Il decimo pianeta

Sono sempre stato dell’idea che le esagerazioni siano sbagliate, in qualunque campo. Un bicchiere di vino non ha mai fatto male a nessuno, si dice, ma se ne bevi due litri il discorso cambia. E negli atteggiamenti umani, quando si parla soprattutto di tre argomenti si tende ad esagerare. Mi riferisco a politica, religione e calcio (in Italia, ma il discorso penso valga anche per l’hockey in Canada ed il rugby alle ISole Samoa). Per quieto vivere, ma soprattutto perché credo nei concetti assoluti (il Bene, la Lealtà e via andando), ho sempre provato ad evitare quei tre tipi di discussioni, ma a volte è impossibile resistere. E soprattutto, se è vero che in politica e in religione pochi sono veramente preparati, e può bastare un concetto piazzato bene per spegnere qualunque polemica o almeno a far allontanare l’oppositore bofonchiando, in Italia è inutile provare a far cambiare idea ad un appassionato di calcio.

Il mio amico Lorenzo, invece, raramente parla di politica, religione e calcio, temi che non gli interessa discutere, ma quando si tocca l’astronomia, soprattutto certi argomenti che riguardano l’aspetto più esoterico della stessa, spesso si appassiona in dotte disquisizioni. Ahimè, raramente riusciva a darmi del filo da torcere, soprattutto quando iniziava a parlare di Nibiru. Per chi non sa cos’è Nibiru, consiglio la lettura di questo articolo, perché ci arriverò, ma per arrivare a parlare di Nibiru, dovrò prima spiegare com’è fatto il Sistema Solare e soprattutto come si è arrivati alla scoperta dei pianeti extraterrestri. Molti di voi sicuramente conoscono il Sistema Solare ma quando e come si è arrivati alla scoperta della nostra stella e dei pianeti che ci circondano, quella è tutta un’altra cosa. Ci provo, cercherò di non essere noioso e come al solito, userò meno matematica possibile. E non parlerò di Big Bang e simili, ma solo del nostro caro vecchio Sistema Solare.

“I mondi si originano così: molti corpi di tutte le forme e dimensioni si muovono dall’infinito in un grande vuoto dove si uniscono e producono un singolo vortice, nel quale, urtandosi l’un l’altro e girando in vari modi iniziano a separarsi” (Leucippo ~480-420 a.C.)

“In alcuni mondi non ci sono il Sole a la Luna, in altri sono più grandi che nel nostro mondo, e in altri ancora più numerosi. Ci sono mondi vuoti di creature o piante o ogni umidità” (Democrito ~460-370 a.C.)

“Ci sono infiniti mondi, sia simili che diversi dal nostro. Poiché gli atomi sono infiniti in numero, come già dimostrato, non esiste alcun ostacolo ad una infinità di mondi” (Epicuro, 341-270 a.C.)

“Non può esserci più di un mondo” (Aristotele, 384-322 a.C)

Ecco, a volte c’è da rimanere a bocca aperta davanti a certe affermazioni! I Greci avevano una profonda conoscenza del mondo, ma fecero un errore madornale (anzi, due). Intanto, finirono per considerare la deduzione come l’unico mezzo per raggiungere la conoscenza. Essi erano del tutto consapevoli del fatto che per certi tipi di conoscenza la deduzione era inadeguata: per esempio non si può dedurre la distanza da Corinto ad Atene da principi astratti, ma la si deve misurare. Essi tendevano a sottovalutare le conoscenze connesse direttamente con la vita quotidiana. Si narra che un allievo di Platone, a cui il maestro stava impartendo degli insegnamenti di matematica, abbia chiesto impazientemente alla fine: “Ma a cosa serve tutto ciò?”. Platone, profondamente offeso, chiamò uno schiavo e, ordinandogli di dare all’allievo una moneta, disse: “Ora non penserai più che l’insegnamento ricevuto sia stato del tutto inutile”. Con ciò, l’allievo fu espulso.

I Greci rimasero gravemente limitati da questo atteggiamento. Anche se la Grecia non fu avara di contributi pratici alla storia della civiltà, perfino il suo grande inventore, Archimede di Siracusa, si rifiutò di mettere per scritto le proprie invenzioni e scoperte concrete: per conservare la propria condizione non professionale, rese noti solo i risultati raggiunti nell’ambito della matematica pura. La mancanza di interesse per le cose materiali non fu che uno dei fattori che posero dei limiti al pensiero greco. L’importanza data dai Greci allo studio puramente formale e astratto li indusse a compiere il secondo grande errore, che li portò infine a un punto morto. Sedotti dal successo degli assiomi nella costruzione di un sistema di geometria, i Greci finirono per considerarli come “verità assolute”, supponendo che anche altri rami della conoscenza andassero costruiti a partire da analoghe “verità assolute”. Così, nell’astronomia finirono per considerare come vere le affermazioni che:
• la Terra stesse immobile e fosse al centro dell’universo;
• la Terra fosse corrotta e imperfetta, mentre i cieli erano eterni, immutabili e perfetti.

E poiché secondo i Greci la curva perfetta era il cerchio, dato che i cieli erano perfetti ne conseguiva che tutti i corpi celesti si dovessero muovere circolarmente intorno alla Terra. Con il tempo l’osservazione (motivata dalle esigenze della navigazione e della compilazione di calendari) mostrò loro che i pianeti non descrivono dei semplici cerchi perfetti; ciò obbligò i Greci a consentire ai pianeti di muoversi secondo combinazioni sempre più complicate di cerchi. Tali combinazioni vennero esposte verso il 150 dopo Cristo da Claudio Tolomeo, ad Alessandria, sotto forma di un sistema terribilmente complesso. Questo culto della deduzione da assiomi era destinato a portare sull’orlo di un precipizio: una volta che i Greci ebbero sviluppato tutte le implicazioni degli assiomi, sembravano impossibili ulteriori scoperte importanti in matematica o in astronomia. La conoscenza filosofica appariva completa e perfetta: per quasi duemila anni dopo l’Età dell’Oro della Grecia, di fronte a qualsiasi domanda relativa all’universo, prevalse la tendenza a risolvere il problema ricorrendo alla frase: “Aristotele afferma…”, oppure “Euclide dice…”. Dall’ultima delle quattro frasi che ho riportato sopra se ne ricava il risultato; nonostante Leucippo, Democrito ed Epicuro affermassero delle verità, fu Aristotele a spuntarla.

Torniamo al Sistema Solare. Supponiamo che l’abitante di un mondo lontano, scoperto un modo per viaggiare più veloce della luce, arrivi fino a noi. La situazione che troverebbe osservandolo sarebbe grossomodo riassumibile nei seguenti cinque punti:
1) Tutti i pianeti principali girano intorno al Sole approssimativamente nel suo piano equatoriale;
2) Tutti i pianeti principali girano intorno al Sole nello stesso senso;
3) I pianeti principali ruotano intorno al proprio asse e altrettanto fa il Sole;
4) I pianeti sono situati in orbite approssimativamente circolari, la cui distanza dal Sole aumenta regolarmente (fig. 1);
5) I satelliti girano intorno al rispettivo pianeta in orbite approssimativamente circolari, nel piano equatoriale del pianeta e nello stesso senso.

Non tutti i punti sono precisi al 100%, ma a grandi linee la situazione che si presenta agli occhi di un osservatore esterno è questa. Ricordate il punto 4), ne riparleremo dopo. A questo punto l’alieno potrebbe fare delle ipotesi su come si sia formato il Sistema Solare; dopo un po’ di ragionamento arriverebbe a due ipotesi, quella catastrofista, cioè che un avvenimento violento, come la collisione tra due corpi celesti, possa aver creato tutto questo, oppure quella evoluzionista, cioè la possibilità che il Sistema Solare si sia creato lentamente, nei millenni. Entrambe le ipotesi hanno punti a favore e contro e fu proprio questa la discussione che ebbe luogo nella seconda metà del 1700 tra gli scienziati della Terra. Vi rivelo, subito l’assassino, che in questo caso non è il maggiordomo: fu un evento lento che diede luogo alla formazione del Sistema Solare, anche se…

La formazione del Sistema Solare risale a circa 4,6 miliardi di anni fa, quando la contrazione gravitazionale di una nube costituita da gas e polvere diede luogo a una condensazione centrale (il Sole) e a una nebulosa composta da tutto il materiale residuo distribuito lungo un disco in rapida rotazione, dalla quale ebbero origine per condensazione i cosiddetti planetesimi, corpuscoli di varie dimensioni, che, aggregandosi, formarono poi, dopo milioni di anni, i pianeti. Probabilmente la nebulosa era il residuo dell’esplosione particolarmente violenta di una supernova, quindi volendo fare il giudice conciliatore tra le due ipotesi descritte in precedenza, c’è stata prima una catastrofe e poi un evoluzione.

I pianeti del Sistema solare sono otto. In ordine di distanza dal Sole essi sono: Mercurio, Venere, Terra, Marte, Giove, Saturno, Urano e Nettuno. I primi quattro compongono l’insieme dei pianeti interni (o rocciosi o terrestri), corpi solidi costituiti da rocce, sabbia e polveri. Essi hanno sette caratteristiche comuni:
1) Sono relativamente vicini al Sole;
2) Hanno un’elevata densità;
3) Hanno diametri modesti;
4) Non sono molto massivi;
5) Hanno un’elevata craterizzazione;
6) Hanno una tenue atmosfera o addirittura non ce l’hanno;
7) Hanno pochi satelliti.

I secondi quattro (Giove, Saturno, Urano e Nettuno) sono detti pianeti esterni (o Pianeti Gassosi o di tipo Gioviano), e sono enormi sfere gassose con piccoli nuclei solidi e temperature molto basse a causa della loro distanza dal Sole. Hanno sei caratteristiche comuni:
1) Sono distanti dal Sole;
2) Hanno una bassa densità;
3) Hanno diametri enormi;
4) Sono massivi;
5) Hanno atmosfere molto estese;
6) Hanno molti satelliti.

Come mai queste differenze? Dicevamo che il Sole si è formato a partire da un’immensa nube di gas e polveri; forse in seguito alla perturbazione creata dall’esplosione di una grande stella molto vicina questa nube ha iniziato ad affondare sotto il proprio peso e a collassare su se stessa. Gradualmente ha preso la forma di un disco, in rotazione su se stesso, più denso e più caldo al centro più freddo verso l’esterno: in seguito, al centro del disco, la materia è divenuta sufficientemente densa e calda perché il Sole cominciasse a brillare. In questa immensa nube di gas e polveri alcune particelle solide si sono agglomerate progressivamente, in meno di 100 milioni di anni, sino a formare i Pianeti; vicino al Sole, dove il calore è più intenso, i Pianeti si sono formati dall’incontro di blocchi rocciosi (Mercurio, Venere, Terra e Marte). Nelle regioni più esterne e più fredde rocce e ghiacci mescolati insieme hanno formato il cuore di grossi Pianeti, che a loro volta hanno attirato delle grandi quantità di gas provenienti dalla nube originaria: è il caso di Giove, Saturno, Urano e Nettuno.

Quando io ho studiato per la prima volta il Sistema Solare, i pianeti erano nove! Ma cosa è successo al nono pianeta? È forse scomparso? O si è allontanato dal Sistema Solare? Niente di tutto questo, semplicemente una riforma dei sistemi di classificazione. Ma ripartiamo dall’inizio.

Poco dopo la scoperta di Urano, venne calcolata la sua orbita. Con il passare degli anni, però, risultò che Urano non seguiva l’orbita che era stata calcolata, o per lo meno, non esattamente. Nel 1821 l’astronomo francese Alexis Bouvard ricalcolò l’orbita del pianeta, tenendo conto delle osservazioni precedenti, per esempio di quelle di Flamsteed. Ma Urano non seguiva esattamente neppure la nuova orbita calcolata. Le lievi attrazioni gravitazionali esercitate su Urano dagli altri pianeti (“perturbazioni”) ne influenzavano leggermente il moto, così che Urano si trovava o un po’ in ritardo o un po’ in anticipo sulla posizione teorica che avrebbe dovuto avere. Questi effetti furono ricalcolati con cura, ma Urano seguitava a non comportarsi secondo le previsioni. La conclusione logica era che, al di là di Urano, doveva esserci un pianeta sconosciuto che esercitava un’attrazione gravitazionale di cui non si era tenuto conto.

Nel 1841 un ventiduenne studente di matematica dell’Università di Cambridge, in Inghilterra, affrontò il problema lavorandoci nel tempo libero. Il suo nome era John Couch Adams; nel settembre del 1845, il suo lavoro poteva dirsi concluso. Egli aveva calcolato dove avrebbe dovuto trovarsi il pianeta ancora sconosciuto perché, con la sua presenza, potesse spiegare le anomalie dell’orbita di Urano. Tuttavia, Adams non riuscì a suscitare l’interesse degli astronomi inglesi per il suo progetto. Nel frattempo anche un giovane astronomo francese, Urban Jean Joseph Leverrier, stava lavorando indipendentemente allo stesso problema; egli portò a termine il suo lavoro circa sei mesi dopo Adams, arrivando a una conclusione pressoché identica. Leverrier ebbe però la fortuna di riuscire a indurre un astronomo tedesco, Johann Gottfried Galle, a controllare una determinata regione del cielo alla ricerca del pianeta sconosciuto. Fortunatamente Galle disponeva di una nuova mappa delle stelle di quella porzione del cielo. Egli iniziò la ricerca la notte del 23 settembre 1846, e stava lavorando, con il suo assistente Heinrich Ludwig D’Arrest, da meno di un’ora quando scoprì un oggetto di ottava magnitudine che non risultava dalla mappa. Era il pianeta! E si trovava all’incirca nel punto in cui, secondo i calcoli, avrebbe dovuto trovarsi. In seguito gli fu dato il nome di Nettuno, il dio del mare (Poseidone nella mitologia greca), a causa del suo colore verdastro. Il merito della sua scoperta oggi viene ripartito equamente tra Adams e Leverrier.

La massa e la posizione di Nettuno spiegavano gran parte delle anomalie del moto di Urano. Ma per spiegare quelle rimanenti, alcuni astronomi pensarono che si dovesse ricercare un altro pianeta, ancora più distante di Nettuno; il più assiduo nei suoi calcoli e nella sua ricerca fu Lowell. La ricerca non fu facile. Qualsiasi pianeta al di là di Nettuno sarebbe stato così poco luminoso da confondersi nella folla delle stelle più fioche. Inoltre, si sarebbe mosso tanto lentamente da rendere difficilmente osservabile il suo cambiamento di posizione. Lowell morì, nel 1916, senza averlo ancora trovato. Tuttavia, gli astronomi dell’osservatorio Lowell, in California, continuarono la ricerca anche dopo la sua morte. Nel 1929 un giovane astronomo, Clyde William Tombaugh, riprese tale ricerca usando un nuovo telescopio, capace di fotografare con grande risoluzione regioni relativamente ampie del cielo.

Tombaugh fece anche uso del cosiddetto “blink comparator” (comparatore a visione intermittente), uno strumento che proiettava la luce attraverso una lastra fotografica impressionata in un certo giorno e poi attraverso un’altra lastra della stessa regione del cielo impressionata alcuni giorni dopo, e così via in rapida alternanza. Le lastre erano disposte in modo che le immagini di una stessa stella nelle due lastre venissero proiettate nello stesso punto. Le vere stelle sarebbero rimaste perfettamente immobili mentre la luce passava alternativamente attraverso l’una o l’altra lastra. Qualsiasi eventuale pianeta, per quanto oscuro, avrebbe invece cambiato la sua posizione, comparendo ora qui, ora li, alternativamente, a somiglianza di un lampeggiatore (“blink”). Anche con tale strumento la scoperta non fu semplice, perché ogni lastra conteneva molte decine di migliaia di stelle, ed era necessario esaminare attentamente ogni angolo della lastra per vedere se, in questa miriade, ve n’era una che lampeggiava. Ma alle 4 pomeridiane del 18 febbraio 1930 Tombaugh, mentre stava studiando una regione nella costellazione dei Gemelli, trovò un “blink”. Seguì il suo oggetto per circa un mese e, il 13 marzo 1930, annunciò di aver trovato il nuovo pianeta; esso venne chiamato col nome del dio degli inferi, Plutone, perché era estremamente lontano dalla luce del sole; in più, le prime due lettere del nome erano le iniziali di Percival Lowell.

Il calcolo dell’orbita di Plutone diede molte sorprese. Non era così lontano dal sole, quanto avevano pensato Lowell e altri astronomi; la sua distanza media risultò di circa 6 miliardi di chilometri, superiore solo del 30 per cento alla distanza di Nettuno. Inoltre l’orbita era più eccentrica di quella di tutti gli altri pianeti; nel punto di maggior distanza dal sole, Plutone distava 7,4 miliardi di chilometri, mentre nel punto opposto della sua orbita, cioè in perielio, tale distanza si riduceva a 4,3 miliardi di chilometri. Quando è alla minima distanza dal sole, Plutone gli è addirittura più vicino di Nettuno di circa 160 milioni di chilometri. Plutone percorre la sua orbita intorno al sole in 247,7 anni, ma durante ciascuna di tali rivoluzioni c’è un periodo di venti anni in cui esso si trova più vicino al sole di Nettuno, così che non è il pianeta più lontano. L’orbita di Plutone, però, non incrocia effettivamente quella di Nettuno, perché la prima è fortemente inclinata rispetto a quella degli altri pianeti. Rispetto all’orbita della terra è inclinata di circa 17,2 gradi, mentre quella di Nettuno ha solo una leggera inclinazione. Pertanto, quando le orbite di Nettuno e di Plutone si incrociano (nel senso che hanno la stessa distanza dal sole), una di esse si trova molto al di sotto dell’altra; di fatto essi non si avvicinano mai a una distanza inferiore a 2,4 miliardi di chilometri.

Fin dalle prime analisi di Plutone emerse che si trattava di un pianeta anomalo, in quanto la sua orbita era molto diversa e la sua dimensione era modesta rapportata a quella degli altri pianeti. Tuttavia, dal momento della sua scoperta fino alla fine del XX secolo Plutone è sempre stato considerato come il nono pianeta del sistema solare. Quando si è scoperto che Plutone altri non era che uno degli oggetti più grandi della Fascia di Kuiper, alcuni astronomi cominciarono a dubitare del suo status di pianeta. Nel 2001 appare la notizia sul New York Times che il Rose Center for Earth and Space, parte dell’Museo statunitense di storia naturale, aveva tolto Plutone dal suo planetario già dall’anno precedente, non considerandolo più alla pari degli altri pianeti. Nel 2002, venne scoperto 50000 Quaoar, un oggetto della Fascia di Kuiper con un diametro di 1280 km, ossia circa la metà di quello di Plutone. Nel 2004, venne scoperto 90377 Sedna, avente un diametro massimo di 1800 km circa, molto vicino a quello di Plutone, anche se poi il diametro di Sedna è stato ricalcolato in meno di 1600 km nel 2007. Così proprio come Cerere, Pallade, Giunone e Vesta alla fine persero il loro status di pianeta dopo la scoperta di molti altri asteroidi, si pensò che anche Plutone doveva essere riclassificato come uno dei tanti oggetti della fascia di Kuiper.
Il 29 luglio 2005, è stata annunciata la scoperta di un nuovo oggetto trans-nettuniano, Eris, avente le stesse dimensioni di Plutone. Eris è stato l’oggetto più grande scoperto nel sistema solare dalla scoperta di Tritone, avvenuta nel 1846. Scopritori e stampa inizialmente definirono Eris il decimo pianeta, anche se non c’era consenso unanime su questa definizione. Piuttosto nella comunità scientifica la scoperta di Eris fu l’argomento più menzionato per riconsiderare la classificazione di Plutone.

Il 24 agosto 2006 una risoluzione dell’Unione astronomica internazionale ha definito ufficialmente il termine “pianeta”, considerando tale un oggetto che soddisfi i seguenti 3 punti:
1) Deve essere in orbita attorno al Sole
2) Ha una massa sufficiente affinché la sua gravità possa vincere le forze di corpo rigido, cosicché assume una forma di equilibrio idrostatico (quasi sferica)
3) Ha ripulito le vicinanze intorno alla sua orbita.
Plutone non soddisfa il terzo requisito, in quanto la sua massa è solo 0,07 volte quella degli altri oggetti della sua zona orbitale (in confronto, la Terra ha una massa 1,7 milioni di volte quella degli altri oggetti nella sua orbita). Il 13 settembre 2006 l’UAI, tramite votazione ha riclassificato Plutone inserendolo tra i pianeti nani assieme a Eris e Disnomia, inserendolo nel catalogo del Minor Planet Center con la designazione di “(134340) Pluto”.

Questa decisione ha comportato lo scontento di alcune persone ed istituzioni e ci sono state diverse resistenze all’accettare il declassamento di Plutone a pianeta nano. Alan Stern, il principale ricercatore della missione New Horizons, ha obiettato che anche altri pianeti, Terra compresa, condividono la loro orbita con degli asteroidi. Gli scienziati di diversi fronti si sono riuniti il 14-16 agosto 2008, presso la Johns Hopkins University per una conferenza nella quale si discusse anche sulla definizione di pianeta da parte della UAI. Dalla conferenza è uscito un comunicato stampa che annunciava che gli scienziati non avevano trovato un consenso sulla definizione di pianeta. Poco prima della conferenza, il 11 giugno 2008, la UAI ha annunciato in un comunicato stampa che il termine “plutoide” da quel momento sarebbe stato utilizzato per descrivere Plutone e altri oggetti simili ad esso che hanno un semiasse maggiore dell’orbita maggiore di quello di Nettuno e con massa sufficiente per essere di forma quasi sferica.
Nel marzo 2009, il Congresso dello Stato dell’Illinois ha votato una legge che ristabilisce lo status di pianeta per Plutone. L’Illinois è la patria natale di Clyde Tombaugh e quindi la perdita dello status di pianeta era stata vissuta in modo negativo nello Stato del suo scopritore.

Io continuo a considerarlo un pianeta. E vi spiego perché. Ricordate il punto 4) di cui parlavo prima? Eccolo nella figura 1

Distanza dei pianeti
Fig. 1

Ora vi mostro un’altra immagine in figura 2, ma prima vi spiego un’altra cosa. Viste le immense distanze del Cosmo, gli astronomi usano delle unità di misurazione diverse. Una di queste è l’UA o Unità Astronomica. In astronomia l’unità astronomica è un’unità di misura pari a circa la distanza media tra il pianeta Terra e il Sole (circa 150 milioni di km). Sebbene non rientri tra le unità di misura del Sistema internazionale il suo uso è esteso tra gli astronomi ancora oggi. Nella sua orbita la Terra viene a trovarsi, durante l’anno, a distanze diverse dal Sole, da un minimo di circa 147 milioni di chilometri (perielio) a un massimo di circa 152 milioni di chilometri (afelio). La distanza media è di 149 597 870,700 km. Per le sue dimensioni l’unità astronomica viene utilizzata soprattutto per misurare distanze all’interno del sistema solare; per misure superiori, intra o extra-galattiche, gli astronomi preferiscono utilizzare l’anno luce o il parsec. Ma guardiamo la figura 2:

Posizione dei pianetiFig. 2 (Legge di Titius-Bode)

Incredibile vero? Sembra che ci sia stata una distribuzione uniforme dei pianeti a partire dal Sole e che le distanze aumentino precisamente rispettando quella formula. Considerando che la fascia degli asteroidi tra Marte e Giove potrebbe essere un pianeta che non si è mai aggregato a causa dell’effetto di marea di Giove, Plutone è proprio dove dovrebbe essere il nono pianeta. Così arriviamo a Nibiru.

Se noi sostituiamo 9 a n nella formula di sopra ci troviamo a una distanza media di 154,07 UA. È lì che dovrebbe essere un decimo pianeta se ci fosse. Ma non c’è. Il pianeta X (o Transplutoniano, o decimo pianeta) è un pianeta ipotetico che si supponeva fosse al di là di Nettuno e dei Plutoidi. La sua esistenza fu ipotizzata sulla base di apparenti discrepanze nell’orbita di Nettuno. Un nome comunemente utilizzato per questo eventuale pianeta era Persefone, sebbene esso sia già stato assegnato ad un asteroide. Il tema di un ulteriore pianeta oltre a quelli conosciuti viene considerato un falso problema: le scoperte nel sistema solare esterno si moltiplicano, e numerose fasce di asteroidi e altri oggetti vengono delineate. A partire proprio da Plutone, numerosi oggetti – per i quali si è coniata la definizione di oggetto transnettuniano – orbitano attorno al Sole e fanno svanire la distinzione tra pianeti ed asteroidi (lo stesso Plutone, come abbiamo visto, è stato declassato da nono pianeta a pianeta nano). Ciò non evita naturalmente che ogni nuova scoperta venga salutata come quella del decimo pianeta. Nel 2004 alcuni lo identificarono con Sedna. All’inizio del 2006 la notizia che Eris superasse Plutone per dimensioni suscitò grande clamore nella stampa.

Prima della classificazione di Plutone a pianeta nano (dunque col modello di Sistema solare a nove pianeti) era ironico chiamare il presunto decimo pianeta come “Pianeta X” dato che la “X”, presso i Romani, stava a significare il numero 10, tuttavia quando il termine fu coniato Plutone non era ancora stato scoperto. Il Pianeta X è anche citato nei testi dello scrittore azero Zecharia Sitchin, in riferimento all’immaginario pianeta Nibiru. Ma, caro Lorenzo, Nibiru semplicemente non c’è.

Fonti:
Isaac Asimov, Il libro di Fisica, Arnoldo Mondadori Editore, 2000

8 pensieri su “Il decimo pianeta

  1. Giorgio Piracci ha detto:

    bello questo articolo, uno dei piu’ interessanti negli ultimi tempi del tuo blog. Faccio una osservazioni… chiaramente Nibiru non c’e’ perche’ non si trova ma… e se fosse ancora piu’ lontano? cioe’ alla distanza in UA per cui n=11 o piu’ ?? tanto lontano e scuro da risultare (quasi) invisibile… d’altronde la scienza sta scoprendo che il sistema solare riserva molte piu’ sorprese di quante ipotizzate a meta’ del secolo scorso.. in fondo l’eliosfera, cioe’ il volume effettivamente influenzato dal sole (cioe’ la nostra casa nello spazio) e’ di dimensioni comprese tra le 100 e le 150 UA per cui di spazio dove cercare Nibiru… c’e’ n’e’ parecchio !!

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    • Per mancanza di dati precisi non si è riusciti ancora a stabilire la reale estensione dell’eliosfera, e non solo. C’è anche la zona “termination shock” e “l’eliopausa” di cui ancora sappiamo poco. Purtroppo per noi (vista la nostra passione comune per Star Trek) credo che i viaggi da quelle parti siano tutt’altro che tranquilli…
      Io dico: se ci sono tutti i numeri da 1 a 8 della formula, perchè manca il 9 se ci fosse, come dici tu, qualcosa ancora più lontano? Appena incontro Picard glielo chiedo…

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  2. Ciao.
    2 cose:
    1) Può davvero Urano avere un’orbita alterata dalla presenza di Plutone? Tu scrivi infatti “Ma per spiegare quelle rimanenti, alcuni astronomi pensarono che si dovesse ricercare un altro pianeta, ancora più distante di Nettuno” ma poi si evince che le distanze tra i due siano elevate e che Plutone abbia una massa minima
    2) Gli italiani non parlano solo di politica, religione e calcio. Parlano anche di gnocca.
    2.1) E le donne? Di cosa parlano?

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