Un genio italiano

La ribalta delle cronache in questi ultimi giorni ha fatto scoprire alle nuove generazioni (sempre che leggano i giornali o guardino i tg, cosa di cui dubito fortemente…) che anche l’Italia ha avuto i suoi geni in tempi abbastanza recenti.

Per quelli della mia generazione appassionati di fisica, Ettore Majorana è stato legato soprattutto alle ricerche sul nucleo dell’atomo e al mistero sulla sua scomparsa.

Ettore Majorana nacque a Catania il 5 agosto 1906; proveniente dalla schiatta dei Majorana-Calatabiano, la sua era una famiglia illustre, discendente dal ramo cadetto dei Majorana della Nicchiara. Il nonno, Salvatore Majorana-Calatabiano, fu deputato dalla nona alla tredicesima legislatura con la sinistra: fu due volte ministro dell’Agricoltura, Industria e Commercio nel primo e nel terzo governo Depretis (1876/1879) e senatore nel 1879. Tutti i suoi fratelli si distinsero in qualche campo particolare (giurisprudenza, ingegneria, musica), mentre due suoi zii furono rispettivamente uno studioso importante della fisica sperimentale e rettore dell’Università di Catania. Estremamente precoce ma anche eccentrico e con squilibri caratteriali preoccupanti che giocheranno un ruolo determinante nella sua fuga dal mondo, Ettore era pervaso da misantropia radicata ed anche perennemente ombroso, pigro e dal carattere spigoloso.

Trasferitasi la famiglia a Roma, frequentò ottime scuole, prendendosi, nel 1923, la maturità classica. Terminati gli studi liceali, essendo bravissimo con i calcoli mentali sin da bambino, si iscrisse alla facoltà d’ingegneria, avendo in famiglia tra gli avi anche ingegneri. Tra i suoi colleghi, oltre al fratello, vi erano Emilio Segrè ed Enrico Volterra. Il destino arrivò proprio dal suo amico Segrè. Questi, al quarto anno d’ingegneria, decise di passare alla facoltà di Fisica, dove era da poco professore ordinario di Fisica teorica all’Università di Roma, proprio quell’Enrico Fermi conosciuto con Franco Rasetti nell’estate del 1927; come ricordò anni dopo un suo amico, Edoardo Amaldi, la decisione venne presa dopo un colloquio con Enrico Fermi, uno dei più grandi scienziati di tutti i tempi e premio Nobel per la fisica nel 1938.

C’è una testimonianza di Amaldi sul primo incontro tra Majorana e Fermi rivelando dei dettagli curiosi e sorprendenti:

«Fermi lavorava allora al modello statistico dell’atomo e il discorso con Majorana cadde subito sulle ricerche in corso nell’istituto. Gli espose rapidamente le linee generali del modello. Majorana ascoltò con interesse, poi se ne andò senza manifestare i suoi pensieri. Il giorno dopo si presentò di nuovo all’Istituto, entrò diretto nello studio di Fermi e gli chiese, senza alcun preambolo, di vedere la tabella che gli era stata posta sotto gli occhi per pochi istanti il giorno prima. Avutala in mano, estrasse dalla tasca un fogliolino su cui era scritta un’analoga tabella da lui calcolata a casa nelle ultime ventiquattro ore. Confrontò le due tabelle e, constatato che erano in pieno accordo tra loro, disse che la tabella di Fermi andava bene”

Majorana dimostrò durante quell’incontro tutta la sua genialità, risolvendo in un giorno solo un problema su cui Fermi stava lavorando da una settimana.

Il 6 luglio 1929 si laureò (ebbe 110/110 e lode), con una tesi sulla meccanica dei nuclei radioattivi, avendo come relatore Enrico Fermi. In questo periodo portò avanti studi con diverse pubblicazioni, anche svariando tra i campi della fisica. Tra gli studi anche quello su alcune reazioni nucleari, non molto dissimili da quelle alla base della creazione della bomba atomica.

Fermi decise allora di farlo entrare nel gruppo dei “ragazzi di via Panisperna”

Questo è il nome con cui è divenuto noto il gruppo di fisici, quasi tutti giovanissimi, che presso il Regio istituto di fisica dell’Università di Roma, allora ubicato in via Panisperna, collaborarono con Enrico Fermi alla scoperta, nel 1934, delle proprietà dei neutroni lenti, scoperta che dette l’avvio alla realizzazione del primo reattore nucleare e della bomba atomica.

Il gruppo nacque grazie all’interessamento di Orso Mario Corbino, fisico, già ministro, senatore e direttore dell’Istituto di fisica di via Panisperna, il quale riconobbe le qualità di Enrico Fermi e si adoperò perché fosse istituita per lui nel 1926 la prima cattedra italiana di Fisica teorica. A partire dal 1929, Fermi e Corbino si dedicarono alla trasformazione dell’Istituto in un moderno centro di ricerca. Per il settore sperimentale, Fermi poté contare su un gruppo di giovani fisici: Edoardo Amaldi, Franco Rasetti ed Emilio Segrè, ai quali nel 1934 si aggiunsero Bruno Pontecorvo e il chimico Oscar D’Agostino; in campo teorico, si distingueva appunto la figura di Ettore Majorana.

Le loro ricerche di laboratorio riguardarono inizialmente la spettroscopia atomica e molecolare, quindi si orientarono verso lo studio sperimentale del nucleo atomico: attraverso il bombardamento di varie sostanze mediante neutroni, ottenuti irradiando il berillio con particelle alfa emesse dal radon, che è un gas fortemente radioattivo, fu possibile rendere artificialmente radioattivi numerosi elementi stabili. Sul versante teorico, importantissimi per la comprensione della struttura del nucleo atomico e delle forze che vi agiscono furono i lavori di Majorana (forze di Majorana) e di Fermi, il quale tra il 1933 e il 1934 pubblicò la fondamentale teoria del decadimento beta.

Le più importanti ricerche di Ettore Majorana riguardano una teoria sulle forze che assicurano stabilità al nucleo atomico: egli per primo avanzò l’ipotesi secondo la quale protoni e neutroni, unici componenti del nucleo atomico, interagiscono grazie a forze di scambio.

La teoria è tuttavia nota con il nome del fisico tedesco Werner Heisenberg che giunse autonomamente agli stessi risultati e li diede alle stampe prima di Majorana.

Nel campo delle particelle elementari Majorana formulò una teoria che ipotizzava l’esistenza di particelle dotate di spin arbitrario, individuate sperimentalmente solo molti anni più tardi.

Dal 1931, conosciutosi il suo straordinario valore di scienziato, è invitato a trasferirsi in Russia, a Cambridge, a Yale, nella Carnegie Foundation, ma a questi inviti oppone il suo rifiuto. A gennaio del 1933, fattosi convincere dai colleghi ad intraprendere un viaggio di studi, partì per la Germania. Qui conobbe il fisico tedesco Heisenberg e con lui collaborò negli studi di fisica, correggendo anche lo stesso Heisenberg. A Lipsia ebbe modo di conoscere la situazione politica prodotta dalla “rivoluzione” nazista. Non gli sfuggì, e lo dimostrano le lettere che inviava in Italia, la situazione degli ebrei in Germania e le problematiche sulla razza ariana. Nelle lettere non fa commenti chiari ed espliciti, che ci chiariscano il suo pensiero in proposito. Tuttavia, nelle ultime lettere (quella spedita a Giovanni Gentile jr.), egli parla di “stupida teoria della razza” e nella sua ultima pubblicazione esprime un parere positivo sul libero arbitrio, opinione che è incompatibile con le teorie naziste.

D’altra parte tra i suoi colleghi ed amici di Roma, Segrè era ebreo, come la moglie dello stesso Fermi.

Dalla Germania Majorana si spostò in Danimarca per una breve visita ai fisici Niels Bohr, C. Møller, Arthur H. Rosenfeld e George Placzek, che già conosceva da tempo. In tutto, il suo viaggio in Europa durò circa sei mesi.

Continuò a Roma a frequentare il laboratorio di via Panisperna, ma era sempre più chiuso e silenzioso, legato ai suoi calcoli matematici, che elaborava anche la mattina quando si recava in tram allo studio.

Fu nominato, nel 1937, professore di Fisica teorica all’Università di Napoli, dove si trasferì legandosi nell’amicizia con Antonio Carrelli, professore di Fisica sperimentale. La sua vita era estremamente ritirata, ed i suoi malanni si ripercuotevano anche sull’umore e sugli aspetti caratteriali.

Convinto dagli amici a prendersi un periodo di riposo, Majorana partì per Palermo la sera del 25 marzo 1938. In Sicilia lo scienziato scrisse lettere e inviò telegrammi strani e contraddittori all’amico Carrelli e alla famiglia. L’ultima missiva è datata il 26 marzo 1938.

Poi di lui non si seppe più nulla.

Almeno fino a poco tempo fa.

A quanto pare, Ettore Majorana era vivo nel periodo 1955-1959, e si trovava nella città venezuelana di Valencia.

Lo ha appena stabilito la procura di Roma, archiviando un fascicolo aperto nel 2011 per riprendere le indagini sulla scomparsa dello scienziato. I Ris hanno analizzato una foto scattata in Venezuela il 12 giugno 1955, che ritrae un certo signor Bini, emigrato italiano, vicino a uno sportello di cambiavalute: “I risultati ottenuti dalla comparazione”, dicono gli esperti, “del viso di Bini con quello di Ettore Majorana e con quello del padre dello scienziato, Fabio Majorana, quando aveva la stessa età del figlio, hanno portato alla perfetta sovrapponibilità delle immagini di Fabio e di Bini-Majorana, addirittura nei singoli particolari anatomici quali la fronte, il naso, gli zigomi, il mento e le orecchie, queste ultime anche nella inclinazione rispetto al cranio”.

Ci sono altri indizi che lasciano supporre che il misterioso Bini sia proprio il fisico scomparso. La testimonianza di Francesco Fasani, per esempio, un meccanico che ha raccontato agli inquirenti di aver conosciuto Bini a Valencia nel 1955: “Un uomo di mezza età, con cui non entrai mai in intimità stante una esasperata riservatezza, continuando a chiamarlo sempre ‘signor Bini’ e senza mai apprendere il suo nome di battesimo”. Fasani – da poco deceduto – ha spiegato di essersi occupato spesso della manutenzione dell’autovettura di Bini, “una StudeBaker di colore giallo sempre ingombra di appunti e di carte”, e ha sottolineato quanto Bini fosse refrattario a farsi fotografare.

Accettò solo perché costretto da ragioni economiche, in cambio di un prestito di denaro da parte di Fasani, che in seguito inviò la foto ai propri parenti italiani. Inoltre, il meccanico ha raccontato di aver appreso la vera identità di Bini solo in seguito, da un rappresentante della comunità italiana a Valencia – un certo signor Carlo, mai più individuato, forse anche a causa dell’”inerzia degli organi diplomatici venezuelani a cui sono state richieste notizie, seppure fuori dall’ambito di rogatoria giudiziaria”, come fanno notare dalla procura di Roma.

E ancora: sempre mentre era in Venezuela, Francesco Fasani regalò a suo fratello Claudio una cartolina datata 1920. Disse di averla trovata nella StudeBaker di quello che allora conosceva come Bini. Si trattava di una missiva diretta a tale W. G. Conklin, statunitense, che conteneva una serie di appunti relativi all’individuazione sperimentale della natura della forza di gravità. Il mittente era Quirino Majorana, fisico sperimentale e zio di Ettore. Una prova conclusiva, secondo il procuratore aggiunto Pierfilippo Laviani: “Il reperimento di siffatta missiva nell’auto di Bini conferma la vera identità di costui come Ettore Majorana, stante il rapporto di parentela con lo zio Quirino, la medesima attività di docenti di fisica e il frequente rapporto epistolare già intrattenuto tra gli stessi, avente spesso contenuto scientifico”.

Cantava così Franco Battiato nel 1992, nel brano Mesopotamia, omaggiando uno dei suoi concittadini più illustri e affascinanti:

Lo sai che più si invecchia
più affiorano ricordi lontanissimi
come se fosse ieri
mi vedo a volte in braccio a mia madre
e sento ancora i teneri commenti di mio padre
i pranzi, le domeniche dai nonni
le voglie e le esplosioni irrazionali
i primi passi, gioie e dispiaceri.
La prima goccia bianca che spavento
e che piacere strano
e un innamoramento senza senso
per legge naturale a quell’età
i primi accordi su di un organo da chiesa in sacrestia
ed un dogmatico rispetto
verso le istituzioni.
Che cosa resterà di me? Del transito terrestre?
Di tutte le impressioni che ho avuto in questa vita?
Mi piacciono le scelte radicali
la morte consapevole che si autoimpose Socrate
e la scomparsa misteriosa e unica di Majorana
la vita cinica ed interessante di Landolfi
opposto ma vicino a un monaco birmano
o la misantropia celeste in Benedetti Michelangeli.
Anch’io a guardarmi bene vivo da millenni
e vengo dritto dalla civiltà più alta dei Sumeri
dall’arte cuneiforme degli Scribi
e dormo spesso dentro un sacco a pelo
perché non voglio perdere i contatti con la terra.
La valle tra i due fiumi della Mesopotamia
che vide alle sue rive Isacco di Ninive.
Che cosa resterà di noi? Del transito terrestre?
Di tutte le impressioni che abbiamo in questa vita?

Ma perchè sparire così? O meglio, dove si trova il coraggio di una scelta del genere?

Fonti: ilsole24ore.com. – 5 febbraio 2015

repubblica.it – 4 febbraio 2015

4 pensieri su “Un genio italiano

  1. Giorgio Piracci ha detto:

    mi sono sempre chiesto se Majorana avesso dentro di se equazioni e scoperte che sarebbe stato meglio non far conoscere mai a nessuno. Forse la sua scomparsa e’ stata un grande servigio reso all’umanita, conscio che, rimanendo in pubblico a fare ricerca, magari sarebbe potuto essere forzato a rivelare certe cose. Oppure semplice sociofobia. Mi piace pensare che non sapremo mai cosa frullo’ nel cervello di un genio.. troppo per noi poveri umani comuni.

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    • Che fosse un genio, questo “ci si sa” (come dice un comico in un noto tormentone), ma proprio per quello avrebbe potuto e dovuto agire per il bene comune… Propendo più per l’ipotesi della sociopatia, che colpisce spesso menti eccelse, tipo le nostre 😉

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