Ossi duri

AGGIORNAMENTO A FINE ARTICOLO!

La prima volta che sono andato al cinema la ricordo ancora, mi ci portò mio zio Pasquale (un omone grosso con la barba) a vedere “…altrimenti ci arrabbiamo” con Terence Hill (il Don Matteo televisivo) e Bud Spencer (un omone grosso con la barba).

Il film era veramente divertente e parlava di un meccanico (Ben) ed il suo amico camionista (Kid), appassionati di corse automobilistiche, che vincono a pari merito una corsa, il cui primo premio è una “dune buggy” (un tipo di automobile destinata alla marcia sulla sabbia, ma la moda ed il suo aspetto sbarazzino ne decretarono il successo che la promossero icona degli anni sessanta e settanta quasi quanto il “maggiolino” della Volkswagen). Anziché venderla e dividere il ricavato, i due se la giocano in una gara di resistenza gastronomica, a suon di birra e salsiccia, interrotta sul più bello da una banda di teppisti che mettono a soqquadro il locale in cui è in corso la sfida. Il vero obiettivo dei gangster, che dipendono da uno speculatore edilizio, è un vicino luna-park, che il loro padrone vuole far sparire per erigere, al suo posto, un grattacielo. Usciti, Ben e Kid si imbattono in uno dei malintenzionati, che sperona il veicolo facendolo incendiare. Decisi a pretendere una nuova “dune buggy”, i due vanno al locale ristorante del Capo, che in un primo momento sembra propenso ad accordare la restituzione ma alla fine viene dissuaso dal suo braccio destro, il Dottore. Piuttosto che rendere la “dune buggy”, il Capo mette allora alle costole di Ben e Kid un suo tirapiedi, che li segue al luna park. Tuttavia i due se ne accorgono e stendono a cazzotti l’intera gang.

Il Capo fa quindi venire dagli Stati Uniti un killer per sbarazzarsi definitivamente dei due. Dopo aver provato inutilmente a sorprenderli in officina, l’uomo segue i due in teatro, dove Ben sta tenendo le prove del coro dei pompieri (scena da morire dal ridere, soprattutto quando Bud Spencer canta), ma non riesce a tenere i due sotto tiro a causa di diversi ostacoli orditi da Kid. Mentre al ristorante il Capo e il Dottore festeggiano, certi di essersi sbarazzati dei due, arriva il killer in mala parata: il Capo va su tutte le furie. Il Dottore lo convince però che la vera mente che guida Ben e Kid è in realtà Geremia, un vecchietto che fa da aiutante a Ben e che, tempo prima, era stato cuoco nel ristorante, e che è quindi lui che bisogna attaccare. Quando Ben e Kid scoprono Geremia pesto e malconcio, corrono al ristorante del Capo, demoliscono il locale e prendono a pugni tutto il personale. Il giorno dopo il Capo, sconfitto, consegna a Ben e Kid ben due “dune buggy”; nel frattempo, il vicino luna park riapre e ricomincia la propria attività. Kid e Ben decidono quindi di fare subito una corsa, distruggendo la macchina di Ben.

Come sa chi ha già visto questo genere di film e come avrà capito chi ha letto la trama, il film si basava soprattutto su scazzottate (e nonostante questo a quel tempo non causò dibattiti televisivi e l’intervento di pletore di psicologi ed esperti e soprattutto non mi reputo una persona violenta nonostante da ragazzino guardassi i film di B.S. & T.H.) e sul fatto che i due erano degli “ossi duri” contro chi voleva commettere dei soprusi, caratteristica questa di quasi tutti i film dei due (sedici in diciotto anni!). E a proposito di ossa, avevo accennato al fosforo in Portatore di luce, promettendo di riprendere l’argomento e accennandone l’importanza per la vita dell’uomo, e per farlo parto proprio dalle ossa.

La comparsa della vita è un evento recente in rapporto all’età del nostro pianeta e al momento della formazione della Terra l’ambiente era del tutto incompatibile con la vita biologica come quella che conosciamo. Fu solo quando il vapore acqueo si condensò in acqua e quando la temperatura scese a livelli paragonabili a quelle attuali che ebbe inizio il processo che fece nascere le prime forme di “vita”. Nell’atmosfera mancava ancora l’ossigeno allo stato libero che apparve grazie al metabolismo dei primi esseri viventi; esso era comunque presente combinato nell’acqua e nell’anidride carbonica. La superficie terrestre era colpita dalle radiazioni luminose provenienti dal Sole molto di più di adesso, infatti non si era ancora formato lo strato di ozono attuale che assorbe molti raggi ultravioletti (non essendoci ossigeno allo stato libero, non poteva esserci l’ozono!). Esistevano soltanto molecole semplici come acqua, metano, anidride carbonica, e così via; la trasformazione di una miscela disordinata di piccole molecole, in struttura ordinate di molecole complesse si compì con l’azione delle scariche elettriche e delle radiazioni ultraviolette su questa miscela di piccole molecole, che reagirono tra loro, dando luogo a strutture più complesse.

La vita sulla Terra quindi iniziò a comparire come acqua nella quale in soluzione o in sospensione si trovavano molecole di varie dimensioni. Ciò implicava una predisposizione per gli organismi viventi a essere molli e schiacciati, come i vermi, per esempio. È possibile sopravvivere in tali forme e per quasi il 90% della presenza di forme di vita sulla Terra è quello che è realmente accaduto. Solo in tempi relativamente recenti la vita ha sviluppato rigidità e durezza. Ovviamente, le forme di vita elementari presenti nel “brodo primordiale”, avevano necessità di un qualcosa che tenesse “l’interno” separato “dall’esterno”, una specie di pellicola per tenere unito tutto il meccanismo biologico. A questo provvidero le macromolecole formando le membrane cellulari. La vita vegetale usa la cellulosa per creare le lunghe catene necessarie allo scopo ed il legno ha la cellulosa come costituente principale, infatti cotone, lino e carta sono composte quasi del tutto da cellulosa. La vita animale non produce cellulosa ma proteine di vario tipo (cheratina, per esempio, per peli, unghie e pelle o collageno per i legamenti e i tendini).

Crescendo di dimensioni, diverse specie o, meglio, “tipi” (bisognerebbe dire “phyla” ma sulla classificazione degli esseri viventi ci tornerò, è un argomento molto affascinante) riuscirono ad usare sostanze inorganiche per costruirsi “armature” protettive; oltre che servire come protezione, questi “scheletri” fungevano da punto d’attacco per i muscoli, e si sono conservati come quelli che noi chiamiamo fossili (ecco perché i fossili sono presenti solo in rocce con meno di 600 milioni di anni; prima di quell’epoca, non c’erano parti dure da fossilizzare). Al principio, le specie viventi usarono il silicio, che, sebbene comune, non è facilmente trattabile dagli esseri viventi. Allora passarono al calcio, in particolare al carbonato di calcio, meglio noto come calcare. Le conchiglie di ostriche e lumache, come i coralli e i gusci delle uova sono di carbonato di calcio.

Per gli artropodi, però, il carbonato di calcio era troppo “pesante” e allora usarono la chitina. Aragoste, granchi, gamberi, ragni e scorpioni hanno il “guscio” di chitina. Chi sa di chimica, conosce la formula della chitina; dal punto di vista chimico si tratta di un polisaccaride, costituito da più unità di “N-acetilglucosamina” legate tra di loro con un legame dello stesso tipo delle unità di glucosio che formano la cellulosa. Pertanto la chitina può essere considerata come una cellulosa nella quale al gruppo ossidrilico sia stato sostituito un gruppo di acetilammina. La chitina è inoltre il componente principale della parete cellulare dei funghi. La chitina è meno dura del calcare ma è più flessibile e più leggera. Il suo successo lo si capisce dal fatto che esistono più specie di artropodi di quante sono le specie di tutti gli altri “phyla” messi insieme.

L’ultimo “phylum” ad essersi sviluppato è quello dei cordati (dei quali facciamo parte anche noi), circa 550 milioni di anni fa. Tutti i cordati mostrano alcune strutture omologhe derivate nel corso dell’evoluzione da un unico antenato comune e che ne dimostrano la stretta parentela. Una di queste omologie, quella che conferisce il nome al phylum, è la corda dorsale, o notocorda. I cordati si sono evoluti meglio degli artropodi, poiché hanno lasciato all’esterno la pelle priva di protezione e all’interno lo scheletro dove serviva per dare un punto di attacco ai muscoli (tranne Iron Man, che ha la protezione anche fuori…). La vulnerabilità della pelle è più che compensata dalla forza, potenza e agilità che i cordati hanno sviluppato e che fa sì che essi siano i più forti, i più veloci e i più intelligenti tra gli animali.

Si è sviluppata così la “colonna vertebrale”, ad ulteriore protezione della corda neurale (ed infatti noi facciamo parte del “sottotipo” dei vertebrati). Quelli che tra i cordati svilupparono un’ossatura esterna, come la tartaruga o l’armadillo, non ebbero molto successo, perché ne veniva limitata la mobilità. In un’altra direzione andarono quelli che tra i cordati svilupparono uno scheletro interno, come gli squali, che per questioni di leggerezza hanno sviluppato lo scheletro in cartilagine (ma i denti sono in materiale osseo) e gli altri pesci, chiamati “pesci ossei”. Dai pesci ossei l’evoluzione portò agli anfibi, poi ai rettili, agli uccelli ed infine ai mammiferi. Tutti con una struttura ossea interna. Le ossa, come le conchiglie delle ostriche, sono un composto del calcio. Ma c’è una differenza.
Il primo a cercare una risposta fu il mineralogista svedese Gahn, nel 1770, che usava un cannello detto “ferruminatorio” per analizzare i minerali. Quando sottopose le ossa allo stesso trattamento scoprì che contenevano fosfato di calcio; come ricorderete, avevamo detto che la scoperta del fosforo era stata ottenuta dall’urina, quindi si pensava che si trattasse di un componente dell’organismo. Il fatto di trovare il fosforo nelle ossa, che sono presenti solo nei vertebrati, sollevò un dubbio. Quindi si passò ad analizzare anche le piante e gli invertebrati e si notò che il fosforo era presente in tutte le forme di vita, sia in quelle animali che in quelle vegetali. D’altronde, le piante assorbono gli atomi dal terreno, quindi si provò ad escludere che le piante assorbissero per errore dal terreno i fosfati (come a volte assorbono i silicati o l’alluminio, che quasi certamente non fanno parte del loro processo organico). Così alcuni studiosi cercarono tra i fertilizzanti, il cui più famoso era il letame (dal latino “laetamen”, cioè “concime”, nel senso di “ciò che rende fertile”, che si diceva “laetus”) se vi fossero tracce di fosfati. Nel diciannovesimo secolo, il chimico tedesco Liebig giunse alla conclusione che i fosfati avevano un ruolo primario nella concimazione (non solo, inventò i primi fertilizzanti chimici, che ridiedero alla campagna un odore più gradevole andando a sostituire il letame e fermarono la diffusione di germi patogeni contenuti nel “concime” naturale). In realtà il fosforo era stato rintracciato già in precedenza dal chimico francese Gobley, nel tuorlo d’uovo, in una molecola che egli chiamò “lecitina”, dal greco λέκιθος, “tuorlo”.

Al tempo di Gobley non si riuscì a compiere un’esatta analisi chimica della lecitina, ma oggi sappiamo che è composta da 42 atomi di carbonio, 84 di idrogeno, 9 di ossigeno, 1 di azoto ed 1 di fosforo. Anche se c’è solo un atomo di fosforo sui 137 totali della lecitina, tanto bastò per stabilire l’esistenza di fosfati organici. Da allora sono stati scoperti altri composti simili e al gruppo è stato dato il nome di “fosfogliceridi”. I fosfogliceridi rappresentano la classe più importante di fosfolipidi, i lipidi la cui testa polare contiene un gruppo fosfato. Queste sostanze costituiscono una frazione significativa dei lipidi di membrana nei regni batterico, vegetale e animale. Grazie alle loro proprietà un’estremità si presenta idrofobica (cioè respinge l’acqua) e l’altra idrofilica (cioè la attrae); ciò contribuisce a dirigere la disposizione di questi in foglietti detti bilayer fosfolipidici, mediante interazioni idrofobiche tra le molecole fosfolipidiche e interazioni idrofiliche tra fosfolipidi e acqua (in pratica si orientano).

I fosfogliceridi sono anche presenti nel materiale isolante che permea la superficie del cervello. Dopo questa scoperta si pensò che il fosforo avesse a che fare con le funzioni del cervello e quindi con l’intelligenza. Nacque così un mito alimentare, conseguente alla scoperta che il pesce contiene molto fosforo, che costrinse tanti di noi a mangiare puzzolente merluzzo almeno una volta alla settimana durante il periodo della crescita (non che faccia male, ma da piccoli si è notevolmente più attratti dalle patatine fritte…). La scoperta della lecitina e degli altri fosfati organici fece però capire che il fosforo era praticamente dappertutto, nel latte, nelle uova e nella carne (ma non nelle patatine fritte, ahimé) ed era essenziale alla vita stessa e non solo alle ossa.

Il passo successivo fu capire quale fosse la funzione del fosforo: stabilito che c’era, doveva pur avere qualche funzione. Il biochimico inglese Harden, mentre studiava gli enzimi (dal greco ἐν ζύμῳ cioè “all’interno del lievito”; si riteneva infatti che entità del genere potessero trovarsi solo all’interno di cellule di lievito) ed in particolare quelli che provocavano la fermentazione degli zuccheri in alcool, scoprì che l’enzima era costituito da una molecola di grandi dimensioni (enzima vero e proprio) che operava collaborando con un “coenzima”, il quale conteneva fosforo. Ciò implicava varie cose dal punto di vista chimico, ma soprattutto che i gruppi fosforici dei coenzimi tendevano a diminuire durante il processo. La scoperta più interessante la fece il biochimico americano Lipmann, che notò come i fosfati sottoposti ad idrolisi sviluppassero energia. Non solo, egli riuscì a distinguere i gruppi tra fosfati con legame a bassa energia e legame ad alta energia.

Il cibo contiene molta energia chimica e, quando viene demolito dai processi chimici del corpo umano, libera più energia di quanta il corpo ne possa assorbire. C’è il rischio che la maggior parte dell’energia possa andare perduta, invece, con il procedere del processo metabolico, di tanto in tanto si produce abbastanza energia da cambiare un legame fosforico a bassa energia in uno in alta energia. È come se all’interno del corpo ci fosse un “cambiamonete”, che suddivide la banconota da 20 euro in monete da 2, più facilmente spendibili. I legami fosforici ad alta energia più comuni sono quelli che appartengono ad una molecola che si chiama in breve “ATP”. L’adenosina trifosfato, appunto “ATP”, è un ribonucleotide trifosfato formato da una base azotata, cioè l’adenina, dal ribosio, che è uno zucchero pentoso, e da tre gruppi fosfato. È uno dei reagenti necessari per la sintesi dell’RNA, ma soprattutto è il collegamento chimico fra catabolismo e anabolismo e ne costituisce la “corrente energetica”. Esso viene idrolizzato ad ADP (adenosindifosfato), che viene riconvertito in ATP mediante vari processi. L’ATP è il composto ad alta energia richiesto dalla quasi totalità delle reazioni metaboliche endoergoniche (fidatevi, l’ho letto in un libro di chimica, potete farlo anche voi, se volete). Praticamente, la sostanza, particolarmente abbondante nel nucleo delle cellule e per questo chiamata “acido nucleico”, arrivò ad assumere una posizione determinante dal punto di vista dei biochimici. E la varietà nota come “acido desossiribonucleico” (DNA) è la componente fondamentale e chiave della vita. Con le proteine (per lo più con gli enzimi) controlla la chimica della cellula e fa la differenza che c’è tra noi, un albero e un pesce. E tutto questo grazie al fosforo.

Ora torno ad un altro argomento che avevo lasciato in sospeso (Andrea, autore del blog “nonsonoipocondriaco” me lo ha chiesto e io non posso esimermi). Abbiamo parlato di elementi, di molecole e di atomi ma non abbiamo mai detto se questi scompariranno o ci saranno per sempre! Partiamo, come sempre, con ordine.

Al momento attuale la più attendibile teoria sull’origine dell’universo è quella secondo la quale esso si è formato dall’esplosione di una palla di fuoco piccola ed estremamente densa, diversi miliardi di anni fa. Durante i primi secondi dopo questa immane esplosione (Big Bang) la densità dell’energia era così grande che esistevano solo radiazioni e le particelle fondamentali. Tuttavia, quando l’universo si raffreddò e si espanse, dopo il big bang, si formò l’idrogeno, che dopo milioni di anni si condensò in galassie e poi in stelle. In queste stelle di “prima generazione” l’idrogeno si brucia formando nuclei più pesanti e liberando energia; in ogni caso, anche quando una stella di questo tipo esplode dando luogo a una supernova, l’isotopo più pesante che si produce è Ferro (peso atomico 56). I prodotti gassosi dell’esplosione delle stelle della prima generazione contengono molti elementi leggeri e quando i gas si condensano per formare le stelle della seconda generazione possono aver luogo numerose reazioni nucleari. Alcune di queste avvengono con emissione di neutroni, che vengono catturati da altri nuclei formando nuclei più pesanti i quali decadono per emissione beta dando luogo a elementi con numero atomico ancora più alto, fino al Californio (p.a. 254). Ne consegue che l’universo contiene modeste quantità di elementi più pesanti rispetto al Ferro 56, ognuno in misura all’incirca proporzionale alla stabilità del suo nucleo. Nello spettro del Sole sono stati identificati più di 60 elementi.

Quando si formò il Sole, la massa ruotante a forma di disco di entità pari all’intero sistema solare dette luogo a numerose turbolenze. Queste turbolenze portarono alla sporadica formazione di piccole masse di elementi pesanti che alla fine dettero luogo alla forma primitiva dei pianeti, circondati da una atmosfera di idrogeno e di elio. Quando la massa centrale, il Sole, cominciò a irradiare energia come conseguenza delle reazioni nucleari che avvenivano in esso, l’idrogeno e l’elio furono allontanati dai pianeti più interni. La Terra assunse gradualmente la consistenza di un nucleo centrale di ferro e nichel, di un mantello di silicati e di una crosta anch’essa di silicati, e successivamente sviluppò una atmosfera e una idrosfera (le masse di acqua e di ghiaccio che si trovano sulla superficie della Terra). In ciascuna di queste componenti la distribuzione degli elementi è differente. A esempio, l’abbondanza relativa degli elementi che si trovano nell’atmosfera, nell’idrosfera e sulla superficie terrestre risulta da una combinazione di processi geologici e biologici. L’abbondanza degli elementi negli esseri viventi riflette la loro abbondanza nella crosta terrestre e la loro utilità nei processi biochimici. Una caratteristica dei processi di formazione dei minerali sulla Terra è la loro creazione in grandi disparità spaziali in termini di abbondanza degli elementi, con alcuni luoghi particolarmente ricchi di risorse estraibili ed altri quasi spoglie degli stessi.

Fino alla seconda metà del XX secolo, solo una modesta frazione degli elementi è stato utilizzato nella tecnologia in modo significativo e la fine di tali risorse non si pensava sarebbe stata vicina. Nonostante possa sembrare semplice designare se un elemento è “scarso” e un altro meno, rilevarne la criticità risulta essere molto impegnativo. Questo perché la criticità dipende non solo dall’abbondanza geologica, ma da una serie di altri fattori, come il potenziale di sostituzione, il grado in cui i depositi di minerale sono concentrati geopoliticamente, lo stato della tecnologia mineraria e della politica economica locale.

Negli ultimi dieci anni, la carenza sporadica di metalli e metalloidi fondamentali per le moderne tecnologie hanno ispirato tentativi di determinare la relativa “criticità” di vari materiali come una guida per gli scienziati dei materiali e per i progettisti. La varietà di metodologie che sono stati utilizzate per questo scopo hanno prevedibilmente portato a risultati molto diversi, che sono pertanto poco utili. Sembra però, a prescindere dalle ricerche globali, che le riserve di Elio stiano terminando. Se potremmo anche rassegnarci ad avere palloncini senza elio, il vero problema è che l’elio è insostituibile nelle applicazioni sulle tecnologie del freddo. Ha un punto di ebollizione molto basso (-268,93 °C), il che lo rende insostituibile per i sistemi di refrigerazione a temperature molto basse, come nel raffreddamento delle macchine per la risonanza magnetica. Rispetto all’idrogeno non è infiammabile, motivo per cui viene anche utilizzato per pressurizzare i serbatoi di combustibile liquido. Mischiato all’ossigeno riduce il rischio di embolia durante la fase di decompressione seguente a un’immersione, poiché è scarsamente solubile nel sangue. Ma gli scienziati stanno già studiando una molecola che lo sostituirà.

Sembrerebbe quindi che alcuni elementi scompariranno, ma è di un paio di mesi fa la notizia che quattro nuovi elementi chimici sono stati aggiunti alla tavola periodica degli elementi dall’Unione internazionale di chimica pura e applicata (IUPAC), l’organizzazione non governativa che si occupa di promuovere e coordinare i progressi nella chimica. I nuovi arrivati occupano la settima fila della tavola, lo schema che viene utilizzato per ordinare gli elementi chimici sulla base del loro numero atomico e della quantità di elettroni nel loro orbitale atomico più energetico. Gli elementi sono stati scoperti negli ultimi anni da ricercatori in Giappone, Russia e negli Stati Uniti, e sono i primi a essere aggiunti dallo scorso 2011. Prima di essere trascritti sulla tavola, la IUPAC effettua controlli e verifiche per accertare la fondatezza e la consistenza delle scoperte annunciate.
Un gruppo di ricercatori dell’Istituto unito per la ricerca nucleare di Dubna, in Russia, e del Lawrence Livermore National Laboratory della California, Stati Uniti, ha identificato gli elementi 115, 117 e 118. L’Istituto Riken del Giappone invece ha scoperto l’elemento 113, portando qualche prova più consistente rispetto agli altri due gruppi di ricerca, che ne avevano comunque annunciato l’esistenza. In tutti e quattro i casi si tratta di elementi sintetici, creati cioè dall’uomo.

Ogni elemento che compare sulla tavola ha un proprio numero atomico: questo corrisponde al numero di protoni che fanno parte del suo nucleo. Buona parte degli elementi più pesanti dell’uranio (che ha numero atomico 92) sono altamente instabili e decadono molto rapidamente (i loro nuclei perdono man mano energia e protoni fino a raggiungere uno stato di maggiore stabilità), spesso nel giro di pochi secondi, diventando quindi molto difficili da trovare in natura. Per superare il problema e poterli studiare, i ricercatori devono quindi ricrearli in laboratorio facendo scontrare tra loro gli atomi, per crearne di nuovi con nuclei più grandi. Studiando il modo in cui gli atomi decadono, possono scoprire se lo scontro che hanno prodotto abbia o meno portato al peso atomico desiderato.

Quando fu teorizzata per la prima volta l’esistenza dell’elemento 115, per esempio, si pensò che potesse far parte della cosiddetta “isola di stabilità”, un gruppo di elementi pesanti che si ipotizza possano essere molto stabili e quindi decadere molto più lentamente. In virtù di questa ipotizzata caratteristica, l’elemento acquisì una certa fama tra gli appassionati di fantascienza e tra gli ufologi. Si immaginò che potesse essere usato nella costruzione di navicelle spaziali aliene e divenne uno dei riferimenti nelle trame di diversi videogiochi, come Tomb Raider III (il meteorite che doveva trovare Lara Croft conteneva l’elemento 115).

Per ora i nuovi quattro arrivati non hanno un nome ufficiale e sono stati denominati temporaneamente ununtrio (Uut, 113), ununpentio (Uup, 115), ununseptio (Uus, 117), ununoctio (Uuo, 118). Il nome definitivo potrà essere attribuito a ogni elemento dal gruppo di ricercatori che lo ha scoperto. Mi auguro che facciano presto…

AGGIORNAMENTO: I quattro elementi (o almeno tre di loro) hanno avuto un nome definitivo:

  • Nihonium e simbolo Nh, per l’elemento 113;
  • Moscovium e simbolo Mc, per l’elemento 115;
  • Tennessine e simbolo Ts, per l’elemento 117;
  • Oganesson e simbolo Og, per l’elemento 118.

I nomi sono stati accettati dall’Unione internazionale di chimica pura e applicata (Iupac) e proposti, come da tradizione, dagli scopritori degli elementi stessi a cui spetta l’onore di assegnare una denominazione ufficiale che poi apparirà su tutti i libri di chimica e fisica.

Per quanto riguarda i nomi, il più «interessante» è quello assegnato all’elemento 113. Nihonio, infatti deriva da Nihon che in giapponese significa «terra del sole nascente». È il simbolo che compare sulla bandiera del Giappone e dà origine al nome stesso della nazione. È un po’ come se fosse stato chiamato «giapponio». L’Nh-113 è stato scoperto dalla squadra di scienziati guidati dal professor Kosuke Morita operando collisioni tra ioni di zinco e bismuto. È inoltre il primo elemento chimico scoperto in un Paese asiatico.

Il Moscovio assume il nome della regione dove ha sede l’Istituto unito di ricerche nucleari di Dubna (Russia) dove è stato scoperto l’elemento 115.

Il Tennessinio è dedicato allo Stato del Tennessee, dove sorge il Laboratorio nazionale di Oak Ridge della Vanderbilt University, il cui gruppo ha scoperto l’elemento Ts-117 insieme ai ricercatori dell’Università del Tennessee di Knoxville.

L’Oganessio è dedicato al professor Yuri Oganessian, 83 anni, studioso di elementi transuranici. Si tratta del secondo elemento a cui è stato dato il nome di una persona ancora in vita (l’altro era il seaborgio, dedicato a suo tempo a Glenn Theodore Seaborg, chimico statunitense, 1912-1999).

Fonti:
“Grande come l’Universo”, Isaac Asimov, Oscar Mondadori, 1997
http://www.pnas.org/content/112/14/4257.full
https://iupac.org/iupac-is-naming-the-four-new-elements-nihonium-moscovium-tennessine-and-oganesson/

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