Goodbye Christopher Robin

Tempo fa avevo scritto di come il cinema italiano abbia, tra gli altri, un grosso difetto: traduce tutto.

Noi siamo gli unici che traduciamo tutti i film, non li vediamo in lingua originale ma doppiati e traduciamo i titoli. A volte con pessimi risultati.

La storia dei film statunitensi (e in alcuni casi francesi) arrivati in Italia con titoli molto diversi da quelli originali è lunga, ricca e con molte interessanti curiosità. I titoli vengono cambiato per questioni di marketing o per scelte stilistiche a volte non ben comprensibili. E a volte questa cosa ha creato problemi.

In Italia si decise per esempio di tradurre in “Rio Bravo” il film statunitense “Rio Grande”. Quando dagli Stati Uniti arrivò però un film il cui titolo era “Rio Bravo” la cosa diventò un problema. Per quel film si scelse allora il titolo “Un dollaro d’onore”.

Uno dei più famosi è “The eternal sunshine of the spotless mind”, che in Italia è diventato “Se mi lasci ti cancello”. Uno dei più interessanti è quello che riguarda il film western di John Ford “Stagecoach”, parola che in italiano si traduce con “diligenza”. Per quel film si scelse in Italia il titolo “Ombre rosse”. Si dice che quando il regista italiano Federico Fellini incontrò Ford gli disse, per complimentarsi, che gli era molto piaciuto il suo film “Red Shadows” (che è la traduzione inglese di ombre rosse). Ford non capì. Fellini pensava che “Ombre Rosse” fosse una fedele traduzione di “Red Shadows”. Non era così.

O “Citizen Kane”, tradotto “Quarto potere”, oppure “The french connection”, diventato “Il braccio violento della legge”. Potrei andare avanti per ore.

Ieri mi è capitato di vedere “Vi Presento Christopher Robin”. Appena inizia il film, compare il titolo originale: “Goodbye, Christopher Robin”, sono saltato sulla poltrona! Ancora!

Vabbè, fa niente. Il protagonista, o meglio, il coprotagonista è Domhnall Gleeson, che già apprezzai in “About time” (“Questione di tempo”, porca miseria, un’altra traduzione sbagliata…), un bellissimo film di fantascienza in cui tutti gli individui di sesso maschile di una stirpe hanno la capacità di viaggiare nel tempo. Tim, il personaggio interpretato da Gleeson, non poteva cambiare la sua intera storia, ma poteva modificare i singoli avvenimenti per correggere il proprio futuro. Se non lo avete visto, guardatelo, è un bellissimo film, oserei dire uno dei migliori degli ultimi anni di “fantascienza romantica”.

In “Goodbye Christopher Robin”, Gleeson interpreta lo scrittore inglese Alan Alexander Milne e di come, passando il tempo libero con il figlio, abbia cambiato la propria vita.

Il film racconta per filo e per segno, nella maniera più lineare possibile, la nascita di “Winnie the Pooh”, frutto di una particolare estate che Milne trascorse palmo a palmo con suo figlio Christopher Robin. Lo scrittore spinse la famiglia a isolarsi nella campagna inglese per provare a combattere i traumi lasciati dalla prima guerra mondiale, finita pochi anni prima.

L’intenzione infatti era di dedicare tutto il tempo libero alla stesura di un saggio profondamente anti bellico, in grado di mettere a nudo gli orrori del conflitto mondiale e i pericoli della società a venire, che probabilmente sarebbe ricaduta nel baratro della violenza.

L’eco delle bombe però era difficile da scacciare, bastava un rumore innocuo per riportare a galla il fragore delle esplosioni e provare una fitta alla testa, l’artista così finì per passare le sue giornate a fissare un foglio vuoto, ignorando sia la moglie che il figlio, che aveva un rapporto stretto soltanto con la sua bambinaia.

Daphne, la madre del piccolo, odiando a morte il silenzio della campagna, in un impeto polemico lasciò così baracca e burattini e tornò nella chiassosa e festante Londra, servendo così al marito l’occasione di vivere l’estate più emozionante della sua vita.

Tutto ciò che avveniva attorno alla casa di campagna della famiglia Milne diventò un libro di successo, con protagonista un orsetto di pezza, i suoi pelosi amici e soprattutto un bambino, Christopher Robin, che viveva di poesie, di case sugli alberi e giornate assolate e avventurose. “When We Were Very Young”, volume fatto di racconti, poesie, illustrazioni e soprattutto di vita, diventò in poco tempo un successo planetario.

Dalla calma piatta della campagna inglese, lo scrittore si ritrovò a scarrozzare la famiglia in ogni angolo di mondo sotto i flash dei fotografi, facendo però diventare suo figlio più un marchio di successo che altro, svendendo a buon mercato la migliore ed emozionante estate della sua vita.

Uno strappo che ha dato al regista Simon Curtis l’occasione di raccontare non soltanto una storia intima, poco conosciuta e colma di poesia, anche di trattare in maniera delicata un rapporto padre-figlio conflittuale, toccando la sfera degli affetti, i media e la vendita dell’anima al diavolo, ovvero al successo.

La sceneggiatura riesce ad adattarsi sia allo spettatore più piccolo, che per forza di cose si immedesima senza grossi problemi nell’aggraziato Christopher Robin, che ai più grandi, a cui arriva il sotto testo più impegnato e complesso, quello che riguarda i sentimenti e l’amore filiale.

Il tutto narrato con un linguaggio semplice, diretto, che fa scorrere i 107 minuti di visione in un batter di ciglia. A facilitare le cose anche un cast d’eccezione: lo scontroso A.A. Milne è ben interpretato da Gleeson, che dopo il personaggio di Bill Weasley ne “I Doni della Morte di Harry Potter”, gli ultimi due episodi principali della saga di “Star Wars” e il citato “Questione di Tempo”, è uno degli attori più quotati e caratteristici della sua generazione.

L’attore ha dipinto un artista burbero e poetico, duro come roccia e amorevole, cangiante come un camaleonte a seconda delle situazioni, in preda ai ricordi e alla timidezza.

Infinitamente meno timida è invece la bellissima Margot Robbie nei panni della signora Milne, una donna che si fa odiare sin dai primi minuti. Un personaggio freddo ed egoista che bada soltanto a se stesso, del resto quale madre abbandonerebbe in campagna il proprio figlio? Soltanto il successo dei libri del marito determina il suo ritorno al nido familiare, segno ultimo di un carattere distaccato, da pura sanguisuga. Anche se alla fine si capisce che si tratta solo di una persona anaffettiva, traumatizzata dal dolore provato durante il parto.

Fra gli adulti, bisogna anche sottolineare l’eccellente lavoro svolto da Kelly Macdonald, bambinaia premurosa e colma d’amore che arriva ad essere nello stesso momento amica, madre, padre e confidente del piccolo Christopher Robin, in balia però degli eventi.

Menzione speciale per il piccolo Will Tilston, ovvero Christopher Robin all’età di 8 anni. Il suo volto magnetico attira su di sé tutta l’attenzione, il suo caschetto dorato lo rende poi un personaggio senza tempo, che recita con grazia e delicatezza, nonostante i diversi sentimenti che si trova ad affrontare.

“Goodbye Christpher Robin” non si prefissava certo di sorprendere, l’obiettivo era di narrare una storia intima, sconosciuta ai più, e di emozionare l’intera famiglia: è assolutamente centrato in pieno, grazie a un’opera che fa della sua semplicità la sua ineffabile forza.

Se avete un figlio piccolo (ma anche se non lo avete), guardatelo, magari con lui. La ricchezza degli sguardi scambiati tra i due protagonisti vi farà capire molte cose.

Soprattutto di come sia importante considerare quelle piccole pesti la cosa più importante della vostra vita.

Horizontal

Raccontare i Bee Gees non è facile. In realtà non lo è per il semplice motivo che qui in Italia diventarono famosi con la colonna sonora di “La Febbre del Sabato Sera”, che diventò l’album più venduto di tutti i tempi (superato poi solo da “Thriller” di Re Michael).

In realtà un po’ conosciuti lo erano già, grazie al singolo “Words”, arrivato al terzo posto in Italia qualche tempo prima.

Ma prima di parlare del loro album del 1968, capiamo chi erano.

Con oltre 230 milioni di copie vendute (270 se si contano i lavori scritti e prodotti per altri artisti), i Bee Gees si trovano al quinto posto tra gli artisti di maggiore successo mondiale. Inoltre, (record assoluto) in Gran Bretagna hanno avuto almeno una “numero uno” in ciascuno dei tre decenni di attività.

Hanno avuto 6 singoli consecutivi al numero uno nelle classifiche americane. Come i Beatles, hanno avuto cinque canzoni contemporaneamente nella top ten statunitense. La colonna sonora del film Saturday Night Fever ha venduto oltre 40 milioni di copie. Barry ha scritto 16 “numeri uno” in America (solo John Lennon e Paul McCartney ne hanno scritte di più), come produttore 14 (anche qui terzo dopo George Martin e Steve Sholes).

Tra i riconoscimenti più importanti ricordiamo l’ingresso nella Rock and Roll Hall of Fame (1997), nella Songwriters Hall of Fame (1994), nella Vocal Group Hall of Fame (2001) e 8 Grammy Awards vinti tra cui il Grammy Legend Award, oltre a 16 nomination.

I fratelli Gibb erano di Douglas, nell’Isola di Man. Barry, nato il 1º settembre 1946, e i gemelli Robin e Maurice, nati il 22 dicembre 1949. Crebbero nel quartiere popolare di Chorlton-cum-Hardy a Manchester.

Emigrati giovanissimi in Australia, si fecero notare per le loro doti canore e fondarono un gruppo: Brothers Gibb’s, o anche Bros G., erano i primi nomi, ma poi optarono per la semplice contrazione di B. G’s, da cui Bee Gees.

Come dicevo, inquadrare il genere dei Bee Gees non è affatto semplice: hanno radici profonde in una delle aree più trascurate della musica rock, la ballata popolare romantica.

Quello che viene chiamato “rock and roll” è nato non solo dal blues, dal rhythm and blues e dal country-western, ma anche dalla canzone popolare americana. Curioso ancora di più, perché i Bee Gees erano britannici, in un periodo in cui i punti di riferimento musicale erano ben altri (Beatles su tutti).

Registrato alla fine del 1967, quando i Bee Gees erano all’apice del successo nel Regno Unito, il secondo album è forse meno focalizzato del precedente, pur presentando un sound decisamente maestoso. “World”, il brano d’apertura, è una toccante, bellissima ballata condotta da un pianoforte a coda, sottolineato dalla solista in fuzz-tone e con l’accompagnamento di un vibrante Mellotron.

Anche se triste e piena di rimpianto, “And The Sun Will Shine” è una ballata assai ben costruita. Interrompe questo mood malinconico l’improbabile “Lemons Never Forget”, che vira verso un sound più marcatamente rock (senza l’accompagnamento dell’orchestra), dominato da pianoforte e chitarra solista, con una rocciosa batteria.

“Really And Sincerely” suona ancor più melodrammatica di “And The Sun…”. “Birdie Told Me” è un’altra deliziosa ballata elettroacustica, che si snoda tra delicati fraseggi delle chitarre. La seconda facciata dell’LP originale si apre con “Massachussetts”, l’accattivante mega-hit dei Bee Gees che rappresenta una degna risposta alla “San Francisco” di Scott McKenzie, seguita dall’esuberante “Harry Braff”.

“Earnest Of Being George” e “The Change Is Made” sono prove di un rock più deciso, con la chitarra al proscenio: la seconda, in particolare, propone un’atmosfera bluesy. In chiusura le note ottimiste della title track, che si rivela un’allucinata canzone psichedelica.

“Horizontal” è stato rimasterizzato nell’edizione expanded del 2006 in doppio CD, una release con un incredibile miglioramento nella qualità sonora. Contiene le versioni stereo e mono dell’Album originale, oltre a numerose outtake, e comprende parte del repertorio più suggestivo dei fratelli Gibb.

Tracce

  1. World – 3:13
  2. And the Sun Will Shine – 3:36
  3. Lemons Never Forget – 3:04
  4. Really and Sincerely – 3:29
  5. Birdie Told Me – 2:24
  6. With the Sun in My Eyes – 2:40
  7. Massachusetts – 2:25
  8. Harry Braff – 3:19
  9. Daytime Girl – 2:34
  10. The Earnest of Being George – 2:45
  11. The Change is Made – 3:37
  12. Horizontal – 3:34

Bonus 2006

  1. Out of Line
  2. Ring My Bell
  3. Barker of the UFO
  4. Words
  5. Sir Geoffrey Saved the World
  6. Sinking Ships
  7. Really and Sincerely
  8. Swan Song (alternate version)
  9. Mrs. Gillespie’s Refrigerator
  10. Deeply, Deeply Me
  11. All My Christmases Come at Once
  12. Thank You for Christmas

Songs of your life TAG

Neogrigio

Come tanti, la musica per me, oltre che un piacere per le orecchie, è un modo per ripercorrere tratti della mia vita.

E ora, grazie ad Andrea, che mi ha taggato, proverò a compiere questo viaggio in musica.

Regole:

  • Citare il creatore del post
  • Inserire l’immagine ufficiale del post
  • Rispondere alle 15 domande
  • Nominare 10 blogger più Neogrigio che è tanto curioso di leggere le risposte di ognuno

Andiamo:

  1. La tua canzone preferita? “Cammina, cammina” di Pino Daniele. Tristissima. Ma molto bella.
  2. Il tuo cantante/gruppo preferito? Pino Daniele, senza ombra di dubbio. U2 per i gruppi.
  3. Il tuo musicista preferito? Bollani. Un mostro.
  4. Il vostro disco preferito (no raccolte, live o greatest hits)? Lo so, sono monotematico. “Bella ‘mbriana” di Pino Daniele.
  5. Potessi fare un duetto in un live, con chi lo faresti? E con quale canzone? Giorgia. Come saprei. La amo…
  6. Concerti: l’ultimo visto? Quello che vorresti vedere? Quello più bello? E quello più brutto? L’ultimo è stato il duetto Gazzè-Consoli, ma più che visto, ci lavoravo… e la prossima estate ne avrò una decina, poi riporterò…
  7. Il tuo più vecchio ricordo musicale? Daniela Goggi che cantava la sigla di un programma anni ’70 (a zigozago c’era un mago con la faccia blu…); mia sorella si chiama Daniela perché diedi il tormento ai miei fino a convincerli.
  8. Chi fareste tornare in vita per godere ancora della sua musica? Mercury, Jackson, Strummer, Battisti, Dalla, Cobain, De Andrè? Bob Marley. Vuoi mettere sentire “Jammin’” cantata live in giardino?
  9. Dance anni 70, 80 o 90? Donna Summer. Poi non è più dance.
  10. La canzone che vorreste fosse suonata al vostro matrimonio? Già fatto: “Meraviglioso” nella versione dei Negramaro.
  11. Cd, mp3, Spotify o vinile? Li ho avuti tutti. MP3. Ne ho quasi per 500 giga.
  12. Che ne pensi della discografia musicale italiana degli ultimi 5 anni? Vuoto totale, se escludi poche eccezioni (Noemi, Annalisa). I talent stanno uccidendo il mercato. E youtube fa il resto.
  13. Qual è l’ultimo cd che hai acquistato? Seeee, e chi si ricorda. Mi hanno regalato un cd raccolta di Barry White a Natale.
  14. C’è una canzone che associ ad un bel ricordo? (indica canzone e ricordo) Stavo ascoltando “Cara ti amo” di Elio in macchina con due amici alle 5 di mattina a Riccione aspettando che aprisse un bar (c’erano mille bar aperti, ma noi volevamo quello!). Ridevamo e si creò una strana processione di gente che veniva vicino all’auto chiedendo se avessimo da fumare, pensando che il nostro ridere fosse associato alla marijuana.
  15. Canzone e cd del momento Mah. “Una vita in vacanza” degli “Stato Sociale”

Ecco infine le mie nomine:

Andrea

Neogrigio

Please Another Make up

Wwayne

Blog di Demonio

Il Pikaciccio

Angolo del pensiero sparso

Lo Shame

Storie di un cinico radioattivo

Stranezze della Terra

Chi crede nei fantasmi?

Il blog di Costanza Miriano

Virginpunk hard blog

Allegro furioso

Sendreacristina

Una vista di San Fermo

Travel whit the wolf

Ciliegina

La leggenda di Cristalda e Pizzomunno

Non sono un assiduo spettatore (dal latino spectator -oris, derivato di spectare, guardare) di show televisivi, ma ammetto che, causa l’assenza di controprogrammazione, la settimana in cui c’è il Festival della Canzone Italiana di Sanremo lo passo davanti alla TV.

Il Festival della canzone italiana, o più comunemente Festival di Sanremo o anche semplicemente Sanremo, è una manifestazione canora che ha luogo ogni anno in Italia, a Sanremo, nella provincia di Imperia, in Liguria, a partire dal 1951. Quindi è un po’ lo specchio dell’Italia.

L’edizione di quest’anno è stata molto cantata, grazie alla direzione artistica di Claudio Baglioni e alla frizzante conduzione di Michelle Hunziker e Pierfrancesco Favino. Quest’ultimo, anche se nato a Roma, è originario pugliese, di Candela, nel foggiano.

Per me Favino è stato uno dei punti forti di questa edizione perché i pugliesi sono un popolo particolare (e se non lo so io, che sono originario di Taranto!). Portati per lo spettacolo, per l’intrattenimento, per le lingue (hanno avuto così tanti dominatori che se ne è perso il conto), quando il pugliese è al centro della scena raccoglie quasi sempre consensi.

I siciliani hanno molto in comune con i pugliesi e quest’anno il cantautore Max Gazzè è stato il denominatore comune tra questi due popoli del Sud Italia. Romano di nascita con origini siciliane (il padre è di Scicli, in provincia di Ragusa), ha vissuto l’adolescenza in Belgio dove ha frequentato la scuola europea di Bruxelles. È uno degli autori più apprezzati della sua generazione e pur non avendo vinto nessuna edizione dei Festival a cui ha partecipato, ha quasi sempre vinto il premio della Critica.

In questa edizione del Festival, Gazzè ha emozionato cantando una vecchia leggenda pugliese. Una storia che ha molti degli elementi tipici delle leggende di mare: l’amore tra due giovani, gli incontri sulle spiagge, il mare, ovviamente, e le sue minacce. Anche quando assumono la forma delle sirene, che blandiscono dietro false promesse, sanno quali parole dirti e come portarti a loro. Al fascino delle sirene è impossibile resistere. E chi ha resistito è stato costretto a perdersi per sempre.

La storia di Cristalda e Pizzomunno riprende il mito e lo declina sulla tradizione delle leggende del mare che si tramandano sulle città costiere, specie del Sud Italia.

Pizzomunno era molto bello, e tutte le donne del posto lo amavano. Ma lui aveva conosciuto, sulla spiaggia, davanti al mare, Cristalda, la ragazza più bella del villaggio, dai biondi, lunghi capelli schiariti dal sole. Si erano innamorati sul mare, e proprio sul mare si incontravano per amoreggiare. Ma il nemico è sempre in agguato, soprattutto quando tutto va bene. E il nemico, in questa storia di mare, non possono che essere le sirene.

Innamorate anche loro di Pizzomunno, ogni volta che il pescatore prendeva il largo cercavano di sedurlo. Com’è noto, però, chi si fa sedurre da una sirena, muore. Pizzomunno non cedette alle lusinghe, nemmeno quando le sirene gli proposero di diventare le sue schiave, e lui il re del mare. No. Pizzomunno amava Cristalda e solo lei. Ma, come si sa, nessuno può dire di no alle sirene. Una sera in cui il pescatore e la sua bella amoreggiavano sulla spiaggia, le sirene emersero dagli abissi e trascinarono la bella Cristalda nel profondo del mare, con loro. Dal dolore, Pizzomunno si pietrificò e diventò una roccia bianchissima che ancora oggi domina la spiaggia di Vieste e che ha preso il nome del giovane pescatore.

La leggenda vuole che Cristalda e Pizzomunno anche dopo la morte non smisero mai di amarsi.

Ogni cento anni, il 15 agosto, il maleficio che li ha colpiti entrambi si spezza: Cristalda emerge dalle acque che l’hanno imprigionata, Pizzomunno riprende le sembianze umane, e i due tornano per una notte, e una notte sola, due giovani amanti decisi a rinnovarsi, ogni volta, la promessa dell’amore eterno.

Ovviamente di questa leggenda ci sono svariate versioni, una addirittura in cui Cristalda è una delle sirene, che aveva attirato la gelosia delle proprie sorelle con le conseguenze “pietrificanti” per Pizzomunno.

Qualunque versione vi piaccia di più, al centro dell’amore tragico di Pizzomunno e Cristalda ci sono sempre loro, le sirene. Che al povero Pizzomunno promisero fasti e potere, lui povero pescatore di Vieste. A Odisseo promisero la conoscenza di “tutto quanto accade sulla terra”, si legge nell’Odissea. Nel loro canto irresistibile e ingannevole promettono quello che più desideriamo, o lo tolgono per sempre. Le sirene sono demoni della morte, ma anche in modo oscuro dee dell’amore al servizio di Persefone, che nella mitologia greca è la dea della morte. La loro figura si muove tra amore e morte, promesse e perdizione, in un gioco che ha affascinato i racconti della tradizione, ma anche la grande letteratura, da Eliot a Kafka.

A pochi è offerto l’insolente e inconsueto privilegio di amare le Sirene e scamparne indenne. Non ci provò Odisseo, che si fece legare all’albero della nave. Ci riuscì, sembra, o almeno così avrebbe immaginato Tomasi di Lampedusa in un magnifico racconto, un ragazzo siciliano che si immerse nell’abbraccio della sirena Ligeia e nelle acque mediterranee e un giorno, ormai vecchio a Torino, pietrificato non come Pizzomunno ma dalla vecchiaia della vita che fugge, lo avrebbe ricordato ancora struggendosi di erotica nostalgia.

Il faraglione Pizzomunno al di là di tutte le leggende a esso legate, continua ad accompagnare il romanticismo degli innamorati che qui scelgono di trascorrere dolci serate, ammirandolo quando di notte riflette in modo abbagliante la luce della luna piena che si rispecchia sulla pietra in arenaria di un bianco spettacolare.

Come hanno fottuto i trenta/quarantenni

Quando ero piccolo io negli anni Ottanta, bastava studiare e la questione era risolta. Una vita gloriosa si stendeva davanti a noi, che avremmo potuto studiare, non avremmo dovuto emigrare, avremmo avuto una vita piena e ricca di soddisfazioni. L’Italia pompava fatturato, i Mondiali di Italia 90 erano la rappresentazione chiarissima di come stava evolvendo e crescendo e godendo questo Paese.

Poi, sarà che siamo arrivati terzi ai Mondiali, sarà che all’improvviso il Pentapartito non c’era più con il bel faccione di Craxi a rassicurarci, sarà che quello che era considerato il più grande imprenditore italiano si è buttato in politica, insomma, la situazione è degenerata. E non solo qui da noi, che alla fine dei conti eravamo abituati ad arrangiarci, ma in tutto l’Occidente, mentre il rising billion del Terzo mondo cominciava a dirci “Ehi, pure noi vogliamo le robe fighe che avete voi!”. I segnali c’erano ma non li sapevamo cogliere, quando ancora Roberto Baggio sbagliava i rigori a Usa 94.

Insomma, ci siamo ritrovati laureati e abbiamo cominciato a scrivere “Dott.” o “Dott.ssa” alla fine dei curriculum ma a nessuno fregava più niente del fatto che fossimo Dott. o Dott.ssa. Bisognava studiare ancora, fare un Master, fare i debiti, e poi raccapezzarsi a passare una vita saltando da un lavoro all’altro.

Insomma, dopo che tutti ci avevano detto “Studia così starai bene”, ci siamo accorti che non era così. E hanno pure cominciato a dire che era colpa nostra che eravamo stati abituati bene e che dovevamo adattarci. E a me viene da dire che non l’avevamo chiesto noi di essere trattati bene, non eravamo stati noi a creare le pubblicità del Mulino Bianco dove tutto andava sempre bene, non eravamo noi ad aver girato i film con Jerry Calà ed Ezio Greggio che ci avevano riempito la testa di successo, di vita bella e soldi facili.

L’avevate fatto voi, che oggi siete sessantenni o settantenni e dopo averci riempito di palle sul fatto che voi avevate lavorato duramente ma adesso noi non avremmo fatto la stessa fine vi siete ritrovati con la casa di proprietà mentre noi fatichiamo a mettere insieme il pranzo con la cena.

Vi siete ritrovati con più macchine nel garage mentre noi faticavamo a fare l’abbonamento dei mezzi. Ci avete bruciato, maledizione, e ci abbiamo messo anni ad accorgercene. E non avete fatto nulla per prepararci allo sfascio, ce lo siamo ritrovati davanti, e l’unica cosa che avete saputo dirci era: “Adeguati, non c’è budget”. E dove cazzo sono finiti tutti quei soldi?

Stanno lì, nelle vostre pensioni con il sistema retributivo, nei pensionati a 50 anni che poi hanno aperto un’altra attività, stanno negli aiuti di Stato alle aziende che mettono gli operai in cassa integrazione, nei telegiornali che appena c’è uno sciopero in un qualsiasi cazzo di stabilimento FIAT fanno parlare i sindacati che se ne escono dicendo “Gli operai!!! Il lavoro!!! Le pensioni!!!” e poi quando vai a parlare con loro dicendo “Sono un precario, mi servirebbe una mano per un prestito” ti rispondono che non sei un operaio, che dovresti imparare a lavorare, che loro non sono preparati sui contratti atipici, che non sanno di cosa stai parlando perché loro devono preoccuparsi degli operai, degli insegnanti di ruolo e dei pensionati.

E se vai a parlare in banca ti chiedono se hai una casa di proprietà, e ti ritrovi a quarant’anni a far firmare dei documenti ai tuoi che devono garantire per te neanche fossimo ancora al liceo a farci firmare le giustificazioni.

Sapete che c’è? Avete vinto voi. Questa guerra l’avete vinta voi. Ora, però, basta.

Perché dopo averci riempito la testa di cacate sul posto fisso, sul lavoro, su tutto, abbiamo capito che oggi non funziona così. Noi l’abbiamo capito, voi no.

E quindi ci siamo adattati, ma non come volevate voi. Abbiamo messo su famiglia lo stesso, abbiamo cominciato a fare 15 lavori diversi, lavori che non riusciamo manco a descrivervi e che a un certo punto ci saremmo anche rotti il cazzo di descrivervi mentre siamo lì ad aiutarvi perché “Non funziona Google”, e a 30 anni abbiamo più voci noi nel curriculum che voi a 60.

E quasi mai, se ci offrono il posto fisso, lo vediamo come il posto in cui lavoreremo fino alla fine dei nostri giorni, ma come il posto in cui abbiamo qualche certezza di lavorare per qualche anno senza essere sbattuti fuori a calci appena il vento gira, e dopo qualche anno siamo noi che ce ne andiamo, perché non abbiamo più stimoli e vogliamo averne di nuovi.

Siamo noi che sappiamo come usare i social network che voi usate solo per giocare e mandarvi i buongiornissimi, sappiamo che alcuni giornali sono attendibili e altri no, non ci facciamo fregare dai titoli del Corriere e di Repubblica o dal telegiornale su Rai Uno che pensavate dicesse sempre la verità.

Volevamo fare quello che sognavamo da piccoli, e lo facciamo. Magari non ci prendiamo dei soldi ma continuiamo perché vogliamo farlo, non abbandoniamo quello che volevamo fare solo perché vorreste vederci sistemati.

Non ci sistemeremo, fatevene una ragione, non per ribellione ma perché è impossibile fare quello che avete fatto voi negli ultimi anni del Novecento. Purtroppo o per fortuna, non è dato saperlo.

Abbiamo quarant’anni e ci vestiamo ancora con le magliette dei gruppi rock e andiamo ancora ai concerti e guardiamo i film e le serie tv perché il limite della giovinezza si è spostato, anche se voi ci considerate giovani fino a 35 anni se dobbiamo chiedere un prestito o partecipare a un bando di concorso, giovane fino a 50 se invece dobbiamo chiedere un aumento al lavoro.

Siamo noi che stiamo sistemando la situazione anche se ci avete regalato una macchina rotta. E non ci avete fatto neanche gli auguri quando ci siamo saliti sopra ma ci avete detto “Vai piano”. Col cazzo che andiamo piano, non possiamo andare piano, rendetevene conto.

Abbiamo fatto pace con quello che ci avevate promesso e non avete mantenuto. Non avremo la pensione? E vaffanculo, faremo senza. Non avremo una casa di proprietà? E vaffanculo, ce ne andremo da un’altra parte dove gli affitti costano meno. Non avremo la macchina? E vaffanculo, tanto la macchina non serve più a nessuno.

Lavoriamo spesso più duramente di voi, perché voi davanti avevate il sogno realizzabile di sistemarvi, noi invece abbiamo il sogno irrealizzabile di mettere in banca qualcosa una volta pagato tutto. E non ce la faremo, e quindi vaffanculo, andiamo avanti lo stesso.

Metteremo in piedi startup, aziende, studi e cooperative, e assumeremo i ventenni pagandoli davvero perché non passino le stesse disgrazie che abbiamo passato noi, e se non riusciremo a pagarli per qualche motivo non ci nasconderemo dietro il “Almeno fai esperienza” oppure dietro il “Fai un lavoro che ti piace, vuoi anche essere pagato?” come troppo spesso fate voi che pensate che oggi sia possibile lavorare come una volta.

Insegneremo ai nostri figli che la vita è difficile, molto difficile, ma che possono fare qualsiasi cosa e non gli romperemo il cazzo dicendo “E allora quando ti sposi?” oppure “Non vieni mai a trovarci!”. Si sposeranno e faranno figli quando vorranno, se vorranno, e non ci metteremo in mezzo.

Ci verranno a trovare quando avranno voglia loro, non costringendoli col ricatto sentimentale dopo avergli costruito attorno la gabbia della famiglia che ancora oggi continua a ingabbiare migliaia di persone che a cinquant’anni si sentono ancora figli prima che uomini o donne.

Nessuno dovrà passare quello che abbiamo passato e stiamo passando noi, quello che voi non riuscite ancora a capire perché per voi gli anni Settanta non sono mai finiti, pensate ci siano ancora le lotte operaie, Guccini alla Festa dell’Unità e il Festival di Sanremo con il super ospite internazionale.

Sapete che c’è? Avete vinto quella guerra, ma quella che stiamo combattendo noi, voi non sapete neanche che è in corso. Cazzi vostri, non possiamo starvi appresso in eterno, abbiamo da fare.

 

Ciccio Rigoli

 

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