Gli occhi di Totò

No, non parlo del principe De Curtis, ma di Salvatore Schillaci, in arte Totò, ex attaccante della Juventus negli anni novanta.

In genere di un gesto atletico si ricorda l’esultanza nel momento della vittoria, le braccia lunghe e magre di Sara Simeoni alzate verso il cielo quando superò i 2,01 agli europei di Praga nel ’78 (anche se il record lo aveva fatto qualche giorno prima in un piccolo meeting senza giornali e tv a registrarne l’importanza) o il pugno “Black Power” di Smith e Carlos alle olimpiadi di Città del Messico del ’68. O anche tutte le esultanze del calcio: ad Avellino Juary andava alla bandierina e faceva una danza propiziatoria, anche Batistuta che però dopo i gol non ci ballava intorno, ma ci si appoggiava trionfante. Il bomber viola e poi della Roma inventerà anche la celebre mitraglia. Paulino Evair dell’Atalanta faceva l’aeroplanino, anticipando così Montella, e anche Ronaldo che spiccava il volo ricordando molto il cristo di Rio De Janeiro, che sovrasta la città brasiliana. Tra le classiche si ricordano le corse sotto la curva di Pruzzo, del danese di Pisa Klaus Bergreen e del pisano juventino Marco Tardelli. Schizzo poi entrerà nella storia con l’urlo mundial di España 82, anticipato nell’europeo ’80 dopo il gol vittoria all’Inghilterra a Torino, poi ripetuto da Fabio Grosso sempre alla Germania nella semifinale del mondiale tedesco del 2006. C’è chi fa i ciucci come Di Natale e il solito pupone Totti o le linguacce come Alex Del Piero. C’è chi bacia la maglia e giura amore eterno e poi ne bacia altre cento, (vero Ibra?) ma non solo lui.

Ma pochi ricordano i gesti compiuti dagli atleti nei momenti della “non esultanza”, il cui simbolo più famoso è appunto quello di Totò Schillaci, per l’incredulità di quegli occhi sgranati nei confronti dell’arbitro Quiniou. Ritorniamo indietro di qualche anno, al 1990, appunto.

Totò Schillaci, che l’anno prima è stato capocannoniere della Serie B con la maglia del Messina, è stato acquistato dalla Juventus per volere di Boniperti ed è subito diventato un titolare inamovibile. Non è dotato di classe sopraffina, ma è tenace, guizzante e ha fiuto del gol. O, se non altro, gli va spesso bene. Il primo acuto dell’anno solare 1990 è datato 14 gennaio. Contro la pericolante Hellas Verona la Juventus soffre, ma vince in rimonta proprio grazie a un gol di Schillaci a pochi minuti dal termine. La squadra di Zoff diverte e ,anche se in campionato si prende troppe pause che non le consentono di lottare per lo scudetto, si porta a casa Coppa Italia e  Coppa U.E.F.A., primi trofei da quando Trapattoni è andato via. Totò, dal canto suo, convince Vicini a farlo debuttare in nazionale a Basilea, nell’ultima amichevole ufficiale prima di Italia 90. Il buon Azeglio crede che l’entusiasmo del piccolo siciliano possa giovare alla sua Italia e lo aggrega al gruppo dei ventidue scelti per la fase finale del Mondiale. Però, una brutta prestazione contro la Grecia a Perugia, in un incontro che è poco più che un allenamento, convince il ct a riservare all’attaccante della Juventus un posto in panchina (che non è poco visto che tal Roberto Mancini sarà spedito in tribuna). I fischi che piovono per lui dagli spalti del Curi non rappresentano niente di particolarmente odioso per uno che tutti i giorni a Torino si sente chiamare “terrone”. E per fortuna non lasciano traccia.

Capita, infatti, che il 9 giugno, il giorno dell’esordio contro l’Austria, l’Italia giochi bene, ma non riesca a sfondare. Vicini prova, allora, a pescare il jolly e al 75′ manda Schillaci in campo al posto di un comunque positivo Andrea Carnevale. Tacconi, altro juventino conscio di doversi fare tanta panchina durante il Mondiale, prova a riciclarsi aruspice e predice un gol del suo compagno di club. Fatto sta che dopo appena quattro minuti Vialli s’invola sulla destra, crossa e la testa di Totò manda la palla in gol. Vittoria, tutti per le strade, ovazioni per il primo siciliano decisivo in maglia azzurra dopo Anastasi e la certezza di avere in panchina una mascotte che potrebbe anche segnare. La svolta, però, arriva al 51′ di Italia-Stati Uniti, secondo match degli azzurri. Vicini per far entrar Schillaci richiama nuovamente Carnevale, che sta offrendo una prestazione sotto tono, come del resto tutta la squadra. Il bomber del Napoli reagisce alla Chinaglia, anche se con meno teatralità, e per lui il Mondiale si chiude lì. Totò non segna in quel match, ma lo fa in quello dopo contro la Cecoslovacchia, quando per la prima volta parte titolare in una partita ufficiale. Mette la testa su un tiro a voragine di Giannini e porta gli azzurri subito in vantaggio, poi sfodera i suoi occhi sgranati quando l’arbitro Quiniou gli nega un evidente rigore.

Un immagine indimenticabile, come il gol che Roberto Baggio disegna al 78′ e che fissa il risultato sul 2-0. Inizia la fase a eliminazione diretta e la cosa bella è che Totò non si ferma. Prima della partita degli ottavi contro l’Uruguay Tacconi gli predice un 2-0 con secondo gol segnato di sinistro da fuori area. L’unico errore del portiere indovino è che il gol di Schillaci è ancora una volta quello decisivo, quello rompighiaccio. Ai quarti c’è l’Irlanda di Jack Charlton e tutto si ripete come un copione già scritto: il numero 19 azzurro stavolta segna l’unico gol della partita riprendendo la maldestra respinta di Bonner su tiro di Donadoni. Alla quarta rete decisiva, alla quarta volta che le strade italiane si riempiono di tifosi festanti, scattano le analisi sociologiche. Spadolini afferma che “Totò ha cancellato le divisioni razziste e superato di slancio la questione meridionale”. Meno aulico, ma più concreto lo stesso Schillaci dichiarerà alla Gazzetta dello Sport nel 1997: “Mi faceva piacere aver fatto scattare in piedi quelli che mi avevano insultato con la maglia della Juventus o a Coverciano”. Tutti ormai credono che il sogno non possa interrompersi e, invece, nella serata della semifinale di Napoli accade proprio questo. Schillaci segna quasi subito anche contro l’Argentina, di tibia più che di piede, riprendendo una corta respinta di Goicoechea. Poi Caniggia sorprende Zenga in uscita e ai rigori passano i biancocelesti.

Totò è escluso dalla gogna mediatica, in cui finiscono il portierone fino ad allora imbattuto, e Vicini, reo di aver messo in campo dal primo minuto Vialli e non Baggio. Nella finalina con l’Inghilterra arriva il rigore che permette a Schillaci di staccare Skuhravy e vincere la classifica marcatori in solitario, ma i bei momenti legati al campo sono finiti. La carriera dell’attaccante inizierà una parabola discendente senza soluzione di continuità, ma quell’immagine dei suoi occhi sgranati resterà per sempre.

 

 

 

fonti: “La Gazzetta dello Sport”, 4 agosto 1997 “Cuore Mundial”, inserto de L’Unità, 8 luglio 1990

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