Supereroi 3

Che bello quando da piccoli arrivava l’ora dei cartoni animati… Eh, sì, mio piccolo lettore, devi sapere che tanti anni fa non esistevano cartoni animati a tutte le ore, ma erano trasmessi in determinati orari, anche perché quando ero piccolo esistevano solo due canali, chiamati, con uno sforzo di fantasia, “primo canale” (Rai Uno) e “secondo canale” (Rai Due). Il “secondo” era appunto quello in cui erano trasmessi i programmi per i più piccoli. Nick Carter, Tintin, Alan Ford, Sturmtruppen, Corto Maltese, i Fantastici Quattro, l’Uomo Ragno, Cocco Bill, Mandrake il mago, Cino e Franco, Lupo Alberto, Thor e l’Uomo mascherato erano tra questi. Ed erano trasmessi da “SuperGulp!”.

“SuperGulp! – Fumetti in TV” è stato un programma televisivo dedicato al mondo dei fumetti trasmesso sul Secondo Canale della RAI e creato da Guido De Maria e Giancarlo Governi, con le musiche di Franco Godi (autore di tutte le più note sigle della trasmissione, tra cui Supergulp, Giumbolo e molte altre). A “Supergulp!” collaborarono alcuni grandi nomi del fumetto e del cartone animato italiano, tra cui Bonvi, Bruno Bozzetto, Hugo Pratt, Silver, Sergio Bonelli e tanti altri. Dal 1977 furono inclusi nella trasmissione i cartoni animati dei supereroi della Marvel Comics prodotti da Hanna-Barbera. La trasmissione, nonostante il grande successo, fu interrotta per decisione degli autori. Ho scritto Marvel? La stessa Marvel degli Avengers, dirà il nostro piccolo lettore… Certo, ma non solo…

Era il 1939 quando a New York l’editore Frank Torpey, decise di dare alle stampe una pubblicazione a fumetti, dal nome Motion Picture Funnies Weekly. La rivista, però, non ebbe un grande successo: uscì, infatti, solo quel primo numero, al cui interno c’era una storia di otto pagine, realizzata da William Blake Everett, il cui protagonista era un superuomo in costume da bagno, con le orecchie a punta, principe della città sommersa di Atlantide e nemico giurato del mondo di superficie. Si trattava del Principe Namor, meglio noto come Sub-Mariner. L’iniziativa, però, non passò completamente inosservata: in quel periodo, infatti, un altro editore, Martin Goodman, proprietario della Western Fiction Publishing, che stava proponendo ai lettori statunitensi una serie di riviste sportive, ludiche, sul cinema e la narrativa e che aveva intenzione di proporre anche una rivista a fumetti, contattò Torpey per rilevare la sua attività. Prese tutto il materiale da lui prodotto e riprese la pubblicazione della sua rivista, che questa volta cambiò nome, divenendo Marvel Comics: era il 31 agosto del 1939 e il marchio con cui era pubblicata questa storica rivista era Timely Comics.

Per molti anni a seguire questo fu il marchio che presentava i fumetti editi da Goodman, che proponeva il già citato Sub-Mariner, affiancato dal bislacco Angel, dal selvaggio Ka-Zar, e dall’androide Torcia Umana, in grado di infiammare la parte esterna del suo corpo. A questi, in seguito, si unirono Capitan America e quindi altri personaggi minori, ma ancora non si poteva parlare del vero e proprio Universo Marvel. La cosa accadde alcuni anni dopo: un nipote acquisito di Goodman, un certo Stanley Lieber, iniziò a lavorare per lo zio, dapprima come galoppino per i cartoonist che lavoravano alla Timely, quindi come scrittore delle storie, dapprima con lo pseudonimo di Lee Nats, quindi con il nome con cui tutti oggi lo conoscono, Stan Lee.

Stanley Martin Lieber è il figlio primogenito di Jack e Celia Lieber, immigrati ebrei di origine romena, che dopo aver ottenuto la cittadinanza si erano trasferiti a New York. Da ragazzo, come dicevo, Lee cominciò a lavorare come addetto alle copie per Martin Goodman presso la Timely Comics, azienda che più in là sarebbe diventata la Marvel Comics. Il suo primo lavoro, una pagina di testo firmata con lo pseudonimo di Stan Lee, fu pubblicato come riempitivo su un numero di Capitan America del 1941. Fu presto promosso dal ruolo di scrittore di riempitivi a quello di sceneggiatore di fumetti completi, diventando così il più giovane editor nel campo, all’età di 17 anni. Dopo la seconda guerra mondiale, alla quale partecipò come membro dell’esercito statunitense, Lee ritornò alla sua occupazione presso quella che poi sarebbe diventata la Marvel Comics. A quel tempo, una campagna moralizzatrice portata avanti dallo psichiatra Fredric Wertham e dal senatore Estes Kefauver aveva accusato gli albi a fumetti di corrompere le menti dei giovani lettori con immagini di violenza e sessualità ambigua.

Le case editrici risposero alle accuse dotandosi di una regolamentazione interna particolarmente severa, che portò poi alla creazione del cosiddetto Comics Code. Andò però a finire che verso la fine degli anni quaranta le vendite delle testate supereroistiche cominciarono a calare, e al 1952 solamente le testate di Superman, Batman e Wonder Woman, tutte appartenenti alla DC Comics, venivano ancora pubblicate regolarmente. Rimanendo alla Timely/Marvel nel corso degli anni cinquanta, Lee si occupò di molte testate di generi diversi. Alla fine del decennio, tuttavia, cominciò a sentirsi insoddisfatto del proprio lavoro, e prese in considerazione l’idea di abbandonare il campo fumettistico. Verso la fine degli anni cinquanta, la DC Comics diede nuova linfa al genere e sperimentò un buon successo con il super gruppo Justice League of America. Come risposta, Martin Goodman assegnò a Lee il compito di creare un nuovo gruppo di supereroi.

Il gruppo di supereroi che Stan Lee e il disegnatore Jack Kirby idearono fu la “famiglia” di eroi che compone i Fantastici Quattro, pubblicati per la prima volta nel 1961. L’immediato successo di questa testata portò Lee e gli illustratori della Marvel a cavalcare l’onda, producendo in pochi anni immediatamente successivi una moltitudine di nuovi titoli: nacquero Hulk (1962), Thor (1962), Iron Man (1963) e gli X-Men (1963) dalla collaborazione con Kirby, Devil (nell’originale Daredevil, 1964) con Bill Everett e il Dottor Strange (1963) con Steve Ditko, dalla cui collaborazione era nato anche il personaggio Marvel di maggior successo, l’Uomo Ragno, nel 1962. Inoltre, Stan Lee rispolverò e rinnovò alcuni dei supereroi ideati da altri autori negli anni trenta e quaranta, come Namor e Capitan America. Questi personaggi contribuirono a reinventare il genere, secondo la formula dei “supereroi con super-problemi”. Lee diede ai suoi personaggi un’umanità sofferta, un cambiamento rispetto all’ideale di supereroe scritto tradizionalmente per i ragazzini. I suoi eroi avevano un brutto temperamento, apparivano malinconici ed erano vanitosi e avidi. Litigavano fra di loro, erano preoccupati dai conti da pagare e dall’impressionare le loro ragazze, e qualche volta si ammalavano pure. Prima di Lee, i supereroi erano persone idealmente perfette senza problemi: Superman era così potente che nessuno avrebbe potuto ferirlo, e Batman era un miliardario nella sua identità segreta (in seguito, negli anni ottanta, anche in casa DC si puntò molto sull’umanizzazione dei personaggi, segno che la lezione di Lee era stata, se non apprezzata, accettata quasi come ineludibile). I supereroi di Lee catturarono l’immaginazione della giovane generazione che faceva parte della popolazione frutto del “baby-boom” successivo alla seconda guerra mondiale, e le vendite s’impennarono.

Da bambino ero un appassionato di fumetti ma, come molti altri prima e dopo di me, abbandonai questo hobby alle scuole superiori, quando scoprii le ragazze. Ripresi l’abitudine di leggerli dopo anni, all’università, per scaricare lo stress degli esami. Fu proprio mentre studiavo fisica che pensai ai fumetti e devo dire che anni dopo compresi quanto i fumetti mi siano stati di grande aiuto proprio per la comprensione della fisica. Non è che tutto ciò che so della fisica l’abbia imparato dai fumetti, ma se in Italia insegnassero la fisica con un corso che tratti la maggior parte degli argomenti affrontati di solito, ma con tutti gli esempi, invece di basarsi su illustrazioni di masse su molle, o blocchi che scivolano lungo piani inclinati, provenissero dalle avventure in quadricromia dei supereroi in costume, penso che la fisica si imparerebbe meglio. Un professore americano, James Kakalios, lo ha fatto, con egregi risultati.

Ho già trattato l’argomento, in “Supereroi”, trattando dell’Uomo Ragno e di come il “momento” sia importante e in “Supereroi 2”, parlando di Flash e della sua necessità di nutrirsi continuamente. Ora parlerò di “Ant-Man”, che di recente è entrato a far parte dell’Universo Marvel e della sua incredibile capacità di rimpicciolirsi.

Il primo uomo a rivestire i panni di Ant-Man è il dottor Henry Pym, un brillante scienziato. Riuscì a inventare un siero miniaturizzante in grado di ridurlo alle dimensioni di una formica, e contemporaneamente anche l’antidoto per tornare normale. Ideò anche un elmetto che consentiva di comunicare con le formiche e una tuta in grado di proteggere dalle radiazioni. Quando alcuni agenti del KGB tentarono di impossessarsi del suo laboratorio Pym si auto-somministrò il siero e creò le particelle di Pym, con indosso tuta ed elmetto, si mise a capo di un esercito di formiche riuscendo ad avere la meglio sugli avversari. Fu così che cominciò a rivestire i panni di Ant-Man. Ben presto l’eroe fu affiancato da Janet Van Dyne (che divenne sua moglie) nelle vesti di Wasp. I due furono tra i fondatori del gruppo degli Avengers (nome ideato proprio da Wasp). Il secondo Ant-Man è Scott Lang, un uomo che si trova costretto a rubare il costume originale di Henry Pym e le “particelle riducenti” che gli conferiscono i poteri nel tentativo di salvare la dottoressa Erica Sondheim, unica persona al mondo in grado di salvare sua figlia, in fin di vita, dalle grinfie di un boss della Cross Technological Enterprises che l’aveva rapita. Una volta compiuta la sua missione e salvata la dottoressa, Scott Lang cerca di restituire il materiale sottratto a Pym; con sua meraviglia, quest’ultimo gli fa dono dell’attrezzatura, conferendogli di fatto l’identità e i poteri di Ant-Man e dandogli la sua benedizione per la sua nuova carriera di supereroe (la trama del film è più o meno simile).

Sembrava che nessun cattivo potesse vincere uno scontro faccia a faccia (da non intendersi letteralmente vista la differenza di mole) con un nemico del crimine il cui superpotere consisteva nell’essere alto solo mezzo centimetro. Le avventure con personaggi ridotti alla grandezza di insetti sono un caposaldo dei film e dei fumetti di fantascienza da almeno cinquant’anni. Eppure siamo nel XXI secolo e non abbiamo ancora raggiunto questa forma radicale di riduzione del peso. A che cosa è dovuto tale ritardo?

In fondo, sembra proprio che ogni giorno una notizia confermi questa equazione: scienza uguale fantascienza più tempo. I robot assemblano le auto o puliscono casa vostra, in un torneo di scacchi un computer ha battuto il campione del mondo e la clonazione terapeutica promette di alleviare molte malattie e disturbi medici devastanti. Su importanti riviste di fisica sono stati perfino pubblicati degli articoli scientifici in cui si discute la costruzione di “macchine del tempo”, con un funzionamento legato al concetto di “energia negativa” (ne abbiamo già ampiamente parlato in questo blog). Quanto alle prospettive avveniristiche della tecnologia, i comunicatori portatili di Star Trek sono ormai diffusissimi, e anzi alcuni modelli di telefono cellulare, con archiviazione e trasmissione di immagini digitali, oltre all’accesso ad Internet, superano ciò che avevano immaginato negli anni ’60 gli stessi autori dei famosi telefilm con Kirk e Spock. Gli stessi “tricorder” della serie di Roddenberry, apparecchi per la diagnostica grandi come un libro, che permettono analisi chimiche e biologiche, potrebbero essere presto in commercio. Dagli schermi piatti delle TV fino alla diagnostica per immagini a tre dimensioni, viviamo già in un mondo che somiglia molto a quello immaginato dagli autori di fantascienza nel passato (escludendo il jet-pack personale, se proprio vogliamo dirla tutta…). Eppure, nonostante tutto questo, non siamo ancora in grado di rimpicciolire o ingrandire le persone a nostro piacimento. Al confronto con la miniaturizzazione, la propulsione a curvatura e i viaggi nel tempo sono ormai alle porte. Nei lontani anni Sessanta, però, i fumetti e i racconti promettevano i raggi riducenti, presto disponibili in un laboratorio scientifico militare, sotterraneo e top secret, vicino a voi. Il racconto di fantascienza del 1966 “Viaggio allucinante”, di Isaac Asimov, descriveva le avventure di un team di chirurghi su un mini-sommergibile, miniaturizzato fino alle dimensioni di un batterio e iniettato nel sistema circolatorio di uno scienziato per rimuovergli un coagulo di sangue inoperabile nel cervello.

Eppure dovremo aspettare ancora molto prima che un team di medici riesca a fare questo tipo estremo di visita a domicilio. Qual è la barriera insormontabile che impedisce all’ambizioso dottor Henry Pym di cambiare radicalmente la propria grandezza? Il motivo per cui la miniaturizzazione è fisicamente impossibile, almeno per quanto ne sappiamo, è che la materia è costituita da atomi, la cui grandezza non può cambiare di continuo, essendo una delle misure fondamentali della Natura. Come spiegato proprio da Asimov nel racconto di cui dicevo prima, ci sono tre modi per rimpicciolirsi: 1) rendere più piccoli gli atomi; 2) toglierne una parte; 3) avvicinarli tra loro. Per prima cosa consideriamo la grandezza degli atomi. Nei disegni che li raffigurano, per esempio i cartelli di avvertimento con scritto “PERICOLO! RADIOATTIVITÀ!” , le orbite degli elettroni intorno al nucleo sono rappresentate come traiettorie ellittiche, come quelle dei pianeti intorno al Sole. Indicheremmo la “grandezza” del nostro sistema solare come la distanza tra il centro del Sole e i limiti esterni delle orbite planetarie, e analogamente il “diametro” di un atomo corrisponderebbe alla distanza a cui gli elettroni ruotano intorno al nucleo. La grandezza tipica di un atomo è circa un terzo di nanometro, cioè di un miliardesimo di metro. Sembra piccolo, ed effettivamente lo è: il diametro di un capello umano conta circa 300.000 atomi. Ogni atomo ha un nucleo che contiene un certo numero di neutroni, privi di carica, e una quantità simile di protoni, con carica positiva. Oltre a questi ultimi, l’atomo contiene lo stesso numero di elettroni, con carica negativa. Se gli oggetti con cariche opposte si attraggono, perché i protoni positivi non attirano verso di sé gli elettroni negativi, portandoli fino al nucleo? Lo farebbero, se gli elettroni fossero fermi. In fondo anche la Terra e la Luna esercitano un’attrazione gravitazionale reciproca e l’orbita della Luna è tale che la sua distanza dalla Terra e la sua velocità bilancino in pieno l’attrazione gravitazionale. Analogamente, gli elettroni risiedono in “orbite” intorno al nucleo, che è al centro dell’atomo. E’ interessante che tutti gli atomi abbiano una grandezza simile, entro un fattore tre. Il numero di protoni nel nucleo è compensato da un numero uguale di elettroni “orbitanti”. Gli atomi più pesanti hanno più protoni, che attraggono gli elettroni verso il nucleo con più forza, ma in questi casi aumenta anche la repulsione tra gli elettroni con carica negativa, più numerosi, che cercano di allontanarsi l’uno dall’altro. Questo atto di bilanciamento fa sì che la “grandezza” dell’atomo sia di circa venti-trenta miliardesimi di centimetro.

Devo osservare che questa immagine in cui gli elettroni percorrono orbite ellittiche precise in un atomo non è corretta. In realtà, la meccanica quantistica non ci dice dove sono gli elettroni, ma offre un sistema per calcolare la probabilità di trovare un elettrone a una certa distanza dal nucleo. La distanza a cui si ha la maggior probabilità di trovare un elettrone (la zona più densa della «nuvola di probabilità») è detta «raggio dell’atomo», ed è legata alla grandezza dell’atomo stesso. L’espressione con cui si calcola il raggio più probabile dipende solo da fattori come la massa dell’elettrone, la sua carica elettrica, il numero di cariche positive nel nucleo e una constante fondamentale dell’universo, “h”, detta costante di Planck, il cui valore determina la grandezza di tutti i fenomeni quantistici. Questa “h” è un numero fisso, proprio come la massa di un elettrone o la grandezza della sua carica elettrica nell’espressione relativa al raggio atomico. Una volta stabilito il numero di cariche positive nel nucleo (la quantità che determina l’elemento di cui si tratta), non c’è niente da cambiare. La grandezza di un atomo è determinata da una serie di costanti fondamentali e non è possibile modificarla.

Nel seguito di “Viaggio allucinante”, intitolato “Destinazione cervello (Viaggio allucinante II)“, il meccanismo proposto per consentire la miniaturizzazione consisteva nel creare un “campo di distorsione locale” che in qualche modo riusciva a cambiare il valore della costante di Planck. Se h diventa un parametro variabile, una riduzione di fattore dieci del suo valore ridurrebbe di cento volte la grandezza di un atomo. Inutile dire che non abbiamo la minima idea di come si possa compiere questa impresa nel mondo reale, e in fondo è per questo che “h” è considerata una costante invariabile. La nostra vita sarebbe completamente diversa se scoprissimo un modo di cambiare le costanti fondamentali della natura in modo che la velocità della luce, o la carica di un elettrone, diventino variabili. Fino ad allora queste costanti resteranno tali, e poiché sono loro a definire il raggio di un atomo, la sua grandezza non è variabile. Quindi non possiamo rendere più piccoli gli atomi, o quanto meno non senza cambiare il tipo di universo in cui viviamo.

Che dire del secondo suggerimento per ridurre la grandezza, cioè togliere una parte degli atomi di un oggetto? Tutto è composto di atomi, quindi rimuoverne alcuni dovrebbe rendere l’oggetto più piccolo. Sicuramente le minori dimensioni degli apparecchi elettronici indicano che alcuni oggetti possono essere costruiti con meno materiale e mantenere la propria funzionalità. I problemi sorgono però con gli organismi viventi, per i quali l’eliminazione di un numero consistente di atomi avrebbe conseguenze gravi. Passare da un metro e ottanta a quindici centimetri di altezza corrisponde a una riduzione di fattore dodici. Naturalmente le persone sono tridimensionali e sarebbe necessario rimpicciolire dello stesso fattore anche la larghezza e la profondità. Per compiere tutto questo togliendo atomi (ammesso di riuscirci, di avere un luogo sicuro in cui conservarli e di poterli aggiungere più tardi per tornare all’altezza originale) bisognerebbe tenere solo un atomo su 1728. Anche ammettendo che questa rimozione avvenga in modo uniforme, cosi che da ciascuna cellula sia prelevata la stessa frazione di atomi, la funzionalità biologica verrebbe persa, o quanto meno sarebbe gravemente compromessa.

Considerate i neuroni del vostro cervello. E una leggenda quella secondo cui l’uomo usa solo il 10 per cento delle sue attuali capacità cerebrali: la teoria dell’evoluzione depone a sfavore di un simile enorme spreco di risorse disponibili. Se i neuroni potessero essere più piccoli e continuare a svolgere la propria funzione nel cervello, qualsiasi mutazione in questo senso avrebbe un forte vantaggio competitivo. Non solo ci sarebbe bisogno di meno atomi per costruire una persona (quindi il fabbisogno di materie prime da assumere con gli alimenti sarebbe fortemente ridotto), ma si potrebbero disporre di molti più neuroni, e quindi connessioni sinaptiche, se il nostro cervello mantenesse la sua grandezza attuale. I neuroni in genere hanno una larghezza di circa un millesimo di centimetro, e questo vale sia per i neuroni di una formica sia per quelli di una persona. Noi esseri umani siamo più intelligenti delle formiche (in generale: sono sicuro che tutti, in base alla propria esperienza, possano citare dei controesempi) perché abbiamo un numero di neuroni circa quattrocentomila volte maggiore e un numero proporzionale di connessioni sinaptiche, non perché i nostri neuroni siano mille volte più grandi. Togliendo il 99 per cento degli atomi, si riuscirà a rendere più piccole del 99 per cento le cellule del corpo, ma non funzioneranno come si vorrebbe.

Infine, che dire della terza possibilità, cioè comprimere una persona e renderla più densa avvicinando gli atomi tra loro? Purtroppo neanche questo metodo di miniaturizzazione può riuscire: nella maggior parte dei solidi gli atomi sono già abbastanza compressi. Inoltre, grazie alla repulsione tra le nuvole di probabilità degli elettroni con carica negativa intorno a ogni atomo, sono oggetti piuttosto rigidi e resistono allo schiacciamento, come farebbero per esempio delle biglie in una scatola. Quando un volume è pieno di biglie, quasi tutto lo spazio disponibile del contenitore è occupato da loro. Tranne alcune eccezioni, ciascuna biglia è in contatto fisico con molte delle sue vicine. Ci sono senz’altro degli spazi disponibili tra di loro, ma non sono abbastanza grandi da contenere più che una piccola percentuale di altre biglie. Se sono sfere rigide, non comprimibili, schiacciare le pareti del contenitore non provocherà una riduzione consistente del suo volume. Ridurre di un fattore dieci le dimensioni del contenitore richiederebbe pressioni cosi forti da frantumare le biglie. Se si cercasse di rimpicciolire una persona applicando pressioni simili, il risultato sarebbero storie a fumetti brevi e sporche, che con ogni probabilità non otterrebbero l’approvazione della Comics Code Authority.

Allora se la miniaturizzazione è difficile, come fa a eseguirla Henry Pym, alias Ant-Man? Come raccontato sia nei fumetti sia nel recente film, il biochimico aveva impiegato anni per scoprire un siero in grado di rimpicciolire qualsiasi oggetto, che per crescere nuovamente doveva essere trattato con un antidoto. In seguito Pym avrebbe convertito il siero riducente in una pillola, più facile da ingerire. Quando infine fu necessario spiegare come riuscisse a rimpicciolire altri oggetti, come il costume, il caschetto e le armi che portava, si rivelò che aveva messo a punto un piccolo generatore di «particelle Pym», che riuscivano ad aumentare o diminuire la grandezza di un oggetto. Non è mai stato spiegato come funzionino effettivamente questi sieri o le particelle Pym, e la loro giustificazione fisica deve ricadere in quell’eccezione “miracolosa” che è spesso chiamata in causa quando si considera l’origine dei superpoteri di un eroe.

Visto? Parlando di un fumetto abbiamo visto come sono fatti gli atomi e tutta la materia che ci circonda. Che cosa aspettiamo allora a creare una facoltà di “fisica dei fumetti”? Avrei già in mente un paio di lezioni…

Fonti: La fisica dei supereroi – Kakalios James – Einaudi – 2007

2 thoughts on “Supereroi 3

  1. Ciao Francesco.
    Alcune considerazioni del tutto personali:
    – Non leggo fumetti, non sopporto i supereroi (tipo Marvel) e nemmeno i film che li riguardano mi incuriosiscono
    – Ho fatto 10 anni di psicoterapia per rimuovere dal mio cervello ogni ricordo di Giumbolo, ora per colpa tua devo ricominciare tutto dall’inizio 😀
    – Il rimpicciolimento per me ha un solo significato, ovvero il film “Salto nel buio” (se non ricordo male il titolo). Mio figlio ne andava matto alcuni anni fa e lo vedemmo circa 15 volte

    Buona giornata!

    Liked by 1 persona

    • Sì, il titolo è quello, con i grandissimi Martin Short e Dennis Quaid, nonchè una ancora non-rifatta Meg Ryan. Spielberg (produttore) dichiarò di essersi ispirato a “Viaggio allucinante” di Asimov.
      Mandami la fattura dell’analista, comunque 😉

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