Personalità radioattive

Mentre scrivevo “Introduzione alla fisica 2”, pensavo al rapporto che esiste tra la fisica e gli altri rami della conoscenza. Parlando di natura, la fisica ha numerose connessioni con molte altre materie, come la matematica, la statistica, l’informatica o l’ingegneria.

Non solo, essendo materia molto complessa, come accennavo nei precedenti articoli, è suddivisibile in più modi e conta diverse branche (in senso figurato, la branca è la ripartizione in settori diversi di una scienza). Ad esempio, la fisica matematica. La fisica matematica è quella disciplina scientifica che si occupa delle applicazioni della matematica ai problemi della fisica e dello sviluppo di metodi matematici adatti alla formulazione di teorie fisiche e alle relative applicazioni. È una branca della fisica tipicamente teorica. O la fisica atomica, che è invece la branca della fisica che studia l’atomo nella sua interezza ovvero comprendendo nucleo ed elettroni. Oppure la fisica dello stato solido.

La fisica dello stato solido è la più ampia branca della fisica della materia condensata (comunemente detta fisica della materia) e riguarda lo studio delle proprietà dei solidi, sia elettroniche, che meccaniche, ottiche e magnetiche. Il grosso della ricerca teorica e sperimentale della fisica dello stato solido è focalizzato sui cristalli, sia a causa della loro caratteristica struttura atomica periodica, che ne facilita la modellizzazione matematica, che per il loro ampio utilizzo tecnologico. Con il termine stato solido in elettronica ci si riferisce in generale a tutti i dispositivi a semiconduttore. A differenza dei dispositivi elettromeccanici, quali ad esempio i relè, i dispositivi a stato solido non hanno parti meccaniche in movimento. Appartiene alla fisica dello stato solido anche la fisica delle basse temperature la quale studia gli stati della materia a temperature prossime allo zero assoluto e i fenomeni ad essi connessi (ad esempio la superconduttività).

Poi c’è la fisica nucleare, branca della fisica che studia il nucleo atomico nei suoi costituenti protoni e neutroni e le loro interazioni. La fisica nucleare si distingue dalla fisica atomica che invece studia l’atomo, sistema composto dal nucleo atomico e dagli elettroni. La fisica nucleare si distingue a sua volta dalla fisica delle particelle o fisica subnucleare che invece ha come oggetto lo studio delle particelle più piccole del nucleo atomico. A questa si aggiunge la fisica delle particelle elementari, che è la branca della fisica che studia i costituenti fondamentali e le interazioni fondamentali della materia; essa rappresenta la fisica dell’infinitamente piccolo. Talvolta viene anche usata l’espressione fisica delle alte energie, quando si vuole far riferimento allo studio delle interazioni tra particelle elementari che si verificano ad altissima energia e che permettono di creare particelle non presenti in natura in condizioni ordinarie, come avviene con gli acceleratori di particelle.

C’è anche l’astrofisica, mia preferita, che è una scienza che applica la teoria e i metodi delle altre branche della fisica per studiare gli oggetti di cui è composto l’universo, quali ad esempio le stelle, i pianeti, le galassie e i buchi neri. L’astrofisica si differenzia dall’astronomia in quanto l’astronomia si pone come obiettivo la comprensione dei movimenti degli oggetti celesti, mentre l’astrofisica tenta di spiegare l’origine, l’evoluzione e il comportamento degli oggetti celesti stessi, rappresentando quindi la fisica dell’infinitamente grande. Un’altra disciplina con cui l’astrofisica è intimamente correlata è la cosmologia, che ha come oggetto di studio l’origine dell’universo. Ci sono anche altre branche, come la fisica cibernetica, la fisica medica e la geofisica.

Ma soprattutto, la fisica è strettamente connessa alla chimica (la scienza delle molecole) con cui si è sviluppata di pari passo nel corso degli ultimi due secoli. La chimica prende molti concetti dalla fisica, soprattutto nei campi di termodinamica, elettromagnetismo, e meccanica quantistica. Tuttavia i fenomeni chimici sono talmente complessi e vari da costituire una branca del sapere distinta.

Nella chimica, come nella fisica, esiste il concetto di forza come “interazione tra i corpi”. Nel caso della chimica “i corpi” hanno dimensioni dell’ordine dell’angstrom, che è un’unità di lunghezza non appartenente al Sistema internazionale corrispondente a 1×10−10 m; dimensioni rapportabili alle molecole, agli atomi, agli ioni e alle altre particelle di dimensioni ad essi confrontabili. Le forze di interazione tra questi corpi sono i legami chimici (legami intramolecolari) e altre forze di interazione più blande (ad esempio le forze di Van der Waals, di cui abbiamo già parlato in passato).

C’è stata una coppia molto famosa, sia per la fisica che per la chimica, ma partiamo dall’inizio, come sempre…

Henri Antoine Becquerel, nato a Parigi il 15 dicembre 1852, discendeva da una famiglia di scienziati: il nonno era César Antoine Becquerel (ufficiale del Genio con le truppe di Napoleone) e il padre Edmond Alexander Becquerel, ed erano entrambi delle personalità nel mondo degli studi di elettricità, ottica e magnetismo; ricevette quindi un’ottima educazione sia famigliare che scolastica al “Lycée Louis le Grand”.

Entrò alla ”École Polytecnique” nel 1872 e poi studiò ingegneria alla “École Nationale des Ponts et Chaussèes”, ottenendo il titolo di ingegnere nel 1877. Nel 1874 si sposò con Lucie Zoe Jamin, figlia di Jules Jamin, un suo professore di fisica alla “École Polytecnique”, e nel 1878 ebbe un figlio, Jean Antoine, che sarebbe diventato anch’egli un noto scienziato.

Inizialmente, dal 1875 al 1882, si dedicò a ricerche di ottica, in particolare sulla rotazione del piano di polarizzazione della luce mediante campi magnetici, come assistente alla cattedra del Museo di Storia naturale retta prima dal nonno poi dal padre. Nel 1883, seguendo la tradizione familiare, si dedicò allo studio della luce emessa da cristalli fluorescenti o fosforescenti se sottoposti all’infrarosso e nel 1886 all’assorbimento della luce da parte di cristalli, argomento della tesi per il dottorato che ottenne nel 1888.

Nel 1889 fu nominato all’Accademia delle Scienze di Parigi e nel 1892 succedette al padre, sia alla cattedra del Museo di Storia Naturale sia a quella di fisica applicata del “Conservatoire des Arts et Metiers”. Nel 1895 ottenne anche la cattedra alla “École Polytecnique”. Subito dopo la scoperta dei raggi X da parte di Röntgen, nel 1895, discutendo con Henri Poincaré sulla fluorescenza che si verificava sul tubo a vuoto dove veniva colpito dai raggi, decise di intraprendere uno studio sulla relazione tra fluorescenza e raggi X.

Espose al sole dei sali di uranio, che aveva ereditato dal padre, e li pose su di una lastra fotografica schermata da carta nera, notando che la lastra risultava impressionata. Comunicò all’Accademia delle Scienze che “la sostanza fosforescenze emette radiazioni che attraversano la carta opaca”. A causa dell’assenza di sole per alcuni giorni, ripose i suoi campioni, sempre sopra la lastra schermata, in un cassetto e quando li riprese volle sviluppare le lastre notando un intenso annerimento che non si aspettava. In quel momento la sua vita incrociò due persone straordinarie…

Nato a Parigi, Pierre Curie è stato un eminente fisico francese. Era il figlio del dottor Eugène Curie e di Sophie-Claire Depouilly Curie. Fu istruito dal padre, e nella sua prima adolescenza mostrò una forte attitudine per la matematica e la geometria. All’età di 16 anni ottenne la laurea in matematica. A 18 anni completò gli studi con una laurea in fisica, ma non proseguì immediatamente con un dottorato per problemi economici. Lavorò, quindi, come istruttore di laboratorio.

Nel 1880, Pierre e il suo fratello maggiore Jacques (1856–1941) dimostrarono che un potenziale elettrico veniva generato nel momento in cui i cristalli vengono compressi, ovvero la piezoelettricità. Per aiutarsi nel loro lavoro, essi inventarono l’Elettrometro Piezoelettrico al Quarzo. Poco tempo dopo, nel 1881, essi dimostrarono l’effetto inverso: che i cristalli potevano essere soggetti a deformazione se sottoposti all’azione di un campo elettrico. Quasi tutti i circuiti elettronici digitali oggi si basano su questo principio nella forma di oscillatori al cristallo.

Nel 1885 divenne professore alla “École supérieure de physique et de chimie industrielles de la ville de Paris”. Pierre Curie incontrò la sua futura moglie quando le fu presentato da un amico. Ciò che attrasse Pierre fu il fatto che lei non era come le altre ragazze, in quanto dedita alla scienza. Egli le propose di sposarlo, ma lei rifiutò, nonostante anche lei lo amasse. Ella finalmente accettò di sposarlo il 26 luglio 1895.

Nel 1900 divenne professore alla facoltà di fisica e nel 1904 ne divenne titolare.

La lei in questione si chiamava Maria Skłodowska.

Maria Skłodowska nacque a Varsavia, in Polonia, il 7 novembre 1867, quinta figlia dopo tre femmine e un maschio. Il padre era scienziato e insegnante di Fisica, la madre direttrice di scuola. L’istruzione e lo studio erano centrali nell’educazione dei figli, al punto che i due genitori facevano loro da insegnanti anche dopo le ore scolastiche.

Maria svettava su tutti per le sue capacità e intelligenza, ma finito il ginnasio si trovò un ostacolo all’apparenza insormontabile: alle donne l’accesso all’università era proibito. I suoi genitori non erano dello stesso avviso, oltre che dell’idea che uomini e donne dovessero avere naturalmente gli stessi diritti sociali.

Questo pensiero che oggi è (quasi) dato per scontato, non lo era affatto non solo alla fine del XIX secolo, ma anche fino a pochi decenni fa: basti pensare che in Italia le donne hanno potuto votare per la prima volta solo nel 1946, solo settant’anni fa.

Nel 1878 morì di tisi la madre di Maria e il padre, entrato in conflitto con le autorità russe che all’epoca governavano la Polonia, dovette lasciare il suo posto di professore per dirigere una pensione per studenti, quindi vennero a mancare i soldi per far studiare all’estero Maria e Bronia, le due figlie più capaci: le due ragazze iniziarono a seguire i corsi della cosiddetta “università volante”, ossia i corsi universitari clandestini per le donne, in attesa di tempi migliori.

Per Maria non era sufficiente e ebbe un’idea: avrebbe lavorato e con i suoi soldi pagato gli studi da medico a Parigi di Bronia, una delle tre studentesse su mille iscritti del suo anno; poi sarebbe stata Bronia, con il suo lavoro, a pagare gli studi a Maria. L’idea prese piede, e nel 1891 si iscrisse alla facoltà di Fisica dell’università Sorbona di Parigi e cambiò il nome da Maria a Marie.

Marie si laureò in Fisica nel 1893 con risultati eccezionali, al punto da ottenere un premio dalla sua stessa Polonia che le permise di laurearsi anche in Matematica nel 1894.

In quel periodo, come detto, conobbe Pierre.

Era tale e tanto il carisma di Marie, che, quando Becquerel le affidò un lavoro, cioè capire cosa fosse successo a quelle lastre annerite dai minerali, Pierre smise di fare tutto quello che stava facendo per diventare suo collaboratore.

Il primo laboratorio in cui Pierre e Marie svolsero le loro ricerche scientifiche consisteva in un piccolo locale vetrato appartenente alla scuola di Fisica dove lavorava Pierre. Era un magazzino in cui erano ammassati quintali di roba e che fungeva anche da sala delle macchine; era privo di un’installazione elettrica adeguata e l’aria era satura di fumo e umidità, nemici giurati degli strumenti di precisione con cui è necessario fare gli esperimenti.

Ma Marie non si fece distrarre. In quello sgabuzzino della scuola di Fisica insieme a suo marito tentava di capire da dove derivassero quelle radiazioni che Henri Becquerel aveva notato esaminando i sali d’uranio. Il primo scopo che Marie si pose fu quello di misurare il potere dei raggi d’uranio di rendere l’aria conduttrice di elettricità e di scaricare un elettroscopio, di misurare cioè il loro ‘potere di ionizzazione’.

Per ottenere ciò vennero utilizzati una camera di ionizzazione, per rivelare la presenza di particelle ionizzanti, un elettrometro, per misurare differenze di potenziale e un quarzo piezoelettrico. Quest’ultimo strumento era stato inventato da Pierre insieme al fratello Paul Jacques nel 1880.

Dopo poche settimane di esperimenti ed osservazioni, Marie concluse con certezza che le radiazioni emesse dall’uranio non erano influenzate dalla luce o dalla temperatura e nemmeno dalla combinazione chimica dell’uranio; inoltre l’intensità delle radiazioni era proporzionale alla quantità d’uranio presente. Ma, si chiedeva la giovane scienziata, perché questa proprietà dell’uranio di emettere radiazioni non potrebbe appartenere anche ad altri elementi chimici? In fondo la scoperta sull’uranio è stata fatta per puro caso. Così Marie passò ad esaminare, uno per uno, tutti i corpi chimici conosciuti, per arrivare a dar fondamento alla sua intuizione nell’arco di poco tempo: anche il torio possiede la stessa proprietà, alla quale venne dato il nome di ‘radioattività’ e i corpi che ne sono dotati furono chiamati ‘radioelementi’.

Appurato poi che la radioattività è una caratteristica atomica, la fase seguente del lavoro dei Curie consisté nello studio di tutti i corpi composti semplici e dei minerali. Marie si accorse che in alcuni minerali l’intensità di radioattività è fortissima e non poteva essere giustificata dalla minima quantità di torio e uranio in essi contenuta. Non vi era dubbio quindi che doveva esistere un’altra sostanza radioattiva molto più potente di quelle fino ad allora esaminate. Eppure Marie aveva già controllato tutte le sostanze chimiche conosciute. Significava forse che un altro elemento ignoto alla scienza emetteva radiazioni ad alta intensità?

La vita dei Curie trascorse così quasi interamente all’interno del laboratorio, tranne qualche rara pausa per una lunga corsa in bicicletta attraverso i boschi. Pierre intanto insegnava alla scuola di Fisica e guadagnava cinquecento franchi al mese e Marie, dopo la duplice laurea in fisica e matematica, stava studiando per ottenere il dottorato. Il 12 settembre 1897 nacque Irène e le energie e le attenzioni che finora i Curie avevano dedicato esclusivamente alla scienza, le divisero con la loro bambina; tuttavia Marie, com’era nella sua natura, non si risparmiava e riuscì a non chiedere sacrifici né all’una né all’altra delle sue creature. Scrisse alla sorella Bronia: “…La nostra vita è sempre uguale. Lavoriamo molto, ma dormiamo bene, per cui la nostra salute non ne soffre. La sera la passiamo ad occuparci della piccola. Al mattino la vesto e le do da mangiare; dopo di che posso generalmente uscire verso le nove. Per tutto l’anno non siamo stati né al teatro né a un concerto, né abbiamo fatto una sola visita… Non c’è che la famiglia di cui senta enormemente la mancanza, e soprattutto voi, carissimi miei e papà… Non ho altri motivi di cui lamentarmi, perché la salute non è cattiva, la bambina cresce bene, e io ho il marito migliore che si possa sognare… È un vero dono del cielo… Il nostro lavoro progredisce. Avrò ben presto da fare una conferenza su questo argomento…” (Da una lettera a Bronia del 1899, Eva Curie, Vita della signora Curie, p. 178)

Nel 1898 Marie comunicò all’Accademia delle Scienze che: “due minerali d’uranio: la pechblenda (ossido d’uranio) e la calcolite (fosfato di rame e d’uranite) sono molto più attivi dello stesso uranio. Il fatto va rilevato e induce a credere che questi minerali possano contenere un elemento nuovo più attivo dell’uranio…” (Dai Resoconti del 12 aprile 1898, ib., p. 165).

La pechblenda in particolare aveva messo in luce un’altissima capacità di emettere radiazioni. D’altra parte la composizione di quel minerale era conosciuta e definita, quindi l’elemento nascosto radioattivo doveva essere presente in quantità talmente ridotte da essere sfuggito a tutti gli esami precedenti.

Il metodo per isolare il corpo radioattivo era molto banale, ma richiedeva una precisione infinita. Si trattava di scomporre il minerale pezzo per pezzo ed eliminare quelle parti che non emettevano radiazioni. “…Crediamo che la sostanza che abbiamo tratto dalla pechblenda contenga un metallo non ancora segnalato, vicino al bismuto per le sue proprietà analitiche. Se l’esistenza di questo nuovo metallo verrà confermata, noi proponiamo di chiamarlo polonio, dal nome del paese di uno di noi…” (Resoconti, luglio 1898, ib., p. 168).

E ancora: “Le diverse ragioni che abbiamo enumerate ci spingono a credere che la nuova sostanza radioattiva racchiuda in sé un elemento nuovo, al quale noi ci proponiamo di dare il nome di Radio. La nuova sostanza radioattiva racchiude certamente una fortissima proporzione di bario: non ostante ciò la radioattività è considerevole. La radioattività del radio dev’essere dunque enorme.” (Resoconti, 26 dicembre 1898, ib., p. 170).

Il lavoro dello scienziato ha valore solo se ogni più piccola conclusione raggiunta è supportata da molteplici prove e controprove che la confermano e il radio di Pierre e Marie era stato solo “percepito”, ma non ancora visto ed isolato. Ma come ottenere del radio e del polonio puri? Prima di tutto fu necessario recuperare la pechblenda nella quale si erano ritrovate tracce di quelle sostanze. La pechblenda si estraeva nelle miniere di Sank Joachimsthal in Boemia (ora Repubblica Ceca, le estrazioni sono finite nel 1964) e farla arrivare fino a Parigi significava pagare dei costi altissimi.

D’altra parte i due scienziati non avevano scelta e, dopo avere fatto un rapido conto dei loro risparmi, decisero di farsi inviare almeno ciò che avanzava del minerale dopo che ne era stato estratto l’uranio.

Nel cortile della scuola di Fisica si trovava una baracca di legno una volta adibita a luogo di dissezione dei cadaveri. Il tetto era di vetro, il pavimento di bitume screpolato; un vecchio tavolaccio, una lavagna nera ed una stufa di ghisa arrugginita costituivano l’arredamento e il direttore della scuola non ebbe nessuna difficoltà a cederla ai due sposi un po’ bislacchi (che vedevano comunque migliorare le condizioni del loro luogo di lavoro).

Tutto sembrava andare per il meglio e la seconda fase del lavoro poté avere inizio. Mentre Pierre si occupava di definire sempre più precisamente le qualità del radio, Marie cercava di ottenere sali di radio allo stato puro: “Sono stata indotta a trattare finanche venti chilogrammi di materiale per volta, il che aveva per effetto d’empire la rimessa di grandi vasi pieni di precipitati e di liquidi. Era un lavoro estenuante quello di trasportare i recipienti, di travasare i liquidi e d’agitare, per ore e ore, la materia in ebollizione in un recipiente di ghisa” (ib., p. 176).

In realtà la baracca si rivelò molto più scomoda di quello che avevano pensato. D’estate, i raggi del sole, filtrando attraverso il tetto di vetro, trasformavano il luogo in una serra bollente, d’inverno si gelava e se pioveva, l’acqua entrava dal tetto in più punti; senza contare i venti, che, transitando liberamente nella rimessa, trasportavano e depositavano ovunque polveri di ogni genere, mentre il lavoro di Marie consisteva nell’isolare e purificare il più precisamente possibile i composti chimici.

La maggior parte del lavoro andava comunque svolta all’aperto perché gli strumenti utilizzati non avevano gli sfiatatoi per i gas. “A quell’epoca noi eravamo interamente assorbiti dal nuovo dominio che s’apriva dinanzi a noi grazie a una scoperta insperata”, racconta Marie. “Nonostante le difficoltà delle nostre condizioni di lavoro, ci sentivamo molto felici. Le nostre giornate trascorrevano nel laboratorio. Nella nostra rimessa così povera regnava una grande tranquillità; a volte, sorvegliando qualche operazione, camminavamo in su e in giù chiacchierando del lavoro presente e di quello futuro; quando avevamo freddo, una tazza di tè calda presa presso la stufa ci confortava. Vivevamo con un’unica preoccupazione, come in un sogno. … Non vedevamo che poche persone nel laboratorio: qualche chimico, qualche fisico veniva di tanto in tanto a trovarci, sia per vedere le nostre esperienze, sia per chiedere qualche consiglio a Pierre Curie… Ed erano allora conversazioni dinanzi alla lavagna, di quelle che lasciano un eccellente ricordo perché agiscono come stimolante dell’interesse scientifico e dell’ardor di lavoro, senza interrompere il corso delle riflessioni e senza turbare quell’atmosfera di pace e di raccoglimento ch’è la vera atmosfera di un laboratorio” (ib., p. 176177).

In questo modo passarono quattro anni durante i quali, in seguito alle frequenti pubblicazioni dei Curie sulle proprietà della radioattività, in tutta Europa si diffuse un profondo interesse per l’argomento. André Debierne, scienziato francese, riuscì ad isolare l’attinio affine al radio e George Sagnac insieme a Pierre Curie portò avanti degli studi sulla carica elettrica trasportata dai raggi secondari dei raggi X.

Come abbiamo visto, le ricerche sulla radioattività alle quali i Marie e Pierre Curie si dedicarono con una incredibile passione e una energia quasi al limite delle loro possibilità fisiche, attirarono l’interesse di tutti gli ambienti scientifici europei. Purtroppo però le difficoltà economiche che i due ricercatori dovettero affrontare furono enormi. Pierre aveva bisogno della cattedra di Fisica alla Sorbona per poter guadagnare una cifra ragguardevole ed allentare il ritmo di vita e di lavoro di entrambi che minacciava di causare cedimenti irreversibili, ma gli mancavano le raccomandazioni necessarie. Lasciò comunque la Scuola Politecnica e venne assunto come professore incaricato al “Physique, Chimie, Scienze naturelle”, che gli permetteva di guadagnare uno stipendio più elevato mentre Marie cominciò ad insegnare fisica alla “Scuola Superiore delle Giovinette di Sèvres”.

Scrisse una sua ex alunna: “Fino al nostro arrivo a Sèvres avevamo creduto che la fisica si imparasse unicamente sui libri… Tutto cambiò quando avemmo come professore Marie Curie. Quest’abile sperimentatrice fu colpita dalla povertà dei laboratori della scuola di Sèvres e dall’insufficienza dei lavori pratici, e decise di rimediarvi… Spessissimo ella ci portava apparecchi costruiti o modificati dietro suo consiglio, che noi utilizzavamo con lei. Erano apparecchi semplicissimi, la nostra guida però era talmente abile che riuscivamo persino a ottenere le misurazioni, e nulla era più appassionante del discutere, a cose fatte, con lei dei risultati ottenuti in comune… Così la freddezza di Marie Curie, che era soltanto un modo di mascherare la timidezza, nascondeva un’umanità e un calore che non tardammo a scoprire” (E. Cotton, I Curie, p. 4850).

Il ritmo delle giornate comunque era durissimo; il tragitto da Parigi a Sèvres due volte al giorno era lungo ed estenuante e Marie si disperava al pensiero che avrebbe potuto impiegare tutto quel tempo nel suo laboratorio. Tanto più che il radio sembrava voler mantenere a tutti i costi il suo segreto e più questo si ostinava a resistere alla scienza, più Marie aumentava i ritmi di lavoro.

Nel 1902, la battaglia fu vinta e la signora Curie presentò a tutto il mondo un decigrammo di radio puro da lei preparato: il radio esisteva ed aveva un peso atomico di 225. Agli occhi del mondo intero la nuova scoperta apparve prodigiosa. Il radio ha radiazioni la cui intensità è pari a due milioni di volte quelle dell’uranio; solo una pesante lastra di piombo può fermare i suoi raggi.

Produce calore, è luminoso, rende fosforescenti alcuni corpi incapaci di produrre luce spontaneamente e contagia con sua radioattività i corpi con cui viene a contatto; inoltre emette spontaneamente un gas radioattivo, che in seguito è stato chiamato ‘radon’, il quale, isolato e rinchiuso in un’ampolla, si evolve e progressivamente perde la sua radioattività: era la prima volta che corpi considerati inanimati si videro muoversi e la teoria dell’evoluzione della materia si arricchì di nuovi elementi.

Ma la cosa forse più sorprendente di tutte era che il radio era in grado di uccidere le cellule del corpo umano. Scrisse Marie: “..noi abbiamo avuto sulle mani, durante le ricerche fatte con prodotti molto attivi, azioni varie. Le mani hanno una tendenza generale a squamarsi; le estremità delle dita che hanno tenuto i tubi o le capsule racchiudenti prodotti molto attivi diventano dure e a volte molto doloranti; in uno di noi, l’infiammazione delle estremità è durata una quindicina di giorni ed è terminata con la caduta della pelle, ma la sensibilità dolorosa, in capo a un mese, non è ancora scomparsa” (Vita della signora Curie, p. 202).

Pierre, insieme ad alcuni medici francesi, condusse degli studi su animali esposti alle radiazioni e in un primo tempo si pensò di poter guarire con questo metodo il lupus ed alcune lacerazioni della pelle. L’Accademia delle Scienze concesse ai Curie 20.000 franchi per l’estrazione della materia. La Società generale dei prodotti chimici mise a disposizione la propria struttura per ricavare il radio senza trarne nessun un utile e nel 1904 venne fondata la prima fabbrica per la fornitura del radio.

L’industria del radio in poco tempo si sviluppò in tutto il mondo e i Curie dovettero scegliere se tenere per sé il brevetto di fabbricazione, venderlo a caro prezzo o metterlo a disposizione di tutti.

“D’accordo con me, Pierre Curie rinunciò a trarre un profitto materiale dalla sua scoperta: noi non prendemmo alcun brevetto e pubblicammo senza riserva alcuna i risultati delle nostre ricerche, come il processo di preparazione del radio. Inoltre noi abbiamo dato agli interessati tutte le informazioni che sollecitavano. Questo è stato un grande beneficio per l’industria del radio la quale ha potuto svilupparsi in piena libertà, prima in Francia poi all’estero, fornendo agli scienziati e ai medici i prodotti di cui avevano bisogno” (ib., p. 208).

Marie con la sua scoperta finì anche la sua tesi di dottorato dal titolo “Ricerche sulle sostanze radioattive” e la commissione della Sorbona le accordò il titolo di dottore in scienze fisiche con la menzione “molto onorevole”. Il 10 dicembre 1903 l’Accademia di Scienze di Stoccolma comunicò pubblicamente che il premio Nobel per l’anno in corso era stato attribuito per metà a Henri Becquerel e per metà al signore e alla signora Curie: 70 mila franchi d’oro e la fama a livello mondiale stravolseroo la vita dei due modesti scienziati. Studiosi di tutto il mondo chiedevano la presenza di Monsieur e Madame Curie per essere aggiornati nei dettagli sulla nuova scoperta.

I coniugi appena potevano cercavano di rendere partecipi i loro colleghi di tutto ciò che sapevano, ma rifuggivano con ogni mezzo la celebrazione, le premiazioni, gli elogi di cui avrebbero avuto bisogno semmai durante gli anni durissimi della ricerca: “Siamo inondati di lettere, di visite di fotografi e giornalisti. Si vorrebbe potersi nascondere sotto terra per avere un po’ di pace. Abbiamo ricevuto una proposta dall’America per andare a fare laggiù una serie di conferenze sui nostri lavori. Ci chiedono che somma vorremmo ricevere. Quali che siano le condizioni, la nostra intenzione è di rifiutare. A gran pena abbiamo rifiutato i banchetti che volevano organizzare in nostro onore. Noi rifiutiamo con l’energia della disperazione e la gente capisce che non c’è niente da fare”(ib., p. 215).

La loro vita si fece leggermente più distesa, anche grazie alla situazione economica decisamente migliore. Si concessero qualche mostra di pittura o qualche spettacolo d’avanguardia; partecipavano saltuariamente ai ricevimenti nei circoli degli scienziati e nel frattempo nacque la secondogenita Eve.

All’inizio del 1904 finalmente Pierre ottenne la cattedra di Fisica alla Sorbona, e Marie, che fino a quel momento aveva lavorato gratis e senza che le venisse riconosciuto nessun titolo, venne nominata capo dei lavori di fisica presso la cattedra del marito.

Ma il 19 aprile 1906, la tragedia: Pierre morì travolto da un pesante carro lungo la Senna mentre tornava da una riunione di professori.

Marie era disperata, ma non poteva mollare proprio allora e così prese il posto del marito all’università: fu la prima donna a ricoprire tale incarico; “Mi viene offerto di prendere la tua successione, Pietro mio, il tuo corso e la direzione del tuo laboratorio. Ho accettato. Non so se sia bene o male. Mi hai detto sovente che avresti voluto ch’io facessi un corso alla Sorbona. E io vorrei per lo meno fare uno sforzo per continuare i lavori. Qualche volta mi sembra che questo mi renderebbe più facile vivere, qualche altra mi sembra d’essere pazza a intraprendere ciò” (ib., p. 257).

Anche il laboratorio di Pierre in Rue Cuvier necessitava di attenzioni e Marie in poco tempo accolse una decina di scienziati apprendisti per iniziare nuovi programmi di ricerca. Al suo fianco c’era l’amico Andrè Debierne con il quale riuscì ad isolare il radiometallo, a studiare i raggi emessi dal polonio e poi da sola scoprì un metodo per dosare il radio.

Per curare alcune malattie infatti, è necessario ottenere millesimi di milligrammo di sostanza e la tradizionale bilancia serve a poco; è invece possibile misurare la quantità di radio tramite le radiazioni che vengono emesse. Venne così creato nel laboratorio un servizio di misurazione del radio a disposizione di tutti quegli scienziati, medici e studiosi che ne abbisognavano. “La cosa più importante e preziosa del laboratorio era il contatto intimo che si instaurava fra studenti e docenti… Marie Curie era ben capace di comunicare a ciascun ricercatore la propria convinzione che un lavoro coscienzioso è la base indispensabile a qualsiasi ricerca scientifica, che un risultato non fondato non vale assolutamente nulla, mentre, al contrario, uno sforzo laborioso dà un’estrema soddisfazione” (E. Gleditsch, discorso tenuto alla Sorbona in occasione della celebrazione per il 50° anniversario del primo corso di Marie Curie, I Curie, p. 76).

Nel 1910 la signora Curie presentò la sua candidatura per l’ammissione all’Accademia delle Scienze. Il suo rivale era Édouard Eugène Désiré Branly (1844-1940). Una lotta senza pari si scatenò tra i partigiani dell’una e dell’altra parte: “Le donne non possono far parte dell’Istituto”, esclamavano i suoi rivali e il giorno dell’elezione il presidente ordinò ad alta voce all’usciere: “Lasciate entrare tutti, tranne le donne”.

Per un voto Marie non venne eletta, ma, come disse la figlia Eve: “…nella storia dei Curie, si direbbe che l’estero corregga perpetuamente i gesti della Francia” (ib., p. 281) e circa un anno dopo, infatti, l’accademia delle Scienze di Stoccolma le conferì il premio Nobel per la Chimica.

Per ironia della sorte Marie, che per sua natura avrebbe desiderato un’esistenza solitaria, riservata e lontana dalle luci della ribalta, fu costretta a fare i conti con la popolarità. Non solo. Suo malgrado, era una delle prime donne che coi suoi meriti era penetrata nel geloso mondo maschile, reclamando all’interno di esso un ruolo di rilievo. E questo non veniva accettato. Scrive ancora la figlia Eve: “Come una brusca raffica, la cattiveria s’abbatte su di essa e tenta d’annientarla… Maria ch’esercita un mestiere maschile, ha scelto tra gli uomini i propri amici, i propri confidenti. Questo essere eccezionale esercita sui propri intimi, su uno di essi soprattutto, una profonda influenza. Non ci vuole di più!… è accusata di turbare la pace delle famiglie e di disonorare un nome che essa porta splendidamente… Ogni volta che si presenta l’occasione d’infamare questa donna unica, come nei giorni penosi del 1911, o di rifiutarle un titolo… la sua origine le viene bassamente rimproverata: trattata volta a volta come russa, tedesca, ebrea, polacca, essa è la ‘straniera’ venuta a Parigi da usurpatrice, allo scopo di conquistare abusivamente un’alta situazione” (ib., p. 282).

Nel 1914 grazie ai fondi messi a disposizione dall’Università e dall’Istituto Pasteur venne costituito l’Istituto del Radio in Rue Pierre Curie. Esso comprendeva due sezioni: un laboratorio di radioattività che veniva diretto dalla stessa Marie e un laboratorio di ricerche biologiche e di Curieterapia, dove venivano portati avanti gli studi sul cancro. Dopo la fine della guerra, durante la quale Marie insieme alla figlia Irene, si era data da fare per dotare gli ospedali militari di apparecchi per le radiografie e per formare personale che sapesse utilizzarli, l’Istituto prese pieno ritmo.

Con l’instancabile dedizione di sempre Marie lavorava per aumentare la quantità di sali di radio puro nel mondo, per ottenere sempre nuove e rare materie radioattive, per creare istituti per il trattamento di diverse malattie, soprattutto il tumore maligno, e per combattere la troppa anarchia che esisteva nel mondo della scienza, soprattutto per quanto riguardava l’informazione scientifica.

Marie morì il 4 luglio 1934, mentre stava portando a termine un altro dei suoi lavori, stroncata da un’anemia perniciosa aplastica, conseguenza della lunga esposizione alle sostanze radioattive. Ci ha lasciato numerosi testi scientifici, tra i quali, a tratti, emergono parole come queste: “Sono tra coloro che pensano che la scienza abbia in sé una grande bellezza. Uno scienziato nel laboratorio non è soltanto un tecnico; è anche un bambino posto di fronte a fenomeni naturali che lo impressionano come fossero fiabe. Dobbiamo avere un mezzo per comunicare all’esterno questo sentimento; non dobbiamo lasciar credere che i progressi scientifici si possano ridurre a meccanismi, a macchine, a ingranaggi che, d’altronde, posseggono anch’essi una propria bellezza. Non credo nemmeno che nel nostro mondo lo spirito avventuroso rischi di scomparire. Se, intorno a me, vedo qualcosa di vitale è proprio lo spirito d’avventura che non sembra sradicabile e che assomiglia alla curiosità. Sono incline a credere che esso sia un istinto primitivo dell’umanità, e infatti non vedo come l’umanità avrebbe potuto sussistere se ne fosse stata priva, allo stesso modo in cui non potrebbe sopravvivere una persona completamente priva di memoria. La curiosità e lo spirito d’avventura non sono completamente scomparsi. Troviamo lo spirito d’avventura nei bambini, a tutte le età e a tutti i livelli” (I Curie, p. 93).

3 pensieri su “Personalità radioattive

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