La grande bellezza

Prima donna italiana nello spazio; astronauta italiano con più giorni consecutivi nello spazio; astronauta italiano con più giorni trascorsi nello spazio; astronauta dell’Esa con più giorni consecutivi nello spazio; donna con più giorni consecutivi nello spazio; astronauta non russo ad aver passato più giorni nello spazio alla sua prima missione…

Ebbene sì, ho elencato i record di Samantha Cristoforetti, ingegnere, pilota ma soprattutto astronauta italiana.

Una discussione avuta con amici verteva sul contributo dato dalle donne all’umanità (oltre quello, ovvio, di averla generata). Si erano evidenziate posizioni differenti, chi asseriva che il contributo è stato assai modesto e chi, come me, ricordava che fino a poco tempo fa il ruolo femminile nella società era tutt’altro che di rilievo ma non certo per colpa loro. E per coloro le quali occuparono quelle posizioni non fu affatto facile.

Come non citare Ipazia di Alessandria? Figlia di un celebre matematico del Museo dell’insegnamento di Alessandria d’Egitto, Teone, il cui Commentario all’Almagesto di Tolomeo viene considerato uno dei migliori lavori di astronomia della scuola alessandrina, Ipazia, nata intorno al 370, fu istruita dal padre nelle scienze esatte (specialmente astronomia e geometria), ma subì anche influenze teosofiche e occultistiche, in quanto frequentò la scuola neoplatonica di Alessandria. A quel tempo ogni filosofo o scienziato alessandrino era un po’ alchimista, in quanto i confini tra scienza e magia non erano rigorosamente tracciati. Non dimentichiamo che i greci avevano raccolto in Alessandria il sapere magico, mistico ed esoterico, andato poi distrutto, delle filosofie e religioni egizie e assiro-babilonesi.

Si devono a Ipazia e a suo padre le edizioni delle opere di Euclide, Archimede e Diofanto che presero la via dell’Oriente durante i secoli, e tornarono in Occidente in traduzione araba, dopo un millennio di rimozione. Ed è noto anche il loro lavoro a proposito del “Sistema matematico” di Tolomeo, astronomo, matematico e geografo alessandrino del II sec. la cui teoria astronomica geocentrica restò in auge fino alla “rivoluzione copernicana” del XVI secolo. Insegnava come Socrate per le strade e il prefetto romano Oreste si diceva che cercasse il suo consiglio nelle questioni di carattere pubblico e che addirittura fosse suo discepolo. Ipazia non teneva il suo sapere per sé, né lo condivideva soltanto con i suoi allievi. Al contrario, lo dispensava con grande liberalità a chiunque e per questo si conquistò grande considerazione fra i suoi concittadini. Ipazia insegnò ininterrottamente ad Alessandria per più di vent’anni. Molto importante per la sua formazione culturale fu un viaggio compiuto ad Atene, ove si aggregò alla scuola teosofica di Plutarco.

Ipazia vedeva nel cristianesimo soprattutto il fanatismo e la violenza, in quanto il vescovo Teofilo aveva fatto distruggere, oltre a vari monumenti della civiltà greco-orientale, anche il famoso tempio di Serapide e l’annessa biblioteca. Seguace di un sistema eclettico di filosofia, Ipazia può essere considerata come una gnostica che cercò di difendere la rinascita del platonismo contro il cristianesimo. I neoplatonici, che si diffusero dal III al V sec., volevano la fusione di tutte le chiese in un unico organismo a sfondo più filosofico che teologico, o se vogliamo più intellettuale che ecclesiale.

La scuola di Alessandria appartiene, stando alle fonti classiche, all’ultima grande corrente del neoplatonismo, fiorita tra la prima metà del V e la prima metà del VII secolo. La tendenza erudita, che aveva man mano acquistato rilevanza nelle scuole che la precedettero, era diventata qui prevalente, respingendo in secondo piano la speculazione prettamente metafisica. Il disinteresse per la costruzione della gerarchia emanatistica che era stata concepita nei suoi tre momenti della permanenza in sé, dell’uscita da sé e del ritorno in sé, aveva condotto all’abbandono di quel politeismo classico che in tale gerarchia era stato inquadrato, soprattutto ad opera della scuola siriaca.

In teoria le possibilità d’intesa col cristianesimo (ovvero con la scuola catechetica alessandrina) sembravano essere maggiore che altrove, ma proprio la sensazione che questa forma di neoplatonismo potesse costituire un’alternativa valida al cristianesimo, faceva dei cristiani i nemici più accesi, che mal digerivano peraltro l’accentuato interesse del neoplatonismo per le questioni di carattere scientifico. Dopo la morte del vescovo Teofilo, la cattedra vescovile fu occupata, nel 412, da suo nipote Cirillo, di idee fondamentaliste, specie contro i novaziani e i giudei, e che venne subito in urto col prefetto romano Oreste.

Come noto il cristianesimo, che cessò d’essere perseguitato con l’editto di Costantino nel 313, diventando religione di stato con l’editto di Teodosio nel 380, iniziò a sua volta a perseguitare nel 392, quando furono distrutti i templi greci e bruciati i libri pagani. Vari scritti del cristianesimo primitivo, quali l’Epistola agli Ebrei, quella attribuita a Barnaba, la Didachè, secondo molti storici proverebbero che in Alessandria c’era una spiccata tendenza della stessa chiesa ufficiale verso lo gnosticismo.

A questo tendenza intellettualistica aveva cercato di porre rimedio la scuola catechetica, ma la difesa non era stata condotta senza far gravi concessioni all’avversario, ammettendo, oltre all’interpretazione allegorica delle scritture, l’esistenza di una gnosi ortodossa, che rendeva perfetto chi la possedeva e l’innalzava al di sopra del semplice fedele. Cirillo si trova nella difficile situazione di porre un argine alla scuola catechetica che intreccia rapporti sempre più stretti con i rappresentanti neoplatonici alessandrini e la necessità di dettare la formula della retta fede in Oriente, in virtù di quella tradizione dottrinale che gli derivava da Demetrio.

Ad Alessandria vi erano, allora, pagani e idolatri d’ogni culto, e cristiani di tutti gli scismi ed eresie, nonché una cospicua colonia di ebrei fatta oggetto di discriminazioni da parte dei cristiani. Gli ebrei, risentiti, si difesero e il patriarca Cirillo li cacciò dalla città saccheggiandone le sinagoghe. Il prefetto Oreste fece arrestare un seguace di Cirillo, sottoponendolo a pubblica punizione, ma una folla cristiana, per rappresaglia, ferì il prefetto. A motivo di ciò l’attentatore, che era monaco, fu giustiziato e Cirillo ne fece l’elogio come fosse stato martirizzato.

Cirillo tentò di conciliarsi con Oreste, ma il tentativo fallì, forse anche a causa di Ipazia. Oreste invano sollecitava l’intervento dell’imperatore d’Oriente Teodosio II, il quale però era soggetto alla volontà della sorella Pulcheria, imperatrice di fatto e strettamente legata al cristianesimo di Cirillo. Questi, che mal sopportava la predicazione pagana di Ipazia, divenuta ad Alessandria la rappresentante più qualificata della filosofia ellenica, si convinse che l’ostacolo maggiore alla risoluzione della controversia fosse proprio lei.

Pur non dando un espresso ordine, egli istigò il gruppo fanatico di monaci parabolani ed eremiti della Tebaide guidati da Pietro il Lettore a togliere di mezzo Ipazia. E così, dopo averla trascinata fino alla chiesa che prendeva il nome da Cesario, quasi volessero compiere una sorta di sacrificio umano, prima Pietro con una mazza ferrata, poi gli altri monaci con pugnali fatti di conchiglie, massacrarono il corpo di Ipazia e lo bruciarono. Era l’anno 415, il IV dell’episcopato di Cirillo. Gli assassini rimasero impuniti. Oreste chiese un’inchiesta; Costantinopoli non poté non concederla, e mandò ad Alessandria un tale Edesio, il quale non fece nulla, poiché si lasciò corrompere da Cirillo. Oreste ottenne soltanto dei provvedimenti per arginare l’ingerenza politica dei vescovi nei poteri civili. Cirillo in seguito verrà addirittura santificato come esempio di sicura ortodossia.

Fu Damascio, filosofo neoplatonico (480/prima metà del sec.VI a.C.), quinto successore di Proclo nello scolarcato dell’Accademia, che per primo, nella Vita di Isidoro, incolpò Cirillo del delitto, arrivando addirittura a dire che prima di ucciderla le strapparono gli occhi dalle orbite. Nella Storia ecclesiastica dell’ariano Filostorgio, nato circa il 368 d.C. e dunque contemporaneo dei fatti narrati, si arriva a sostenere che l’assassinio non era opera di una amorfa folla fanatica, ma di quel clero cristiano che, ad Alessandria in modo particolare, voleva spadroneggiare su tutti.

In ogni caso, la partenza frettolosa, successivamente, di molti dotti, segnò l’inizio del declino di Alessandria come il più grande centro di erudizione antica. Gli ultimi neoplatonici furono tolti di mezzo dall’imperatore Giustiniano, che chiuse la scuola platonica nel 529 d.C. Essi fuggirono in Persia presso Chosroe I, il quale era curioso di filosofia e garantì di professare liberamente il platonismo (531). Questo diritto fu addirittura sancito nel trattato di pace tra Giustiniano e Chosroe. E’ degno di nota come, al crepuscolo ormai del pensiero greco, la libertà di filosofare venisse garantita ai Greci, contro il loro cristianissimo imperatore, dall’ultimo grande sovrano persiano, della dinastia dei Sassanidi.

Ipazia viene ricordata, ancora oggi, come la prima matematica della storia, anzi, fu la sola matematica per più di un millennio: per trovarne altre, da Maria Agnesi a Sophie Germain, bisognerà attendere il Settecento. Ipazia fu anche l’inventrice dell’astrolabio, del planisfero e dell’idroscopio.

Le donne scienziato sono state una rarità, ma ancora più rari sono stati team di scienziati composti da marito e moglie. Pierre e Marie Curie hanno fatto la storia non solo in questo senso, ma anche perché il loro lavoro di squadra ha portato alla scoperta della radioattività e di due nuovi elementi della tavola periodica, per il quale hanno condiviso il premio Nobel per la Fisica.

Nata in Polonia, Marie Curie nacque Maria Sklodowska. Suo padre era un insegnante di scuola che aveva perso la sua posizione di prestigio a causa dei suoi sentimenti pro-polacchi in un periodo in cui la Polonia è stata divisa tra Austria, Prussia e Russia zarista. La famiglia era povera, ma suo padre riuscì a far accedere Marie e tutti i suoi fratelli ai classici della letteratura, così come alla scienza.

Marie non poteva iscriversi all’Università di Varsavia; le donne non erano ammesse. Invece, lei, sua sorella Bronya, e molti altri amici frequentarono l'”università mobile”: una scuola serale illegale le cui classi cambiavano  continuamente sede per sfuggire alle autorità zariste. Lavorò come governante per diversi anni, aiutando con il suo stipendio il pagamento della retta per l’insegnamento di Bronya alla scuola medica di Parigi.
Infine, venne il suo turno. Marie partì per Parigi, nell’autunno del 1891 per proseguire gli studi presso la prestigiosa Università di Parigi della Sorbona. Anche se la sua preparazione in matematica e scienze di base era del tutto inadeguata, Marie lavorò duramente per recuperare il ritardo con i suoi coetanei, e alla fine del primo anno fu la migliore del suo corso di laurea in fisica, e seconda del corso in matematica l’anno successivo.

Nella primavera del 1894, la ricerca di Marie per un posto in laboratorio scientifico la portò al fatidico incontro con Pierre Curie, uno scienziato circa 10 anni più di lei che aveva fatto un lavoro pionieristico sul magnetismo.Figlio di un medico rispettato, Pierre aveva preso lezioni private da bambino, dimostrando una vera passione e un dono particolare per la matematica. Conseguì la laurea a 18 anni, e tre anni scoprì l’effetto piezoelettrico con il fratello maggiore, Jacques.

Essi scoprirono che quando viene applicata una pressione a determinati cristalli, questi generano tensione elettrica, e quando sono immessi in un campo elettrico, questi stessi cristalli sono compressi. Usarono questo effetto per costruire un elettrometro quarzo piezoelettrico per misurare correnti elettriche deboli, che Marie avrebbe poi utilizzato nella sua ricerca. Pierre scoprì una relazione fondamentale tra le proprietà magnetiche e la temperatura. Oggi, la temperatura alla quale il magnetismo permanente scompare è conosciuto come “punto di Curie.”

Fu Marie che incoraggiò Pierre a scrivere circa quest’ultimo lavoro come tesi di dottorato. Conseguì il dottorato di ricerca nel marzo 1895, insieme alla cattedra presso la Scuola Comunale, e la coppia si sposò tre mesi più tardi. Per il suo dottorato, Marie scelse di concentrarsi sui misteriosi raggi dell’uranio scoperti agli inizi del 1896 da Henri Becquerel, pochi mesi dopo la scoperta dei raggi X da parte di Wilhelm Roentgen.

Marie condusse numerosi esperimenti che confermarono le osservazioni di Becquerel che gli effetti elettrici dei raggi dell’ uranio erano costanti, indipendentemente dal fatto che l’uranio sia solido o polverizzato, puro o in un composto, bagnato o asciutto, o se era esposto alla luce o al calore. Convalidò la conclusione che i minerali con una maggiore percentuale di uranio emettevano raggi più intensi. Quindi formulò l’ipotesi che l’emissione di raggi dei composti di uranio fosse una proprietà atomica dell’elemento uranio qualcosa integrato nella struttura stessa dei suoi atomi. Coniò il termine “radioattività” per descrivere questo effetto, che riscontrò anche in composti di torio.

Incuriosito dai risultati della moglie, Pierre unì le forze con lei. Scoprirono che due minerali di uranio, pechblenda e tobernite (allora chiamata chalcolite), erano molto più radioattivi dell’uranio puro, e conclusero che la loro natura altamente radioattiva doveva essere dovuta ad elementi chimici ancora non scoperti. In team, i coniugi Curie lavorarono a separare le sostanze di cui erano composti questi minerali e quindi utilizzarono l’elettrometro per effettuare misurazioni delle radiazioni a “tracciare” la quantità di elemento radioattivo sconosciuto nei loro campioni. Scoprirono che uno di questi era fortemente radioattivo, quindi, anche se si comportava chimicamente come bismuto, doveva essere qualcosa di nuovo. Chiamarono questo nuovo elemento “polonio”.

Nel mese di dicembre 1898, scoprirono un secondo nuovo elemento in una frazione di bario, che hanno chiamarono “radio”. Per dimostrare a una comunità scientifica scettico che si trattava effettivamente di nuovi elementi, i coniugi Curie dovettero isolarli. Ci vollero più di tre anni a Marie per isolare un decimo di grammo di puro cloruro di radio, mentre non riuscì a isolare il polonio a causa della sua breve emivita: 138 giorni. Mentre effettuava i suoi esperimenti il polonio costituente la materia prima infatti si decomponeva rapidamente. Il loro lavoro combinato portato quasi immediatamente all’uso di materiali radioattivi in medicina. Ancora oggi, gli isotopi radioattivi sono usati come “traccianti” per tracciare i cambiamenti chimici e processi biologici.

Pierre intuì inoltre un’altra applicazione degli studi sul decadimento radioattivo dei materiali; determinò l’età della Terra in termini di miliardi di anni, grazie ad uno studio sul decadimento dell’uranio.

Nel 1903 l’Accademia Francese delle Scienze nominò Becquerel e Pierre, ma non Marie, come candidati per il Premio Nobel per la fisica. Un matematico svedese di nome Magnus Gustaf Mittag-Leffler, membro della commissione di nomina e sostenitore del ruolo delle donne nella scienza, intervenne, e Marie fu inclusa nella nomina. I tre scienziati furono premiati con il Premio Nobel nel dicembre 1903.

E si potrebbe continuare con Rita Levi Montalcini, Amelia Earhart, Madre Teresa di Calcutta, Rosalind Franklin, Artemisia Gentileschi e tante altre ancora…

Allora chi può dire, che a parità di possibilità, i contributi delle donne non sarebbero stati maggiori?

5 pensieri su “La grande bellezza

  1. Io l’ho conosciuta attraverso lo splendido libro di Adriano Petta “Ipazia: vita e sogni d una scienziata del IV secolo”. Ho visto il film ma, a mio parere, non le rende giustizia. Parlandone in un mio articolo, purtroppo, ho trovato ancora persone disposte a giustificare quei massacri, perché in nome della Buona Novella…. Peccato che nessuno voglia imparare dalla storia.

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