Nei panni degli altri

Ho sempre avuto la passione per le imitazioni, ai tempi in cui ero ragazzo c’erano pochi canali (decenti) in tv e in quasi tutti gli spettacoli di intrattenimento c’era Alighiero Noschese. Lui non imitava ma si trasformava, con quei pochi mezzi che c’erano allora a disposizione, nel personaggio da imitare.

Corsi e ricorsi. Negli ultimi anni sta tornando di moda questo modo di trasformarsi completamente, voce, viso e atteggiamenti (anche grazie alla tecnologia usata dai truccatori), nella persona da imitare. Addirittura i cantanti imitano altri cantanti.

Anch’io mi sono dilettato da ragazzo nelle imitazioni, intrattenendo i miei amici e qualche volta facendo qualche scherzo al telefono.

Ciò mi ha fatto venire in mente (non mi chiedete perchè, ho i neuroni autonomi) un film che ho visto anni fa e una storia che ha qualche collegamento in comune accaduta tanti anni prima.

Il talento di Mr. Ripley (The Talented Mr. Ripley) è un film del 1999, diretto da Anthony Minghella, tratto dall’omonimo romanzo di Patricia Highsmith; Tom Ripley è un giovane americano educato di modesta estrazione. Cede il posto alle signore e ascolta rispettosamente i consigli dei più anziani. Con gli amici è allegro, non ha eguali nell’imitare i personaggi celebri, nel cantare e suonare il piano. Soprattutto tende spesso a mentire pur di mascherare la propria condizione.

Un giorno, ingaggiato come pianista per una festa di ricchi newyorchesi, viene contattato da un ricco armatore, Mr Greenleaf, perché dietro un cospicuo compenso convinca a tornare negli Stati Uniti suo figlio Dickie, il quale vive un esilio dorato in Italia. Tom infatti si è spacciato per un suo compagno di università, avendo indossato un blazer dell’ Università di Princeton, fattosi prestare da un amico per l’occasione. Il giovane entra in una gigantesca avventura, raggiungendo Procida (qui chiamata “Mongibello”), diventando amico di Dickie e della sua fidanzata Marge.

Tom è incantato dal loro mondo ritenendo di avervi trovato il suo Eldorado, potendo vivervi alle loro spalle. Ben presto realizza come tutto sia effimero e poco sicuro. Dickie è arido, cinico nonché lunatico e comincia ad accusare stanchezza della presenza assidua di Tom, motivata anche dall’inclinazione omosessuale di Tom (probabilmente tollerata o addirittura corrisposta).

Durante una loro gita a Sanremo Dickie vorrebbe troncare la sua amicizia con Tom, ma durante una violenta lite in barca resta ucciso. Tom decide di prendere la sua identità. Il gioco si complica. Per tirarsi fuori da situazioni pericolose, quali sospetti di amici e indagini di polizia, è costretto ad uccidere ancora, a continuare a fingere con la doppia identità, senza alcun genere di pudore o vergogna, compiendo un pericoloso e cinico percorso di formazione fatto di astuzie ed immaginazione, sempre col sorriso sulle labbra, gentile e disponibile con tutti e dove al delitto non corrisponde (quasi) mai il castigo.

Ma tanti anni prima balzò agli onori delle cronache un caso noto anche come lo smemorato di Collegno.

Il caso Bruneri-Canella è un famoso caso di cronaca accaduto in Italia a partire dal 1926, riguardante la riapparizione di un uomo ritenuto disperso in guerra.L’identità dell’uomo fu oggetto di un caso di cronaca e di un procedimento giudiziario.

Nella notte del 10 marzo 1926, i guardiani sorprendono nel cimitero ebraico di Torino uno strano personaggio che tenta di sottrarre un vaso di rame da una tomba. Immediatamente arrestato, l’uomo è condotto in questura: si esprime con difficoltà, non conosce il suo nome, non ricorda nulla e soprattutto non sa spiegare la sua presenza nel cimitero di notte. Alla forza pubblica si rivolge in dialetto piemontese: «monsù, ch’am ruvina nen. Ch’am fasa l’piasì ‘d lasseme andè»: «Signori, non mi rovinate, per piacere, fatemi andare». Lo sconosciuto viene trasferito nell’ospedale psichiatrico di Collegno, alle porte di Torino, dove diviene il paziente numero 44170. Ha corporatura robusta, sulla quarantina, barba brizzolata ispida; risponde con frasi sconnesse, senza senso, che fanno pensare ad uno squilibrio mentale. Il giorno dell’arresto in questura gli prelevano le impronte digitali e viene compilato il suo cartellino segnaletico, che sarà trasmesso a Roma, al Servizio centrale di identità. Questa procedura si rende necessaria perché l’identificazione degli arrestati e dei fermati deve essere sicura e, con i sistemi di cui si disponeva allora, tale pratica non sempre risultava certa. Con la verifica alla sede centrale, si potevano confrontare tutti gli eventuali precedenti che risultavano a carico dell’arrestato, anche quando costui si fosse presentato con false generalità. I pochi dati raccolti vengono inviati anche all’ufficio centrale della Polizia di Torino. Passerà circa un anno poi la stampa inizia ad interessarsi al caso: la fotografia dello «Smemorato di Collegno» viene pubblicata sulla «Domenica del Corriere» il 6 febbraio 1927 e il quotidiano «La Stampa», nello stesso mese, pubblica una serie di articoli sullo sconosciuto paziente 44170. Intanto lo «Smemorato» trascorre il suo tempo nel manicomio di Collegno: la diagnosi lo indica come sofferente di «stato confusionale depressivo».

Due furono le identità al centro della controversia e attribuite allo smemorato:

  • il professor Giulio Canella, nato a Padova il 5 dicembre 1881, dato per disperso durante la prima guerra mondiale, studioso e docente di filosofia, figlio di un letterato. Si trasferì una volta finiti gli studi classici a Verona, dove divenne direttore di una Scuola Magistrale. Nel 1909 fondò con padre Agostino Gemelli la Rivista di filosofia neoscolastica, e nel 1916 fondò il quotidiano Corriere del mattino, una testata di stampo cattolico. Nello stesso anno ebbe la sua seconda figlia; pochi mesi dopo venne richiamato nell’esercito. Canella era sposato con la propria cugina, Giulia Concetta Canella, figlia di un ricco proprietario terriero che aveva grossi interessi economici in imprese brasiliane.
  • il tipografo Mario Bruneri, nato a Torino il 18 giugno 1886. Bruneri era un anarchico che viveva senza fissa dimora, ed era ricercato dal 1922 per via di alcune condanne precedenti per truffa e lesioni. Le sue impronte parvero coincidere con quelle dello smemorato.

Chi era il misterioso “smemorato” ricoverato nel manicomio di Collegno nel febbraio del 1927, con il numero di matricola 44170? Un barbone arrestato perché sorpreso a rubare al cimitero? Oppure un ricco pedagogo scomparso in guerra?

Il caso divenne il più celebre del Novecento Appena diffusa la notizia giunsero a Collegno decine di persone, convinte di riconoscerlo. Fra loro anche i parenti di Giulio Canella, insegnante veronese di pedagogia, dato per scomparso nel novembre del 1916 durante la battaglia di Nizdopole in Macedonia “E lui, anche se un pò cambiato ” affermò la moglie Giulia Canella “No e mio marito Mario Bruneri ” ribatte Rosa Negro, un’altra vedova che disse di riconoscere in fotografia il marito, scomparso dopo una vita d’espedienti e piccole truffe. Allo “Smemorato” si palesarono due prospettive: recuperare una famiglia agiata o un’esistenza da galeotto .Lui non ha dubbi. L’identità di Canella è la migliore. Ma Rosa non si arrende. Cominciano i processi per accertare la verità. Scendono in campo i migliori penalisti e periti. Quando il tribunale stabilisce che lo smemorato è Bruneri, la signora Canella esibendo il ventre della partoriente, insiste: “E mio marito, saprò ben quello che dico”. Nessuno vuole lo scandalo. A giudizio sospeso l’uomo parte con la sua Giulia per il Brasile, dove diventa ancora una volta padre. Laggiù non arrivano che dei deboli echi del libro che il fratello di Bruneri scrive, delle nuove testimonianze e delle prove che avallano l’identità dello smemorato: a Torino è Bruneri, in Brasile è Canella e come tale viene sepolto nel 1941.

Il caso segnò una svolta anche per il mondo giuridico: con questa vicenda, il peso della Scienza all’interno dei tribunali divenne sempre più rilevante. Si trattò di una delle prime volte in cui la prova scientifica delle impronte digitali acquisì rilevanza incontestabile, e le perizie psichiatriche divennero strumenti di lavoro per giudici ed avvocati.

Il caso Bruneri/Canella fu un punto di svolta per il giovane mondo della Psicologia in Italia: alcuni studiosi, tra i quali Stefano Zago, hanno sottolineato l’importanza di questo caso per la nascita di importanti teorie, in particolare riguardo alle strategie di valutazione cognitiva sviluppate da Coppola, che sono tuttora considerate valide.,

Pirandello si ispirò alla vicenda del caso Bruneri-Canella per comporre “Come tu mi vuoi”, un dramma in tre atti rappresentato per la prima volta a Milano nel 1930.

Nel 1962 uscì nelle sale Lo smemorato di Collegno, film di Sergio Corbucci con Totò, vagamente ispirato alla vicenda.

Il 1º aprile 2009 il programma televisivo Chi l’ha visto?, trasmesso da Rai 3, ha ripreso in esame il caso, affidando ai RIS dei Carabinieri le lettere inviate da Canella alla moglie dal fronte, e le lettere scritte dallo “smemorato” durante la detenzione in carcere. L’obiettivo è di cercare e comparare eventuali tracce di DNA. I risultati, tuttavia, non hanno portato alla soluzione del caso.

Il 9 luglio 2014 lo stesso programma, in un servizio dell’inviato Giuseppe Pizzo, annuncia i risultati dell’analisi del DNA effettuata dalla genetista Marina Baldi sui discendenti viventi di Canella (Julio e Francesco figli di Beppino Canella, a sua volta figlio certo del Prof. Canella, in quanto concepito antecedentemente alla sparizione in guerra del professore) e sul figlio dello smemorato di Collegno (Camillo, nato il 31 dicembre 1929 e residente in Brasile). Il risultato dell’esame è stato consegnato, in busta chiusa, al discendente Julio Canella, il quale non ha fatto affermazioni precise, ma la sua evidente delusione ha lasciato capire che l’esito del test non abbia confermato la tesi sostenuta da decenni dalla famiglia Canella.

Fra le numerose anomalie che questa straordinaria vicenda ha presentato, la più singolare è senza dubbio la tenacia con la quale la situazione che ne è sorta: c’è l’ eccessivamente lunga autodifesa del finto Canella uscita in tre volumi nel 1930 col titolo “Alla ricerca di me stesso”. E poi i molti volumi che lui stesso, diventato Julio Canella in Brasile, scrisse sulla sua vicenda ma anche su altro, per esempio sul teatro, dimenticando che il Bruneri in fuga, sotto il nome di Giovanni Lapegna, aveva scritto articoli di critica teatrale. Per cui alla fine, si ripropone un dubbio che sembrava ormai impossibile. E se quell’ uomo che dopo la fine della guerra girava l’ Italia cambiando continuamente nome e vivendo di espedienti e truffe, non fosse stato il Bruneri, ma il Canella tornato dal fronte senza più memoria di sé e che quindi il sedicente Canella non fosse il Bruneri, ma invece il presunto Bruneri il vero Canella?

 

 

Fonti:  L’enigma Bruneri-Canella alla ribalta della pretura, in “La Stampa”, 16 ottobre 1953, p. 6

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