Nomen non tamen omen

Non ho mai parlato di calcio su queste pagine, se si esclude una critica al fatto che in Italia si parli più di calcio che di scienza in “Carbonaro di calcio”. Faccio un eccezione, perché ieri, 25 Aprile, giorno del 5° scudetto consecutivo della Juventus, ricorreva il 21° anniversario dalla scomparsa di Andrea Fortunato. Ma tutti, sia i festeggianti, sia gli anti festeggianti (di cui parlerò dopo), erano troppo impegnati per ricordarselo.

Andrea Fortunato nacque a Salerno il 26 Luglio 1971, da una benestante famiglia della borghesia salernitana – padre cardiologo, madre bibliotecaria, fratello avvocato e sorella laureata in lingue. Poté intraprendere la carriera agonistica solo dopo la promessa fatta ai genitori di proseguire gli studi, «perché nel calcio non si sa mai», diplomandosi in ragioneria nell’eventualità di una mancata affermazione come giocatore. Inizialmente utilizzato in gioventù come centrocampista sulla zona sinistra del campo, durante i trascorsi tra gli “Allievi” del Como l’allenatore Rustignoli lo arretrò stabilmente in difesa, sempre sulla medesima fascia. Si espresse al meglio come terzino fluidificante, in quello che divenne il suo ruolo naturale – «sul campo era come se avesse una prateria, che percorreva con volate lunghe», ricordò Giovanni Trapattoni –; ciò nonostante poteva all’occorrenza essere impiegato con profitto anche in altre posizioni della retroguardia quali centrale di difesa o libero, fino a essere avanzato come mediano a centrocampo. Dopo Como, Genoa e Pisa, nell’estate del 1993, voluto dal tecnico bianconero Giovanni Trapattoni, passò alla Juventus per 12 miliardi di lire, nell’ambito di corposo ricambio generazionale che vide arrivare sotto la Mole, tra gli altri, anche Sergio Porrini e il diciottenne Alessandro Del Piero. Giunto alla Vecchia Signora con la pesante etichetta di “erede” di Antonio Cabrini – lui stesso puntualizzò subito: «…e non paragonatemi a Cabrini, per favore. Ne ho di strada da fare! Lui è fra quelli cui mi piacerebbe somigliare […] Era un giocatore unico, inimitabile. Questi paragoni sono una sciagura, anche se piacciono tanto ai tifosi. Sperare di emularlo mi sembra quasi impossibile» –, impiegò poco tempo per superare gli iniziali problemi dovuti all’impatto con una cosiddetta big.

Sotto la guida del Trap divenne immediatamente titolare fisso nella squadra per cui tifava da bambino, prendendo parte a 27 partite del torneo 1993-1994 e trovando anche, il 12 dicembre, quella che rimarrà l’unica sua marcatura in maglia bianconera, segnando il gol della bandiera juventino alla Lazio nella trasferta capitolina persa 1-3. L’annata risultò fin lì molto positiva, sul piano personale, per il terzino, il quale tuttavia in primavera incappò in un improvviso rallentamento fisico che ne minò pesantemente le prestazioni: i giornali scrissero che «Andrea è stanco, irriconoscibile in campo, lui che è sempre stato un concentrato esplosivo di energia; fatica a recuperare, è tormentato da una febbriciattola allarmante». La cosa risultò per molto tempo inspiegabile. La situazione precipitò il 20 maggio 1994, al termine di un campionato chiuso dalla Juventus al secondo posto, quando, nel corso di un’amichevole col Tortona, Fortunato fu costretto ad abbandonare il campo all’intervallo con le parole: «mi sento sfinito». È a questo punto che il dottor Riccardo Agricola, medico sociale del club, decise di sottoporre il giocatore a una serie di approfondite analisi presso l’ospedale “Molinette” di Torino. L’esito dei controlli fu il peggiore possibile: ad Andrea venne diagnosticata una forma di leucemia linfoide acuta. Lo spogliatoio e la tifoseria si strinsero immediatamente attorno al giovane terzino, e proprio dai gruppi organizzati bianconeri giunsero le scuse per quanto riservatogli nel periodo in cui le condizioni atletiche del ragazzo crollarono, ma di cui nessuno conosceva ancora la causa.

Non potendo ricevere un trapianto totale di midollo osseo per la mancanza di un donatore compatibile, nelle settimane seguenti venne trasferito al centro specializzato del policlinico “Silvestrini” di Perugia dove si tentò un’altra strada: oltre a trattamenti di chemioterapia, venne sottoposto a un parziale trapianto di cellule sane opportunamente “lavorate”, provenienti dalla sorella Paola prima e dal papà Giuseppe poi; è in questo periodo che si rafforzarono i legami con Fabrizio Ravanelli, il quale mise a disposizione la sua casa perugina (e la vicinanza della sua famiglia) affinché Fortunato potesse seguire più agevolmente le cure, e con Gianluca Vialli, in contatto quasi giornaliero con l’amico. Le cellule della sorella vennero rigettate nel ferragosto del ’94, mentre quelle del padre attecchirono aumentando la fiducia riguardo a una totale guarigione, anche grazie ai trattamenti seguenti che ne migliorarono il fisico. Già in ottobre il ragazzo riuscì a lasciare la sua camera d’ospedale per iniziare la riabilitazione: controllato in regime di day hospital, ricominciò anche con gli allenamenti grazie all’ospitalità del Perugia e, tra l’ottimismo generale, nel febbraio del 1995 si recò dapprima a casa a festeggiare la laurea della sorella, e poi a Genova per abbracciare i compagni juventini impegnati in trasferta contro la Sampdoria. Ma quando tutto sembrava volgere verso il meglio, un improvviso abbassamento delle difese immunitarie, causato da una polmonite, lo stroncò, togliendogli la vita giovanissimo il tardo pomeriggio del 25 aprile: «a 23 anni era già il terzino sinistro titolare della Juventus e aveva debuttato in Nazionale. Uno di quelli che guardi alla tivù o sui giornali e pensi: “Ha tutto”. E anche: “Non gli si può togliere niente”. Invece gli si può togliere tutto: prima il gioco, poi la vita (Gabriele Romagnoli, Andrea Fortunato ha perso l’ultima partita, in La Stampa, 26 aprile 1995)».

Ora, di fronte a storie come queste, di un ragazzo che muore a 23 anni, tutti gli altri discorsi sanno di vuoto assoluto. Soprattutto perché in Italia c’è il brutto vizio di tifare contro, non per la squadra preferita, ma contro quella odiata. Ma questo accade dappertutto o solo in Italia? Se il Bayern Monaco va in finale di Coppa dei Campioni (non dico, né dirò mai Cèmpions Lìg), tutta la Germania tifa per il Bayern o quelli di Amburgo e Stoccarda tifano per la squadra spagnola o inglese avversaria? Io credo che sia un fenomeno soprattutto italiano.

Perché l’Italia è l’Italia. Nel bene e nel male. E’ fatta di venti Regioni, molte delle quali non sanno dove si trovi l’altra (escluse quelle del gioco dei pacchi, s’intende). E’ fatta di squadre, di stadi, che si sfottono dalla mattina alla sera e che durante la settimana non pensano ad altro che alla partita della domenica. Perché questo succede solo nel calcio e non negli altri sport? Sarebbe riduttivo pensare che ventidue ragazzi che danno calci ad un pallone siano intrinsecamente portatori di qualcosa di peggiore di una partita di basket, di una corsa dei 100 metri piani o di un match di pallavolo. Forse perchè il calcio coinvolge numeri assai maggiori di tutti gli altri sport messi insieme. E questo accresce le possibilità: di guadagno, di visibilità, ma anche di divisone, di litigio, di tensioni. Perché si tifa contro? Semplice: per non vedere l’altro esultare. E in Italia la sublimazione di questo sentimento è l’antijuventinismo. L’antijuventinismo è frutto di una sottocultura tutta italiana nella quale il riconoscimento del successo altrui è l’esercizio più complicato di tutti. Non ne è vittima solamente la Juventus, anche se ne rappresenta uno degli esempi mediaticamente più lampanti, ma anche altri club sportivi, così come politici o industriali. Dell’antijuventinismo si trovano le prime tracce negli Anni 30, all’epoca del quinquennio d’oro. Vincere cinque scudetti di seguito proprio nel momento storico in cui nel Paese si sviluppavano impetuosamente i mass media ha creato contemporaneamente due fenomeni: il diffondersi del tifo juventino e il suo naturale anticorpo. Da lì in poi ci sono stati alti e bassi, ma l’antijuventinismo è sempre esistito, si è evoluto e adesso che la Juventus cerca di emulare quell’incredibile filotto riecheggia nell’esplosione dei nuovi media. Nel frattempo l’antijuventinismo ha perfino varcato i confini del calcio assumendo sfumature politiche («Sono contro la Juventus perché è la squadra dei padroni che sfruttano gli operai», come se gli altri club fossero società di mutuo soccorso o appartenessero a filantropi), si è consolidato sul credo fondamentale se non proprio fondamentalista che «la Juve ruba».

Dall’altra parte della barricata, in compenso, l’antijuventinismo ha sviluppato vere e proprie leggende metropolitane e una sindrome da assediamento che ha reso paranoica una parte del popolo bianconero. Certo alcune sfumature farsesche di Calciopoli hanno giustamente alimentato quella sensazione, ma è buffo leggere – soprattutto online – accuse a giornalisti o personaggi tutt’altro che antijuventini se non addirittura proprio juventini. E soprattutto l’elaborazione di complessi teoremi complottisti che Dan Brown è un bambino delle elementari. In definitiva, l’antijuventinismo esiste, ma questo non ha impedito alla Juventus di continuare a esistere e vincere. Anzi, solo la caduta in disgrazia della Juventus potrebbe estinguere l’antijuventinismo e quindi i tifosi bianconeri devono guardarsi bene dall’augurarsene la scomparsa. Se le cose non trascendono (e purtroppo qualche volta succede) in fondo può essere vissuta come una spina di una profumatissima rosa.

Un ultimo pensiero, citazione di un pensiero di un noto torinese: “La Torino del calcio è una città maledetta, e chissà se il fatto di essere al centro del cosiddetto ‘triangolo della magia nera’ non c’entri qualcosa… Il Torino con Superga, Meroni, Ferrini, i tre pali di Amsterdam, la sfiga come condizione di vita; la Juventus con l’Heysel, Scirea, Fortunato, e le finali perse di Coppa dei Campioni… ed entrambe un titolo revocato.” Non credo alla fortuna e alla sfortuna, ma certe volte…

Intanto voglio ricordare Andrea, mio quasi-coetaneo, che ora non è qui a festeggiare con i suoi amici l’ennesimo scudetto della propria squadra del cuore…

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