Offuscati

Sono un appassionato di cinema e di musica, ma a volte mi capita di non ricordare il nome di un attore e di un cantante, solo perché magari fa parte di un gruppo in cui ci sono altri i cui nomi sono più famosi.

Come si chiamava quell’attore che ha fatto tanti film, ma mai nessuno da protagonista? Dai, quello messicano, gli hanno fatto fare anche un film da protagonista (Machete) e ha recitato in un sacco di film (facendo sempre la parte del messicano cattivo, ha il physique du rôle!) tipo “Dal Tramonto all’Alba”, “Desperado”, “Heat”… Ok, ve lo dico io, Danny Trejo, tanto finito di leggere il post ve lo scorderete…

Oppure, chi ricorda il nome del batterista dei Guns & Roses? Quasi nessuno, ma se chiedi il cantante o il chitarrista tutti lì a fare i saccenti (Axl Rose e Slash, mi accodo alla fila…)
Se però chiedi come si chiamavano i Beatles se li ricordano tutti, così come i protagonisti, che so, de “Il padrino” (almeno io li ricordo tutti).

Vivere nell’ombra di qualcuno più famoso a volte è causa di un’effettiva minore bravura ( i Police erano Sting, Stewart Copeland e… quell’altro… o i Wham erano George Michael e… quell’altro…), ma a volte non è così. A volte semplicemente sei solo nel posto sbagliato e nel momento sbagliato, così nasce la nomea dei così detti “eterni secondi”.
Soprattutto nello sport, ma anche in altri settori (Toto Cotugno si beccò il soprannome all’ennesimo secondo posto al Festival di Sanremo), ci sono alcuni personaggi che potrebbero emergere, ma hanno la sfortuna di vivere una situazione particolare…
Gaetano Belloni è stato un ciclista su strada e pistard italiano. Professionista dal 1916 al 1932, vinse il Giro d’Italia 1920 e il Giro del Piemonte. Fu grande rivale di Costante Girardengo.

Si avvicinò al mondo sportivo praticando la lotta greco-romana, ma passò presto al ciclismo. Nel 1912 debuttò come dilettante e negli anni successivi iniziò a sviluppare le sue doti di passista e velocista.

Nel 1914 Belloni vinse il campionato italiano per dilettanti e, a partire dalla Milano-Sanremo del 1915, iniziò a partecipare ad alcune gare professionistiche. In quella occasione non terminò la gara a causa di una caduta, mentre Girardengo, primo a tagliare il traguardo, fu squalificato per aver tagliato la strada. Nello stesso anno Belloni, ancora dilettante, vinse il Giro di Lombardia, conquistando la sua prima vittoria prestigiosa.
Negli anni successivi fu favorito dal non essere stato chiamato alle armi per un incidente che in gioventù lo aveva privato del pollice e vinse numerose gare. Al termine della guerra il ritorno alla piena attività di Girardengo penalizzò Belloni, che iniziò ad essere indicato come l’eterno secondo. In questo periodo, infatti, accumulò la maggior parte dei suoi circa 100 secondi posti, 26 dei quali proprio dietro Girardengo. Al Giro d’Italia, vincendo una tappa davanti a Girardengo, venne premiato con un quadro, che vendette subito dopo guadagnando 2 Lire dell’epoca. Il quadro portava la firma di Pablo Picasso, che divenne celebre nel mondo pochi anni dopo (quindi si può serenamente affermare che era pure sfortunato…).

Ma abbiamo un esempio di tipo diverso di secondo (in questo caso “seconda”)…
La Storia ci mostra la figura di Santa Chiara di Assisi per lo più all’ombra del concittadino San Francesco: “Pianticella del santo padre nostro Francesco”, così viene chiamata dalla letteratura religiosa. Addirittura qualcuno ne ha perfino messo in dubbio, per screditarla, la reale esistenza.

Chiara Scifi nasce nel 1194 da una nobile famiglia d’Assisi, figlia di Favarone di Offreduccio di Bernardino e di Ortolana Fiumi.
La madre, recatasi a pregare alla vigilia del parto nella Cattedrale di San Rufino, sentì una voce che le predisse la nascita della bambina con queste parole :”Donna non temere, perchè felicemente partorirai una chiara luce che illuminerà il mondo”. Per questo motivo la bambina fu chiamata Chiara e battezzata in quella stessa chiesa. Si può senza dubbio affermare che una parte predominante della educazione di questa fanciulla è dovuta alla grande spiritualità che pervadeva l’ambiente familiare di Chiara ed in particolare la figura della madre che fu tra quelle dame che ebbero la grande fortuna di raggiungere la Terra Santa al seguito dei crociati. L’esperienza della completa rinuncia e delle predicazioni di San Francesco, la fama delle doti che aveva Chiara per i suoi concittadini, fecero sì che queste due grandi personalità s’intendessero perfettamente sul modo di fuggire dal mondo comune e donarsi completamente alla vita contemplativa.

La notte dopo la Domenica delle Palme, il 18 marzo 1212, Chiara, accompagnata da Pacifica di Guelfuccio, si recherà di nascosto alla Porziuncola, dove era attesa da Francesco e dai suoi frati. Qui Francesco la vestì del saio francescano, le tagliò i capelli consacrandola alla penitenza e la condusse presso le suore benedettine di San Paolo a Bastia Umbra, dove il padre inutilmente tentò di persuaderla a far ritorno a casa. Chiara si rifugiò in seguito, su consiglio di Francesco, nella Chiesetta di San Damiano che divenne la Casa Madre di tutte le sue consorelle chiamate dapprima “Povere Dame recluse di San Damiano” e, dopo la morte di Chiara, Clarisse. Qui visse per quarantadue anni, quasi sempre malata, iniziando alla vita religiosa molte sue amiche e parenti compresa la madre Ortolana e le sorelle Agnese e Beatrice. Nel 1215 Francesco la nominò badessa e formò una prima regola dell’Ordine che doveva espandersi per tutta Europa. La grande personalità di Chiara non passò inosservata agli alti prelati, tanto che il legato pontificio, Cardinale Ugolino, formulò la prima regola per i successivi monasteri e più tardi le venne concesso il privilegio della povertà con il quale Chiara rinunciava ad ogni tipo di possedimento.

La fermezza di carattere, la dolcezza del suo animo, il modo di governare la sua comunità con la massima carità e avvedutezza, le procurarono la stima dei Papi che vollero persino recarsi a visitarla. La morte di Francesco e le notizie che alcuni monasteri accettavano possessi e rendite amareggiarono e allarmarono Chiara che sempre più malata volle salvare fino all’ultimo la povertà per il suo convento componendo una Regola simile a quella dei Frati Minori, approvata dal Cardinale Rainaldo (poi papa Alessandro IV) nel 1252 e alla vigilia della sua morte da Innocenzo IV, recatosi a San Damiano per portarle la benedizione e consegnarle la bolla papale che confermava la sua regola; il giorno dopo, 11 agosto 1253, Chiara muore, officiata dal Papa che volle cantare per lei non l’ufficio dei morti, ma quello festivo delle vergini.

Il suo corpo venne sepolto a San Giorgio ed in seguito trasferito nella chiesa che porta il suo nome. Nonostante l’intenzione di Innocenzo IV fosse quella di canonizzarla subito dopo la morte, si giunse alla bolla di canonizzazione nell’autunno del 1255, dopo averne seguito tutte le formalità, per mezzo di Alessandro IV.
Si hanno poche informazioni sulla sua gioventù e sui suoi studi. Si ritiene che abbia ricevuto la prima educazione in casa, sulle buone maniere, i lavori manuali, e fondamenti di lettura e grammatica, sufficienti per poter parlare e scrivere in latino. Tramite i trovatori che passavano dalla casa conobbe anche qualcosa dei romanzi e della letteratura cavalleresca. Dovette anche avere una cultura “agiografica”, tipica del medioevo. Tramite i suoi Scritti e le storie pervenuteci, si può delineare una santa capace di mettersi in relazione con papi, cardinali e principesse (come Agnese di Boemia), esercitando un notevole influsso su quanti ebbero a che fare con lei.

Attraverso una testimone al Processo di Canonizzazione possiamo sapere che “non aveva studiato in lettere”. Non era dotta in senso stretto, ma aveva una formazione teologica di tutto rispetto, anche se non accademica, come rivelano i suoi Scritti.
“Et lo Privilegio de la povertà lo quale era stato concesso, lo honorò con molta reverentia, et guardavalo bene et con diligentia, temendo de non lo perdere”, questo ci tramandano gli scritti che parlano di lei nel processo di canonizzazione. Tali scritti sono espressi in una suggestiva lingua cinquecentesca, opera di traduzione dall’originale latino (che non abbiamo) per la quale siamo grati ad una sconosciuta monaca di clausura.
Chiara, grazie ad una dolce ma fortissima personalità, che peraltro si era manifestata fin dalla fanciullezza, riesce ad attrarre nel suo progetto la parte femminile della famiglia: dapprima le due sorelle minori, Agnese e Beatrice, indi la madre, Ortolana; nonché una nipote, Balvina.

La giovane “disobbediente” avrebbe voluto andare in mezzo alle persone comuni, soccorrere i poveri, alla stregua di Francesco e dei suoi discepoli. Era contraria alla clausura poiché toglieva “alle suore la libertà di muoversi in cerca di cibo, elemosina o lavoro per sostenersi”. Purtroppo ciò era inimmaginabile a quei tempi ed a questo ella dovette rinunciare.

Tuttavia la grandezza della Santa sta proprio nella realizzazione del suo progetto di totale ed intoccabile libertà interiore, vissuto nonostante i limiti imposti da un contesto plasmato secondo la logica maschile, nella quale la donna era creatura priva di autonomia di vita e di pensiero.

Libertà dettata da una fedeltà ancor più profonda alle proprie scelte religiose. Padrona di sé, autonoma nell’elaborazione di un pensiero proprio, rivendicatrice di una libertà, se non sociale (impossibile, come detto, all’epoca), per lo meno psicologica e mentale; e coniugando un’adesione formale, pur necessaria, alle regole misogine disposte dalla Chiesa/Istituzione, con una prassi di libertà.

La grande saggezza di Chiara -e di Francesco- sta nel fatto che essi non si sono mai opposti alla Chiesa, contrariamente ad altre figure loro contemporanee (come Pietro Valdo, ad esempio); anzi hanno cercato di far ritrovare alla Chiesa stessa le sue radici, il suo rivoluzionario esordio di uguaglianza, il suo amore per il diverso, anche se questo diverso è una donna.

 

 

Fonti: Chiara di Assisi: elogio della disobbedienza – Dacia Maraini – Rizzoli, 2013

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