Carbonaro di calcio

Il lunedì mattina in Italia si discute, anche animatamente. Di cosa? Semplice, di calcio.
Nell’Italia malata di calcio le esagerazioni sembrano oramai la norma. L’Italia è l’unico paese al mondo con tre quotidiani sportivi (forse é più corretto dire “l’unico paese al mondo con 3 quotidiani che, al 90%, parlano solo e soltanto di calcio”) che insieme hanno circa cinque milioni e 700mila lettori al giorno. Ma anche la tv contribuisce generosamente alla bulimia calcistica, piena zeppa com’è ogni giorno di programmi su questo tema.

Queste trasmissioni, a loro volta, sono popolate dai tristi teatranti del calcio: numerosi “professori del pallone” si pronunciano, con aria boriosa da grandi intellettuali, su argomenti importanti come un calcio d’angolo negato e un fallo non fischiato.
Godono della scontata compagnia delle consuete veline ornamentali, che fanno bella figura solo finché non parlano. Poi ci sono gli importanti giornalisti sportivi, la cui personalità sembra in gran parte costruita intorno al tifo per l’una o per l’altra squadra. Ognuno di questi personaggi del variopinto circo calcistico, a modo suo, fa tenerezza.
Impressiona anche il linguaggio con il quale le opposte tifoserie parlano l’una dell’altra. Sembra un linguaggio di guerra.

Non ci vuole una laurea in psicologia né in sociologia per capire che l’esagerato interesse calcistico, che si incontra in molte parti della società italiana, ha un forte odore di arretratezza culturale e povertà di spirito. Ma non fa niente, perché the show must go on, anche a costo di varare una scandalosa legge spalma-debiti dei club, che avrebbe contribuito a sostenere i salari miliardari dei calciatori e quindi ridicolizzare milioni di normali contribuenti.

Ma sì, è ordinaria amministrazione calcistica, e il concetto di “panem et circenses” va salvaguardato e rafforzato a ogni costo, altrimenti, nel paese del pallone gonfiato a dismisura, si rischia di brutto. Almeno una rivoluzione. Nel nome del campanilismo.
Ma cos’è esattamente il campanilismo?

Per campanilismo si intende l’attaccamento alla propria città, ai suoi usi e alle sue tradizioni. La difesa di tali valori può talvolta determinare uno spirito di rivalità anche molto acceso con i centri vicini.

Qualcuno interpreta il campanilismo in senso positivo, come sinonimo di “difesa delle tradizioni”, ma generalmente il campanilismo si manifesta nell’odiare o invidiare, spesso senza motivazione, gli usi dei “vicini di casa”, spesso peraltro simili tra loro. Il termine deriva dalla parola campanile, ed ha un significato importante, in quanto è proprio il campanile stesso a determinare la divisione tra paesi. Pertanto il campanilismo, pur avendo esempi su ampia scala, caratterizza soprattutto le divisioni culturali, sociali e sportive tra piccoli paesi o province. All’interno della stessa città si verifica anche tra quartieri.

Esempi di campanilismi storici sono quelli tra le contrade che partecipano al Palio di Siena. Campanilismi di diverso tipo, più “romantici” e spesso utilizzati nella letteratura, sono esistiti in altre epoche tra famiglie o tra casate, e spesso sono sfociati in guerre e faide. Di importanza storica quello all’interno della città di Firenze tra guelfi e ghibellini, e quello altrettanto acceso tra due fazioni dei guelfi, i guelfi Bianchi e Neri, che si trasformò in una vera e propria guerra civile, costringendo un personaggio storico come Dante Alighieri (guelfo bianco) all’esilio.

Un altro esempio di campanilismo è quello tra Pescara e Chieti, in Abruzzo, oltre a quello tra i pescaresi e gli aquilani per la rivendicazione del capoluogo di regione dell’Abruzzo. A tale proposito, si parla di un “campanilismo teatino”, secondo un’accezione che non sta tanto a identificare un vero e proprio campanilismo ma un tipo di patriottismo cittadino che, più che rivolgersi verso l’esterno “ostile”, conduce ad una sorta di comportamenti protettivi ed esaltativi verso la propria città che si ravvisano nel particolarmente accentuato senso di appartenenza alla propria comunità, nella difesa della personale incontaminata identità cittadina e nell’orgoglio di essere teatini.

Il campanilismo divide Bergamo da Brescia, Vicenza da Verona, Pisa da Livorno, Trento da Bolzano, Bari da Taranto, Palermo da Catania. Secondo qualcuno, questo termine deriva da un curioso aneddoto della rivalità fra due paesi limitrofi della provincia di Napoli: San Gennaro Vesuviano e Palma Campania. Il quadrante del campanile di San Gennaro Vesuviano che volgeva a levante, cioè verso Palma Campania, fu volutamente senza orologio, proprio perché i cittadini di Palma Campania non avrebbero dovuto leggere l’orario. E se non è campanilismo questo…

Ma la divisione più divertente, a mio avviso, è quella tra Emilia e Romagna.

Dov’è la Romagna? Una domanda alla quale la maggior parte degli italiani non sa rispondere esattamente, poiché molti (quelli che dicono Frìuli e Nuòro, sbagliando gli accenti!) pensano che Ravenna sia in Emilia e Ferrara in Romagna! Alcuni pensano addirittura che anche Bologna sia in Romagna! Allora precisiamo che, secondo le Province d’oggi, della Romagna fanno parte Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini. Il resto è Emilia.
Le due zone sono unite in un’unica Regione con capoluogo Bologna (pertanto, pur se non ci si fa caso, Bologna è anche capoluogo della Romagna!), e la divisione non è frutto di odio o campanilismo, ma soprattutto perché emiliani e romagnoli non sono uguali. Vicinissimi, ma diversi. Ci sono dei motivi storici: gli emiliani per secoli sotto il dominio prima dei Longobardi, poi della Chiesa, poi liberi Comuni e, soprattutto Bologna, solo brevemente sotto le Signorie. I romagnoli hanno fatto parte dell’Esarcato Bizantino di Ravenna prima e dello Stato Pontificio poi, ma hanno dovuto subire dominazioni più o meno lunghe da parte di vari altri “padroni” e, in ogni caso, i romagnoli sono sempre stati insofferenti a qualsiasi tipo di governo, sia bizantino, che pontificio, che bolognese, che di qualsiasi altro signore o signorotto o cardinale “ficcanaso”! E’ per questo che la loro storia è stata un susseguirsi di lotte, di ammazzamenti, di entrate e di uscite e poi ancora di rientrate e di riuscite di varie famiglie dominanti, in un carosello pazzo che è molto arduo descrivere. Turbolenta, per la verità, è stata tutta l’Italia nel periodo dei Comuni e delle Signorie, ma la Romagna lo è stata ancora di più. Del resto i romagnoli, stretti cugini degli emiliani, ma così diversi da loro, sono sempre stati estroversi, sanguigni, collerici e geniali.

Dove finisce l’Emilia e comincia la Romagna? Bella domanda: una volta (fino agli anni ’20 del ‘900) il confine era segnato dal corso del Sillaro, ma oggi la “frontiera” è il Santerno, poiché qualche bello spirito del periodo fascista decise che Imola dovesse essere in Emilia! Per me, e per tutti quelli che ci hanno vissuto, il confine continua ad essere il Sillaro, poiché Castel San Pietro e Medicina sono Emilia e Imola è Romagna!
Che Imola sia Romagna lo dice la Storia, lo dice il dialetto, lo dice il carattere estroverso, sanguigno, collerico e geniale degli imolesi!

Ma la risposta più bella a questa domanda me l’ha ricordata un amico romagnolo doc di Riolo Terme:” Quando, chiedendo da bere, smetteranno d’offrirti acqua e ti offriranno vino, in quel punto finisce l’Emilia e comincia la Romagna!”.

 

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