Nina Simone

Tra tutti gli anni che ricordo con piacere, ce ne sono due che amo particolarmente: il 1982 e il 1987. Il primo legato a ricordi sportivi (era l’anno dei mondiali spagnoli) ed emotivi (uscivo dall’infanzia ed entravo nell’adolescenza, e non aggiungo altro), mentre il secondo è stato un anno fenomenale per altri motivi.

Nel 1987 uscirono “The Joshua Tree” degli U2, “Sign o’ the times” di Prince, “Appetite for destruction” dei Guns ‘n’ Roses, “Bad” di Michael Jackson, “Faith” di George Michael, “Nothing like the sun” di Sting e molti altri album bellissimi, ma soprattutto la Chanel, casa di moda parigina fondata all’inizio del ventesimo secolo da Coco Chanel, specializzata nei beni di lusso, per pubblicizzare il suo celeberrimo profumo “Chanel N° 5” scelse come testimonial Carol Bouquet e come colonna sonora una canzone di trent’anni prima, “My baby just cares for me”.

“My Baby Just Cares for Me” è una canzone scritta da Walter Donaldson  con le parole di Gus Kahn, composta nel 1930 in occasione della versione cinematografica omonima del musical del 1928 “Whoopee!”. Il brano è principalmente conosciuto nella versione interpretata da Nina Simone nel 1958, che registrò il brano per il suo album di debutto “Little Girl Blue”; la canzone rimase relativamente sconosciuta fino al 1987, appunto, quando fu scelta per quella pubblicità. In seguito alla grande popolarità degli spot fu realizzato un video musicale realizzato con la tecnica claymation prodotto dalla Aardman Animations (quelli di “Galline in fuga” e “Shawn the sheep”).

Quindi la versione di Nina Simone era una cover: altre versioni erano state registrate, anche in precedenza, da Nat King Cole, Amanda Lear, Mel Tormé, Mary Wells, Alex Chilton e Frank Sinatra ed altre ne sarebbero state realizzate in seguito, ad esempio da George Michael. Ma la sua versione è senza dubbio quella che è rimasta di più nella memoria collettiva.

Nata il 21 febbraio 1933 a Tryon, nella North Carolina, Eunice Kathleen Waymon era la sesta di otto figli. Iniziò a suonare il pianoforte in tenera età, a tre anni e a cantare nel coro della chiesa e grazie all’interesse dei genitori, si creò un repertorio classico che comprendeva Brahms e Beethoven: il suo sogno allora era diventare la prima grande pianista afro-americana.

Era così dotata che il suo insegnante istituì una fondazione, a cui partecipò tutta la comunità di colore locale, per pagarle l’iscrizione alla “Juilliard School of Music” di New York, dove ebbe modo di perfezionarsi e lavorare con altri artisti. Purtroppo i fondi finirono e Nina dovette trasferirsi a Philadelphia con la famiglia, dove provò ad iscriversi al “Curtis Institute of Music”: fu respinta in quanto nera e quindi dovette allontanarsi dalla musica classica. Iniziò così a suonare gli standard americani, il jazz e il blues nei locali di Atlantic City negli anni ‘50.

La prima sera di lavoro al “Midtown Bar and Grill” di Atlantic City, nel luglio del ’54, suonò al pianoforte musica gospel e classica senza aprire bocca. La sera seguente il proprietario del locale, Harry Seward, le disse: “O canti o cambi lavoro”. Iniziò così la sua carriera, sulle orme di Billie Holliday, di cantante di pianobar. Prese il nome d’arte unendo la parola spagnola “niña” (bambina, come la chiamavano allora, cioè “baby girl”) e il nome della sua attrice preferita, Simone Signoret.

Nina iniziò a pubblicare dischi dalla fine degli anni ’50 sotto l’etichetta Bethlehem, con il primo album del 1957 “Plain Gold Ring”, caratterizzato, oltre che dalla già citata “My baby just cares for me”, dalla title track “Little girl blue” e da “I loves you, Porgy”, di George e Ira Gershwin, tratto dal musical “Porgy and Bess”.

Nel 1960 il singolo “Ain’t Got No, I Got Life” raggiunse la seconda posizione nel Regno Unito, la prima in Olanda per 6 settimane e la decima nelle Fiandre in Belgio. Lavorò per parecchie case discografiche mentre, a partire dal 1963, iniziò a lavorare stabilmente con la Philips. Pur cambiando spesso casa discografica, pubblicò “The Amazing Nina Simone” (1959), “Nina Simone Sings Ellington!” (1962), “Wild Is the Wind” (1966) e “Silk and Soul” (1967), che le diedero un discreto successo di pubblico, anche grazie a qualche cover qua e là, come ad esempio “The Times They Are A-Changin’ di Bob Dylan” e “Here Comes the Sun” dei Beatles.

Alla fine degli anni ’60 lasciò in modo polemico gli Stati Uniti, accusando governo e CIA dello scarso interesse nel risolvere il problema del razzismo. Girò il mondo, visse in Barbados, in Liberia, in Egitto, in Turchia, in Olanda e in Svizzera. Proprio a causa della polemica con il governo, faceva fatica a pubblicare altri album.

Però era molto nota, sia nell’ambiente soul (la chiamavano “La sacerdotessa del soul”, ma a lei non piaceva essere etichettata, anzi, asseriva di fare molto più musica folk di quanta ne facesse di jazz e soul) sia in quello della lotta per i diritti civili, ed era molto amica sia di Malcom X che di Martin Luther King.

Diverse canzoni testimoniavano questo impegno nel sociale, a partire da “Mississipi Goddamm”, scritta per reazione all’omicidio di quattro ragazze in un attentato dinamitardo a sfondo razziale presso Birmingham, eseguita in pubblico la prima volta alla Carnegie Hall nel 1964 e il cui linguaggio esplicito di protesta le valse il fatto di non essere trasmessa da diverse stazioni radio. L’interpretazione di “Pirate Jenny”, canzone tratta da L’opera da tre soldi di Bertolt Brecht e registrata per la prima volta per l’album “In Concert”, faceva della sguattera protagonista del racconto l’evidente metafora di una donna che invitava alla rappresaglia contro il razzismo. In “Four Women”, Nina Simone esprimeva nel ritratto di quattro donne afroamericane il conflitto interiore a cui la donna nera era soggetta nella società del suo tempo.

Quando Chanel usò “My baby just cares for me” per quello spot, le nuove generazioni scoprirono la sua musica e lei si trasformò in una’icona del jazz, anche se proprio in quell’occasione capì come era stata superficiale in passato (dal punto di vista imprenditoriale, almeno). Infatti, sull’onda del successo dello spot, la canzone balzò nei primi posti delle classifiche di Olanda, Francia e Inghilterra, ma quando Nina cercò di monetizzare recuperando le royalties delle vendite, si rese conto che trent’anni prima aveva ceduto i diritti alla sua casa discografica del tempo. Dopo una lunga battaglia in tribunale, le furono riconosciuti solo i diritti legati all’uso del brano nella pubblicità (non il massimo, ma neanche quisquilie).

Negli anni seguenti mantenne uno zoccolo duro di fan che riempivano le sale dove teneva concerti; partecipò, tra le altre, alla festa per l’80° compleanno di Nelson Mandela e al Guinness Blues Festival di Dublino, in Irlanda. Il critico del “New York Times” Jon Pareles una volta disse “C’è ancora molta forza nella sua voce” e che i suoi spettacoli erano caratterizzati da “un suono dolce, una personalità forte e un repertorio che esalta entrambi”. Ha ispirato numerose artiste, tra cui Aretha Franklin, Laura Nyro, Joni Mitchell, Lauryn Hill e Meshell Ndegeocello.

Una bella versione della sua vita è stata ripresa nel film “Nina”, del 2016, interpretato da Zoe Saldana. Molti suoi brani sono stati utilizzati nelle colonne sonore; quello che preferisco è “Sinnerman”: viene usato nella scena del museo di “Gioco a due”, film del ’99 con Pierce Brosnan e Rene Russo, in “Inland Empire” di David Lynch e in “Cellular”, film del 2004 con Kim Basinger. È stato utilizzato inoltre in vari telefilm (tra cui Sherlock , Chuck, Person of Interest e Scrubs – Medici ai primi ferri) e una versione dance-remix è parte della colonna sonora del film Miami Vice del 2006.

Nina Simone morì il 21 aprile 2003 nella sua casa a Carry-le-Rouet, in Francia, per le complicanze dovute a un tumore al seno dopo una lunga lotta contro la malattia. Seguendo le sue volontà, venne cremata e le sue ceneri furono sparse in vari luoghi dell’Africa, terra d’origine dei suoi antenati.

L’amor che move il sole e l’altre stelle

All’inizio della mia avventura di “blogger”, scrissi della differenza tra astronomia e astrologia (in Astronomia e astrologia), parlandone ovviamente in termini moderni. Ma un tempo le cose non stavano proprio così come ora. In più, frequentando il liceo classico ed appassionandomi all’astronomia ho creato un connubio pericoloso. Infatti, ricordo che già nello studio della Divina Commedia trovai moltissimi riferimenti astronomici, o meglio astrologici, secondo l’uso corrente al tempo di Dante.

Non tutti gli studiosi del “Sommo Poeta” sono d’accordo sul fatto che i riferimenti siano trattati in modo rigoroso; Dante scriveva in volgare, quindi il suo poema era perlopiù destinato alla generalità dei lettori di media cultura, quindi non era necessario né rigore scientifico né precisione nelle descrizioni.

Queste affermazioni possono risultare sorprendenti data l’opinione comune, diffusa da sempre dagli intenditori, di proclamare Dante perfetto scienziato o, come dice Boccaccio nella “Vita”, “iniscienza solennissimo uomo”. Si è spesso infatti ritenuto che Dante fosse astronomo, astrologo, filosofo, teologo e sommo specialista di tutte e sette le arti del trivio e del quadrivio.

Con questa espressione si intendeva il “curriculum” di studi seguito dai chierici prima di accedere agli studi universitari, quindi quelle attività in cui era necessario un lavoro prettamente intellettuale, a fronte delle “arti meccaniche”, che richiedevano uno sforzo fisico.

Le arti cosiddette “liberali” erano:

  1. Arti del Trivio (artes sermocinales):
  • grammatica
  • retorica
  • dialettica
  1. Arti del Quadrivio (artes reales):
  • aritmetica
  • geometria
  • astronomia
  • musica

Dante aveva approfondito le conoscenze astronomiche con l’opera di Alfragano (nella traduzione latina “Liber de Aggregationibus Scientiae Stellarum et Principiis Coelestium Motum” riassunto dell’Almagesto di Tolomeo). Il suo schema teorico fondamentale è quindi prettamente tolemaico, con la terra al centro dell’Universo intorno alla quale ruotano sole e luna e, mediante cicli ed epicicli, i cinque pianeti, due dei quali, Mercurio e Venere, fra la luna e il sole. Si hanno così le sette sfere tradizionali cui è sovrapposta l’ottava delle stelle fisse. Dante, corrette le idee di Aristotele e attribuita a Tolomeo l’introduzione del nono cielo, afferma nel Convivio che i cieli mobili sono nove.

Le posizioni dei pianeti indicate da Dante nella Commedia, l’importanza del numero nove a cui viene dato un fondamento astronomico, i molti riferimenti temporali, geografici e astrologici, sono pure finzioni poetiche oppure hanno un reale valore scientifico?

Si tratta di ipotesi matematiche oppure è precisa intenzione di Dante scandire il procedimento poetico secondo i gradi della cosmografia del suo tempo?

Per alcuni studiosi se Dante vuole essere scienziato o per lo meno divulgatore di scienza lo è forse nel “Convivio”, dove infatti fa esplicito riferimento all’opera di Tolomeo. Non si può definire tale invece nella Divina Commedia, opera dai fini trascendenti, nella quale egli si serve della scienza quasi come ornamento, poco più che un complemento.

Egli si permette  di andare oltre l’astronomia quando, pur conoscendo le teorie scientifiche, decide deliberatamente di trascurarle. Si veda ad esempio la precessione degli equinozi (secondo cui non è possibile che il viaggio di Dante avvenga sotto la costellazione dell’Ariete come durante la creazione del mondo avvenuta millenni prima) oppure quando il Poeta accenna a Venere che viene ritrovata alla mattina pur essendo un pianeta della sera.

“temp’era dal principio del mattino,

e ‘l sol montava ‘n su con quelle stelle

ch’ eran con lui quando l’amor divino

mosse di prima quelle cose belle;

si ch’a ben sperar m’ era cagione

di quella fera a la gaetta pelle

l’ora del tempo e la dolce stagione

(…) Inferno, canto I, vv.37-41

Questi versi dell’Inferno hanno fatto tanto discutere i commentatori di ogni epoca circa la data dell’inizio della visione, ma per gli autori dell’Enciclopedia Dantesca ciò che conta per Dante è l’aspetto simbolico e astrologico. Contano cioè gli elementi per trarre l’oroscopo bene augurale per l’impresa che il Poeta si accinge a compiere. Con questo riferimento sembra che egli voglia fissare idealmente, non in modo preciso, l’inizio del suo viaggio intorno all’equinozio di primavera. Il sole si levava dall’orizzonte nel segno dell’Ariete e che gli astri fossero favorevoli ce lo conferma l’autore con i versi già citati.

I versi del Purgatorio ci dicono che quando il Poeta arriva sulla spiaggetta dell’isola vede al mattino assieme ad altre quattro stelle il pianeta Venere:

Lo bel pianeta che d’ amar conforta

faceva tutto rider l’oriente,

velando i Pesci, ch’erano in sua scorta.

I’ mi volsi a man destra, e puosi mente

all’altro polo, e vidi quattro stelle

non viste mai fuor ch’alla prima gente.

Goder pareva il ciel di lor fiammelle:

oh settentrional vedovo sito,

poi che privato se’ di mirar quelle!

Purgatorio, canto I, vv.19-27

I commentatori sono concordi nel ritenere che Venere e le quattro stelle sono, per prima cosa, delle vere stelle che appaiono nel polo antartico ed indicano l’alba del quarto giorno in cui è stato intrapreso il viaggio (Venere unita ai Pesci precede la costellazione dell’Ariete e l’equinozio), ma molto probabilmente Dante ha voluto simboleggiare con esse le quattro virtù cardinali e dare quindi un valore allegorico.

Per quanto riguarda Venere, in base alle ricerche scientifiche era vespertina nella primavera del 1300, mentre era mattutina in quella del 1301. Questo contraddice in qualche modo la citazione di Dante.

Secondo gli autori dell’Enciclopedia Dantesca, l’astronomia nella Commedia assolve un importante compito strutturale e descrittivo, infatti definisce i tempi e i luoghi entro un sistema cosmografico ben determinato che agisce come elemento portante della costruzione poetica. Mentre il sistema aristotelico-tolemaico offre lo schema di riferimento per l’azione reale, numerose indicazioni astronomiche precisano nel tempo il succedersi degli episodi.

La posizione degli astri all’ inizio del viaggio, ricavata sicuramente da tavole astronomiche dell’epoca, le numerose indicazioni orarie, quelle utili alla determinazione delle longitudini, il rosseggiare di Marte, le macchie lunari, la lunghezza del cono d’ombra sulla terra ed altre immagini ancora che sono tutto un succedersi di fenomeni atmosferici, provano la preminenza dell’astronomia nella costruzione della Commedia.

Ecco alcuni esempi:

“Tutte le stelle già dell’altro polo

vedea la notte e ’l nostro tanto basso,

che non surgea fuor del marin suolo.

Cinque volte racceso e tante casso

lo lume era di sotto dalla luna,

poi che ‘ntratieravam nell’alto passo.

Inferno,canto XXVI vv.127-130

La nave di Ulisse, racconta l’eroe, piegò verso il lato sinistro della costa africana, sotto un cielo che, per la sfericità della terra andava man mano coprendosi delle stelle del polo australe, mentre quelle del polo boreale scomparivano pian piano dall’orizzonte; il nostro polo era tanto basso che non emergeva dalla superficie del mare.

Cinque volte si era accesa e cinque volte si era spenta la luce nella parte inferiore della luna (erano quindi trascorse 5 lunazioni, quasi 5 mesi) da quando avevano iniziato l’ardua impresa.

E ancora:

“Già era l’ sole all’orizzonte giunto

lo cui meridian cerchio coverchia

Jerusalem col suo più alto punto;

e la notte, che opposita a lui cerchia,

uscia di Gange fuor con le Bilance,

che le caggion di man quando soverchia;

si che le bianche e le vermiglie guance,

là dov’i’ era, della bella Aurora

per troppa etate diventavan rance.

(…)

Ed ecco qual, sul presso del mattino,

per li grossi vapor Marte rosseggia

giù nel ponente sovra l’ suol marino

Purgatorio, canto II, vv. 1-15

Per capire questi versi occorre tener presente che per Dante la terra abitata si estendeva tutta nell’emisfero boreale, per 180 gradi di longitudine, dalle sorgenti dell’Ebro alla foce del Gange. Ciò posto egli dice che nell’emisfero, il cui cerchio meridiano sovrasta col più alto punto Gerusalemme, il sole era giunto all’orizzonte dalla parte occidentale, stava cioè tramontando; mentre la notte, che gira intorno allaterra nell’emisfero opposto a quello del sole, spuntava dal Gange, si affacciava cioè all’orizzonte di Gerusalemme. In altre parole, in Spagna era mezzogiorno, nell’India mezzanotte, a Gerusalemme l’ora del tramonto e la notte usciva con la costellazione della Libra diametralmente opposta a quella dell’Ariete prima che l’equinozio d’autunno, quando la notte “soverchia”, supera la durata del giorno (non è più nella costellazione della Libra, le Bilance le cadono di mano).

L’Aurora già vermiglia cominciava, avvicinandosi il sole, a divenire “rancia”, giallo dorato.

Mentre dunque a Gerusalemme era il tramonto, nel Purgatorio si apprestava a sfiorire l’aurora e a sorgere il sole. I poeti erano sulla spiaggetta del Purgatorio pensierosi, ed ecco che, all’avvicinarsi del mattino, il pianeta Marte appare nel cielo, dalla parte occidentale, rosseggiante per i vapori densi entro cui è avvolto.

I richiami alla scienza astrologica sono, come si è già detto, molto numerosi e tali da fornire strutture essenziali all’ intelaiatura di tutto il poema, in particolar modo nel Paradiso. Ciononostante Dante da degli astronomi una valutazione negativa: per lui erano negromanti, maghi e streghe.

Il medioevo aveva accolto il sistema tolemaico dei nove cieli concentrici, ma vi aveva apportato alcune innovazioni in base alle proprie vedute religiose: aveva aggiunto l’Empireo e ad ognuno degli altri nove cieli aveva assegnato uno dei nove cori angelici.

Dante accetta questa integrazione e, per esempio, spiega la maggiore o minore velocità dei cieli con la maggiore eccellenza degli ordini angelici preposti al movimento. Va poi oltre e vede nei cieli e nei loro influssi una vera e propria “scala” per salire a Dio. Basta a tal fine che egli sappia interpretare e assecondare gli influssi che provengono dal cielo. Nel Paradiso la successione degli spiriti corrisponde proprio ad un analogo criterio, perché troviamo in ogni sfera spiriti nati sotto l’influenza di quel medesimo cielo e che a quell’influenza hanno saputo pienamente corrispondere.

In conclusione per alcuni studiosi appare evidente la libertà dei presupposti astronomici danteschi perciò essi parlano di relativismo scientifico di Dante e di indole non scientifica della Commedia.

Per gli autori della Enciclopedia Dantesca, anche se qualche volte i riferimenti astronomici non sono scientificamente precisi, l’astronomia è intenzionalmente un elemento portante e strutturale della Divina Commedia.

Questo perché erano vive nel sommo Poeta le esigenze di simbolismo, della fantasia e della poesia, che non sempre si accordano con le evidenze della scienza.

Nell’Inferno l’intervento dell’astronomia è limitato quasi esclusivamente a indicare i tempi mediante le posizioni o i movimenti delle stelle rispetto all’orizzonte di Gerusalemme. L’Inferno è anche caratterizzato dal buio e soprattutto dall’assenza del sole anche quando sono indicate ore di pieno giorno, in quanto manca in questo regno la luce divina. L’astro che viene citato, a volte, quasi a sostituire il sole è la Luna, presente nell’itinerario infernale ma che non si adatta a quello del Purgatorio.

“E già la luna è sotto i nostri piedi:

lo tempo è poco ormai che n’è concesso,”

Inferno, canto XXIX,v.10-12

Frequente poi è l’immagine delle stelle, nell’antichità associate al temine costellazioni, ma in Dante presenti spesso proprio come astri. Famosissimo il verso con cui si chiude la prima cantica:

“e quindi uscimmo a riveder le stelle”

Inferno, canto XXXIV v. 139

Inoltre ognuna delle tre cantiche termina con la parola “stelle” perché il Poeta vuole designare il fine ultimo verso cui è diretto il suo viaggio:

“Io ritornai dalla santissima onda

rifatto si come piante novelle rinnovellate di novella fronda.

Puro e disposto a salire alle stelle”

Purgatorio,canto XXXIII vv.142-145

E anche:

“l’amor che move il sole e l’altre stelle”

Paradiso, canto XXXIII v.145

Nel Purgatorio i passi di poesia astronomica non sono puro sfoggio scientifico e, se sono più difficili, è perché Dante vuole accrescere la solennità dell’ascesa al Paradiso e approfondirne il significato spirituale.

Le indicazioni astronomiche in questa cantica fanno riferimento soprattutto al sole che accompagna i poeti, i quali avanzando intorno al monte procedono nel senso del corso giornaliero del sole. Il sole, appena sorto, colpisce la fronte di Dante quando egli inizia la salita del Purgatorio; è alle sue spalle lungo il viaggio e quando raggiunge il paradiso terrestre; è folgorante all’inizio dell’ascesa al regno dei cieli. Il sole simboleggia l’amore divino che pervade ogni cosa e le anime dei beati.

Nel Paradiso, con l’ascesa di cielo in cielo, Dante ripercorre tutta la struttura del mondo aristotelico-tolemaico, per culminare nell’Empireo, cielo cristiano. All’interno del Purgatorio la trattazione astronomica e i valori eruditi e letterari appaiono in un certo equilibrio. Nel Paradiso l’equilibrio si rompe e la trattazione è sempre più difficile e complicata andando di pari passo ad uno stile impreziosito da latinismi e termini rari. Il tutto è finalizzato ad esprimere un’esperienza straordinaria e quindi sono richiesti mezzi altrettanto immaginari. In questo contesto le indicazioni astronomiche diventano inevitabilmente più affollate ma anche più complicate nel concetto e nella forma.

Nel Paradiso c’è, dunque, la volontà del poeta di scrivere in modo complicato e c’è una disposizione intellettuale a sottilizzare e a parlare per enigmi e per accuratezze, per indovinelli e giochi di parole e di concetti, simbolismi.

“Surge ai mortali per diverse foci

la lucerna del mondo, ma da quella

che quattro cerchi giunge con tre croci

con miglior corso e con migliore stella

esce congiunta, e la mondana cera

più a suo modo tempera e suggella.”

Paradiso, canto I, vv.40-45

Le terzine vogliono esprimere, con più sottigliezza, che il sole si trovava in congiunzione con la costellazione dell’Ariete e cioè era l’equinozio di primavera (concetto già espresso nell’Inferno). C’è in questi versi il gusto dell’indovinello prezioso “quattro cerchi giunge con tre croci” e c’è la determinazione astronomica. Dante vuole determinare l’ora in cui dalla cima del Paradiso terrestre sta per spiccare il volo verso il cielo.

Il sole, girando intorno alla terra, giunge ai mortali da diversi punti, ma la posizione migliore è quella in cui sorge nel punto dove quattro cerchi (l’equatore, l’orizzonte, l’eclittica e il coluro equinoziale) vengono a formare, intersecandosi, tre croci. Per evitare che si possa confondere con l’equinozio autunnale, Dante specifica che il sole sorge con la “migliore stella”, ossia la costellazione dell’Ariete.

La maggior parte dei commentatori antichi e moderni ritiene che i quattro cerchi e le tre croci siano allegoricamente le quattro virtù cardinale e le tre virtù teologali a significare che il sole spirituale, Dio, splende più vivo là dove si trovano congiunte le sette virtù teologali.

Un esempio della poesia del cielo è riscontrabile in questa terzina del paradiso, celebratissima:

“quale nei plenilunii sereni

trivia ride fra le ninfe eterne

che dipingon lo ciel per tutti seni.”

Paradiso, canto XXXIII,vv.25-27

L’astronomia è un elemento storicamente necessario nel poema. Essa non poteva mancare in una sintesi di tutti gli aspetti più caratteristici del medioevo qual è la Divina Commedia.

L’astronomia costituiva uno dei rami dello scibile medievale, una delle sette arti del trivio e del quadrivio, per di più era una scienza sacra, data la mescolanza caratteristica in quell’epoca di astronomia e astrologia. L’interesse morboso della gente per l’astrologia fece sì che venisse inquadrata dai teologi in una visione religiosa e conciliata con le esigenze morali. Si ammise che i corpi celesti influenzassero, ma non determinassero i casi umani e che avessero potere sulle inclinazioni ma non sulla volontà e sull’anima. Questa fu la dottrina di S. Tommaso alla quale aderì Dante. Gli influssi astrali poiché si esercitavano per mezzo delle Intelligenze angeliche proposte alle circolazioni dei singoli cieli, in ultima analisi risalivano a Dio, che mediante loro interveniva a plasmare la materia terrena.

“Colui che saper tutto trascende

Fece li cieli e dié lor chi conduce,

sì ch’ogni parte ad ogni parte splende”

(Inferno, canto VII, 73-75)

Così l’astrologia, scienza e realtà non magica ma provvidenzialmente divina, dava anche all’astronomia una luce superiore che la rendeva sacra. Essa non era dunque soltanto la scienza degli astri che poteva elevare l’animo alla contemplazione di grandezze e misure infinite, ma una disciplina morale. Questo perché la grande macchina dell’universo appariva mossa da Dio, di cui manifestava dovunque la presenza e l’impronta, per il bene e la salvezza dell’uomo.

Astronomia e astrologia si ricollegavano pertanto alla teologia e si poteva avere di esse un culto quasi religioso.

 

 

 

 

Fonti:
Sapegno, Commento alla Divina Commedia, Ricciardi ed.Milano
Edward Moore, “The astronomy of Dante “ in Studies III,Londra 1895,1-108
Buti, Bertagni, “ Commento astronomico alla Divina Commedia” Sansoni Firenze 1966

Furia e arena

L’uomo, nell’arco della sua esistenza, ha sostanzialmente modificato tutto l’ambiente circostante (in modo irreparabile, potrebbe pensare qualcuno, ma non è così). Consideriamo le foreste.

Una volta, agli albori della storia, l’Europa era coperta di un’immensa foresta primigenia, dove le sparse radure dovevano sembrare delle isolette in un oceano di verde.

Fino al primo secolo Avanti Cristo, la selva Ercinia si estendeva dal Reno verso oriente per un’immensa e sconosciuta distanza; alcuni Germani, interrogati da Cesare, avevano viaggiato per due mesi attraverso di essa senza trovarne la fine. Quattro secoli più tardi fu visitata dall’imperatore Giuliano, e la solitudine, l’oscurità e il silenzio della foresta, sembra facessero una profonda impressione sul suo sensibile temperamento; egli dichiarò che non conosceva nulla di simile in tutto l’Impero romano.

In Inghilterra le selve del Kent, del Surrey e del Sussex sono i resti della grande foresta di Anderida che ricopriva tutto il sud-est dell’isola. A ovest sembra che si estendesse fino ad unirsi con un’altra foresta che andava dall’Hampshire al Devon. Nel regno di Enrico II i cittadini di Londra andavano ancora a caccia al toro selvatico e al cinghiale nella selva di Hampstead. Sin sotto gli ultimi Plantageneti, le foreste regali ammontavano a sessantotto. Nella foresta di Arden si diceva che fino ai tempi moderni uno scoiattolo potesse andare da un albero all’altro per tutta la lunghezza del Warwickshire.

Fino al secolo IV a.c., Roma era divisa dall’Etruria centrale dalla temuta foresta del Cimino che Livio paragonava alle selve della Germania.

Oltre a edificare intere città distruggendo quelle immense foreste, l’umanità ha fatto anche cose buone. E non parlo delle meraviglie architettoniche come le Piramidi o il Taj Mahal.

Ad esempio, il tasso di mortalità nei paesi industrializzati è sceso drasticamente nel secolo scorso: se nell’era pre-industriale si viveva in media 30 anni, oggi, un uomo che vive in Giappone ha una speranza di vita di 72. E soprattutto la mortalità è diminuita di 200 volte fra i 10 e i 20 anni, che è davvero molto. E questo grazie all’aumentata accessibilità alle cure mediche, che una volta erano veramente per pochi e allo stile di vita tutto sommato agiato che conduciamo.

L’uomo ha inventato anche l’arte. L’arte, per come noi la intendiamo, è abbastanza recente. Più o meno nel periodo denominato “Illuminismo”, si sciolse il vincolo che c’era stato fino ad allora tra arte e artigianato.

Tanto è vero che l’etimologia della parola arte deriva dalla radice ar- che in sanscrito significava “andare verso”, e, in senso traslato, “adattare”, “fare”, “produrre”. Questa radice la si ritrova nel latino ars, artis. Originariamente, quindi la parola arte aveva un’accezione pratica nel senso di abilità in un’attività produttiva, la capacità di fare armonicamente, in maniera adatta.

La tendenza a considerare opere d’arte le tragedie di Sofocle, le cantate di Bach o i dipinti di Leonardo induce a trascurare dati importanti quali il valore politico delle rappresentazioni teatrali nell’antica Grecia, la funzione religiosa e sociale della musica, il ruolo della committenza e dei collaboratori nella pittura rinascimentale. Non si tratta di ridimensionare la qualità del lavoro degli artisti, ma di interpretare correttamente i documenti del passato: se l’apprezzamento delle loro opere si basa oggi su criteri come indipendenza e originalità, ciò non significa che fu sempre così.

Guardare i dipinti del Rinascimento isolati, oppure leggere i componimenti di Shakespeare nelle antologie o ascoltare le Passioni di Bach in un auditorium per concerti sono azioni che rinforzano l’impressione fasulla secondo la quale, nel passato, la gente condivideva il nostro concetto di arte come regno delle opere autonome destinate alla contemplazione estetica.

Ovviamente quella concezione di arte si è evoluta attestandosi sempre più su posizioni di ricerca e di sperimentazione formale, mentre l’arte pura “assimilava” una serie incredibile di fenomeni, dalla fotografia al cinema al jazz.

Anche lo sport, in alcuni suoi gesti, è assimilabile all’arte.

A chi non è mai capitato di rimanere a bocca aperta davanti a certe performance sportive, come il passante lungolinea di Ivan Lendl o la falcata impressionante di Carl Lewis?

La storia dell’attività fisica comincia praticamente con quella del genere umano. Fin dalla comparsa delle prime civiltà le attività ginniche e sportive hanno sempre avuto un ruolo in primo piano. Solo in epoca moderna lo sport ha assunto valenza culturale e sociale ancora maggiore. Lo sport è diventato fenomeno di massa con rilevanti conseguenze in campo economico, sociale ed educativo, mentre in età preistorica l’attività fisica era strettamente legata alla sopravvivenza e gli uomini dovevano essere scattanti, efficienti, pronti ed atletici. Anche le danze rituali contribuivano a mantenere in allenamento ed in esercizio il corpo.

E assieme allo sport, come dicevo fenomeno di massa, è aumentata la risonanza di certi gesti, soprattutto quelli esecrabili. Mi riferisco alla violenza che fa da contorno a certi eventi sportivi.

Cosa induce un individuo a comportarsi con violenza nella cornice di un evento sportivo? Già nell’antichità, durante i giochi dei gladiatori, si verificavano gravi scontri e aggressioni; per molti versi, quindi, la violenza negli stadi di oggi rappresenta qualcosa di simile a ciò che accadeva in passato.

È come se la razionalità venisse soppiantata dalle emozioni che prendono l’avvento al di là del controllo del soggetto. La violenza tra tifoserie ricorda tristemente la guerra: combattere nel nome di valori, norme e ragioni. Ma perché un uomo dovrebbe prendersi ”così a cuore” una causa sportiva quasi si trattasse di vivere o morire per la patria?

Perché entrambe le situazioni fanno leva sul sentimento di identità, cioè sul bisogno di identificarsi ed esprimersi seguendo certi valori. Tutti noi abbiamo bisogno di costruire una nostra identità a partire dal contesto in cui ci troviamo. C’è chi emerge e diventa un leader, un punto di riferimento della folla, e chi segue il leader. E, nonostante l’essere umano possa contare su di una razionalità di gran lunga più sviluppata se paragonata a quella degli altri mammiferi, la ricerca di emozioni rappresenta il sale della vita.

C’è chi allora da una parte vive con equilibrio la vita, ricercando forme espressive basate sul rispetto altrui, e chi tende a vivere sfogando la propria aggressività in un certo ambito piuttosto che in un altro.

Come è possibile allora costruire una società più sana ed emotivamente equilibrata? Attraverso l’educazione alla compassione, al rispetto, all’altruismo e alla gestione della propria emotività. A volte però, quello che accade, succede proprio per colpa di chi queste cose dovrebbe controllarle. Torniamo indietro di qualche anno.

Liverpool-Nottingham Forest, il 15 aprile 1989, si giocava in campo neutro. Il Liverpool e il Nottingham erano due delle squadre inglesi più forti, in quel periodo: l’anno prima erano rispettivamente arrivate prima e terza, e nella stagione in corso Liverpool era secondo appena dietro all’Arsenal (che quell’anno vinse il campionato per la prima volta in 28 anni, battendo proprio il Liverpool per 2-0 all’ultima giornata). All’epoca il Nottingham, che è stato fondato nel 1865 ed è una delle squadre di calcio più antiche del mondo, non vinceva la FA Cup da quarant’anni esatti (né l’avrebbe più vinta: da molti anni gioca in Premiership, la Serie B inglese, senza grandi ambizioni).

Come per tutte le partite importanti, allo stadio erano previste molte migliaia di tifosi, dell’una e dell’altra squadra. Verso le due e mezza del pomeriggio, circa mezz’ora prima dell’inizio della partita, migliaia di tifosi del Liverpool stavano ancora aspettando di entrare allo stadio nei due settori della curva a loro riservati, il numero 3 e il numero 4. Ai due settori, che più tardi si scoprì potevano contenere solo 1600 persone, si accedeva tramite alcuni tornelli.

Attorno alle tre meno un quarto la curva era stata riempita per intero, ma la maggior parte dei tifosi del Liverpool era rimasta fuori dallo stadio. Alle 14.52, visto che la situazione non si sbloccava, la polizia decise di aprire un cancello che di solito serviva a fare uscire i tifosi dallo stadio, il cosiddetto “Gate C”: secondo le testimonianze, moltissimi tifosi – senza che nessuno gli controllasse il biglietto – si riversarono nel tunnel che dal Gate C portava ai settori 3 e 4 e schiacciarono le persone che avevano già preso posto in piedi, spingendole verso il basso e contro la recinzione che separava gli spalti dal campo.

In pochi minuti, un totale di circa 3000 persone occupò i settori 3 e 4. In molti provarono quindi a scavalcare le recinzioni laterali, che confinavano con i settori 1 e 5, oppure a entrare direttamente in campo scavalcando la recinzione nella parte più bassa dei due settori.

A un certo punto crollò una transenna che separava la parte superiore dalla parte inferiore di un settore: molta gente precipitò addosso a quelli che stavano sotto. A circa sei minuti dall’inizio della partita, alle 15:06, un poliziotto entrò in campo e ordinò all’arbitro di sospendere la partita, mentre moltissimi tentavano ancora di scappare dai due settori arrampicandosi sulle recinzioni. I tifosi si accorsero che molti di loro erano feriti e improvvisarono delle barelle staccando alcuni cartelloni pubblicitari. Nonostante ci fossero molte ambulanze sul posto i soccorsi tardarono ad arrivare: troppa gente occupava il loro tragitto. Quel pomeriggio morirono schiacciate e soffocate 95 persone, un’altra nel 1993 dopo anni di coma; centinaia di persone rimasero invece ferite.

Per la cronaca sportiva, la partita fu ripetuta il 7 maggio all’Old Trafford di Manchester: vinse per 3-1 il Liverpool, che quindici giorni dopo si aggiudicò la FA Cup, battendo i cugini dell’Everton nella finale di Wembley.

Subito dopo la strage, la Camera dei lord affidò a lord Peter Taylor il compito di indagare sulle cause dell’accaduto, che redasse un rapporto, detto appunto “Taylor report”. In quel documento, oltre a stabilire con precisione le cause della tragedia, si intendeva ridisegnare le norme di sicurezza negli stadi inglesi.

Nell’agosto 1989 fu pubblicato un primo rapporto interim, cui fece seguito quello definitivo, pubblicato nel gennaio 1990.

Tra le riforme più importanti introdotte dal rapporto vi è l’obbligo per tutti gli stadi di prevedere soli posti a sedere da riservare a tutti gli spettatori muniti di biglietto. La Football League inglese e la Football League scozzese imposero l’obbligo per tutti i club di prima e seconda divisione di dotarsi di impianti con soli posti a sedere.

Alcuni club avevano iniziato a modernizzare i propri stadi ancor prima dell’introduzione della regola. Il St. Johnstone, per esempio, aveva dato il via alla costruzione del McDiarmid Park, che aprì i battenti in tempo per la stagione 1989-90.

Fino ad allora gli spettatori erano costretti a stazionare in piedi e in spazi ristretti. In realtà Il rapporto Taylor non affermava che i posti in piedi fossero intrinsecamente un fattore di rischio, ma il governo stabilì che da quel momento in poi gli stadi a norma sarebbero stati quelli aventi unicamente posti a sedere. L’associazione Stand Up Sit Down conduce, a tal proposito, una campagna per giungere ad un compromesso, concedendo ad alcuni tifosi la possibilità di stare in piedi, anche in una zona con posti a sedere.

Tuttavia il processo che seguì non contribuì a far piena luce sui fatti e soprattutto sulle responsabilità dell’accaduto, anche se fu chiaro che le cause del disastro andavano ricercate soprattutto nella disorganizzazione e nella leggerezza con cui la polizia aveva proceduto ad aprire il Gate C.

In questo contesto di poca chiarezza, per più di vent’anni i sostenitori del Liverpool presenti quel giorno all’Hillsborough Stadium (sia i morti che i sopravvissuti) furono ingiustamente considerati come i responsabili della strage; versione dei fatti immediatamente cavalcata dalla stampa tabloid britannica – il Sun su tutti – che dopo la tragedia titolò in prima pagina perfino di presunti atti di depredazione dei tifosi degli Scousers (l’accento scouse è fortemente distintivo e suona completamente diverso da quello delle vicine regioni del Cheshire e del Lancashire. Gli abitanti di Liverpool sono detti in inglese Liverpudlians ma spesso nel linguaggio colloquiale sono definiti Scousers), nei confronti dei cadaveri all’interno dell’impianto. Il giorno dell’uscita di quel numero del Sun i tifosi del Liverpool indirono un boicottaggio che dura ancora oggi.

Solo nel settembre del 2012 – a seguito di una nuova inchiesta dell’Hillsborough Independent Panel, commissione presieduta dal vescovo di Liverpool – il governo inglese, per voce del premier David Cameron, ha ufficialmente riconosciuto le colpe della polizia di South Yorkshire e scagionato definitivamente la tifoseria dei Reds («non sono stati la causa del disastro»), chiedendo pubblicamente scusa ai parenti delle vittime per la «doppia ingiustizia: l’incapacità di proteggere le vite dei loro cari e l’imperdonabile attesa per arrivare alla verità». L’inchiesta del Panel ha svelato che – a differenza delle versioni ufficiali precedentemente date alla stampa – alle 15:15 di quel pomeriggio, 59 delle 96 vittime erano ancora in vita, e 41 di esse avrebbero potuto essere salvate se fossero stati prestati loro soccorsi tempestivi.

Dal nuovo lavoro d’indagine è inoltre emerso che la polizia di South Yorkshire avrebbe “indirizzato” i media britannici verso una versione dei fatti diversa da quanto realmente accaduto, modificando sostanzialmente a loro favore anche 164 testimonianze di chi era presente allo stadio, con l’intento di assolvere poliziotti e soccorritori dalle loro colpe e manchevolezze. In definitiva, la polizia di South Yorkshire mentì, e la tragedia venne strumentalizzata per orientare favorevolmente l’opinione pubblica britannica verso una stretta repressiva nei confronti degli hooligan, portata avanti dal governo dell’allora primo ministro Margaret Thatcher e avallata dalle conclusioni del rapporto Taylor. A seguito di questi nuovi fatti, nel dicembre dello stesso anno il presidente dell’Alta Corte di Giustizia d’Inghilterra e Galles ha annullato il verdetto della precedente inchiesta del 1989, disponendo una nuova indagine sulla strage.

I tifosi dei Reds ricordano annualmente i 96 morti, con una commemorazione molto toccante che ha luogo ogni 15 aprile nella curva Kop dello stadio di Anfield. Qui l’orologio è sempre fermo alle 15:06, ora del fischio di sospensione di quella tragica partita.

Fantascienza parte terza

Così meco ragiono: e della stanza

smisurata e superba,

e dell’innumerabile famiglia;

poi di tanto adoprar, di tanti moti

d’ogni celeste, ogni terrena cosa,

girando senza posa,

per tornar sempre là donde son mosse;

uso alcuno, alcun frutto

indovinar non so.

Canto notturno di un pastore errante dell’Asia – Giacomo Leopardi – vv. 90-98

Stanza smisurata e superba, così Leopardi chiama l’Universo. Così pensava, ragionando fra sé e sé, nel chiedersi del perché di tanto affanno, non comprendendo lo scopo e il senso sia della vita dell’universo, sia degli innumerevoli esseri che vi abitano, affidando la risposta alla Luna.

In effetti anche lui parla di alieni e altri mondi, quindi la poesia “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” è una poesia di fantascienza!

Diciamo che non basta così poco per entrare nella definizione di fantascienza, anche perché lo sarebbe anche la canzone “Segnali di vita” di Franco Battiato (cito a memoria: “Segnali di vita nei cortili e nelle case all’imbrunire, le luci fanno ricordare le meccaniche celesti”).

Vero però che, tra la fantascienza che ce lo fa immaginare, e la scienza che ce lo fa toccare con mano, tutto quello che ci circonda in qualche modo è collegato agli argomenti di questo trittico di cui questa è la conclusione. Nei due precedenti ho parlato dei fatti, in questo vorrei arrivare a parlare di fantasia. Cos’altro è la fantascienza, se non fantasia più scienza?

Ora, torniamo alle nostre ipotesi sull’esistenza di vita aliena. Alla fine di questo mini viaggio ci renderemo conto di come i fattori in ballo siano così tanti da poter scrivere e riempire interi libri (cosa che in realtà viene già fatta). Ad esempio, perché, se è molto probabile che la vita aliena esista, ancora non c’è stato il “Primo Contatto”?

Intanto ci deve essere una specie di contemporaneità, non affatto semplice anche solo ad essere teorizzata. Gli “alieni” devono sviluppare una civiltà tecnologica nello stesso tempo in cui la sviluppiamo noi, anche perché sappiamo bene quando la nostra civiltà è iniziata, ma non sappiamo quando potrebbe finire.

Come già ho detto, le distanze in gioco sono eccezionali e quindi “quelli” si devono sbrigare a raggiungere il nostro livello tecnologico. O il contrario: potrebbero aver raggiunto il nostro livello tecnologico millenni fa, tempo in cui ancora noi non eravamo in grado di comunicare  con l’esterno.

In questi ragionamenti è nascosto un interrogativo terribile: quanto può durare la nostra tecnologia e quanto potremo durare noi? Per calcolare la probabilità di un vero incontro, anche solo via onde radio, questa valutazione è fondamentale, ma fa girare la testa solo a pensarla, una cosa del genere. È possibile immaginare la nostra fine? Possiamo immaginare un mondo senza uomini?

All’interno delle “Operette morali”, ancora di Leopardi, nel brano “Dialogo di un folletto e di uno gnomo” l’autore sviluppa una polemica antiantropocentrica, che mette in scena la scomparsa del genere umano, derubricandolo però a fatto di trascurabile importanza. Il Folletto e lo Gnomo, finalmente liberi dalle angherie degli uomini, possono liberamente irriderne le presuntuose convinzioni antropocentriche.

Quella specie che si era autoproclamata migliore e più potente delle altre è ora silenziosamente svanita nel nulla, rivelandosi non solo indegna di commiserazione, ma addirittura oggetto di beffe e scherno sarcastico. Entrambi concordano sul fatto che l’uomo non sia il centro dell’universo e che «la terra non sente che le manchi nulla», così la natura perpetua il suo ciclo inesorabilmente: «i fiumi non sono stanchi di correre», dice il Folletto e «i pianeti non mancano di nascere e di tramontare», prosegue lo Gnomo.

E poi, come ho già detto altre volte, noi possiamo supporre che gli “alieni” esistano: non lo sappiamo per certo.

A favore abbiamo l’alto numero di stelle presenti nell’Universo. Infatti ce ne sono così tante, e così tante hanno pianeti nei pressi, che, come diceva Asimov, se non ci fosse altra vita oltre quella umana sarebbe un gran spreco di spazio. Di contro, la vita biologica come noi la conosciamo ha una bassissima probabilità di verificarsi.

E se una civiltà aliena esistesse, giungerebbe alle nostre stesse conclusioni?

Abbiamo parlato di Trappist-1, la stella intorno alla quale girano più pianeti in grado di ospitare la vita (ne ho parlato in “Alieno per mancipium”). Lì è molto difficile che ci sia vita biologica, in quanto quella stella ha 500 milioni di anni ed è dunque troppo giovane, in base alla nostra esperienza, perché sui suoi pianeti si sia potuta sviluppare una qualche forma di vita intelligente: da noi ci sono voluti miliardi di anni perché comparisse l’Homo sapiens.

Altrove nell’Universo può essere successo. L’Universo ha circa tredici miliardi di anni mentre il sole solo cinque, quindi può darsi che ci siano posti dove si sia sviluppata una civiltà ancora prima che la Terra nascesse.

In realtà il problema è anche un altro.

Noi ci troviamo in un angolo di cosmo relativamente tranquillo e abbiamo sviluppato una scienza che lo descrive abbastanza bene, ma fatichiamo a comprendere fenomeni più esotici. Supponiamo invece che una civiltà si sia sviluppata in prossimità di due buchi neri che ruotano uno intorno all’altro increspando lo spazio-tempo: per loro le onde gravitazionali sarebbero all’ordine del giorno, mentre noi che abitiamo una regione in cui lo spazio-tempo è praticamente rigido abbiamo fatto una grande fatica per rivelarle.

Noi cerchiamo di adattare le nostre strutture cerebrali a un modello che confrontiamo con gli esperimenti e via via lo adattiamo. La cosa è molto complicata: per spiegarci l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande abbiamo dovuto ricorrere alla meccanica quantistica e alla relatività generale che sono cose che fatichiamo a capire, perché più si va a descrivere il mondo in dettaglio e più le nostre strutture mentali, che si sono sviluppate per farci muovere e sopravvivere come animali su questo pianeta, soffrono. Le leggi della fisica, poi, rispondono a una nostra esigenza di simmetria, ma io mi sono sempre chiesto: se non fossimo stati simmetrici come esseri viventi (i due lobi del cervello, il nostro volto) avremmo concepito leggi di questo tipo?

Ovviamente per concepire queste idee bisogna avere molta fantasia ed io sinceramente non ne ho molta (ve lo assicuro, sono più portato per il concreto).

Ad esempio, se volessimo immaginare un mondo alieno, come potremmo realizzarlo almeno graficamente?

Intanto bisogna avere una preparazione abbastanza completa in molte materie, per comprendere come ad esempio si svilupperebbe la fotosintesi sul sistema di Kepler 452b (vedi “Aes alienum”). Le foglie che noi vediamo verdi qui sulla Terra, su Kepler 186f (pianeta abitabile, in teoria, del sistema) grazie all’intensa radiazione infrarossa della stella madre sarebbero giallastre. E così via.

Un aiuto, oltre la fantasia di progetti come la “Sfera di Dyson” e il “Globus Cassus”, può arrivare dai videogiochi.

“No man sky”, in italiano letteralmente “Il cielo di nessuno”, è un videogioco di azione e sopravvivenza a scenario fantascientifico, in cui i giocatori possono esplorare un intero open-universe generato in programmazione procedurale (quindi con infinite subroutine), comprendente quasi 18 miliardi e mezzo di pianeti, ciascuno con propria flora e fauna.

Oppure ci possiamo affidare ancora una volta agli autori di fantascienza. Essi sono stati in grado di immaginare un’infinità di pianeti, ognuno con la propria atmosfera, stella, rotazione, tutte cose che influiscono sullo sviluppo fisico e mentale degli abitanti dei pianeti.

Come in Andoria, pianeta della saga di Star Trek. Pianeta molto freddo, ospita gli andoriani, membri fondatori della Federazione Unita dei Pianeti. Gli Andoriani si distinguono per il pigmento bluastro della loro pelle derivato dal colore blu del loro sangue, per i capelli albini e per la coppia di antenne, che agisce da organo sensoriale. Se una delle antenne viene tranciata, un Andoriano tende a perdere l’equilibrio, anche se in qualche giorno il corpo riesce ad adattarsi; un’antenna recisa ricresce naturalmente in nove mesi.

Vivere in un mondo in cui la temperatura è così bassa, porta il metabolismo ad essere diverso, tanto che portati in temperature “normali”, tendono a resistervi molto poco (per cui diventano irascibili e hanno il phaser settato su “danno massimo”…).

Questo per dire che per immaginare un mondo diverso bisogna avere un’infarinatura di molte discipline, biologia, ad esempio, fisica, chimica, ma anche psicologia o materie meno scontate.

Un mondo che ad esempio volge sempre lo stesso lato alla propria stella, avrà credenze diverse rispetto al nostro. E quelle credenze faranno sviluppare diverse religioni e diversi modi di vivere. Così come gli egiziani svilupparono una religione che adorava il sole, gli alieni che vivessero in un sistema binario avrebbero due dèi maggiori, per esempio.

Quindi, caro Gianluca, non è facile immaginare come potrebbe essere la vita su un altro pianeta. Né è facile capire come potrebbero essere questi alieni e che sistema di comunicazione potrebbero usare. L’unico modo per saperlo sarebbe incontrarli, ma, per quanto ne sappiamo, ancora non è successo… Organizziamoci!

Fantascienza parte seconda

“Dove sono?” disse Billy Pilgrim.

“Prigioniero di un blocco d’ambra, signor Pilgrim. Siamo dove dobbiamo essere in questo momento, a cinquecento milioni di chilometri dalla Terra, e procediamo verso una distorsione temporale che ci permetterà di arrivare a Tralfamadore in poche ore anziché qualche secolo.”

“Come… Come ho fatto ad arrivare qui?”

“Ci vorrebbe un altro terrestre per spiegarglielo. I terrestri sono bravissimi a spiegare le cose, a dire perché questo fatto è strutturato in questo modo, o come si possono provocare o evitare altri eventi. Io sono un tralfamadoriano, e vedo tutto il tempo come lei potrebbe vedere un tratto delle Montagne Rocciose. Tutto il tempo è tutto il tempo. Non cambia. Non si presta ad avvertimenti o spiegazioni. È, e basta. Lo prenda momento per momento, e vedrà che siamo tutti, come ho detto prima, insetti nell’ambra.”

“Lei mi ha l’aria di non credere nel libero arbitrio” disse Billy Pilgrim.

Mattatoio n° 5 o La crociata dei Bambini – Kurt Vonnegut – 1969

Ho già detto più volte, in questo blog, che ci sono grandissime possibilità che la vita come la concepiamo non sia la sola nell’Universo, anzi, in “Aliena loqui” ho anche calcolato quanti potrebbero essere i pianeti abitati nello spazio conosciuto.

Ma ho anche spiegato che, in base alle leggi della fisica da noi conosciute e alle distanze in gioco che un contatto tra due civiltà di sistemi stellari differenti sia quanto meno improbabile.

Però, e c’è sempre un però a questo punto, la fantascienza ha trovato mille modi per aggirare quegli ostacoli. Partiamo come sempre da qualche definizione e inquadriamo il problema.

Sulla terra abbiamo una scienza che studia gli esseri viventi, i fenomeni della vita e le leggi che li governano: la biologia. Ovviamente, e il greco ci aiuta anche in questo caso, come direbbe Kostas “Gus” Portokalos, il tradizionalista padre greco della protagonista de “Il mio grosso grasso matrimonio greco”: “Dimmi una parola, una qualunque… e ti dimostrerò che è di origine greca”, aggiungendo un prefisso alla parola biologia, e indicando un ambiente esterno, abbiamo “esobiologia”.

Il termine deriva dall’unione della parola greca ἔξω, “fuori”, “all’esterno”, con il sostantivo biologia, ad indicare quella specializzazione di questa branca scientifica verso forme di vita esterne alla Terra, diverse da quelle conosciute sul nostro pianeta, detta anche cosmobiologia, o biologia spaziale. Piccola notazione personale: sarebbe più corretto chiamarla “exobiologia”, perché il termine greco da cui deriva è proprio “exo”, ma l’abitudine alla lunga vince su tutto e nell’ambiente scientifico prevale l’uso di quel termine o, in alternativa, di “xenobiologia”, sebbene quest’ultimo sia un termine ora utilizzato in senso più specifico per indicare una “biologia basata su una chimica diversa”, indipendentemente se di origine terrestre od extraterrestre. Poiché processi vitali basati su biochimiche alternative sono stati creati in laboratorio, la xenobiologia è considerata attualmente una materia a pieno diritto.

Nella fantascienza il concetto di biologia extraterrestre è ovviamente molto più ampio, e chi, come me, ha seguito varie serie tv come Star Trek si è reso conto che hanno quasi tutti una forma antropomorfa, anche se sono state immaginate forme di vita non umanoidi o persino decisamente esotiche, come nuvole di gas o forme di vita basate sulla chimica del silicio anziché del carbonio.

Ovviamente, sia per questioni pratiche che di budget, nei primi film o telefilm di fantascienza gli alieni venivano interpretati da umani con applicazione di qualche trucco: così il signor Spock, vulcaniano, era niente di più che un umano con le orecchie a punta e il tenente Worf, klingon, era un umano con la cresta ossea. In effetti l’universo degli extraterrestri di Star Trek sembra soffrire di qualche forma di macrocefalia!

La fantascienza più tradizionale tende ovviamente a dare per scontate alcune condizioni improbabili a ripetersi quando raffigura esseri extraterrestri senzienti: la simmetria bilaterale, la presenza di occhi, orecchie, bocca ed altri organi concentrati in una testa, le dimensioni contenute in un range umano (o comunque raramente sotto i 50 cm e sopra i 2,5 m), la presenza di 5 sensi (ed in particolare della vista), la presenza di quattro arti, la respirazione aerobica (e specificatamente in atmosfere dominate dall’ossigeno, mentre, per esempio, anche la stessa atmosfera terrestre negli ultimi 300 milioni di anni ha cambiato diverse volte la propria composizione chimica). Gli alieni più raffigurati nella fantascienza camminano, parlano, manipolano gli strumenti con delle mani, non vivono in acqua o nell’aria, guardano il mondo con gli occhi e sarebbero in grado di vedere leggere questa voce.

Ipotizzando scientificamente forme di vita, anche intelligenti, aliene, è necessario abbandonare tutti i preconcetti antropocentrici ed accettare creature differenti da noi in tutti i parametri. La convergenza è molto diffusa nell’evoluzione, ma difficilmente riproporrebbe tutte queste caratteristiche in un’altra creatura. Però, (un altro però…) c’è una teoria che ha a che fare proprio con noi che potrebbe ribaltare questo concetto. Si chiama panspermìa.

Dal greco πανσπερμία, da πᾶς/πᾶν, pas/pan, “tutto” e σπέρμα, sperma, “seme”, è una teoria che suggerisce che i semi della vita (in senso ovviamente figurato) siano sparsi per l’Universo, e che la vita sulla Terra sia iniziata con l’arrivo di detti semi e il loro sviluppo. È implicito quindi che ciò possa accadere anche su molti altri pianeti. Per estensione, semi si potrebbero considerare anche semplici molecole organiche.

Come ci viene mostrato in opere come “Contact” di Carl Sagan, se anche incontrassimo una forma di vita intelligente, dovremmo tener conto di alcune difficoltà tra cui:

  • superare la notevole distanza interstellare per scambiare i messaggi (un messaggio impiegherebbe anni, se non secoli, prima di poter raggiungere anche le stelle più vicine, con i mezzi a noi noti: infatti, secondo la teoria della relatività di Einstein, nessun corpo può viaggiare alla velocità della luce, perché a quella velocità la materia viene interamente convertita in energia e lo spazio-tempo si contrae fino ad azzerarsi; e siccome potrebbe essere possibile che non esistano forme di vita intelligente nel raggio di qualche decina di anni luce dalla Terra, un contatto fisico tra due civiltà aliene, alla luce delle conoscenze attuali, appare quantomeno improbabile, se non addirittura impossibile;
  • stabilire se gli alieni siano abbastanza evoluti da poter comunicare con noi (e viceversa), infatti, proprio per il punto precedente, noi potremmo ricevere oggi il messaggio di una civiltà che nel frattempo si è estinta;
  • trovare un linguaggio comune per poterci comprendere.

È proprio su questo ultimo punto è basata la trama di “Arrival”, film del 2016. Diretto da Denis Villeneuve e sceneggiato da Eric Heisserer, Arrival racconta di come in seguito a una pacifica invasione aliena l’esperta linguista Louise Banks sia chiamata a relazionarsi con loro. Quando alcuni oggetti misteriosi (monoliti neri, citazione di “2001, Odissea nello Spazio”) provenienti dallo spazio atterrano sul nostro pianeta, per le susseguenti investigazioni viene formata una squadra di élite, capitanata da Louise. Mentre l’umanità vacilla sull’orlo di una guerra globale, Banks e il suo gruppo affrontano una corsa contro il tempo in cerca di risposte. Per trovarle, Louise farà una scelta che metterà a repentaglio la sua vita e, forse, anche quella del resto della razza umana. “Arrival” è un thriller di fantascienza, che si ispira al breve racconto “Storia della tua vita” di Ted Chiang. Il racconto contiene diverse sfaccettature che pongono domande sull’esistenza umana: cosa accadrebbe qualora si sapesse in che modo si sta per morire e quando? Quale sarebbe il rapporto di ognuno con la vita, l’amore, la famiglia, gli amici e il resto della società?

Per gusto personale, uno dei più bei film che abbia mai visto. E non solo di fantascienza.

Uno dei temi classici della fantascienza, come avevo accennato in precedenza, è quello degli “esploratori dello spazio”, con terrestri che, vagando per le immense distese stellari, incontrano ogni sorta di mondi. Ovviamente, questo tema e quello delle guerre galattiche sono i due temi più affascinanti, perché non fanno che ricalcare quello che è stata la storia dell’uomo sulla Terra. Abbiamo esplorato, conquistato, combattuto, imperi sono nati e crollati. Perché non dovrebbe essere lo stesso nello spazio?

Le implicazioni anche in questo caso sono molteplici. Intanto, per poter conquistare un mondo, deve essere per me vantaggioso farlo. Ma se non ci posso mettere neanche piede, cosa lo conquisto a fare? Infatti, per quello che dicevo prima, un pianeta dove esiste la vita, non è necessariamente abitabile. Supponiamo che abbia una gravità differente, o che sia troppo caldo, o freddo, o che la sua atmosfera sia per noi tossica. Avrebbe senso combattere per quello?

Non è un discorso così scontato.

Gli esseri umani possono vivere solo sulla Terra, e neanche tutta. Il 70,8% del nostro pianeta è ricoperto di acqua. Una piccola parte del resto è inabitabile perché o troppo caldo (deserti, ad esempio) o troppo freddo (cima delle montagne e Antartide). In pratica, i circa 7.507.435.886 abitanti della Terra popolano solo un quarto della stessa.

Nel mondo della fantascienza, man mano che si progrediva con le informazioni, si cambiava il modo di immaginare i luoghi dove far svolgere le avventure. Prima Marte, poi Venere e piano piano tutti i pianeti del sistema Solare sono stati abbandonati dagli scrittori. Questi però non si sono arresi e hanno iniziato a immaginare mondi nuovi. Che non è però un espediente puramente fantascientifico.

Il bosco dei cento acri di Winnie the Pooh, Narnia, El Dorado, L’isola che non c’è, Il paese delle meraviglie di Alice, Camelot, Atlantide, Brigadoon, Oz e La terra di mezzo di Tolkien sono solo l’esempio di come l’espediente di creare mondi diversi dalla Terra funzioni, soprattutto per slegare la trama e i personaggi dal nostro tempo-spazio.

Ma anche il pianeta Arrakis del romanzo “Dune”, le ambientazioni di Star Wars, Pandora, il mondo di Avatar, il Mondo Anello de “I burattinai” (Ringworld) di Larry Niven, le sfere di Dyson di Freeman Dyson o Globus Cassus di Christian Waldvogel, hanno spinto l’immaginazione su mille fronti differenti.

Un altro argomento, come dicevo, molto sfruttato dalla fantascienza sono i viaggi nel tempo.

In un certo senso ogni uomo, donna e bambino sulla terra viaggia nel tempo. Che ci piaccia o no veniamo tutti inesorabilmente spinti in avanti, nel tragitto che ci porta dalla nascita alla morte e non si torna indietro né si può vedere il futuro.

Anche quando fosse possibile viaggiare nel tempo, un particolare al quale nessuno pensa è che secondo la Teoria della Relatività di Einstein, se viaggi nel tempo, viaggi anche nello spazio, in quanto entrambi sono collegati uno all’altro. Ma quello si potrebbe aggirare ritornando nello stesso istante in cui si è partiti (adesso comincia il mal di testa…) con una precisione assoluta, però, altrimenti si rischierebbe di non trovare più nello stesso posto la macchina del tempo.

E non sto parlando di problemi banali!

Escludendo la velocità di rotazione sul proprio asse, la Terra impiega 365 giorni, 5 ore, 48 minuti e 46 secondi per girare intorno al Sole, quindi per percorrere circa 938.900.000 Km; avremo così una velocità media di 106.000 km/h, più o meno.

A questa velocità giriamo intorno al Sole. Ma il nostro pianeta gira anche intorno al centro della nostra galassia insieme a tutto il Sistema Solare. In questo senso raggiunge la velocità di circa 792.000 km/h. Il nostro pianeta, insieme al Sistema Solare a alla Via Lattea, si muove anche all’interno dell’Universo. E con quale velocità? Tenetevi forte…: 3.600.000 km/h, cioè un milione di metri al secondo!

Così la Terra gira intorno al Sole, il Sole gira intorno al centro della Via Lattea, quest’ultima si muove in una determinata direzione… sbagliando il tempo di rientro si sbaglierebbe anche il luogo! Questo problema viene bellamente ignorato in tutti i film o i racconti di fantascienza, ma chi volesse avventurarsi nella costruzione di una macchina del tempo ne dovrà tenere per forza conto.

Così ritorno alla domanda del mio amico, che mi chiedeva di “alieni, linguaggi, mondi e viaggi nel tempo”.

Ovvio che il mio pensiero non si discosta da quello che è già noto: che gli alieni probabilmente esistono, che usano linguaggi diversi dal nostro, che vivono in mondi diversi dal nostro e che, fino ad ora, non li abbiamo ancora incontrati.