La punizione al contrario

Il calcio è un gioco semplice: 22 uomini rincorrono un pallone per 90 minuti, e alla fine la Germania vince – Gary Lineker

Piaccia o non piaccia, il festival della canzone italiana, più noto come Festival di Sanremo, è lì, e occupa praticamente il palinsesto televisivo della prima settimana di febbraio. L’ultima edizione, la 67a, come le recenti passate, ha visto anche una massiccia presenza sul web. Non c’è ormai programma televisivo che non abbia la propria pagina internet, il profilo social e così via. Ed è quindi un’occasione di visibilità, tant’è che molti cantanti, una volta sulla cresta dell’onda ed ora in declino, fanno a spallate per esserci.

In questa edizione, come ormai nelle ultime, non c’è stata solo la coppia di conduttori ma anche un ospite fisso, che in questo caso è stato un noto “comico” genovese (no, non quello che ha fondato un partito…). Una sua frase mi ha particolarmente colpito.

“Siamo sempre a rimpiangere il passato, in ogni epoca. In qualsiasi epoca uno viva pensa sempre che ce ne sia stata una migliore prima. Oggi rimpiangiamo gli anni ’80, negli anni ’80 si rimpiangevano i ’60, prima la Belle Époque, il Neo Gotico e prima ancora il Rinascimento…”.

Ed in effetti anche io faccio parte di quelli che ogni tanto pensa “ai miei tempi…”. Su alcune cose oggettivamente ho torto, e me ne rendo conto, ma la nostalgia non si chiamerebbe così se non fosse nostalgica…

Ad esempio, recentemente sono stato in uno stadio del nord Italia con il mio amico Roberto e posso sicuramente affermare che ai miei tempi… le cose erano sicuramente peggiori!!!

A volte (quasi sempre) andavamo in treno e quasi sempre i treni erano chiamati “speciali”. Non so cosa abbiano di speciale treni notturni con otto posti per scompartimento, condizioni igieniche precarie e rumori, freddo e tutto il campionario di schifezze che si possono immaginare. Allo stadio sedevamo su gradinate senza seggiolini, quasi sempre sotto la pioggia, poiché non c’erano coperture, rischiando l’ipotermia più di una volta. E la compagnia non è che fosse delle migliori, non esistevano tessere del tifoso, D.A.SPO. (Divieto di Accedere alle manifestazioni SPOrtive) e posti nominativi…

Da appassionato sopportavo e avrei sopportato anche di più, avessi potuto.

Ma non sempre si può essere presenti. Ad esempio, sarei andato volentieri ad assistere al Campionato mondiale di calcio del 1974 organizzato in Germania Ovest, ma avevo solo 6 anni e mi affacciavo solo allora al mondo del calcio. In quegli anni fu inventato il “calcio totale” dall’Olanda.

Calcio totale (totaalvoetbal in olandese) è l’espressione con cui nel calcio si definisce quello stile di gioco per cui ogni calciatore che si sposta dalla propria posizione è subito sostituito da un compagno, permettendo così alla squadra di mantenere inalterata la propria disposizione tattica. Secondo questo schema di gioco nessun giocatore è ancorato al proprio ruolo e nel corso della partita chiunque può operare indifferentemente come attaccante, centrocampista o difensore.

In quegli anni il calcio totale trovò attuabilità grazie alla consacrazione del fuoriclasse olandese Johan Cruijff che, benché venisse schierato solitamente come centravanti, si muoveva in ogni gara a tutto campo a seconda dello sviluppo delle singole azioni, cercando sempre la posizione dove avrebbe potuto essere più pericoloso. I compagni si adattavano ai suoi movimenti, scambiandosi di posizione in maniera regolare in modo che i ruoli fossero comunque tutti coperti, anche se non sempre dalla stessa persona.

Parlare dell’Olanda oggi a chi non la visse allora in diretta, è come tentare di spiegare perché Citizen Kane (Quarto potere) di Orson Welles è considerato il film più rivoluzionario della storia del cinema. Perché adesso si gioca a zona anche negli amatori, la squadra concentrata in 30 metri è un’ovvietà, gli attaccanti che non pressano e aspettano la palla in area non esistono più, mentre espressioni come “terzini d’attacco” o “sovrapposizioni sulle fasce” sembreranno tautologie a un bambino di una qualsiasi scuola calcio di periferia. Ma tutto ha inizio lì, con la grande Olanda.

Vi assicuro che era impossibile non innamorarsi del calcio guardando una partita dell’Olanda. Ricordo che alcuni dei miei compagni di giochi tifavano orange proprio per quello.

Il mondiale non fu in realtà uno dei più belli, per tutta una serie di motivi.

La contestazione studentesca si era spostata dalle aule alle fabbriche e alcune nazioni dovevano affrontare la prima grande recessione del dopoguerra. In Germania e in Italia esisteva il fenomeno del terrorismo interno e il massacro di Monaco di Baviera avvenuto durante le Olimpiadi estive del 1972 aveva scosso tutto il mondo sportivo di allora.

Ma il motivo per cui quei mondiali sarebbero diventati memorabili stanno tutti in un gesto che con lo sport aveva poco a che fare.

L’autore fu Joseph Mwepu Ilunga, (1949 – 2015), calciatore della Repubblica Democratica del Congo, in passato conosciuta come Zaire.

Lo si ricorda per un episodio particolare: durante la partita contro il Brasile, ultima del Gruppo B, all’85º minuto, sul risultato di 3-0 per i Brasiliani, era stata assegnata una punizione proprio ai sudamericani che avrebbe dovuto battere Rivelino; al momento del tiro, Mwepu uscì dalla barriera calciando via il pallone, venendo poi ammonito dall’arbitro.

La partita finì 3-0 e gli africani tornarono a casa senza punti per via della sconfitta col Brasile, con la Scozia (2-0) e con la Jugoslavia (9-0). Questo gesto venne considerato estremamente comico e purtroppo lo è tuttora, complice la visibilità che YouTube ha dato in questi ultimi anni al fatto.

Cosa c’era però dietro quel gesto a prima vista folle?

Facciamo un salto in Zaire qualche anno indietro per capirlo.

Il 1967 fu l’anno di fondazione del Movimento Popolare della Rivoluzione, il partito politico congolese presieduto da Joseph-Désiré Mobutu, poi noto come Mobutu Sese Seko Koko Ngbendu Wa Za Banga (“Mobutu il guerriero onnipotente che, per la sua infinita e inflessibile volontà di vittoria, andrà di conquista in conquista lasciando il fuoco sulla sua scia”). Salito al potere nel 1960, in piena guerra fredda, grazie a un colpo di stato sostenuto dal Belgio e dalla CIA contro il governo di Patrice Lumumba, che a sua volta si era insediato democraticamente dopo anni di dominazione belga, Mobutu rimase al potere fino al 1997, grazie a dei simulacri di votazione che gli garantivano a ogni tornata il 99,9% dei consensi.

 Oltre a eliminare le origini belghe dal suo nome e vietare i vestiti occidentali, in attuazione del suo programma di “autenticità africana”, nel 1971 Mobutu dette alla sua nazione, la Repubblica Democratica del Congo, il nome di Zaire, che deriva dal modo in cui a volte i portoghesi chiamavano il fiume Congo, adattamento delle parole congolesi “nzere” o “nzadi”, cioè “il fiume che inghiotte tutti i fiumi”, idronimo che ben si addice alla sete di potere del dittatore.

 Nonostante le grandi ricchezze naturali del paese, compresi rame, oro e diamanti, la maggior parte della popolazione zairese continuava a vivere in estrema povertà, mentre Mobutu se la spassava nella sua villa, godendosi un patrimonio che crebbe fino a circa 5 miliardi di dollari (alcune fonti dicono 15).

Nel marzo del 1974 lo Zaire trionfò in Coppa d’Africa, e aveva già in tasca il pass per giocarsi i Mondiali di Germania Ovest dell’estate seguente, grazie al 3-0 sul Marocco nella sfida decisiva della fase di qualificazione. “Quando ci siamo qualificati per la fase finale Mobutu ci ha dato il benvenuto a casa sua e ha regalato a ognuno di noi un’automobile e una casa” ricordò Mwepu. “I generali di Mobutu erano così gelosi dei regali che egli dovette comprare anche a loro una macchina a testa, per tenerseli buoni”. Lo Zaire sarebbe stata la prima compagine dell’Africa subsahariana a prendere parte alla rassegna iridata. Non la prima africana in assoluto: dopo il debutto dell’Egitto già a Italia ’34, a Messico ’70 aveva ben figurato il Marocco allenato dal macedone Blagoja Vidinić, che nel ’74 sedeva proprio sulla panchina dello Zaire.

Il sorteggio dei gruppi della prima fase del torneo aveva riservato allo Zaire tre avversarie di tutto rispetto: Scozia, Jugoslavia e, appunto, Brasile. Con gli scozzesi era arrivata una sconfitta per 2-0 (Lorimer e Jordan, futuro milanista, i marcatori). Il dramma si sarebbe materializzato nella seconda gara, quella contro gli jugoslavi, connazionali del commissario tecnico dei “Leopardi”: la disfatta per 9-0 aveva provocato la terribile reazione del dittatore africano, proprio come aveva testimoniato Mwepu alla televisione inglese: “Pensavamo che saremmo diventati ricchi, appena tornati in Africa, ma dopo la prima sconfitta venimmo a sapere che non saremmo mai stati pagati e quando perdemmo 9-0 con la Jugoslavia gli uomini di Mobutu ci vennero a minacciare. Se avessimo perso con più di tre gol di scarto dal Brasile, ci dissero, nessuno di noi sarebbe tornato a casa”

Nel 2002 Mwepu ha ricordato con rabbia quei momenti: “Avevamo l’erronea convinzione che saremmo tornati dalla Coppa del Mondo milionari, invece siamo tornati a casa senza un centesimo in tasca. Prima della partita contro la Jugoslavia abbiamo saputo che non saremmo stati pagati, così abbiamo rifiutato di giocare”. Nell’estate 2014 ha aggiunto: “Avevamo passato due mesi lontani dalle nostre famiglie, senza i mezzi di comunicazione moderni. E loro si prendono i nostri soldi? Fino a due ore prima del calcio d’inizio non avevamo nemmeno intenzione di giocare. Poi ci furono minacce. Ci dissero che se non avessimo giocato ci avrebbero mandato in prigione, così siamo scesi in campo, ma abbiamo sabotato la partita: un po’ come uno sciopero”.

Per diversi anni si è pensato che Mwepu non conoscesse il regolamento, ipotesi alimentata dalla voce secondo cui i colonizzatori belgi, nell’insegnare il calcio agli abitanti dello Zaire, avevano spiegato che se un calcio di punizione non fosse stato battuto entro tre secondi dal fischio dell’arbitro, la palla tornava a essere giocabile da entrambe le squadre. Eppure, nei filmati reperibili in rete, pare che Ilunga inizi a scattare nell’istante successivo al fischio.

 In realtà, quel gesto affondava le sue radici nei giorni tra la partita contro la Jugoslavia e quella contro il Brasile, quando il ritiro dello Zaire fu avvolto dal caos. Senza alcuno stimolo economico, molti giocatori avrebbero voluto ancora una volta non presentarsi all’incontro per evitare una seconda umiliazione. Intanto Mobutu, furioso per il deprimente 0-9 contro gli slavi, decise di intervenire direttamente, come ha ricordato Mwepu nell’intervista del 2002: “Dopo la partita, Mobutu inviò le guardie presidenziali per minacciarci. Chiusero fuori dall’hotel tutti i giornalisti e ci dissero che se avessimo perso con più di tre gol di scarto contro il Brasile, nessuno sarebbe stato in grado di tornare a casa”.

Mwepu, insieme al pallone cercava di allontanare la paura, voleva soltanto far scorrere il cronometro, perché anche una manciata di secondi avrebbe potuto indirizzare il suo destino e quello dei suoi compagni su sentieri ben diversi. Qualche altro brivido percorse la schiena dei “leopardi” dopo quella punizione, ma la quarta rete non arrivò mai.

Il ritorno a casa dei “leopardi”, dopo le 3 sconfitte e i 14 gol subiti a fronte di zero reti realizzate, fu molto duro. La figuraccia in mondovisione li aveva resi persone poco gradite al Potere, che smise di finanziare la Nazionale e sottopose a vessazioni soprattutto i giocatori più famosi. Ma questa, è un’altra storia.

 

 

 

 

 

 

 

https://www.youtube.com/watch?v=G6aKnshmPjU

9 thoughts on “La punizione al contrario

  1. Ammetto di non avere letto tutto ma mi soffermo sui treni speciali :speciali in quanto o avevano delle Carrozze aggiunte oppure nelle grandi partite veniva previsto al di fuori degli orari altri treni speciali per l’appunto.

    Sherazadeabientot

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  2. Ricordo l’evento e, da appassionato di calcio, anche tutto il contorno della vicenda.
    Però a me rimane un dubbio.
    Dalle immagini su YouTube, secondo me Ilunga non è che “fa il finto tonto”, per me è tonto sul serio. Mi sembra infatti che, per giustificarsi, porti la mano all’orecchio come dire “ma io il fischio l’ho sentito”, a dimostrazione di una scarsa conoscenza delle regole.
    Poi, se sia stata una giustificazione fatta ad arte… non saprei.

    (grande, immensa Olanda, a proposito. un mondiale lo avrebbe meritato)

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