Quante fatiche!

Leggete questo elenco:

  1. uccidere l’invulnerabile leone di Nemea e portare la sua pelle come trofeo;
  2. uccidere l’immortale Idra di Lerna;
  3. catturare la cerva di Cerinea;
  4. catturare il cinghiale di Erimanto;
  5. ripulire in un giorno le stalle di Augia;
  6. disperdere gli uccelli del lago Stinfalo;
  7. catturare il toro di Creta;
  8. rubare le cavalle di Diomede;
  9. impossessarsi della cintura di Ippolita, regina delle Amazzoni;
  10. rubare i buoi di Gerione;
  11. rubare i pomi d’oro del giardino delle Esperidi;
  12. portare vivo Cerbero, il cane a tre teste guardiano degli Inferi, a Micene.

Qualcuno le ricorda. Sono le 12 fatiche di Èracle (in greco antico: Ἡρακλῆς, Heraklês, composto da Ἥρα, Era, e κλέος, “gloria”, quindi “gloria di Era”, poi nella mitologia romana “Ercole”).

Teseo e Zeus, dopo aver reso Alcmena incinta di Eracle, proclamarono che il primo bambino da allora in poi nato dalla stirpe di Perseo, sarebbe diventato re di Tirinto e di Micene. La moglie di Zeus, Era, sentito questo, fece in modo di anticipare di due mesi la nascita di Euristeo, appartenente appunto alla stirpe di Perseo, mentre quella di Eracle fu ritardata di tre. Venuto a sapere quanto era successo, Zeus andò su tutte le furie, tuttavia il suo avventato proclama rimase valido.

Anni dopo, mentre si trovava in preda ad un attacco di follia provocatogli da Era, Eracle uccise sua moglie e i suoi figli. Ritornato padrone di sé e rendendosi conto di ciò che ha fatto, decise di ritirarsi a vivere in solitudine in un territorio disabitato. Rintracciato dal cugino Teseo, venne convinto a recarsi dall’Oracolo di Delfi, dove la Pizia gli disse che, per espiare la sua colpa, doveva recarsi a Tirinto al fine di servire Euristeo per dodici anni compiendo una serie di imprese, le quali sarebbero state stabilite proprio da costui. Euristeo però, problematicamente, era proprio l’uomo che aveva rubato ad Eracle i diritti di sovranità e che, di conseguenza, egli odiava più di ogni altro. Come compenso per il completamento delle fatiche, ad Eracle venne poi concessa l’immortalità.

Ora, non penso che dopo due anni e mezzo di articoli scritti su un blog uno si meriti l’immortalità, ma quando scrivi un pezzo e invece di mettere “like!”, tutti ti dicono: “Bell’articolo, ma non hai parlato degli effetti sull’ambiente…”, almeno uno si aspetta di campare cent’anni… Continuo e termino, così anche il mio amico Gianluca sarà contento…

Ho parlato, in “Che fatica!”, dell’olio di palma e di com’è fatto e soprattutto ho accennato quale sia il suo “destino” nel processo digestivo.

Ora dobbiamo capire se fa male alla salute, anche se abbiamo già visto che in quantità moderate è meno dannoso del burro, per quanto riguarda i grassi saturi che contiene. Ma potremmo non aver visto tutte le caratteristiche alimentari-biologiche del prodotto olio di palma; per poter capire di cosa parliamo dobbiamo capire intanto come si estrae l’olio dalle palme.

Da diversi anni si parla dell’utilizzo dell’olio di palma nei prodotti alimentari e ultimamente sono emerse voci molto critiche legate alle presunte responsabilità dei cambiamenti climatici originate dalla deforestazione e dalla coltivazione di massa delle palme nelle zone umide.

L’olio di palma è un grasso di origine vegetale che si ricava dalla spremitura della polpa del frutto della palma da olio. Viene coltivata nelle regioni umide del pianeta, come Indonesia, Malesia ed America Latina ed è presente in moltissimi prodotti alimentari e cosmetici.

Esso viene ricavato dalle palme da olio, principalmente Elaeis guineensis ma anche da Elaeis oleifera e Attalea maripa. Dal frutto della palma da olio si ricavano olio di palma (ottenuto dal frutto) e olio di palmisto (estratto dai suoi semi): entrambi sono solidi o semi-solidi a temperatura ambiente.

I frutti della palma, facilmente deperibili, dopo il raccolto vengono sterilizzati tramite il vapore, in seguito vengono snocciolati, cotti, pressati e filtrati. L’olio che se ne ricava è di colore rossastro per via dell’alto contenuto di beta-carotene, solido a temperatura ambiente e ha un odore caratteristico; il sapore può essere dolciastro. Dopo un ulteriore processo di raffinazione può assumere un colore bianco giallino. È usato come olio alimentare, per farne margarina e come ingrediente di molti cibi lavorati, specie nell’industria alimentare. È uno dei pochi oli vegetali con un contenuto relativamente alto di grassi saturi (come anche l’olio di cocco) e quindi semi-solido a temperatura ambiente.

I semi, una volta separati nella fase di produzione dell’olio di palma, vengono essiccati e macinati. Vengono poi pressati per ricavarne un blocco solido che contiene un’elevata percentuale di acido laurico, in modo analogo all’olio di cocco. Il prodotto non raffinato ha un colore giallo-brunastro che dopo la raffinazione diventa bianco-giallastro. L’olio di palmisto fonde ad una temperatura di 26°-28° gradi; da esso si ricavano dei grassi particolari utilizzati nell’industria dolciaria per le glasse, la canditura e le farciture a base di cacao.

Gli effetti collaterali sull’ambiente ci sono, e sono innegabili. La coltivazione delle palme da olio, che si concentra nel Sud-Est asiatico (in particolare in Indonesia e Malesia) ha comportato e comporta tutt’oggi un massiccio abbattimento delle foreste tropicali per far spazio alle nuove piantagioni. Le conseguenze si misurano in termini di biodiversità (connessi alla distruzione dell’habitat di numerose specie, tra cui l’orango), ma anche di ripercussioni come l’impennata di gas serra nell’atmosfera e lo stravolgimento dell’assetto idrogeologico del territorio. Ed è forse proprio in ragione del suo forte impatto ambientale che, per dare forza alle campagne contro la sua produzione, si è calcata la mano nel criticarlo dal punto di vista nutrizionale.

C’è però da chiedersi: cosa succederebbe se al posto delle palme, ci trovassimo a dover a spremere lo stesso volume d’olio da altre piante (tutte, peraltro, meno dibattute)? La risposta è che occuperemmo ancora più spazio, poiché la produttività delle palme da olio è altissima rispetto alle alternative possibili. Basti pensare che da un ettaro di palme da olio si ottengono quasi cinque volte l’olio che produce un ettaro coltivato a piante di arachidi, e ben sette volte quello di un ettaro di girasoli. Senza contare tutte le conseguenze che l’estensione delle colture comporterebbe sui consumi d’acqua, di fertilizzanti, di pesticidi. O se volessimo, come chiedono alcuni, sostituirlo col burro: siamo consapevoli che l’impatto ambientale sarebbe ancora più drastico?

Mettere il problema in prospettiva è purtroppo tutt’altro che semplice e sicuramente per venirne a capo sarà necessario pretendere maggiore trasparenza da parte delle aziende e dal commercio locale. Per ora l’unico, piccolo passo avanti si è compiuto con l’istituzione di regole che, anche se in grosso ritardo, sono indirizzate a tutelare la produzione sostenibile. Come quelle stabilite dalla Roundtable on Sustainable Palm Oil, un organo tenuto a certificare l’olio prodotto (appunto) in modalità più rispettosa dell’ambiente. Uno strumento ancora molto debole e arbitrario, probabilmente a rischio di strumentalizzazione, ma che per ora segna la via più percorribile.

Nel frattempo, va detto che a dispetto degli sforzi del Wwf, Greenpeace, e di iniziative locali, come quella promossa dal Fatto Alimentare (e portata in Parlamento da alcuni esponenti del Movimento 5 Stelle), che chiede l’abolizione dell’olio di palma dal mercato del cibo, gli enti internazionali deputati al controllo, come la Fao, non si sono (a oggi) ancora espressi negativamente sulla questione, se non spingendo verso un’agricoltura più sostenibile.

Al di là del dibattito scientifico, possiamo anche decidere di attaccare la produzione dell’olio di palma, e di boicottarlo, anche esclusivamente per motivi etici, in conseguenza alle ripercussioni della monocoltura sulle popolazioni locali. Si racconta di espropriazione dei contadini dalle proprie terre, di deportazione di interi villaggi, di sfruttamento, di totale assenza di condizioni di sicurezza sull’ambiente di lavoro. Una lotta giusta e sacrosanta, ma forse un po’ ingenua. Già, perché presuppone che se anziché di palme si trattasse di girasoli, barbabietole, caffè, tabacco o di qualsiasi altro prodotto, il trattamento sarebbe diverso, forse migliore. Come se il rispetto delle leggi e le politiche di non-sfruttamento dipendessero dal prodotto, anziché dalle persone che vi si nascondono dietro.

Molte aziende usano questo grasso vegetale in diversi prodotti alimentari. Le ragioni sono di ordine economico, ma anche legislativo, poiché si comprimono i costi di produzione. Il prezzo dell’olio di palma è molto basso rispetto alle alternative come margarina, olio di oliva e di altri oli vegetali, inoltre garantisce una conservabilità maggiore dei prodotti. Resiste alla temperatura e all’irrancidimento. Il risultato è un prodotto più morbido, più umido, che si mantiene comunque fresco, specie se farcito con creme varie, così da ricorrere ad un packaging semplice e poco costoso.

Inoltre l’olio di palma elimina il ricorso all’alcool per prevenire la formazione di muffe. Sia negli alimenti da forno che nelle creme sono i grassi saturi (quelli semisolidi come il burro o la margarina) a dare struttura e consistenza. Gli oli vegetali al contrario sono insaturi e liquidi, dunque poco adatti per stabilizzare. Solo l‘olio di palma, pur essendo di origine vegetale, contiene grassi saturi (palmitico, stearico e laurico) come quelli del burro. Per questo lo sostituisce nelle preparazioni industriali.

L’olio di palma è insapore e non altera il gusto dell’alimento. Provate a usare l’olio d’oliva nelle torte e vi renderete conto che prevale sul sapore dolce. Dopo l’entrata in vigore delle nuove normative dell’Organizzazione mondiale della sanità sui grassi idrogenati, l’industria alimentare tende ad impiegare sempre più grassi vegetali alternativi. Sono considerati più sicuri rispetto alle margarine e altri grassi vegetali, reputati più nocivi per la salute perché fonte di grassi trans.

L’olio di palma si trova quindi nel pane, nelle merendine, nei biscotti, ma non solo. Si trova anche in creme di vario tipo sia salate che dolci, negli omogeneizzati e altri prodotti per bambini, nonché in diversi cibi pronti sia secchi che congelati. Attenzione però, pur essendo un ingrediente altamente diffuso, non è sempre facile da individuare. Nelle etichette dei prodotti non viene quasi mai inserita la dicitura ‘olio di palma’ ma solitamente al suo posto si riporta una più generica voce ‘grassi vegetali‘.

Nel 2013 l’Istituto Mario Negri ha condotto un ampio studio che comparava diverse ricerche incentrate sulla correlazione tra olio di palma ed il suo impatto sulla salute. Lo studio evidenzia come tali ricerche trattassero solo gli effetti negativi legati all’alto contenuto di acidi grassi saturi dell’olio, legati all’aumento di rischio cardiovascolare e non all’insorgenza di alcuni tumori.

Il 3 maggio 2016 si è pronunciata sulla vexata quaestio anche l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa). È stato pubblicato un dossier che conferma i possibili rischi sulla salute connessi ad alcune sostanze potenzialmente cancerogene che si formano durante la raffinazione ad alte temperature (200°) degli oli vegetali, tra cui anche (ma non solo) l’olio di palma.

Stiamo parlando dei contaminanti da processo a base di glicerolo presenti nell’olio di palma, in altri oli vegetali, nelle margarine e in alcuni prodotti alimentari. Si tratta dei glicidil esteri degli acidi grassi (Ge), 3-monocloropropandiolo (3-mpcd), 2-monocloropropandiolo (2-mpcd) e relativi esteri degli acidi grassi. Secondo il parere dell’Efsa queste sostanze «suscitano potenziali problemi di salute per il consumatore medio di tutte le fasce d’età giovane e per i forti consumatori di tutte le fasce d’età».

Il gruppo di esperti scientifici dell’Efsa sui contaminanti nella catena alimentare (Contam) ha esaminato le informazioni sulla tossicità del glicidolo per valutare il rischio dai Ge, ipotizzando una conversione completa degli esteri in glicidolo dopo l’ingestione.

Quest’ultimo è noto per avere potenziali effetti cancerogeni e genotossici; con questo secondo termine si intende la capacità di danneggiare le informazioni genetiche all’interno delle cellule, un fenomeno all’origine di mutazioni che possono degenerare in cancro. L’Efsa ha messo in relazione il rischio per la salute alle quantità di contaminanti consumate quotidianamente, concentrando soprattutto l’attenzione sui più giovani.

La questione riguarda gli oli vegetali nel loro complesso, le margarine e altri prodotti alimentari ma soprattutto l’olio di palma. Questo ultimo è finito nel mirino perché contiene quantità nettamente più elevate di queste sostanze potenzialmente nocive rispetto agli altri ingredienti citati.

I più elevati livelli di Ge, come pure di 3-mcpd e 2-mcpd (compresi gli esteri) sono stati infatti riscontrati in oli di palma e grassi di palma. Per i consumatori a partire dai tre anni di età, le principali fonti di esposizione a tutte le sostanze sono rappresentate da margarine, dolci e torte.

Nel valutare le sostanze genotossiche e cancerogene che sono presenti accidentalmente nella catena alimentare, l’Efsa calcola un cosiddetto “margine di esposizione” per i consumatori.

In generale, più tale margine è elevato più si può star sicuri. In merito al 3-mcpd e relativi esteri degli acidi grassi è stata stabilita una dose giornaliera tollerabile (Dgt) di 0,8 microgrammi per chilogrammo di peso corporeo al giorno (µg/kg di peso corporeo/giorno), mentre per il 2 mcpd le informazioni tossicologiche sono ancora troppo limitate per stabilire un livello sicuro.

Le conclusioni del dossier sono chiare: la stima delle esposizioni medie ed elevate al 3-mcpd di entrambe le forme per le fasce di età più giovani, adolescenti compresi (fino ai 18 anni di età), supera la dose giornaliera tollerabile e costituisce un potenziale rischio per la salute.

L’olio di palma contribuisce in maniera rilevante all’esposizione a 3-mcpd e 2-mcpd nella maggior parte dei soggetti. Non c’è da star troppo tranquilli, perché l’Efsa ha rilevato che i livelli di 3-mcpd e dei suoi esteri degli acidi grassi negli oli vegetali sono rimasti sostanzialmente invariati negli ultimi cinque anni.

In conclusione, il gruppo di esperti sui contaminanti nella catena alimentare evidenzia che i Ge costituiscono un potenziale problema di salute per tutte le fasce d’età più giovani e mediamente esposte, nonché per i consumatori di tutte le età con esposizione elevata.

L’esposizione ai Ge dei neonati che consumino esclusivamente alimenti per lattanti costituisce motivo di particolare preoccupazione, in quanto è fino a dieci volte il livello considerato a basso rischio per la salute pubblica», ha affermato la dottoressa Helle Knutsen, presidente del gruppo Contam.

In questo quadro tutt’altro che rassicurante c’è per fortuna anche una buona notizia: il dossier ha rilevato un dimezzamento dei livelli di Ge negli oli e grassi di palma tra il 2010 e il 2015, grazie a quelle misure adottate volontariamente dai produttori che hanno permesso una notevole diminuzione dell’esposizione dei consumatori a queste sostanze nocive.

Il gruppo scientifico ha espresso una serie di raccomandazioni affinché si conducano ulteriori ricerche per colmare le lacune nei dati e approfondire le conoscenze sulla tossicità di queste sostanze (in particolare di 2mcpd) e sull’esposizione dei consumatori. In attesa di questi progressi la palla passa ora ai gestori del rischio della Commissione europea e degli Stati membri, chiamati a regolamentare la sicurezza alimentare. Questo dossier e la consulenza scientifica dell’Efsa aiuteranno a capire come gestire i potenziali rischi per i consumatori, che tramite l’alimentazione si ritrovano esposti a tali sostanze.

Alla luce del pronunciamento dell’Efsa, il ministro della Salute Beatrice Lorenzin ha chiesto al commissario europeo per la salute e la sicurezza alimentare, Vytenis Povilas Andriukaitis, di avviare con urgenza l’esame della questione all’interno dei gruppi tecnici. Si invita dunque a valutare l’eventuale necessità di procedere all’adozione di misure (anche precauzionali) finalizzate alla tutela della salute dei cittadini. Il ricorso a strumenti comunitari è indispensabile per garantire un approccio realmente tutelante, in quanto omogeneo in tutto il territorio dell’Unione, con l’adozione, se necessario, di misure uguali in tutti i Paesi membri, sia da parte delle autorità che del settore produttivo, ha ribadito il ministro Lorenzin.

Ma come cercare di evitare il consumo anche indiretto dell’olio di palma? Meglio evitare l’acquisto di prodotti con ingredienti come grassi vegetali, scegliere prodotti palm oil free o preferire prodotti preparati direttamente in casa a quelli già confezionati. Alcuni brand già non ne fanno uso, tra cui sia prodotti a marchio proprio (solo le linee biologiche) di alcune catene di supermercati come Coop, Esselunga e Pam, che aziende meno conosciute ma attive nell’alimentazione bio o energetica come Gérminal, Céréal, Misura, e ancora marchi come Loacker, La città del Sole, Galbusera e Ferrero, ma solo per alcuni prodotti.

Ma il boicottaggio non è la soluzione. Se si boicotta l’olio di palma, le aziende non acquistano più olio di palma dai paesi produttori, non ci sono più incentivi a produrre olio di palma sostenibile, i produttori di olio di palma si rivolgono ad altri clienti, i quali non sono interessati alla sostenibilità. Le aziende acquistano oli alternativi, gli altri oli usano fino a nove volte di più il terreno richiesto dall’olio di palma, incrementa la deforestazione, riduzione della biodiversità.

Quanto all’impatto sull’ambiente, le aziende che usano olio di palma sono accusate di concorrere alla deforestazione di ampie aree del Sud-Est asiatico, dell’America Latina e dell’Africa Centrale. Ma molte aziende ormai utilizzano olio di palma prodotto con pratiche sostenibili appositamente certificate. Che non deforestano un bel niente e anzi sostengono le economie emergenti.

In un contesto mondiale con popolazione crescente – soprattutto nei paesi emergenti – con una sempre maggiore disponibilità economica e desiderosa di emulare modelli di consumo di tipo occidentale, la produzione dell’olio di palma è destinata ad aumentare rispetto agli altri oli vegetali per via della sua maggiore produttività, caratteristica fondamentale in un mondo povero di terre.

Se volete rimanere consumatori consapevoli della propria salute sappiate che la soglia giornaliera accettabile per tutti i grassi saturi è il 10% sul totale delle calorie giornaliere.

Ma soprattutto ricordate, un’alimentazione sana non è mangiare quello che gli altri ci dicono che è sano, ma quello che non ci fa male. E l’unico modo per mangiare sano è essere informati, anche se a volte è come compiere le 12 fatiche di Ercole…

 

 

Fonti:
http://www.sustainablepalmoil.org/
http://ceifan.org/olio_di_palma.htm

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