La conoscenza sai, è come il vento…

Qualche giorno fa, il mio amico Nando ha detto, citando Dante: “Fatti non foste per viver come bruti…”. Ecco, quella semplice frase mi ha aperto il cassetto della memoria alla voce “Divina Commedia” e mi sono ricordato (anche se non lo ricordo, né mai l’ho saputo, a memoria) che il ventiseiesimo canto è forse uno dei più belli di tutto l’inferno dantesco.

Pubblicandolo (Divina Commedia, Inferno, Canto XXVI) mi sono reso conto di quanto sottovalutata sia quella frase.

In effetti, nella figura di Ulisse, Dante ha messo quest’immagine meravigliosa dell’uomo che va alla ricerca del valore di cos’è l’umanità. E per farlo sfida Dio.

La narrazione del viaggio di Ulisse è estranea alla tradizione omerica e deriva probabilmente a Dante da un rimaneggiamento tardo dell’Odissea, che il poeta non poteva leggere nel testo originale. L’Ulisse dantesco è comunque simile a quello classico, dotato di insaziabile curiosità e abilità di linguaggio: giunto alle colonne d’Ercole, limite estremo delle terre conosciute, l’eroe rivolge ai compagni una orazione che è un piccolo capolavoro retorico, una specie di suasoria con cui li esorta a non perdere l’occasione di esplorare l’emisfero australe totalmente invaso dalle acque, dove non abita nessun uomo (il mondo sanza gente, come Ulisse lo definisce consapevole del fatto che è un luogo deserto).

Il che è ovviamente un inganno, dal momento che non è possibile seguir virtute e canoscenza, né diventare esperti de li vizi umani e del valore esplorando un mondo disabitato: Ulisse vuole solo soddisfare la propria curiosità fine a se stessa, quindi trascina i compagni in un folle volo che infrange i divieti divini e si concluderà con la morte di tutti loro. Lungi dall’essere quindi un eroe positivo della conoscenza, Ulisse è per Dante l’esempio negativo di chi usa l’ingegno e l’abilità retorica per scopi illeciti, dal momento che superare le colonne d’Ercole equivale a oltrepassare il limite della conoscenza umana fissato dai decreti divini, quindi il viaggio è folle in quanto non voluto da Dio e per questo punito con il naufragio che travolge la nave nei pressi della montagna del Purgatorio.

È chiaro allora che Dante si sente personalmente coinvolto nel peccato commesso da Ulisse, perché anch’egli forse ha tentato un volo altrettanto folle cercando di arrivare alla piena conoscenza con la sola guida della ragione, senza l’aiuto della grazia: è il peccato di natura intellettuale che è all’origine dello smarrimento nella selva, e che va probabilmente ricondotto a un allontanamento dalla teologia avvenuto in seguito alla morte di Beatrice, quando il poeta si era dato agli studi filosofici (frutto di questa fase del suo pensiero e della sua opera era stato il Convivio).

In questo senso Ulisse non è affatto quell’eroe positivo quale fu descritto dai critici ottocenteschi, né la sua esortazione a seguir virtute e canoscenza deve essere presa alla lettera, dal momento che egli ha condotto se stesso e i compagni non alla virtù ma alla follia e alla morte.

Particolarmente potente, infine, la chiusa del Canto che è stata giustamente accostata ad altri passi simili del poema: infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso, un verso che «sembra scritto su una lapide funeraria» (Momigliano) e che suggella in modo perentorio e definitivo il discorso al centro dell’episodio: è un severo ammonimento all’uomo medievale che non può oltrepassare i limiti imposti da Dio alla sua condizione umana, se non vuole perdere irrimediabilmente ogni speranza di raggiungere la salvezza e finire dannato come è successo ad Ulisse, e come poteva succedere allo stesso Dante se non fosse stato soccorso dalla grazia divina.

Questo mi ha fatto riflettere sul termine “conoscenza”. Posso affermare, pur essendo la mia generazione (sono del ’68) una di quelle escluse dalla costruzione del futuro, e poi spiegherò perché, ripeto, la mia generazione è quella che meglio conosce il termine “conoscenza” (ed anche questo lo spiegherò dopo).

Esclusa dalla costruzione del futuro, dicevo, ma non per colpa nostra.

Le generazioni dei nostri padri hanno condannato i figli a un precario presente e ad un inesistente futuro attraverso il debito pubblico. Per costruire risparmio privato e alimentare una spesa pubblica folle, ha costruito uno stock di debito pubblico smisurato, zavorra per qualsiasi ipotesi di investimento produttivo. Nel 1963 il debito pubblico italiano era pari al 32.6% del prodotto interno lordo. Oggi è pari a 2239 miliardi di euro, oltre il 132% del Pil. Dieci anni fa, nel 2005, era pari a 1512 miliardi di euro: il 105% del Pil. In soli dieci anni, 727 miliardi in più di debito. A seconda di come chiuderà l’anno l’Italia avrà comunque pagato solo per interessi sul debito tra i 90 e gli 100 miliardi di euro. Questa spesa annuale, sommata allo stock infinito del debito pubblico italiano, sono la palla al piede di qualsiasi ipotesi di politica nazionale di sviluppo, ricerca, innovazione. Se non avessimo questa dimensione incontrollata del debito pubblico avremmo i soldi per la ricerca, la scuola, l’università, le famiglie. La sommatoria perversa di mancati introiti fiscali per un’evasione fiscale calcolata certamente oltre i 100 miliardi di euro l’anno e una spesa per interessi sul debito di 100 miliardi, ovviamente impedisce qualsiasi ipotesi di investimento produttivo. Per questo dramma c’è una responsabilità e ricade tutta sui nostri padri. Come si è formato questo immenso stock di debito pubblico? Perché classi dirigenti anziane e per niente interessate alle condizioni delle generazioni più giovani, hanno costruito su una politica di spesa dissennata le condizioni del loro consenso.

 

I giovani italiani — con smartphone e jeans firmato — hanno certamente una condizione di vita migliore dei giovani di trent’anni fa, i loro genitori. Altrettanto certo però è che la loro visione del futuro è nettamente peggiore, e più oscura. Non fanno figli, si sposano tardissimo, non si comprano la casa. Le speranze di costruire piani di vita credibili si sono ridotte: quello che si percepisce è un regresso generalizzato nelle condizioni di vita dei giovani. Le prospettive dei giovani sono più incerte di quelle che avevano i loro genitori alla stessa età. Colpa delle famiglie e del malfunzionamento dell’economia. Il problema è profondo e la soluzione è complessa: occorre rivitalizzare la società affrontando due problemi, quello delle competenze da valorizzare e utilizzare da un lato, e dall’altro quello di una società corporativa da sradicare. Tra dieci anni tre quarti dei giovani, che a quel punto non saranno nemmeno più giovani, si saranno trasformati in un’enorme, indistinta generazione di sfigati probabilmente sovvenzionati dallo Stato, in un nuovo tipo di Stato assistenziale e plebiscitario.

Ma non sono qui a parlare di questo (ricordate?), ma della parola “conoscenza”.

La conoscenza è la consapevolezza e la comprensione di fatti, verità o informazioni ottenute attraverso l’esperienza o l’apprendimento (a posteriori), ovvero tramite l’introspezione (a priori).La conoscenza è l’autocoscienza del possesso di informazioni connesse tra di loro, le quali, prese singolarmente, hanno un valore e un’utilità inferiori.

La parola deriva dalle nostre lingue madri, latino e greco. In greco γιγνώσκειν, ‘conoscere’, γνώμη, ‘giudizio’, γνωρίζω, ‘fare’, ‘conoscere’, γνῶσις, ‘conoscenza’. In latino co-gno-sco (gnarus, ‘che conosce’; ignarus, ‘che non conosce’).

Quindi affermo che noi sappiamo. Perché abbiamo appreso. Ed abbiamo appreso più cose delle generazioni che ci hanno preceduto. E forse, anche di quelle che ci seguiranno, colpite da un overflow di notizie che non sanno gestire.

Ora, piccola premessa su come funziona il mondo oggi.

Molti dei laureandi del 2016 sono nati nel 1994, ovvero l’anno in cui il web è diventato “di massa” e non più esclusiva dei cosiddetti “nerd”, il che significa che per la prima volta nella storia il mondo del lavoro accoglierà una generazione interamente cresciuta in rete.

Ma analizziamo per punti le maggiori differenze tra il mondo di oggi, quello della rete, e quello di ieri:

  1.  C’era un tempo in cui le informazioni non le prendevi dalla rete (secondo una stima di Google, ogni giorno vengono compiute circa 3,5 miliardi di ricerche) ma dall’enciclopedia. Che, per coloro che non ne hanno mai vista una, era una sorta di Wikipedia cartacea, ma con meno errori e più credibilità: prima che Internet ripulisse le librerie di casa, non c’era famiglia che non ne avesse almeno una in soggiorno e c’è stato anche chi ha fatto una piccola fortuna vendendole porta-a-porta.
  2. Malgrado l’avvento delle tv, per anni i quotidiani sono stati la fonte privilegiata per tutto quello che capitava nel mondo, tanto che molti avevano un’edizione mattutina e una pomeridiana. Sul finire degli anni Novanta, però, sempre più persone hanno cominciato a cercare in rete quelle stesse notizie che leggevano su carta, decretando di fatto la crisi dei quotidiani. Che ora hanno sposato al Rete e devono reinventare il proprio modello, non solo economico.
  3. Una volta, se volevi sapere qualcosa della compagna di classe di cui eri segretamente innamorato non ti restava che fare dello stalking, cercando di capire che posti frequentava e quando ci andava. Oggi invece basta dare un’occhiata alla pagina Instagram della tipa in questione per vederla da qualunque angolazione “selfie” possibile, ovviamente condivisa col resto del suo mondo social, perché nell’era di Internet umiltà e comune senso del pudore sono vocaboli decisamente agèe.
  4. Quando MTV trasmetteva solo video musicali, il solo modo per ascoltare le canzoni preferite era d’inciderle su un nastro o di andare in un negozio e comprare il disco. E lo stesso valeva per i libri, che trovavi solo in libreria. Adesso invece è sufficiente un click di mouse – o meglio, un tocco sullo schermo touch – per fruire di qualunque prodotto mediatico disponibile online e senza nemmeno muoversi dal divano.
  5. Non passa settimana senza che qualche società non denunci una violazione dei propri sistemi di sicurezza e la conseguente esposizione pubblica d’informazioni che invece dovevano restare private. Questo perché molti faticano a comprendere che nel momento in cui si pubblica qualcosa in rete, che siano dati sensibili o commenti ad un post, questi restano nel cyberspazio per sempre. Di conseguenza, il solo modo per garantire la salvaguardia totale della propria privacy è quello di restare scollegati dalla rete.
  6. Niente da dire, le email sono una grande invenzione, perché nel giro di pochi secondi si può digitare un testo, allegare una foto e spedire il tutto dall’altra parte del mondo con un semplice click. Ma scrivere una lettera a mano, imbustarla, affrancarla e spedirla, attendendo poi con trepidazione che arrivi la risposta, ha ancora il suo fascino, soprattutto per le persone anziane, che spesso si sentono perdute in una società come quella attuale, che fa della gratificazione istantanea il suo unico credo.
  7. C’era un tempo in cui se uno conosceva tutti i fattacci altrui era considerato un impiccione e la gente tendeva a tenere per sé i dettagli più scabrosi della propria vita. Ma nell’era di Twitter e Facebook, dove tutti si fanno gli affari di tutti e, soprattutto, devono sapere tutto di tutti, se non condividi o non commenti sei uno zero-social.
  8. Come l’avvento dei cellulari ha segnato la fine del telefoni fissi (che fossero quelli di casa o quelli delle cabine pubbliche), così Internet ha mandato al macero i voluminosi elenchi telefonici su cui si cercavano i numeri privati (pagine bianche) e quelli aziendali (pagine gialle): oggi basta infatti digitare il nome richiesto in rete e non si fa nemmeno la fatica di sfogliare la guida.

Ogni volta che intraprendo questa discussione, esco rafforzato nelle mie convinzioni.

La nostra generazione, ha visto cose che appartenevano al passato ed ha visto (e vedrà) cose che apparterranno al futuro. Per non parlare di quelli della mia generazione che sono anche fan della serie TV di Star Trek, grazie alla quale abbiamo potuto immaginare cose che si stanno realizzando solo ora (l’ultimo in ordine cronologico è il traduttore universale portatile, il prossimo sarà il tricorder, ne sono sicuro…).

Quindi abbiamo una maggiore consapevolezza del significato della parola conoscenza.

Quando eravamo ragazzini, ne parlavo con amici l’altro giorno, non era raro bere latte fresco appena munto. All’epoca restituivamo le bottiglie di vetro comprate nei negozi. Il negozio le rimandava in fabbrica per essere lavate, sterilizzate e utilizzate nuovamente: le bottiglie erano riciclate. La carta e i sacchetti di carta si usavano più volte e quando erano ormai inutilizzabili si usavano per accendere il fuoco. Non c’era il “residuo” e l’umido si dava da mangiare agli animali. Mio nonna ricordo che aveva le galline nel cortile.

Allora salivamo le scale a piedi: non avevamo le scale mobili e pochi ascensori, che in alcuni casi erano anche a pagamento (forse per scoraggiarne l’uso? mah!). Non si usava l’auto ogni volta che bisognava muoversi di due strade: camminavamo fino al negozio all’angolo. Non si conoscevano i pannolini usa e getta: si lavavano i pannolini dei neonati.

Quando si imballavano degli elementi fragili da inviare per posta, si usava come imbottitura della carta da giornale o dalla ovatta, in scatole già usate, non bolle di polistirolo o di plastica. Non avevamo i tosaerba a benzina o trattori: si usava l’olio di gomito per falciare il prato.

Lavoravamo fisicamente; non avevamo bisogno di andare in una palestra per correre sul tapis roulant che funzionano con l’elettricità. Bevevamo l’acqua alla fontana quando avevamo sete. Non avevamo tazze o bottiglie di plastica da gettare.

Rimpiazzavamo le lame di rasoio invece di gettare il rasoio intero dopo alcuni usi. Le persone prendevano il bus e il treno e i bambini si recavano a scuola in bicicletta o a piedi invece di usare la macchina di famiglia con la mamma come un servizio di taxi 24 h su 24. Bambini tenevano lo stesso astuccio per diversi anni, i quaderni continuavano da un anno all’altro, le matite, gomme temperamatite e altri accessori duravano fintanto che potevano, non un astuccio tutti gli anni e dei quaderni gettati a fine giugno, nuovi: matite e gomme con un nuovo slogan ad ogni occasione.

C’era solo una presa di corrente per stanza, e non una serie multi presa per alimentare tutta la panoplia degli accessori elettrici indispensabili ai giovani di oggi.

Però la nostra generazione ha conosciuto quel mondo, quello delle cabine telefoniche a gettoni, ed ha conosciuto questo, quello del cellulare che fa da computer.

Per quello affermo quello che affermo. E lo faccio anche per un altro motivo. Le nuove generazioni, che dovrebbero conoscere più cose di noi, hanno invece una minore “conoscenza”.

Forse abbiamo sbagliato, perché se i giovani d’oggi sono così la colpa è un po’ anche nostra, ma non è colpa nostra se i ragazzi di oggi non sanno scrivere 10 linee senza fare 20 errori di ortografia, se non hanno mai aperto un libro e se dici loro “Sparta” pensano a “300” (il film), che non sanno chi ha scritto il bolero di Ravel, che non sanno dove passa il Danubio e via andando.

Non voglio cadere nel cliché anche stavolta, per questo chiudo con un esortazione. Siate curiosi ed attivi, perché la gioventù passerà e vi troverete a rimpiangere il tempo buttato sui videogiochi invece che passato a leggere qualcosa (che ne so, Dante, tanto per fare un esempio…).

P.S.: anche noi avevamo i videogiochi, ma per giocare dovevi andare in sale giochi. Le sale giochi erano locali grandi, enormi, alcune contenevano una ventina di titoli: la scelta era ampia. Le sale giochi divennero un vero e proprio fenomeno sociale tra la metà degli anni 80 e l’inizio degli anni 90, luogo spesso coacervo di incontri dai quali nascevano amicizie. Vere, non come quelle di Facebook.

 

Fonti:

https://medium.com/italia/la-generazione-perduta-dei-nati-in-italia-negli-anni-settanta-e-ottanta-8b397a92f25b#.iaz88wkgh
http://www.corriere.it/tecnologia/cyber-cultura/cards/mondo-prima-internet-dischi-modestia-11-cose-che-adesso-non-ci-sono-piu/farsi-affari-propri.shtml

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