Personalità drammatiche

Sono sempre stato incuriosito da un sacco di cose, anche se la scuola a più riprese ha provato a spegnere queste velleità. “Prezzemolino”, mi chiamava la mia maestra elementare (santa donna, con 25 pargoli scatenati ed interessati a tutto tranne che alle lezioni), proprio per questa mia curiosità che mi faceva “infilare” in qualunque discussione scolastica, proprio come la famosa pianta culinaria, buona per ogni minestra (nulla a che fare con il personaggio di Calvino, quindi).

Lettore compulsivo, ogni volta che vado in un posto nuovo, per orientarmi e ricordare le strade che ho fatto inizio a leggere una cosa che è presente in tutte le città italiane, cioè le targhe toponomastiche (quelle cose rettangolari agli inizi delle vie con dei nomi, in genere di persone famose).

Il toponimo (dal greco τόπος, tòpos, “luogo”, e ὄνομα, ònoma, “nome”) è il nome proprio di un luogo geografico e per estensione, il nome assegnato ad una via. La toponomastica è lo studio fondamentalmente linguistico dei toponimi o nomi di luogo, sotto l’aspetto dell’origine, della formazione, della distribuzione, del significato.

È una disciplina bellissima, almeno ai miei occhi, perché ti fa capire tanto anche della storia di un luogo. Ad esempio, quanti sanno che molti nomi di paesi che finiscono in -ano (niente battute, please) derivano da nomi di persona come quelle latine in -anum (Pomigliano, da Pompilianum) indicanti il fondo dal nome del proprietario dello stesso?

Alcuni luoghi sono detti agionimi (del gr. ἅγιος, agios, cioè “santo” e -onimo come ad esempio Santa Marinella o Sesto San Giovanni), altri sono corrispondenti all’uso antico di nomi di divinità pagane, generalmente dove il culto del dio aveva la sua sede (Athenae, Portus Veneris, da cui Portovenere); ci sono i nomi degli scopritori di una regione (Colombia, America, Tasmania); nomi di eroi nazionali, di persone illustri e simili (Washington; Alessandria; Isole Bismarck); quelli di popoli (Veneto, Calabria; Senigallia o Sinigaglia, antica sede dei Galli Senones); la rinnovazione di toponimi in terre colonizzate (Venezuela, così chiamata da Alonso de Hojeda per i villaggi su palizzate degli indigeni che gli rammentavano Venezia; New York); l’appellativo designante il genere della località, solo o in combinazione (Casale, Casalpusterlengo, i nomi tedeschi con -burg «castello», -hausen «casa», -dorf «villaggio», -bach «ruscello», quelli slavi in -gorod- o ­-grad «città» come Belgrado [Beograd «città bianca»]); l’appellativo o aggettivo indicante qualche peculiarità del luogo (Monte Lungo, Fiumefreddo); infine tipi come Ludwigs­lust «capriccio di Luigi»; Karlsruhe «riposo di Carlo», o Quisisana. Si ritrovano questi motivi anche in denominazioni più recenti come Sabaudia, Littoria, Pontinia, Guidonia.

Per quel che riguarda il trasformarsi e l’evolversi dei toponimi, si possono segnalare, all’infuori della normale evoluzione fonetica e la sostituzione di un nome con altro diverso (per es., il gallo-romano Argentoratum «città bianca» con il germanico Strassburg «castello sulla strada»), due procedimenti: l’abbreviazione come in Salonìki per Tessalonìke, Torino per Augusta Taurinorum, Paris per Lutetia Parisiorum; e la traduzione, come nello slavo Carigrad «città dell’imperatore» per il greco Konstantinùpolis: un caso particolare del secondo procedimento è la cosiddetta tautologia ibrida, in cui l’originale e la traduzione restano ambedue a costituire il toponimo, come in Linguaglossa (gr. γλῶσσα «lingua»), Mongibello (arabo gebel «monte»), Montauro (prelatino tauro «monte»). Non va dimenticata l’etimologia popolare che trasforma Forum Pompilii in Forlimpòpoli per amore della vicina Forlì (Forum Livii) o scorge la preposizione con in un Coselve da «Caput Silvae», ribattezzandolo in Conselve.

Anche la disciplina dei nomi dati alle vie, alle piazze e ai viali in Italia si chiama toponomastica, che è tanto rigorosa quanto una scritta sulla sabbia. Mi spiego: ogni luogo, comune, frazione, quartiere, fa un po’ come gli pare e assegna i nomi alle vie sull’onda emozionale del momento e senza un criterio logico, anche se in verità qualcuno ci ha provato. Ricordo per esempio che da ragazzo abitavo in un quartiere dove le vie erano tutte dedicate a poeti. Anche ora, a Milano, abito in una via che interseca due vie dedicate a drammaturghi russi, Leone Tolstoj e Maksim Gor’kij. Allora ho cercato dove fosse il più grande e famoso scrittore russo ed è in tutt’altro quartiere (quasi a confermare la mia teoria, che la prima regola dei comuni quando assegnano i nomi alle vie è che non ci sono regole…)! Chi era costui? Ma Čechov!

Anton Čechov, nato Anton Pavlovic Čechov (29 gennaio 1860, Taganrog, Russia – 15 luglio 1904, Badenweiler, Germania), è stato un drammaturgo russo e l’inventore del racconto moderno. In realtà le date di nascita e di morte si riferiscono al moderno calendario gregoriano. Čechov nacque e morì nella Russia imperiale quando era ancora in vigore il calendario giuliano, introdotto solo dopo la Rivoluzione d’ottobre. In base al calendario giuliano allora in vigore Čechov nacque il 17 gennaio e morì il 2 luglio (quindi sempre tanto visse…).

Novelliere sommo ed autore di opere teatrali la cui novità ispirò, all’inizio del XX secolo, al regista Stanislavski una teoria della recitazione fondata sulla ricerca della sincerità, sull’espressione degli stati d’animo e dei mezzi toni, Cechov, allo stesso tempo medico e uomo di lettere, creò un’opera che fu inizialmente sinonimo di nostalgia sentimentale e d’esotismo. Col tempo, la “piccola musica” dei suoi testi rivela una visione lucida, crudele e fondamentalmente tragicomica, della condizione umana.

Il padre Pavel Egorovic, droghiere, figlio di un ex servo della gleba era un uomo ignorante, bigotto e violento, terrore della famiglia che brutalizzava ogni giorno; la madre, anche lei figlia di un ex servo della gleba accudiva i sei figli cercando spesso di fare da argine alla brutalità del marito per difenderli dalle percosse.

L’infanzia di Anton Čechov fu un duro apprendistato alla vita e gli insegnò a barcamenarsi e ad odiare ogni tipo di eccesso; anche se sperava che l’istruzione lo avrebbe liberato dalla schiavitù della famiglia, non fu un brillante studente, ma, dai suoi personali appunti, aveva pessimi insegnanti.

Nella sua vita misera e monotona, nel 1873 ebbe l’occasione di assistere ad una rappresentazione teatrale e si innamorò della recitazione, della stesura della sceneggiatura, del mondo della finzione, della filosofia dell’essere e dell’apparire.

Intanto la situazione economica della famiglia precipitò, la drogheria che era l’unica fonte di sostentamento della famiglia, chiuse per fallimento, casa e mobili vennero venduti e tutta la famiglia eccetto lui che doveva finire gli studi, si trasferì a Mosca. Per tre anni il giovane Čechov visse da solo a Taganrog, dove si manteneva dando lezioni al figlio del nuovo proprietario di casa, sognando la vita piena di occasioni della grande città, Mosca, che aveva avuto occasione di visitare.

Diciannovenne, Anton Čechov, ricevuta una borsa di studio per frequentare l’Università a Mosca, si iscrisse a Medicina laureandosi nel 1884. Durante gli anni dell’università Čechov, che già da ragazzo si era esercitato scrivendo sul giornalino scolastico, scrisse novelle e reportage, che pubblicò con diversi pseudonimi in riviste umoristiche, per raggranellare qualche rublo. L’impegno allo studio e alla stesura di testi oltre che ad una buona dose di cinismo, tennero Anton Čechov lontano dai tumulti politici che si infiltravano in quel periodo nell’ambito universitario.

Osservatore freddo e razionale Čechov dichiarerà: “La madre di tutti i mali russi è l’ignoranza, che sussiste in egual misura in tutti i partiti, in tutte le tendenze”. Čechov conduceva una specie di doppia vita: scriveva ed esercitava la professione di medico, riflettendo: “La medicina è la mia moglie legittima, la letteratura è la mia amante”.

Ma il talento narrativo di Čechov impressionò favorevolmente chi lo leggeva e presto venne assunto come giornalista al “Novoje Vremia” (Tempo Nuovo), di Pietroburgo allargando poi le sue collaborazioni ad altre importanti riviste letterarie come “Pensiero russo”, “Il Messaggero del Nord” ed “Elenchi russi”.

Liberato dall’impiego di medico, come giornalista si dedicò all’attività di scrittore ed il primo libro che venne pubblicato fu una raccolta di novelle, “Le fiabe di Melpomene” (1884), a cui seguì una raccolta di brevi e scherzosi “Racconti variopinti” (1886), vivaci ritratti umoristici della vita di funzionari statali e di piccoli borghesi; entrambe i volumi vennero pubblicati con lo pseudonimo di Antosha Cekhonte, pseudonimo che manterrà per qualche anno. Appariranno poi “La steppa” nel 1888, e nel 1890 la sua sesta raccolta di novelle.

Tra la fine degli anni ’80 e per tutti gli anni ’90 Čechov si impegnò in una più intensa attività di scrittura, in cui il pessimismo della triste monotonia della vita, in precedenza nascosto tra le pieghe dell’umorismo, divenne il carattere dominante, tuttavia attenuato a tratti da una voce di speranza e di fede.

Nacquero quindi i suoi più celebri racconti che dal 1887 vennero pubblicati con il nome di Anton Čechov. I suoi racconti erano modelli di semplicità e chiarezza, intrisi di arguzia e di istintivo senso dell’umorismo, nobilitati dal senso di rispetto per la povera gente travolta dal proprio dolore e dalla decadente società del tempo.

Incapace di trarre vantaggio dalla sua grande notorietà e nonostante i primi effetti della tubercolosi, Čechov partì per l’isola di Sakalin, ai confini della Siberia per visitare e conoscere il mondo dei deportati il cui sistema anticipava quello dei campi di concentramento che si sarebbero amaramente conosciuti in Europa nel XX secolo.

Dopo un soggiorno di tre mesi Čechov redasse senza troppo entusiasmo un saggio geografico, sociologico e psicologico molto documentato, “L’Isola di Sakalin”, che, pubblicato nel 1893, ebbe come conseguenza l’abrogazione delle punizioni corporali, oggetto della sua denuncia.

Al ritorno dal viaggio nella fredda Siberia (un viaggio di 11.000 chilometri), Čechov decise saggiamente di prendersi una vacanza da passare in climi più miti per curare la tisi ed i suoi effetti, ormai più evidenti; lo scrittore si recò così in Francia e in Italia.

Nonostante il suo entusiasmo per Firenze e Venezia, aveva nostalgia della Russia e della pianura moscovita; acquistò nel 1892 una proprietà a Melikhovo, a 80 Km a sud di Mosca dove riunì tutta la famiglia. Il luogo verde e ameno, dove Anton Čechov si dedicava al giardinaggio, era circondato da 230 ettari di terreno.

Sono di questo periodo 1892-1899 alcune delle sue novelle più belle: “La camera n° 6”, “Il Monaco nero”, “Racconti di uno sconosciuto”, “Il gabbiano” e “Mugichi” (1897), scritte mentre per un’epidemia di colera il medico Čechov si dedicava in modo appassionato alla sua prima professione, esercitando per lo più gratuitamente.

Nel 1897, la tubercolosi peggiorò: dovette accettare la malattia, vendere la tenuta di Melikhovo, per optare per il clima più secco della Crimea; nel 1899 andò a vivere a Yalta in una bellissima villa che si era fatto costruire e dove avrebbe potuto curare un nuovo giardino. Qui scrisse altre bellissime opere come “Zio Vanja”, nel 1899 e “Tre sorelle”, nel 1901.

La malattia di Anton Čechov non rallentò il suo impegno sociale: fece costruire tre scuole e, nel 1899, diede l’allarme all’opinione pubblica sulla carestia che regnava nelle regioni della Volga promuovendo una raccolta di fondi. Nel maggio del 1901 sposò, quasi segretamente, Olga Knipper, giovane attrice del teatro d’Arte che aveva conosciuto tre anni prima in occasione del trionfo de “Il Gabbiano” a Mosca.

Mentre Olga lavorava a Mosca, Čechov restò nella grande casa di Yalta con la madre e la sorella Marija, sempre più stanco, sempre più malato, amareggiato dai contrasti delle tre donne, sua moglie da una parte e madre e sorella dall’altra, e sentendosi solo ed inquieto quando la moglie era a Mosca per il suo lavoro.

Dopo avere assistito alla rappresentazione della sua ultima commedia, “Il giardino dei ciliegi”, irritato perché, nella messa in scena, il regista aveva trasformato quella che per lui doveva essere una commedia leggera, quasi comica, in un dramma sociale, Čechov si recò in Germania con la moglie, alla ricerca di una possibilità di cura, ma morì in viaggio, in un hotel a Badenweiler, località turistica della Foresta Nera, il 2 luglio 1904, all’età di quarantaquattro anni.

Il successo delle pièce di Cechov potrebbe spiegarsi con la caduta delle grandi ideologie nel secolo appena tramontato. Lungi dall’essere un maître à penser, Cechov mostra l’impossibilità di risolvere il tragico individuale con l’impegno politico o sociale; incita tuttavia all’azione, senza illusioni, suggerendo che si possa migliorare la società con la cultura e mediante la scienza. Mette in dubbio la distinzione abituale tra i fatti giudicati essenziali e quelli che sembrano senza importanza, iscrivendo ogni evento nella vita quotidiana, senza isolarlo dal suo contesto. Non didattico, ironico, puntando sugli altri e su sé stesso uno sguardo acuto, da clinico, Cechov sa smorzare ogni eccesso d’emozione, mescolando il tragico, il triviale ed il comico. Attraverso un’arte sfumata e modesta, suggerisce precisazioni fondamentali sull’esistenza umana.

L’ultima scena della commedia della sua vita, svoltasi in una lussuosa camera d’albergo in cui i personaggi sono lui, il medico e la moglie, potrebbe essere così:

Il dottore fa un’iniezione al malato e prende il telefono per ordinare al vicino ospedale una bombola di ossigeno, ma lo scrittore lo ferma dicendo con voce decisa: “È inutile. È meglio ordinare dello champagne; è tanto che non bevo champagne”.

Arriva lo champagne, il malato lo beve, si distende sul fianco.

Cade il silenzio, la moglie torce il fazzoletto e se lo porta al viso…

Sipario.

 

 

Dedicato ad Anton Viktorovič El’čin, anglicizzato in Anton Yelchin, (Leningrado, 11 marzo 1989 – Los Angeles, 19 giugno 2016), attore statunitense d’origine russo-sovietica divenuto noto per la sua interpretazione del giovane Pavel Čechov in Star Trek (2009), Star Trek Into Darkness (2013) e Star Trek Beyond (2016), tragicamente scomparso in un incidente.

 

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