Le parole sono importanti

Reporter: Io non lo so, però senz’altro lei ha alle spalle un matrimonio a pezzi…

Michele: Che dice???

Reporter: Forse ho toccato un argomento che non…

Michele: No.… no… è l’espressione. Non è l’argomento, non è l’argomento, non è l’argomento… è l’espressione. Matrimonio a pezzi! Ma come parla…!?!?!

Reporter: Preferisce “rapporto in crisi”? ma è così kitsch…

Michele: Kitsch! Dove le andate a prendere queste espressioni, dove le andate a prendere…??!??!(toccandosi il cuore)

Reporter: Io non sono alle prime armi…

Michele: Alle prime armi… ma come parla?!

Reporter: …anche se il mio ambiente è molto “cheap”…

Michele: Il suo ambiente è molto…?

Reporter: È molto “cheap”

Michele: Ma come parla? [schiaffo sonoro]

Reporter: Senta, ma lei è fuori di testa!

Michele: E due. Come parla! Come parla! Le parole sono importanti. Come parlaaaaaaaaaa!

 

Le parole sono importanti. Lo dicevo ben prima di Michele Apicella, pallanotista protagonista del film “Palombella rossa”. Negli ultimi anni l’italiano è cambiato, e tante parole vengono usate in modo errato. Basti pensare all’uso di “piuttosto che”, che è una locuzione prepositiva della lingua italiana. È tipica della coordinazione sostitutiva, per cui una proposizione ne nega un’altra in modo totale e la sostituisce; equivale quindi ad “anziché”. A partire da una ventina di anni fa l’espressione ha subìto un’estensione di significato con slittamento verso l’uso disgiuntivo, essendo usata, di frequente, nel senso di “oppure”: taluni, cioè, costruiscono frasi come «mangio mele piuttosto che pere», volendo così indicare il significato di «mangio mele oppure pere» e non più «mangio mele anziché pere». L’esito può essersi prodotto a partire dal rafforzamento di «o» con l’avverbio «piuttosto».

Mentre ci pensavo mi sono capitati sottocchio dei dati che fanno riflettere su come siano cambiati i rapporti interpersonali nel nostro mondo dominato dai social. Qualche numero:

  • Gli utenti del web sono 3,42 miliardi, cioè il 46% della popolazione globale;
  • Gli utenti dei social media sono 2,31 miliardi, cioè il 31% della popolazione globale;
  • Gli utenti mobile sono 3,79 miliardi, cioè il 51% della popolazione globale;
  • Gli utenti che accedono ai social tramite mobile sono 1,97 miliardi, cioè il 27% della popolazione globale.

Facebook è – di gran lunga – il canale social maggiormente utilizzato (più di 1,5 miliardo di utenti attivi), ma è in enorme crescita l’uso di servizi di instant messaging. Whatsapp si sta avvicinando al miliardo di utenti attivi, mentre Facebook Messenger ha superato gli 800 milioni e Snapchat ha 200 milioni di utenti. Quindi si capisce l’importanza che possono avere le parole in certi casi.

Ma torniamo alle parole travisate. Ad esempio “tradimento”. Brutta parola, difficile da sopportare e da vivere. Ma una volta aveva un significato molto più neutrale. Significava: “trasmettere, consegnare, dare”. È stato il cristianesimo che ne ha modificato il senso, concentrandosi sull’atto di Giuda (senza dubbio un tradimento!), che ha “consegnato, cioè tradito” Gesù alle autorità, determinandone la condanna, l’umiliazione e, infine, la morte.

Per altro, ci sono, casi in cui una parola mantiene la primitiva grafia ma cambia di significato. Chi è abituato a “cancellare” con la gomma un vocabolo improprio oppure molto più semplicemente battendo un tasto di un’apparecchiatura elettronica, è difficile conosca l’origine di questa parola, che significava “coprire con un cancello”. Infatti, anticamente, le parole sbagliate venivano annullate con dei tratti di penna verticali e orizzontali che ricordavano le grate di un cancello.

Analogamente, “ministro” ha assunto, col passare del tempo, un significato molto differente rispetto all’origine. Minister, in latino, significava servitore (da minus, meno, opposto a magister che deriva da magis, più); ministrare, nella lingua dei nostri progenitori lessicali, significava servire in tavola (da cui il nostro minestra, piatto che ci viene servito). Ministro prese poi a indicare l’aiutante del re, per passare quindi al senso attuale di membro del Governo preposto ad un dicastero particolare.

E qui siamo alla parola di cui vorrei provare a parlare in maniera più approfondita: “Democrazia”.

Partiamo dalle definizioni. La democrazia (dal greco δῆμος (démos): popolo e κράτος (cràtos): potere) etimologicamente significa “governo del popolo”, ovvero sistema di governo in cui la sovranità è esercitata dall’insieme dei cittadini che ricorrono ad una votazione.

Ora tutti noi, alla domanda se viviamo in uno stato democratico, rispondiamo sì.

Andiamo per punti.

La maggior parte dei paesi del mondo si autoproclamano “democratici”. Hanno elezioni, che magari sono costate guerre civili per sovvertire i precedenti governi dispotici; hanno i partiti, per garantire la pluralità e la rappresentatività; all’interno dei partiti vi è una classe dirigente di persone preparate e qualificate che, presentando un programma elettorale, vengono eletti dal popolo “sovrano”. In tutte queste democrazie, se il partito che hai votato non fa quello che ti aveva promesso prima delle elezioni, sei libero di non votarlo più e addirittura votare il partito opposto! Questa è democrazia! Questa è democrazia? Manco per niente…

Proviamo a pensare. Rappresentiamo la società come una piramide. In alto i governanti, in basso il popolo. In alto chi fa le leggi, in basso chi segue quelle leggi. Una volta non era così. Fino a 200-250 anni fa (e da qualche parte ancora oggi) quasi tutte le nazioni erano monarchie. A capo della nazione vi era un Re, che passava il potere dinasticamente ai propri eredi. Era proprio come l’esempio della piramide (ricordatelo, dopo servirà ancora), solo che in cima c’era uno solo. Ma i Re sapevano che quasi sicuramente non sarebbero morti di morte naturale, allora per ingraziarsi il popolo e mascherare il fatto di detenere tutto il potere, costituivano un’assemblea che li aiutasse nelle decisioni più importanti. Da chi era costituita questa assemblea? Dai nobili, dal clero, ma anche da avvocati, giudici, commercianti, insomma da una élite, che allora si chiamava borghesia.

Il filosofo svizzero Jean-Jacques Rousseau (1712-1778) scrisse “Il contratto sociale”, opera a tema politico-sociale, che delineava, con sorprendente anticipo sui tempi, l’idea di Stato democratico, e perciò fu poi ripresa, una trentina d’anni dopo, come riferimento durante la Rivoluzione francese ed influenzò anche la scrittura della Costituzione degli Stati Uniti d’America. Ricordatevi anche questo (uff, quanta roba da ricordare, quasi quasi cambio blog…).

Rousseau diceva che tutti dovrebbero partecipare al processo legislativo, altrimenti le leggi non sarebbero leggi ma imposizioni. Cosa fecero i francesi? Tagliarono la testa a Luigi XVI, il Re (e a un mucchio di altra gente, ma non puoi fare la frittata senza rompere le uova…). Ma i francesi erano 28 milioni, era un po’ difficile riunirli tutti per fare le leggi. Un metodo che si può usare quando si vuole promulgare una legge, ma si è in troppi a decidere, è quello della rappresentanza. Ogni gruppo sceglie uno o più rappresentanti, che fanno da tramite e consultano i propri “elettori” ogni qualvolta ci sia la necessità di promulgare una legge. Così sì che sembra una legge e non un’imposizione!

Circa duecento anni fa, un po’ di più in realtà, nascevano due nuovi stati. Uno sulle ceneri di una vecchia monarchia (la Francia) e uno completamente nuovo (gli Stati Uniti d’America); questi ultimi avevano il vantaggio di poter inventare qualcosa di nuovo senza dover modificare qualcosa già preesistente. Decisero di autodefinirsi “Repubblica con democrazia rappresentativa” e facevano qualcosa di diverso rispetto a quanto fatto fino ad allora. Sceglievano i rappresentanti. Ma chi erano gli elettori? Diciamo che allora era un po’ diverso rispetto ad adesso, quindi per poter eleggere un tuo rappresentante dovevi essere innanzitutto maschio, maggiore di 25 anni ed economicamente indipendente. Un borghese, insomma. Quindi alla fine gli eletti e gli elettori facevano più o meno parte degli stessi ceti sociali, solitamente medio alti. Quindi altro che conquista del popolo. La democrazia è stata la conquista di una élite.

Che non ha fatto altro che sostituirsi al Re (che già faceva eleggere i rappresentanti, per non dover parlare con 28 milioni di persone). Alexis de Tocqueville (1805-1859), filosofo, politico, storico, sociologo, giurista e magistrato francese, è stato tra i fondatori della sociologia ed è considerato uno degli storici e studiosi più importanti del pensiero liberale e nelle sue opere dichiarava che il principio democratico comporta negli individui “un tipo d’uguaglianza immaginaria nonostante la disuguaglianza reale della loro condizione”. Egli pensava che la tendenza generale ed inevitabile dei popoli fosse la democrazia. Secondo lui, questa non doveva soltanto essere intesa nel suo senso etimologico e politico (potere del popolo) ma anche e soprattutto in un senso sociale; corrispondeva infatti a un processo storico che permetteva l’eguaglianza delle condizioni di vita. Ne “La democrazia in America”, secondo Tocqueville, “la democrazia in America, aveva alcune potenziali debolezze: il dispotismo popolare, la tirannia della maggioranza, l’assenza di libertà intellettuale, ciò che gli sembra degradare l’amministrazione e favorire il crollo della politica pubblica di assistenza ai più deboli, dell’educazione e delle lettere“. Comunque, vi consiglio di leggerlo. Forse de Tocqueville è stato il più grande pensatore dell’800. Egli diceva anche “Io non ho paura delle elezioni: le persone voteranno ciò che viene detto loro di votare.”

Perché questo? Semplice, perché se due ti chiedono di essere votati, il più ricco dei due, specie se la diseguaglianza è grande, lo farà in modo più convincente: su questo argomento consiglio di dare qualche lettura a Noam Chomsky (1928-), linguista, filosofo e teorico della comunicazione statunitense, soprattutto quando parla di propaganda. Esempi negli ultimi anni ce ne sono quanti ne volete…

Come dicevo, all’inizio votava una piccola parte della popolazione (maschio, maggiore di 25 anni ed economicamente indipendente), ma col passare del tempo sempre più gente veniva “abilitata” al voto. Si chiama “suffragio universale”, principio secondo il quale tutti i cittadini di età superiore ad una certa soglia, in genere maggiorenni, senza restrizioni di alcun tipo a partire da quelle di carattere economico e culturale e altre quali ceto, censo, etnia, religione, grado di istruzione, orientamento sessuale e genere, possono esercitare il diritto di voto e partecipare alle elezioni politiche, amministrative e ad altre consultazioni pubbliche, come i referendum. E vista così, è una cosa ottima.

Ma vista da un’altra ottica, fa capire che questa smania di ottenere il voto per tutti ha fatto perdere di vista il concetto iniziale di rappresentatività. Eppure Rousseau, ricordate?, lo aveva detto e aveva messo in guardia su questo rischio. Avevo detto che per approvare una legge, che sia una legge e non un’imposizione, tutti avrebbero dovuto partecipare al processo decisionale. Ma avevo anche detto che il popolo era troppo numeroso per poter essere riunito per ogni singola decisione e così avevano optato sulla rappresentanza. Inoltre era necessario impostare dei meccanismi per far sì che la volontà del popolo non fosse inane. Insomma, se i rappresentanti facevano qualcosa che ai rappresentati non andava bene, questi ultimi dovevano avere la possibilità di cambiare quel qualcosa.

Quando non abbiamo tali meccanismi, non abbiamo dei rappresentanti, ma dei capi. Rousseau nei suoi scritti lo ha ripetuto fino alla noia.

Nella “democrazia” odierna quei meccanismi non esistono; meglio, ci hanno detto che i meccanismi esistono, ma nella realtà sono meccanismi inefficaci. Mi spiego: nel momento in cui viene promulgata una legge che al popolo non sta bene, questi possono solo “a posteriori” non votare più chi ha fatto approvare la legge; ma nel momento in cui dobbiamo votare, come abbiamo detto prima, potremmo non essere in grado di scegliere… Insomma, un bel busillis!

Oggi, nei paesi “democratici”, il popolo non ha il potere. Il potere è concentrato nelle mani degli eletti, che lo esercitano senza interpellare gli elettori. Questo è uno dei motivi di tutta la sfiducia nella classe politica che sentiamo se chiediamo in giro alla gente cosa ne pensi. Eppure il voto è un atto di fiducia: io ti eleggo a mio rappresentante per prendere le decisioni in mia vece! Ovvio che quando votavano poche persone, i rappresentanti erano persone realmente di fiducia e conosciute dagli elettori. Ma mano a mano che gli elettori sono aumentati in numero, è diventato sempre più difficile che tutti gli elettori conoscessero gli eletti.

Infatti, proprio per ovviare a questo problema, ci è stata “venduta” un’altra frottola. La frottola era un genere di composizione popolare di metro e rima vari, caratterizzata dalla narrazione di fatti privi di collegamento e spesso bizzarri e oscuri, tipica della tradizione popolare; per questo quando ci viene raccontata una bugia, ma abbellita fino a sembrare quasi vera, si dice “raccontare frottole”.

Per ovviare alla scarsa conoscenza degli eletti da parte degli elettori, sono stati inventati i partiti di massa. I partiti di massa erano organizzazioni che nascevano ed operavano con l’obiettivo di rappresentare vaste fasce della società e di collegarle con le istituzioni. Pertanto, si proponevano di farsi concretamente portatori della volontà, degli interessi e delle prospettive di una classe sociale o comunque di quote significative della popolazione. Ma a quel punto non contava più il “chi” (la persona) ma piuttosto il “cosa” (l’ideologia).

I partiti preparavano dei “manifesti” elettorali, ai quali dichiaravano si sarebbero attenuti in caso di vittoria alle elezioni.

Ma ricordiamoci come funziona il sistema. Anche se un partito ha promesso che una volta eletto, tramite gli eletti ci sarà, ad esempio, l’approvazione di una legge per ottenere uno sconto sull’acquisto delle case, in realtà non c’è nessuna garanzia che ciò avverrà realmente. Perché non c’è collegamento tra la volontà del popolo elettore e la realizzazione della promessa. L’unico modo che l’elettore ha di mandare via i rappresentanti “infedeli” è di votare qualcun altro la volta successiva, ma questo non garantisce in nessun modo che la volta dopo andrà meglio.

Perché? Ma perché esistono i partiti e i manifesti elettorali (che sono assolutamente irrilevanti, come abbiamo notato…). Infatti all’interno di un partito il meccanismo per arrivare ai vertici e quindi diventare un “eleggibile”, fa in modo che non sia centrale né la volontà del popolo, né quella del partito stesso.

Mi spiego. All’interno di un partito, si può salire ai vertici in vari modi. Il partito è composto di persone, alle quali puoi promettere qualcosa per poter scalare posizioni e assumerne una rilevante all’interno del partito stesso. “Se sarò eletto…” non lo sentiamo solo noi elettori, ma se lo dicono anche all’interno dei partiti. Oppure, per arrivare ai vertici puoi stringere alleanze interne (frammentando il partito). Quindi chi è in cima alla piramide dei partiti non è detto che sia una persona preparata ed in gamba, anzi la maggior parte delle volte non lo è. In genere emerge gente mediocre, che però ha la capacità di convincere gli altri.

Ora che ogni partito ha sistemato in cima alla propria piramide un “rappresentante dei rappresentanti”, si va al voto. E l’elettore può votare solo chi è stato messo nelle “liste elettorali” dai partiti. Una volta conclusasi le elezioni, ci sarà una maggioranza (coloro i quali hanno preso più voti) e un’opposizione (gli sconfitti), garanzie di pluralità (evito commenti sul ruolo di certe opposizioni…).

Una volta in parlamento, o stai di qua o stai di là. Il vero problema del suffragio universale è che il voto è “non obbligatorio”, quindi può succedere che la maggior parte del popolo non voti, che vada a votare solo una piccola fetta della popolazione, insomma, e che quindi chi ha più voti di quella fetta decida anche per chi non è andato a votare. Quindi in effetti ora siamo al paradosso che una minoranza della società decide di eleggere dei rappresentanti anche per la minoranza che non va a votare e che questi prendano decisioni indipendentemente dalla volontà del popolo. Qualcuno dirà: “è la democrazia”. Giusto.

Ma ricordiamo quello che abbiamo detto all’inizio. Quando poco più di 200 anni fa furono fondati i primi “stati di diritto”, essi si auto proclamarono “democrazie”? Se ricordate, l’ho scritto, ma non tornate indietro a leggere, ve lo riscrivo. Se uno si va a leggere i documenti fondanti i due stati che ho preso in considerazione fin dall’inizio, la Francia e gli Stati Uniti d’America, la parola democrazia non è scritta da nessuna parte. “Repubblica con governo rappresentativo”, così erano all’inizio. La parola “democrazia” in realtà non era neanche ben vista.

John Adams (1735-1826) e James Madison (1751-1836), rispettivamente primo e quarto presidente degli Stati Uniti, nonché “padri fondatori” temevano la “democrazia”. E nei loro scritti mettevano in guardia la gente. La parola “democrazia” non è menzionata nemmeno una volta nella Costituzione che hanno scritto, né nella Costituzione derivata dalla Rivoluzione francese, una delle prime costituzioni dell’era moderna.

“Ricordate, la democrazia non dura a lungo. Ben presto si esaurisce, diventa un rifiuto e uccide sé stessa. Non esiste democrazia che non commetta suicidio.”

“La democrazia finché dura è più sanguinosa dell’aristocrazia o della monarchia.” (John Adams)

“Nulla potrebbe essere più irragionevole che dare potere al popolo, privandolo tuttavia dell’informazione senza la quale si commettono gli abusi di potere. Un popolo che vuole governarsi da sé deve armarsi del potere che procura l’informazione. Un governo popolare, quando il popolo non sia informato o non disponga dei mezzi per acquisire informazioni, può essere solo il preludio a una farsa o a una tragedia, e forse a entrambe.” (James Madison)

Stiamo parlando dei padri fondatori degli Stati Uniti d’America, non di politicanti qualunque. Quindi la democrazia era temuta. Ma perché? Semplicemente perché se ci fosse stata una democrazia, loro avrebbero perso il potere. Così come tutti quelli che li hanno seguiti.

A questo punto dobbiamo spiegarlo, cosa sia la democrazia.

Per farlo dobbiamo tornare un po’ più indietro di 200 e rotti anni fa.

Intorno al VI secolo a.C., anno più, anno meno, c’era un popolo che decise di inventare un sistema di governo diverso. E lo chiamò democrazia. Quel popolo era conosciuto come “Ateniesi” ed infatti la loro città era Atene, in Grecia. Atene era una città-stato (zona geografica, solitamente di piccole dimensioni, che si trova sotto la giurisdizione di un’unica città e gode di un grado più o meno ampio di sovranità) con circa 300 mila abitanti. Proprio in quel tempo la gente era stanca dei Re e del potere assoluto ed ereditario degli stessi e (proprio come 250 anni fa!) decisero che il potere avrebbe dovuto essere amministrato dai cittadini.

Ma qui iniziano le differenze. Abbiamo fatto l’esempio della piramide e di come i rappresentanti debbano godere della fiducia degli elettori. Solo così verranno eletti. Ad Atene, intanto, rovesciarono il concetto di fiducia. Invece di fidarsi, diffidavano. La fiducia te la devi meritare, dicevano. Inoltre, si riunivano in assemblee aperte a tutti i cittadini, nelle quali non venivano proposte leggi, ma idee. E l’ultima parola era quella del popolo, non dei rappresentanti.

Il filosofo greco Aristotele, nelle sue lezioni dedicate a “τα πολιτικά” (tà politikà) che, etimologicamente, sono “gli affari che riguardano la città” (“πόλις”, polis), Aristotele ricorda ai lettori che la città è una forma di comunità costituita in vista di un bene; e essa è l’unica che permetta agli uomini di realizzare le proprie potenzialità più tipicamente umane e, pertanto, di essere felici. È per questo che egli può notoriamente affermare che “l’uomo è per natura un essere politico”, con la conseguenza che chi non vive nella comunità politica, per natura e non per caso, è evidentemente o inferiore o superiore all’uomo, è un dio o una bestia feroce (Politica I 2, 1253a).

La “politica” aristotelica presenta pertanto due vistose differenze con la maniera in cui noi oggi concepiamo questo termine: essa è caratterizzata da un’organizzazione orizzontale del potere dove tutti i cittadini, idealmente, governano e sono governati a turno ed è strettamente connessa con la felicità umana, di cui crea le pre-condizioni materiali; essa rimanda, poi, a una forma assai specifica di comunità – la polis appunto: ad Aristotele non sfugge che esistono anche altre forme di comunità e di associazione umane, come il dispotismo orientale, ma nega che in esse si faccia “politica”. Analogamente, e in diretta polemica con il maestro Platone, Aristotele afferma recisamente che l’attività politica è diversa da quella del re, dell’amministratore della casa o del padrone degli schiavi perché le sfere d’azione di questi ultimi non sono caratterizzate da quella libertà e quell’uguaglianza che sono il presupposto dell’agire degli esseri umani in politica.  La sua esposizione degli “affari che riguardano la città” risulta così tutta permeata da un intreccio di descrizione e prescrizione, perché uomini compiuti e felici potranno esistere solamente all’interno di una polis e in nessun’altra comunità e, anzi, solamente all’interno di una buona polis, dotata di una forma di governo “retta”.

Ricordate quando dicevo cosa vuol dire “ministro”? La parola viene dal latino minister (-stri), derivato di minor (aggettivo) e minus (avverbio), cioè “minore” e vuol dire “servitore, aiutante” (in contrapposizione a magister, che deriva da magis, cioè “maggiore, più”). Questo era nell’antica Grecia. I rappresentanti erano dei servi dei cittadini. Gli ateniesi rovesciarono anche questo. E non finisce qui.

Niente elezioni. Sorteggio. Gli amministratori e molte altre posizioni ai vari livelli di governo e con diverse funzioni venivano estratti a sorte. La maggior parte dei cittadini ateniesi ricopriva prima o poi un qualche ruolo pubblico, come quello di gestire un incontro quotidiano o prendere parte all’amministrazione della città. Coloro che non partecipavano erano considerati egoisti e anche chiamati beffardamente idioti (ἰδιώτης).

A quel punto nessuno degli “eletti” avrebbero potuto dire “Tu mi hai votato, cavoli tuoi…”, anche perché nessuno lo aveva scelto. Non solo, se ricordate la piramide, a questo punto la possiamo rovesciare rispetto alla politica attuale e otterremo che in cima (base larga) c’è il popolo mentre in basso (vertice) ci sono i rappresentanti; questi non facevano le leggi, le proponevano all’assemblea dei cittadini per l’approvazione! Anche i cittadini avevano la facoltà di fare proposte.

Un’altra cosa. Per essere eletti rappresentanti bisognava sostenere un esame (nel senso tecnico della parola, cioè si veniva esaminati nei dettagli: chi sei, cosa hai fatto per la comunità, cosa fai di mestiere). Quindi dovevi essere intanto incensurato e onesto, e se eri preparato era meglio. Non solo. Non c’era motivo di avere ideologie, né partiti, per il semplice motivo che tutte le decisioni dell’assemblea erano per il bene della comunità. Era inutile fare promesse per essere eletti, perché il sorteggio era indipendente dalle promesse. E se una volta sorteggiato, ti comportavi male, dovevi stare attento, perché l’assemblea, oltre ad espellerti quale rappresentante, ti avrebbe anche potuto uccidere. Letteralmente. Poi si decise una forma di eliminazione meno drastica. L’ostracismo (in greco antico: ὀστρακισμός, ostrakismós) era un’istituzione giuridica della democrazia ateniese volta a punire con un esilio temporaneo di 10 anni coloro che avrebbero potuto rappresentare un pericolo per la città.

Certo che fare politica a quei tempi doveva essere abbastanza stressante… Non potevi fare leggi. Non potevi fare nulla senza il permesso dell’assemblea. Non potevi corrompere nessuno… Ok, lo stipendio era buono. Ma la carica durava poco e finita la carica tornavi a fare quello che facevi prima… Si è stimato che ogni cittadino libero di Atene sia stato dipendente pubblico almeno una volta nella vita. Il sistema funzionava semplicemente perché la partecipazione di tutti era condizione necessaria al funzionamento. Questo era quello che veniva chiamata Democrazia.

Vi sembra uguale a quella che noi chiamiamo democrazia? Intanto, consideriamo che ciò che fecero gli Ateniesi a livello legislativo durò circa due secoli. Poco? Pensate quanti governi, quante leggi e quanti politici sono cambiati nei nostri ultimi 200 anni!

Ad Atene non c’erano partiti, ideologie, manifesti elettorali, liste elettorali, semplicemente perché si partecipava tutti insieme alle decisioni. Per il bene di tutti. E l’obiettivo delle discussioni era trovare la soluzione migliore per tutti. Ovvio che con il tempo la gente voleva sempre più essere partecipe, perché il potere era nel popolo.

Se avessimo il potere di cambiare le cose, tutti faremmo politica. Ma ora non è così, i cittadini non hanno potere, il potere è in chi decide chi dobbiamo votare. Un governo rappresentativo crea il contrario dell’uguaglianza.

Adesso abbiamo il potere dei rappresentanti contro il potere dei cittadini. Ora diamo fiducia (a gente di cui non ci fidiamo) contro la sfiducia (finché non viene guadagnata) del sistema democratico Ateniese. Ora fanno promesse che non mantengono contro un sistema nel quale non era possibile fare promesse. Ci comandano persone mediocri contro le persone qualificate di allora. La contrapposizione dei partiti di ora contro l’unità di intenti.

Digressione.

1984 è uno dei più celebri romanzi di George Orwell, pseudonimo di Eric Arthur Blair (1903-1950), giornalista, saggista, scrittore e attivista britannico, pubblicato nel 1949 ma iniziato a scrivere nel 1948 (anno da cui deriva il titolo, ottenuto appunto dall’inversione delle ultime due cifre).

Il romanzo narra di un futuro distopico in cui la società è amministrata secondo i principi del Socing (nell’originale inglese, “IngSoc”), il Partito Socialista Inglese, ed è governata da un onnipotente partito unico con a capo il Grande Fratello. Ovunque nella città sono appesi grandi manifesti di propaganda che ritraggono il Grande Fratello, con la didascalia Il Grande Fratello ti guarda, e gli slogan del partito: «la guerra è pace», «la libertà è schiavitù», «l’ignoranza è forza».

La lingua che si parla va trasformandosi in Neolingua (“Newspeak”), un nuovo linguaggio in cui sono ammessi solo termini con un significato preciso e privo di possibili sfumature eterodosse, in modo che riducendone il significato ai concetti più elementari si renda impossibile concepire un pensiero critico individuale. Con la creazione della neolingua il partito censura quindi l’utilizzo di molte parole, convogliando quelle sgradite (come ad esempio “democrazia”) nell’unico termine “psicoreato”: in questo modo diventa impossibile formulare, e a lungo andare anche solo pensare ad un argomento “proibito”. I semplici concetti che renderebbero discutibile l’operato del Partito diventano inesprimibili. La stessa parola “psicoreato” va ben oltre il divieto di esprimersi, ma si spinge appunto a vietare anche solo di pensare in modo divergente dai dettami del governo totalitario del Grande Fratello.

Pensare che ora, l’espressione Grande Fratello sia il simbolo dell’inebetimento indotto dalla TV spazzatura, nella sua tragica ironia, è forse la sintesi e il compimento della profezia dello scrittore inglese.

Perché porto l’esempio di 1984? Semplice, per quello che dicevo all’inizio. Ci hanno convinto che quella che c’è ora sia democrazia. Come hanno fatto? Continuando a dire che è democrazia. Come in 1984, le parole vengono negate e per indicare il contrario di una parola non esistono vocaboli, il che crea confusione e impossibilità di far crescere un pensiero critico. E piano piano ci stanno togliendo tutto, anche quello…

Siete ancora disposti a dire che la nostra sia una democrazia?

 

 

 

liberamente ispirato da WHYDEMOCRACY (http://whymaps.net/)

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