi vicini al Cremlino, e indirizzati a nicchie d’utenti ritenute “interessanti” a livello politico, è chiaro che siamo già molto lontani dalla neutralità percepita da Zuckerberg.

Il quale si complimenta per il fatto di aver ricevuto critiche sia da destra che da sinistra, come se ciò fosse sinonimo di super partes.

Capire Facebook è difficile, ma qui dobbiamo concentrarci su solo uno dei suoi prodotti, il News Feed. Come scrive Alexis Madrigal sull’Atlantic, si tratta di “uno dei prodotti di maggior successo di tutti i tempi. La gente spende ore e ore su Facebook proprio perché il News Feed le mostra le cose con cui vuole interagire”.

È il problema, potremmo dire, della “radicalizzazione da filter bubble”: siccome Facebook sa che un liberal potrebbe reagire male a un contenuto di destra, allora l’algoritmo ha cura di capire chi sono i suoi utenti, e dà loro ciò che vogliono.

Contenuti di destra per chi è di destra, di sinistra per chi è di sinistra; allo scopo di rendere l’esperienza su Facebook il più rassicurante e piacevole possibile e incentivarne l’uso e la permanenza.

Il grafico mostra come la diversità dei contenuti politici postati su Facebook diminuisca mano a mano che intervengono le varie funzioni di filtro.

È in questa reiterazione che si nasconde il pericolo dell’isolamento politico, la creazione di una realtà parallela in cui, per esempio, il sito complottista InfoWars ha lo spazio che nel mondo reale avrebbe la CNN o la BBC.

Allo stesso modo, un giovane liberal che posta contenuti su Bernie Sanders potrebbe ritrovarsi a osservare l’attualità attraverso la lente di un gruppo Facebook come Occupy Democrats, a sua volta isolandosi e generando sul suo feed un loop d’opinioni tutte conformi alle sue.

Il fatto che sia la destra che la sinistra ricevano lo stesso trattamento da parte del News Feed è ciò su cui si basa l’assurda percezione di neutralità di Zuckerberg.

Il Fondatore, insomma, confonde “non sono né di destra né di sinistra” con “non ho nessuna capacità di influenzare il dibattito pubblico”.

Un errore piuttosto ingenuo, che si sbriciola sotto il peso delle prove fornite dalla stessa azienda. Facebook, per esempio, ha spinto due milioni di cittadini statunitensi a registrarsi per il voto alle scorse elezioni e a quella britanniche: basta un banner, un promemoria e un link al posto giusto per il gigante a muovere masse di persone che i partiti storici non riuscirebbero mai a richiamare.

Infine, e questo è un esempio del potere emozionale ancor prima che politico del social network, nel 2014 il social network ha pubblicato i risultati di alcuni “esperimenti” portati avanti nel 2012 su 700mila utenti, i quali venivano bersagliati con post positivi o negativi, per registrarne le conseguenze emozionali.

Seguì un polverone e una serie di accuse al gigante, che si disse “dispiaciuto” ma anche sorpreso dalle reazioni contrariate a questi esperimenti. Ed è forse questo a dover preoccuparci di più: non tanto le capacità vere o presunte di Facebook quanto il distacco emotivo di un colosso da due miliardi di iscritti.

Pietro Minto

Contratto con gli italiani

Bozza di contratto di lavoro 2018 per tutte le categorie.

  1. GIORNI DI MALATTIA
    Non sarà più accettato il certificato medico come giustificazione di malattia.
    Se si riesce ad andare dal dottore si può benissimo andare anche al lavoro.
  2. GIORNI LIBERI E DI FERIE
    Ogni impiegato riceverà 104 giorni liberi all’anno. Si chiamano sabati e domeniche.
  3. BAGNO
    La nuova normativa prevede un massimo di 3 minuti per le necessità personali.
    Dopo suonerà un allarme, si aprirà la porta e verrà scattata una fotografia.
    Dopo il secondo ritardo in bagno, la foto verrà esposta in bacheca.
  4. PAUSA PRANZO
    4.1 – Gli impiegati magri riceveranno 30 minuti, perché hanno bisogno di mangiare di più per ingrassare.
    4.2 – Quelli normali riceveranno 15 minuti, per fare un pasto equilibrato e rimanere in forma.
    4.3 – Quelli in sovrappeso riceveranno 5 minuti, che sono più che sufficienti per uno slimfast.
  5. AUMENTI
    Gli aumenti di stipendio vengono correlati all’abbigliamento del lavoratore:
    5.1 – Se si veste con scarpe Prada da euro 350,00 o borsa Gucci da euro 600,00, si presume che il lavoratore stia bene economicamente e quindi non abbia bisogno di un aumento.
    5.2 – Se si veste troppo poveramente, si presume che il lavoratore debba imparare ad amministrare meglio le sue finanze e quindi non sarà concesso l’aumento.
    5.3 – Se si veste normalmente vuol dire che il lavoratore ha una retribuzione sufficiente e quindi non sarà concesso l’aumento.
  6. PAUSA CAFFE’
    Le macchine erogatrici di caffè/the saranno abolite.
    Ai lavoratori che lo richiederanno, all’inizio dell’orario di lavoro sarà messa
    sulla scrivania una tazzina piena di buon caffè/the caldo che potranno bersi durante la pausa comodamente seduti sulle loro sedie senza alzarsi e perdere tempo a raggiungere il distributore. Per chi volesse anche uno snack (ingordi) vi preghiamo tornare al punto 4.
  7. STRAORDINARI
    Gli straordinari non saranno piu’ pagati… se decidete di restare in ufficio oltre l’orario di lavoro significa che non avete altro da fare a casa quindi dovreste solo ringraziarci, se non ci fossimo noi vi annoiereste fuori di qui.

Vi ringraziamo per l’attenzione e Buon lavoro!

P.S. – Se avete letto questo testo in orario di lavoro vi verranno trattenuti 10 minuti di stipendio.

L’apocalisse italiana

Quando si pensa ai migranti e all’Islam, l’Italia non è un paese che viene subito in mente.

A differenza dei suoi vicini nordici, l’Italia non ha avuto un miracolo economico che avrebbe richiesto l’importazione massiccia di forza lavoro. Manca, difatti, un legame profondo ad una grande fonte di migrazione, come l’Asia meridionale per la Gran Bretagna. l’Italia non ha nemmeno sperimentato grandi atti di violenza jihadista come la Francia. A differenza della Svezia, poi, non si sentono racconti circa assalti di esaltati/pazzi e, a differenza del Belgio, non ci sono zone in cui è meglio non andare. A differenza dei Paesi Bassi, non è emerso nessun personaggio politico anti-islamico fiammeggiante paragonabile a Geert Wilders e, diversamente dalla Germania, nessun partito anti-immigrazione è diventato una forza politica significativa.

Ma, non meno delle controparti settentrionali, l’Italia merita attenzione perché sta subendo enormi cambiamenti. Probabilmente, tali cambiamenti sono ancor più pressanti, larghi e negati che nei paesi meglio noti dell’Europa.

Per cominciare, c’è la geografia. Non solo il famoso stivaletto d’Italia si inserisce notevolmente nel Mar Mediterraneo, rendendo il Paese un bersaglio allettante per i migranti clandestini marini, ma il territorio italiano raggiunge il Nord Africa: la piccola isola di Lampedusa, 6000 abitanti, si trova a sole 70 miglia dalla costa tunisina e 184 miglia dalla Libia. Nel 2016, ben 181.000 migranti sono entrati in Italia, quasi tutti illegali, quasi tutti via mare.

E’ stata una sfida anche quando Gheddafi di Libia cambiò idea è soffocò il flusso migratorio guadagnando, così, larghe concessioni dall’Italia in un gioco che ha anticipato quello che la Turchia di Erdogan ora gioca con la Germania. Ma dopo il rovescio di Gheddafi nell’ottobre 2011, l’anarchia in Libia presenta ancora maggiori problemi. Almeno Gheddafi poteva essere efficacemente pagato; quanto invece è più difficile occuparsi di una miriade di forti locali e di contrabbandieri?

Accrescendo la tendenza verso ciò che l’intellettuale francese Renaud Camus definisce una “grande sostituzione delle popolazioni”, nel 2016 ben 285.000 italiani hanno lasciato la propria patria. Un aumento significativo rispetto agli anni precedenti.
Poi c’è la storia. La presenza musulmana in Sicilia durò quasi cinque secoli, dal 827 al 1300, e sebbene sia meno celebre del dominio sulľAndalusia, gli islamisti ricordano di frequente quell’epoca e vogliono la Sicilia indietro! Roma, la sede della Chiesa cattolica, rappresenta un simbolo fondamentale dell’ironia e dell’ambizione islamica, rendendo altamente probabile il diventare un obiettivo della violenza jihadista.

Le tendenze demografiche italiane sono ancor peggiori rispetto all’Europa settentrionale, con un Tasso di Fertilità Totale (numero di figli per donna) di 1,3, ben al di sotto della vicina Francia (2,0). Il giornalista Giulio Meotti mi riferisce che il TFR dei migranti è quasi del 2,0 mentre quello delle italiane indigene è di circa 0,9. Alcune piccole cittadine cominciano ad estinguersi; una di esse, Candela, che ha visto la sua popolazione ridursi da 8.000 unità negli anni ’90 alle 2.700 di oggi, ha risposto offrendo una “casa fredda” per indurre gli immigrati economicamente produttivi a stabilirsi. Il ministro della sanità italiano, Beatrice Lorenzin, ha definito la tendenza demografica “un’apocalisse” per il Paese.

In combinazione, questi fattori sono suscettibili di produrre una “crisi civilizzativa” per l’Italia. Ma il muro del diniego è quasi completo. Sì, la Lega Nord e il Movimento Cinque Stelle si oppongono all’immigrazione libera, ma questo non è il loro obiettivo prioritario. Tuttavia, bannato il dibattito sull’immigrazione e l’islamismo nel Nord, è ancora peggio nel resto ďItalia. Le voci che hanno affrontato questi temi un decennio fa, come Magdi Allam, Oriana Fallaci, Fiamma Nirenstein, Emanuele Ottolenghi e Marcello Pera, non risuonano più. La negazione prevale.

Papa Francesco si è affermato come uno dei principali sostenitori della migrazione senza ostacoli e dell’accoglienza acritica dei migranti, rendendo ben più difficile la discussione su questo tema. Aggiungendosi alla deriva politica, il governo “senza traccia” del primo ministro Paolo Gentiloni promuove i cliché della sinistra standard, riconoscendo appena il movimento “tettonico” in corso (fenomeno di vasta portata n.d.t.).

Dopo aver percorso 12 città in Italia, ho avuto la netta impressione che la crisi migratoria è troppo pesante per la maggior parte degli italiani per poterla fronteggiare. (I lettori americani potrebbero confrontarli con la riluttanza dei loro connazionali per affrontare la minaccia di un… impulso elettromagnetico.)

Per me, una vignetta ben catturò l’immagine della nuova Italia in un parco a Padova: una statua è circondata da quattro panchine. Sette anziane donne italiane si raccolgono su una panchina, mentre otto uomini africani si adagiano sulle restanti tre panchine.

Questa scenetta riassume sia il reciproco disgusto che l’abbondante senso di superiorità dei migranti (verso gli italiani n.d.t.).

Cosa ci vorrà affinché gli italiani si sveglino e comincino ad affrontare la catastrofe demografica e civile che incombe sulla loro cultura unica?

La mia ipotesi: un grande attacco di matrice jihadista a Roma.

Fonte: Daniel Pipes – The Washington Times, trad. Vito Errico