Il mostro e il detective

Nel periodo 1924-28, Roma fu colpita da una serie di rapimenti, stupri ed omicidi di cui furono vittime sette piccole bambine.

Emma Giacomini, di quattro anni, fu la prima vittima. Rapita mentre giocava in un giardino pubblico il 31 marzo 1924, fu ritrovata la sera stessa a Monte Mario, con i segni della violenza ma ancora viva. I giornali si fecero interpreti dell’angoscia popolare sollecitando la cattura dell’efferato criminale. Lo stesso Benito Mussolini, indispettito per gli insuccessi delle indagini e non volendo che il regime fosse ritenuto incapace di assicurare l’ordine, convocò il capo della polizia Arturo Bocchini e lo sollecitò ad assicurare al più presto l’omicida alla giustizia. I corpi di altre cinque bambine, nel corso degli anni successivi, vennero rinvenuti con gli stessi segni di violenza delle prime vittime. In particolare, il 5 giugno 1924, la violenza perpetrata nei confronti di una di esse, Bianca Carlieri di anni 3, sollevò per tutto il mese di giugno un’ondata di indignazione nell’intero Paese. Ai funerali partecipò una folla immensa e per giorni la stampa riportò la notizia con titoli ad effetto, con il risultato di alimentare il desiderio di ritorsione e d’ordine. Ma la notizia scomparve quando un altro fatto di cronaca accadde: l’improvvisa scomparsa del deputato socialista Giacomo Matteotti.

La polizia effettuò il fermo di numerosi invalidi, storpi, dementi mentre un vetturino, sopraffatto dalla vergogna di essere forse indicato nel quartiere come l’assassino, si uccise avvelenandosi. La pressione mediatica, dei superiori e dell’opinione pubblica porta la polizia a trovare immediatamente un colpevole, nonostante le numerose testimonianze che descrivono l’assassino come un uomo alto, sulla cinquantina, bene vestito e con i baffi biondi, i poliziotti arrestano Gino Girolimoni, un mediatore di cause per infortuni conosciuto da tutti come un giovane simpatico e educato.

Gino Girolimoni raggiunse un’immediata notorietà in quel periodo e per sua fortuna viveva in un’era in cui i media erano notevolmente inferiori ad oggi in quanto a capillarità nell’informazione. Penso solo se ci fosse stato un costruttore di plastici a quei tempi…

L’8 marzo 1928, Girolimoni viene prosciolto da ogni accusa, per discordanza nelle testimonianze, prima dell’arresto e successive. Nonostante ciò Gino Girolimoni nella mente delle persone verrà per tutta la sua vita etichettato come il mostro di Roma, tanto che l’appellativo “girolimoni” viene usato come sinonimo di pedofilo. Morirà povero e solo il 20 novembre 1961. Al suo funerale parteciperà l’investigatore Giuseppe Dosi.

Figlio di un sottufficiale dei Carabinieri, Giuseppe Dosi è stato un poliziotto italiano; commissario di Pubblica Sicurezza, nel corso della sua carriera partecipò a diverse importanti indagini ma il suo nome rimane prevalentemente legato al ruolo che esercitò nel celebre caso Girolimoni.

Tra le tante indagini a cui Dosi partecipò si può ricordare anche, non certo per la gravità del fatto quanto per la grande notorietà del personaggio coinvolto, l’indagine che egli, abile nei travestimenti, condusse, camuffandosi da pittore, sul misterioso incidente che, il 13 agosto 1922, coinvolse il Vate Gabriele D’Annunzio, caduto o gettato dalla finestra della sua villa di Gargnano. Il 4 novembre 1925 Dosi sventò un attentato contro Benito Mussolini posto in essere dal deputato social-unitario Tito Zaniboni. L’attentatore avrebbe dovuto far fuoco con un fucile di precisione austriaco da una finestra dell’albergo Dragoni, fronteggiante il balcone di Palazzo Chigi dal quale si sarebbe dovuto affacciare il duce per celebrare l’Anniversario della Vittoria.

Dosi, assolutamente certo della innocenza di Girolimoni, cominciò a bombardare il ministero dell’Interno con rapporti riservati nei quali esponeva le sue certezze e le corredava con inconfutabili prove. Ma gli inquirenti non ne vollero sapere: il caso era chiuso e Girolimoni era colpevole (salvo, dopo anni, doverlo scarcerare perché estraneo ai fatti). Ma Dosi continuò a scrivere ai superiori definendo “imbecilli” le indagini che accusavano Girolimoni.

Ma perchè Dosi era convinto che il colpevole fosse un altro? Vediamo come andarono i fatti…

Nel giardino di un albergo di Capri uno straniero sta seviziando una bimba inglese di nove anni su una panchina. È il 24 aprile 1927 e il losco soggetto, arrestato in flagrante, viene identificato nel reverendo Ralph Lionel Brydges, suddito britannico, pastore della Holy Trinity Church of England di via Romagna a Roma. Era arrivato nella capitale quattro anni prima, dal Canada, in seguito ad un altro scandalo di molestie su bambine, insabbiato grazie alle influenze dell’America filomassonica protestante e della potente famiglia della moglie, Florence Caroline Jarvis, il cui padre era stato a lungo sceriffo di Toronto.

Aveva il viso sanguigno ed una settantina d’anni, Brydges, ma ne dimostrava venti di meno. Aspetto distinto, passo celere e straordinaria agilità contrastante con la corporatura robusta e l’alta statura, baffetti a spazzola e capelli biancastro-biondicci, indossava comuni abiti borghesi di taglio elegante, senza alcun contrassegno ecclesiastico. Il cosiddetto «mostro di Roma», nonostante molte piste seguite e indagini tutt’altro che impeccabili, era ancora a piede libero. Arrestato Brydges, il commissario di Capri sospettava di avere tra le mani l’inafferrabile serial killer pedofilo che, da alcuni anni, terrorizzava la Città Eterna. Questa la descrizione che alcuni testimoni oculari avevano fornito del bruto: «Alto più di m. 1.70; più di cinquant’anni, scarno», «Baffi biondo-scuri tagliati a spazzola», «Sembrava un forestiero», «Non capiva bene l’italiano» (sic!), «Non sembrava fosse romano; sembrava persona di grado civile elevato», «Pareva un signore. Era vestito bene, con lusso, con paletot nero e cappello nero floscio». I connotati di Brydges coincidevano con quelli del ricercato, eppure il Questore di Roma rispose al commissario di Capri che quel prete non poteva essere il mostro per due ragioni: era «conosciuto favorevolmente dal Console Inglese» (e allora?), poi il maniaco era «trentacinquenne e non settantenne» (a parte il fatto che a Capri il prete dimostrava molti anni di meno, la maggior parte degli adescamenti era avvenuta nella fioca luce serale dei vicoli della vecchia Roma, per cui poteva esserci stato un errore di valutazione). E intanto, in commissariato, quell’indegno ministro di culto rifiutava con ostinazione di sottoporsi al prelievo delle impronte digitali: cosa temeva?

Dopo l’episodio di Capri, Brydges venne messo in libertà provvisoria, grazie a pressioni del Console Britannico di Napoli, e il 18 agosto 1927, il reverendo poteva lasciare l’isola indisturbato insieme alla signora Jarvis, destinazione Roma: segnalato alla Questura di quella città per l’ulteriore vigilanza, se ne perdettero però le tracce.

A questo punto, come nei migliori gialli, entrò in scena quasi per caso un commissario zelante e battagliero. Giuseppe Dosi, alto e di bella presenza, capelli biondi all’indietro e pancetta da buona forchetta – arrivò a pesare anche centoventi chili – era un funzionario di spessore, non solo fisico. Quando, nei primi anni Trenta, diresse la polizia giudiziaria di La Spezia, fu solo grazie al suo fiuto se venne scoperto il vecchio delitto di una vedova di Chiavari, rimasto fino allora impunito, ad opera dello squartatore Cesare Serviatti, il Landru italiano.

Eclettico poliziotto nettamente superiore alla media della polizia d’allora, sempre elegante come un damerino, il commendator Dosi scriveva poesie, sapeva suonare il violino e dipingere, aveva recitato al Teatro Argentina di Roma e fatto la comparsa in un film muto della diva Francesca Bertini. Il suo pezzo forte erano i servizi sotto falsa identità, nei quali sfoderava un talento trasformistico degno di Fregoli. Per otto mesi il buon Dosi si gettò a capofitto nello studio delle 3000 pagine dei fascicoli dei sette crimini di Roma, riga per riga, foglio per foglio, arrivando alla personale conclusione che Ralph Lionel Brydges, nato a Cheltenham (Inghilterra) nel 1856, fosse il vero colpevole: i delitti si erano verificati soltanto fra il suo arrivo in Italia e la sua partenza; saltuariamente si tingeva baffi e capelli di biondo e di rosso (e l’assassino, da alcuni testimoni, era stato descritto proprio «alto, biondo, rossiccio, con piccoli baffi» e «alto, grosso, baffi rossicci»); cambiava spesso abbigliamento alterando il suo aspetto; la mattina antecedente all’ultimo delitto, in un vicolo solitario che conduceva al prato dove sarebbe stato rinvenuto il corpicino della Leonardi, un testimone aveva visto un individuo con una valigetta scura come quella posseduta dal Brydges e coi suoi stessi connotati (una ricognizione in vista del crimine?); in un sopralluogo, inoltre, era stato ritrovato un asciugamani con le lettere R. L. (Ralph Lionel?), che poteva appartenere al Brydges. E così via…

Dove si era rifugiato quel pedofilo, adesso? Il detective Dosi non smise un istante di braccarlo a distanza. Rintracciò a Roma la cameriera del pastore: dopo la disavventura di Capri, lei disse, il reverendo e sua moglie si erano imbarcati a Napoli e vivevano a Londra. La cameriera gli mostrò una lettera che aveva ricevuto dai coniugi Brydges. Il commissario, che tra le altre cose era anche un consumato filatelico, esaminò la busta e notò che il francobollo, pur recando l’effigie di S. M. Britannica, non apparteneva alla Gran Bretagna, ma all’Unione del Sud Africa. Il timbro postale era di «Kenilworth», un sobborgo di Città del Capo. Il Console d’Italia in quella città, il 28 marzo 1928, gli comunicò che Brydges si era imbarcato dieci giorni prima a Beira, nell’Africa Portoghese, a bordo del piroscafo Llanstephan Castle in arrivo il 14 aprile a Suez. Un amico dell’Agenzia Cook confermò a Dosi la rotta del piroscafo e lo informò che il 13 aprile la nave sarebbe approdata a Genova, per un solo giorno, ripartendo poi per Londra. Da lì Brydges e la moglie si sarebbero trasferiti nel «loro» Canada.
Quando Dosi seppe che, al Cairo, il pastore era salpato di nuovo per l’Italia, gli sembrò una notizia da non credere! «Facendo forza al mio cuore ed al mio cervello in tumulto» leggiamo a pagina 404 del prezioso libro-memoriale di Dosi sequestrato dal Regime «mi recai quindi a Genova ad attendere all’alba che il piroscafo entrasse nel porto ed attraccasse alla banchina» Nell’attesa il commendator Dosi dormiva pochissimo e mangiava di malavoglia. Il fatidico 13 aprile 1928 trovò le migliori accoglienze sia alla capitaneria di porto di Genova che alla direzione della dogana. Il tempo ed il mare erano ottimi. Alle 5 il piroscafo tanto atteso era già in vista, all’orizzonte, e un’ora dopo, sorpassata la diga esterna del porto, i rimorchiatori l’introdussero nella stazione marittima. Nell’aria Dosi percepiva quell’animazione che annuncia un evento speciale: mentre attendeva alla passerella il Console Britannico, stringeva nel pugno, fremente, l’ordinanza di perquisizione contro il Brydges.

Ed eccolo il famigerato Brydges! Una testimone aveva specificato che il misterioso adescatore non poteva distendere che un solo dito della mano sinistra. Il commissario di Capri aveva detto a Dosi la stessa cosa di Brydges. Ebbene, il commissario poté verificare de visu che le dita della sua mano sinistra erano rattrappite. Adunchi artigli da predatore.

Appena Dosi gli contestò l’ordinanza, tradotta in inglese, come a Capri Mr. Brydges si mise a piagnucolare. Un fotografo della Questura, salito anch’egli a bordo, immortalò subito, in due sole pose, il presunto «mostro di Roma».

Un anno prima: 13 marzo 1927, mattina. In un prato dell’Aventino, vicino al cadavere della povera Armanda Leonardi di anni 5, la polizia aveva rinvenuto dei «pezzi d’un catalogo inglese di libri ascetici e d’arte» insieme a «carta bruciata di recente». Ipotesi di Dosi era che il Brydges, nel seviziare la piccina, poteva essersi sporcato le mani di sangue, poi se le era pulite con un foglio o due del catalogo che aveva bruciato.

E adesso Dosi gli chiese, in inglese, se riceveva dall’Inghilterra libri ascetici, e lui rispose: «Yes! From Mowbray Library!». A questo punto il Console Britannico, spalleggiato da un suo avvocato, insorse contestandogli il diritto di interrogare il pastore. Il funzionario capitolino era solo contro tutti, tanto che il prete riprese respiro e, malgrado la perquisizione dei suoi bagagli con i sequestri di parecchie cose, fece tranquillamente colazione nella certezza che dopo poche ore avrebbe navigato in santa pace, nel Mediterraneo, verso la sua Gran Bretagna. Chissà come sarebbe finita, se il nostro commissario avesse potuto interrogarlo come voleva!

Il verbale di sequestro comprendeva fra l’altro: annotazioni su un taccuino che Dosi ritenne compromettenti (fra cui «Piazza S. Pietro» da cui fu rapita la bambina Rosina Pelli, e «Charleri»: Carlieri era il cognome di un’altra bimba uccisa); un bottone in osso, da uomo, come quello rinvenuto nel sopralluogo al canneto vicino allo Scalo Tuscolano, dove fu violentata la piccola Celeste Tagliaferri; un fazzoletto rettangolare, tipo salviettina, che la moglie di Brydges dichiarò d’aver acquistato a New York insieme ad un altro andato smarrito (se ne rinvenne uno uguale nel sopralluogo Tagliaferri) e altro.

Dosi invitò l’indiziato a non allontanarsi; non poteva rassegnarsi all’idea di lasciarlo ripartire dopo che una fortunata coincidenza l’aveva ricondotto in Italia. Tenne duro, malgrado le proteste del Console, poi però dovendo il Capitano del piroscafo levare le ancore, il reverendo venne fatto sbarcare e piantonato in un albergo di Genova. Brydges giunse quindi a Roma e s’installò in un ottimo albergo, assistito dall’avvocato dell’Ambasciata Inglese. Il prete si decolorò baffi e capelli facendoli ritornare bianchi, si mise gli occhiali a stanghetta e così, anche per il tempo trascorso dai fatti, gli fu facile non farsi riconoscere da quasi nessun testimone negli affrettati atti di identificazione.

Sebbene al giorno d’oggi vi sia chi inserisce l’anglo-canadese Brydges nel novero dei serial killer e lo etichetta come tale in svariati siti Web, è bene precisare che il Mostro di Roma, a quasi un secolo di distanza, non ha ufficialmente un volto: è quello che in gergo chiamano cold case. Il 23 ottobre 1929, anche ciò va precisato, Brydges venne prosciolto in istruttoria con formula piena dalla Corte d’Appello di Roma. È una sentenza che lascia tuttora aperti molti e contrastanti interrogativi: Brydges era uno scaltro assassino, oppure solo un vecchietto vizioso? Dosi aveva preso un abbaglio (questa ipotesi contrasterebbe con la sua capacità professionale e coi numerosi casi risolti nella lunga e brillante carriera)? E si trattava, infine, di una sentenza pilotata per motivi politici?

In ogni caso, ancor prima del verdetto, il reverendo aveva lasciato per sempre l’Italia, tornando nella sua Toronto. E da qui in Florida dove morì novantenne il 18 aprile 1946.

Dire che Dosi ebbe la carriera facilitata da questo suo zelo, sarebbe un errore colossale. Trasferito, punito, sospeso dal servizio; il commissario continuò a pagare per tutti i “disturbi” che aveva creato alla questura romana.

Scrisse un libro sul caso Girolimoni nel quale si raccontavano, tra l’altro, gli errori degli inquirenti e le coperture politiche che il pastore Bridges aveva avuto. Inviò una copia del suo libro al Duce. Per tutta risposta Dosi si vide prelevare e portare al carcere di Regina Coeli e di qui, dopo tre mesi, al manicomio dove fu etichettato come megalomane e squilibrato e dove rimase diciassette mesi.

Liberato quando la guerra era già scoppiata, riprese la sua vecchia passione giornalistica; semiclandestinamente lavorò all’Eiar (la Rai di oggi), ma l’8 settembre 1943 rifiutò di trasferirsi al Nord dove avrebbe potuto prestare servizio alla radio della Repubblica sociale.

Licenziato, attese che gli alleati giungessero a Roma riuscendo, appena i nazisti lasciarono precipitosamente la Capitale, ad entrare in possesso dei fascicoli riguardanti i detenuti in via Tasso, la triste prigione ove aveva imperato il colonnello Kappler. Chiese ed ottenne che la sua carriera fosse ricostruita e si trovò quindi ad essere promosso questore nella Divisione Affari Riservati.

Fu uno dei promotori della Commissione internazionale della Polizia Criminale e ne inventò il nome “Interpol”, brevettandolo. Portano il suo nome indagini di successo contro i trafficanti di droga internazionale e contro la mafia italo-americana.

Fonti: Il Giornale del 09/05/2012

http://www.poliziaedemocrazia.it, Ettore Gerardi , ottobre 2002

Giuseppe Dosi.-Il mostro e il detective. Firenze, Vallecchi, 1973.

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