Leviathan

A volte ci sono storie di fantasia che ispirano gesta reali, a volte accade il contrario, cioè che storie reali ispirino storie di fantasia.

Questa è una di quelle…

La baleniera Essex lasciò Nantucket in Massachusetts nel 1819 per un viaggio di due anni e mezzo nella zona di caccia del Pacifico del Sud per la caccia al lucroso ma aggressivo capodoglio. Nel mese di giugno 1821, 13 membri dell’equipaggio sui 21 di partenza erano morti e gli otto superstiti erano entrati nella storia per quello che era accaduto dopo il naufragio, più che per il naufragio stesso.

Sia il capitano che il primo ufficiale della Essex, George Pollard e Owen Chase, avevano servito nel precedente viaggio della nave. Grazie al successo di quel viaggio, entrambi erano stati promossi. Pollard era, a soli 29 anni, uno dei più giovani comandanti di sempre di una baleniera. Owen Chase era appena ventitreenne. Il più giovane membro dell’equipaggio era un mozzo, Thomas Nickerson, che aveva solo 15 anni.

La Essex era una nave abbastanza vecchia, ma era stata completamente riattata. Era lunga quasi 30 metri e pesava 238 tonnellate, a vuoto, ed era piccola per essere una baleniera. Era dotata di quattro scialuppe separate, dai  6 ai 9 metri di lunghezza. Queste barche erano state costruite per la velocità piuttosto che la durata, essendo del modello Clinker (le barche con fasciame a paro e le Tall Ships sono costruite fissando le tavole (dette ‘corsi’) ad una struttura e quindi le tavole sono affiancate le une alle altre. In una barca con scafo a clinker (o lapstrake) le tavole sono sovrapposte longitudinalmente. In una costruzione con fasciame a paro lo scafo rimane più liscio e più resistente rispetto ad una costruzione a clinker. Tuttavia, in uno scafo con fasciame a paro è necessario un lavoro di calafataggio più impegnativo rispetto ad una costruzione a clinker. L’ossatura fornisce ad una barca con fasciame a paro uno scafo più resistente, in grado di reggere un piano velico completo, una chiglia più lunga e ampia. Le imbarcazioni con fasciame a clinker sono più leggere poiché hanno meno ossatura interna, e sono quindi più veloci perché spostano meno acqua. Le costruzioni a clinker sono meno rigide di quelle con fasciame a paro; questo limita i piani velici che la barca può avere, il che va bene per una scialuppa).

Ironia della sorte, il successo dei viaggi precedenti aveva dato all’Essex una reputazione di nave ‘fortunata’.

La nave uscì in mare il 12 agosto. Dopo due giorni, una raffica di vento improvvisa la rovesciò e la Essex si ritrovò sdraiata su un fianco per diversi minuti: non ci furono danni, ma l’equipaggio prese l’episodio come un segnale di malaugurio. Owen Chase dovette faticare non poco per convincerli a non tornare indietro.

Arrivarono senza altri incidenti a Capo Horn nel gennaio del 1820, anche se il mare non li aiutò: ci vollero 5 settimane in quelle acque agitate ed infide. Nonostante gli standard di navigazione del tempo non fossero elevatissimi, ciò diede un’ulteriore mazzata al morale dell’equipaggio.

Arrivarono in sud Pacifico senza problemi, ma proprio mentre il morale risaliva, la pinna caudale di un capodoglio colpì le scialuppe, distruggendone una e danneggiando le altre tre. Non ci furono feriti e l’equipaggio iniziò subito a riparare le tre scialuppe riparabili.

Mentre riparavano le scialuppe, Chase vide che a poco più di 30 metri di distanza dalla Essex c’erano delle balene enormi, di cui una di circa 26 metri di lunghezza.

Ora a questo punto bisogna chiarire una cosa che risulterà fondamentale per il seguito.

Il capodoglio (Physeter macrocephalus, Linnaeus 1758) o fisetere (dal greco φῡσητήρ, phȳsētḗr, “sfiatatoio”, “che soffia”) è il più grande di tutti gli Odontoceti e il più grande animale vivente munito di denti, misurando fino a 18 metri di lunghezza. L’enorme testa e la forma caratteristica del capodoglio hanno consentito a molti di descriverlo come l’archetipo della balena. Il termine “capodoglio” deriva da “capo d’olio” e trae origine dalla sostanza oleo-cerosa presente nel loro cranio.

Per catturare le prede e per orientarsi, il capodoglio usa un sistema simile a quello dei pipistrelli, che si chiama ecolocalizzazione, chiamata anche biosonar. Gli animali ecolocalizzatori emettono suoni nell’ambiente e ascoltano gli echi che rimbalzano da diversi oggetti. Gli echi sono usati per localizzare, identificare e stimare la distanza degli oggetti. L’ecolocalizzazione è usata anche per l’orientamento e la ricerca del cibo o la caccia in vari ambienti.

Gli Odontoceti usano il biosonar perché vivono in un habitat subacqueo che ha favorevoli caratteristiche acustiche e dove la visibilità è limitata a causa dell’assorbimento della luce e dalla torbidità dell’acqua.

Gli Odontoceti emettono un raggio focalizzato di click ad alta frequenza nella direzione in cui punta la loro testa. I suoni vengono generati dal passaggio di aria dalle ossa delle narici attraverso le cosiddette labbra foniche. Questi suoni sono riflessi da un denso osso concavo del cranio e da una sacca aerea alla sua base. Il raggio focalizzato è modulato da un grande organo grasso chiamato “melone”. Questo agisce come una lente acustica ed è costituito da lipidi di differenti densità.

Molti Odontoceti usano click in serie, o “treno di click” per l’ecolocalizzazione, mentre i capodogli possono produrre click singoli. Le eco vengono ricevute in prima istanza dalla mandibola, da cui vengono trasmesse all’orecchio interno per mezzo di un corpo grasso. I suoni laterali vengono ricevuti da lobi che circondano gli orecchi e che hanno una densità acustica simile a quelle delle ossa. Alcuni ricercatori pensano che quando i Cetacei si avvicinano all’oggetto di loro interesse si proteggano dagli echi più forti abbassando l’intensità dei suoni emessi.

Quando però un capodoglio emette un click, viste le dimensioni, più che a un click del mouse, il suono assomiglia ad una porta blindata che sbatte… Ora, questo è uno dei metodi dei capodogli per sfidare i rivali in amore. Sulla Essex, ricordate?, si stavano effettuando delle riparazioni alle scialuppe, che molto spesso venivano fatte a colpi di martello, che con il rimbombo dello scafo posso sembrare delle porte che sbattono…

Ora, immaginate Pollard e Chase quando videro quella bestia enorme e fecero due calcoli su quanto avrebbe potuto fruttare loro. Senza pensarci il comandante fece calare tre lance che si gettarono subito all’inseguimento del branco di balene entrate, in quel periodo, nella loro stagione degli amori. Il maschio enorme, preso subito di mira dagli uomini della Essex, capovolse una delle lance. Due uomini si salvarono, presi a bordo dalle altre imbarcazioni. In un momento di stasi il capodoglio si scagliò contro la stessa Essex. La nave, duramente colpita, non affondò subito e gli uomini sulle lance e sul ponte ebbero un momento d’indecisione che si rivelò fatale. L’enorme balena riemerse, colpì di nuovo la nave già danneggiata dal precedente impatto: la baleniera iniziò ad affondare, gli uomini rimasti sul ponte armarono le pompe, ma invano.

La Essex non colò a picco e ciò permise agli uomini dell’equipaggio di recuperare le gallette necessarie a 30 giorni di navigazione e alcune tartarughe che erano a bordo. Rimasero così in venti su tre lance baleniere.

Non si è mai capito perché il capodoglio attaccò la nave (cosa che non facevano di solito) a meno che non abbia confuso il rumore delle martellate come il segnale di sfida di un rivale in amore. Intanto, una volta affondata la nave, il capodoglio si inabissò e non si vide mai più…

Pollard ed il secondo ufficiale Matthew Joy erano a bordo di una delle scialuppe e non credevano ai propri occhi nel vedere la nave attaccata da una balena. In quel momento la loro priorità fu però garantire la sopravvivenza ai 20 uomini restanti.

Una volta recuperato il recuperabile, Pollard, Chase e Joy si misero a formulare un piano per salvare se stessi e il loro equipaggio. Dopo qualche discussione, Pollard optò per navigare a sud verso l’area dei venti variabili (Alisei) e poi a est e di ammarare sulla costa tra il Cile e il Perù. L’idea di andare a vela verso le isole forse più vicine nel Pacifico del sud (le isole Marchese, tra cui Thaiti) fu respinta (soprattutto da Chase) a causa della paura di presenza di cannibali selvaggi sul posto: paura infondata, in quanto già all’epoca Thaiti aveva una massiccia presenza “civilizzata” e sull’isola vi era anche una missione.

Stimarono che il viaggio avrebbe preso loro circa 56 giorni. Per un viaggio di quella lunghezza, le derrate che erano state recuperate avrebbero consentito una razione giornaliera di alcune once di pane, un biscotto del peso di un sterlina e tre once e mezza pinta di acqua per persona al giorno. Ciò rappresentava qualcosa come un terzo della dose minima richiesta di cibo e solo una metà della dose minima dell’acqua per un adulto sano.

Gli equipaggi furono divisi tra le tre scialuppe. Pollard e Joy presero sei uomini ciascuno, mentre la barca di Chase aveva cinque uomini di equipaggio, questo a causa del fatto che la barca era già ampiamente danneggiata.

Le tre barche lasciarono il relitto della Essex nel pomeriggio del 22 novembre e dalle 04:00 del mattino dopo, la nave si perse di vista. In pochi giorni, la barca di Chase iniziò ad imbarcare acqua, e in capo a tre giorni, tutte e tre le barche dovevano essere riparate poiché imbarcavano acqua ad un ritmo allarmante.

Il 30 novembre le barche avevano fatto circa 480 miglia e le previsioni si stavano rivelando azzeccate. Pollard e Chase erano ottimisti dal modo in cui il piano stava procedendo. Gli uomini sembravano di buon umore, date le circostanze, e tutti i segni sembravano indicare che anche se stanchi e affamati, avrebbero potuto sopravvivere al viaggio.

Il 20 dicembre, ormai disidratati e sul punto di morire di sete, i naufraghi avvistarono terra e scesero su un piccolo sperone roccioso (l’isola di Henderson). Ancora una volta la sorte fu beffarda con i nostri: duecento chilometri più a est, sull’isola di Ducie, avrebbero trovato sicuramente un ambiente più favorevole. Infatti, dopo i primi momenti di euforia, l’equipaggio dovette constatare che non sembravano esserci fonti di acqua dolce su quello scoglio. Nonostante si trovassero più lontani dal Sudamerica, Pollard propose di riprendere il mare. Tre di loro, Wright, Weeks e Chapple, decisero di rimanere a terra.

Il 26 dicembre, i 17 restanti dell’equipaggio salparono ancora una volta per il sud.

A questo punto le razioni erano più che dimezzate e gli uomini iniziavano a soffrire la fame e la sete. Il 10 gennaio 1821, forse a causa della costituzione gracile, a detta di Chase, Matthew Joy fu il primo uomo a morire. Il suo corpo fu affidato al mare il giorno seguente. Hendricks, che era il mozzo di bordo, prese il controllo della scialuppa di Joy.

Il 12 gennaio una raffica di vento improvvisa separò la barca di Chase dalle altre due. Fu normale che non cercassero di riunirsi, visto che già erano in difficoltà nel cercare di rimanere vivi. La barca di Chase procedeva verso sud. Il 18 gennaio, anche Richard Peterson morì e fu sepolto in mare.

L’8 febbraio morì Isaac Cole tra atroci sofferenze e dopo una lunga agonia: a quel punto Chase, invece di tumulare il corpo tra i flutti, propose a Lawrence e Nickerson, gli altri due sopravvissuti, di usare il corpo di Cole come riserva di cibo. A malincuore i due accettarono la proposta del primo ufficiale e per una settimana si nutrirono del compagno morto.

Il 18 febbraio, quando tutto sembrava perduto, i tre furono tratti in salvo dal brigantino britannico “Indian”.

Dopo la separazione della barca di Chase, le restanti due barche navigarono insieme per qualche tempo. Il 14 gennaio, però, la barca di Hendrick aveva del tutto esaurito le forniture e la barca di Pollard finì tutto il cibo la settimana dopo, il 21.

Il 20 era morto Thomas ed anche Pollard, come Chase, aveva preso la terribile decisione di cibarsi del compagno morto. Il 23 morì Shorter e il 27 Shepard. Il 28 fu il turno di Reed. Tutti servirono da cibo per i sopravvissuti.

La barca con a bordo Hendricks, West e Bond si allontanò da quella di Pollard e non fu mai più ritrovata, come i suoi occupanti, che si presume siano morti da lì a pochi giorni.

Il primo febbraio, sulla barca di Pollard era di nuovo finito il cibo. A quel punto l’equipaggio propose di estrarre a sorte uno di loro che avrebbe dovuto sacrificarsi per i compagni; Pollard respinse a lungo l’idea, ma alla fine cedette. Ironia della sorte, Coffin, il giovane diciassettenne cugino di Pollard fu proprio la vittima prescelta e l’esecuzione avvenne per mano di Ramsdell, secondo estratto. L’11 morì anche Ray.

La baleniera “Dauphin” trasse in salvo Pollard e Ramsdell, gli unici due sopravvissuti e grazie alle loro indicazioni il 5 aprile 1821 furono salvati Chapple, Weeks e Wright dall’Isola di Henderson.

Pollard e Ramsdell sono stati 95 giorni in mare aperto, mentre Chase, Lawrence e Nickerson 90. Avevano percorso quasi 3500 miglia dal relitto della “Essex” in poco meno di tre mesi.

George Pollard partì solo un’altra volta da Nantucket, come capitano della baleniera “Two Brothers”.  Nel mese di marzo 1823, la nave naufragò su una barriera corallina. Pollard tornò a Nantucket: era un uomo distrutto, e lavorò i successivi 45 anni come guardiano notturno. Benjamin Lawrence servì a bordo della Dromo e della Huron. In seguito, si ritirò a vita privata, fece il contadino, e morì all’età di 80 anni. Charles Ramsdell divenne capitano della “General Jackson” prima del suo ritiro dal mare;  Thomas Nickerson divenne capitano della marina mercantile prima di ritirarsi in pensione a Nantucket. William Wright annegò in un uragano durante la navigazione nelle Indie Occidentali. Weeks sembra si fosse ritirato dalla vita di mare e Thomas Chapple diventò un predicatore missionario, e morì di peste su Timor.

Owen Chase fu nominato capitano della “Carroll” nel 1832. Fece due viaggi nel Pacifico del Sud prima di ritirarsi dal mare nel 1840, in parte per motivi di salute. Per il resto della sua vita, soffrì di mal di testa debilitanti, che sembrava avessero le loro origini nelle vicende del 1821. Verso la fine della sua vita divenne mentalmente instabile e morì nel marzo del 1869, all’età di 71 anni.

La maggior parte dei sopravvissuti scrisse un resoconto del disastro, e alcuni di questi differivano notevolmente sui dettagli della storia. Il più noto di tutti fu “Narrative of the Most Extra-Ordinary and Distressing Shipwreck of the Whaleship Essex” di Chase, che fu pubblicato nel 1821. Mentre era a caccia di balene nel Pacifico meridionale, il figlio di Owen Chase, William, incontrò un giovane marinaio e gli raccontò a lungo della storia della Essex, dandogli una copia del manoscritto di suo padre.

Quel giovane era Herman Melville, ed è stato il racconto di Chase che gli ha ispirato una delle più grandi opere di tutti i tempi, “Moby Dick”.

10 thoughts on “Leviathan

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...