Il canto degli Italiani

Molto spesso ci lamentiamo solo per il gusto di lamentarci, e sinceramente non so se sia un vezzo solo italiano o sia un sentimento insito nella natura umana. “L’erba del vicino è sempre più verde” è uno dei modi di dire che fa comprendere come siamo scontenti di quanto ci riguarda, guardando quanto fanno gli altri senza apprezzare quello che abbiamo.

Capita in politica, nello sport, nell’arte e nella scienza, senza pensare che magari i risultati raggiunti da altri sono frutto di duro lavoro.

Ci lamentiamo del nostro governo, ma non ci chiediamo se questo o quello siano migliori del nostro, o se sia solo una nostra impressione. Anche nelle cose più banali, come gli inni nazionali, siamo pronti ad affermare che “quello americano sì, che è un inno nazionale… mica come il nostro!”

Ma sarà vero? Torniamo indietro di qualche anno…

L’anniversario dell’Unità d’Italia viene fatto coincidere con il 17 marzo, data che richiama la proclamazione del Regno d’Italia (17 marzo 1861). Quest’anno ricorre quindi il 156° anniversario. Ma la neonata nazione aveva già un inno, composto nel lontano 1847.

Il Canto degli Italiani, conosciuto anche come Fratelli d’Italia, Inno di Mameli, Canto nazionale o Inno d’Italia, è un canto risorgimentale scritto da Goffredo Mameli e musicato da Michele Novaro nel 1847, inno nazionale de facto della Repubblica Italiana, sancito implicitamente dalla legge n° 222 del 23 novembre 2012, che ne prescrive l’insegnamento nelle scuole insieme agli altri simboli patri italiani.

AGGIORNAMENTO (grazie Manuel):

In realtà sono state mosse delle accuse di plagio a Mameli; secondo Aldo Alessandro Mola, docente emerito di Scienze Politiche alla Statale di Milano, autore di biografie e numerosi saggi storici, Goffredo Mameli ha semplicemente plagiato uno scritto di Padre Atanasio Canata (1811-1867) e si è costruito immeritatamente, uno spazio nella storia del così detto “risorgimento” italiano. Il Canata stesso scriveva: “A destar quell’alme imbelli/ meditò (lui, Canata, nda) robusto un canto;/ ma venali menestrelli (Mameli? nda) si rapian dell’arpe il vanto:/ sulla sorte dei fratelli/ non profuse allor che pianto, / e aspettando nel suo cuore/ si rinchiuse il pio cantore”. Da altre fonti invece pare che il Padre, non potendo figurare come autore di un inno risorgimentale per motivi ecclesiastici, abbia ceduto il testo all’ignoto Mameli, peraltro non noto fino ad allora per altre opere; quale sarà la verità?

Il brano, un 4/4 in si bemolle maggiore, è costituito da sei strofe e da un ritornello che viene cantato alla fine di ogni strofa. Il sesto gruppo di versi, che non viene quasi mai eseguito, richiama il testo della prima strofa.

Il canto fu molto popolare durante il Risorgimento e nei decenni seguenti, sebbene dopo l’unità d’Italia come inno del Regno d’Italia fosse stata scelta la Marcia Reale, che era il brano ufficiale di Casa Savoia. Il Canto degli Italiani era infatti considerato troppo poco conservatore rispetto alla situazione politica dell’epoca: Fratelli d’Italia, di chiara connotazione repubblicana e giacobina, mal si conciliava con l’esito del Risorgimento, che fu di stampo monarchico.

Dopo la seconda guerra mondiale l’Italia diventò una repubblica e il Canto degli Italiani fu scelto, il 12 ottobre 1946, come inno nazionale provvisorio, ruolo che ha conservato anche in seguito. Nei decenni si sono susseguite varie iniziative parlamentari per renderlo inno nazionale ufficiale, senza però mai giungere a una modifica costituzionale oppure alla promulgazione di una legge specifica che desse al Canto degli Italiani lo status di inno de iure della Repubblica Italiana.

Sulla data precisa della stesura del testo, le fonti sono discordi: secondo alcuni studiosi l’inno fu scritto da Mameli il 10 settembre 1847, mentre secondo altri la data di nascita del componimento fu due giorni prima, l’8 settembre. Comunque, quest’anno ricorre il 170° anniversario.

Ma andiamo a vedere e a capire il contesto dell’inno analizzandone le strofe:

Fratelli d’Italia

Nella versione originaria dell’inno, il primo verso recitava “Evviva l’Italia”: fu cambiato in “Fratelli d’Italia” dall’autore della musica, Michele Novaro.

L’Italia s’è desta

L’Italia si è svegliata”, cioè è pronta a combattere

Dell’elmo di Scipio

Scipione l’africano, vincitore di Zama, è portato ad esempio per la capacità della Roma repubblicana di riprendersi dalla sconfitta e combattere valorosamente e vittoriosamente contro il nemico.

S’è cinta la testa

L’elmo di Scipione, che ora l’Italia ha indossato, è simbolo dell’incombente lotta contro l’oppressore austriaco.

Dov’è la Vittoria?!

La dea Vittoria. Per lungo tempo la dea Vittoria è stata strettamente legata all’antica Roma, ma ora è pronta a consacrarsi alla nuova Italia per la serie di guerre che sono necessarie per cacciare lo straniero dal suolo nazionale e per unificare il Paese.

Le porga la chioma

Qui il poeta si riferisce all’uso, nell’antica Roma, di tagliare le chiome alle schiave per distinguerle dalle donne libere che invece portavano i capelli lunghi. Dunque la Vittoria deve porgere la chioma all’Italia perché le venga tagliata diventandone così “schiava”.

Ché schiava di Roma

Il senso è che l’antica Roma fece, con le sue conquiste, la dea Vittoria “sua schiava”.

Iddio la creò

L’antica Roma fu grande per disegno di Dio.

Stringiamci

È presente il termine sincopato “Stringiamci” (senza la lettera “o”), in luogo di “Stringiamoci”, per questioni di metrica.

a coorte

La coorte (in latino cohors, cohortis) era un’unità da combattimento dell’esercito romano, decima parte di una legione. Questo riferimento militare molto forte, rafforzato poi dal richiamo alla gloria e alla potenza militare dell’antica Roma, ancora una volta chiama tutti gli uomini alle armi contro l’oppressore.

Siam pronti alla morte

L’Italia chiamò

Allude alla chiamata alle armi del popolo italiano con l’obiettivo di cacciare il dominatore straniero dal suolo nazionale e di unificare il Paese, all’epoca ancora diviso negli stati preunitari.

Noi siamo da secoli

Calpesti, derisi

Perché non siam Popolo

Perché siam divisi

L’autore sottolinea il fatto che l’Italia, intesa come penisola italica, non fosse unita. All’epoca infatti (1847) era ancora divisa in sette Stati. Per tale motivo, l’Italia era da secoli spesso trattata come terra di conquista. 

Raccolgaci un’Unica

Bandiera una Speme

Una “Speme” significa una “Speranza”.

Di fonderci insieme

Già l’ora suonò

La speranza che l’Italia, ancora divisa negli stati preunitari, si raccolga finalmente sotto un’unica bandiera fondendosi in una sola nazione.

Stringiamci a coorte

Siam pronti alla morte

L’Italia chiamò

Uniamoci, amiamoci

L’unione e l’amore

Rivelano ai Popoli

Le vie del Signore

Giuriamo far Libero

Il suolo natio

Uniti, per Dio,

Francesismo, par Dieu, cioè da Dio o attraverso Dio: Dio è dalla parte dei popoli oppressi. Questo è uno dei (non molti) riferimenti a Dio che è possibile trovare nelle opere di Mameli. Spiegherebbe la teoria del plagio, però.

Chi vincer ci può!?

La terza strofa, che è dedicata al pensiero politico di Giuseppe Mazzini, fondatore della Giovine Italia e della Giovine Europa, incita alla ricerca dell’unità nazionale attraverso l’aiuto della Provvidenza e grazie alla partecipazione dell’intero popolo italiano finalmente unito in un intento comune.

Stringiamci a coorte,

Siam pronti alla morte,

L’Italia chiamò.

 

Dall’Alpi a Sicilia

Dovunque è Legnano,

Nella Battaglia di Legnano del 29 maggio 1176 la Lega Lombarda sconfisse Federico Barbarossa, qui l’evento assurge a simbolo della lotta contro l’oppressione straniera. Legnano, grazie alla storica battaglia, è l’unica città, oltre a Roma, ad essere citata nell’inno nazionale italiano.

Ogn’uom di Ferruccio

Francesco Ferrucci, simbolo dell’assedio di Firenze (2 agosto 1530), con cui le truppe dell’Imperatore volevano abbattere la Repubblica fiorentina per restaurare la signoria dei Medici. In questa circostanza, il Ferrucci morente venne vigliaccamente finito con una pugnalata da Fabrizio Maramaldo, un capitano di ventura al servizio di Carlo V. «Vile, tu uccidi un uomo morto», furono le celebri parole d’infamia che l’eroe rivolse al suo assassino. È da notare come in seguito il nome maramaldo sia stato associato a termini quali vile, traditore, fellone.

Ha il core, ha la mano,

I bimbi d’Italia

Si chiaman Balilla

Soprannome di Giovan Battista Perasso che il 5 dicembre 1746 diede inizio, col lancio di una pietra ad un ufficiale, alla rivolta genovese che si concluse colla scacciata degli austriaci, che da alcuni mesi occupavano la città.

Il suon d’ogni squilla

I Vespri suonò

I Vespri siciliani, l’insurrezione del lunedì di Pasqua del 1282 contro i francesi estesasi a tutta la Sicilia dopo essere cominciata a Palermo, scatenata dal suono di tutte le campane della città.

Stringiamci a coorte

Siam pronti alla morte

L’Italia chiamò

 

Son giunchi che piegano

Le spade vendute

Mercenari, di cui si attribuisce anacronisticamente l’uso all’Austria, non valorosi come gli eroi patriottici, bensì deboli come giunchi.

Già l’Aquila d’Austria

Le penne ha perdute

L’Austria è in decadenza.

Il sangue d’Italia

Il sangue Polacco

Anche la Polonia era stata invasa dall’Austria, che coll’aiuto della Russia e della Prussia l’aveva smembrata. Il destino della Polonia è singolarmente legato a quello dell’Italia: anche nel suo inno (Mazurca di Dabrowski) c’è un riferimento agli italiani, e dei soldati polacchi che combatterono in Italia con le truppe alleate contro i tedeschi alla fine della seconda guerra mondiale, partecipando anche all’assalto finale a Montecassino.

Bevé col cosacco

Con l’Impero russo.

Ma il cor le bruciò

Un augurio e un presagio: il sangue dei popoli oppressi, che si solleveranno contro l’Austria, ne segnerà la fine.

Stringiamci a coorte

Siam pronti alla morte

L’Italia chiamò

 

Evviva l’Italia

Questa strofa, che non è quasi mai eseguita, ricalca il testo della prima.

Dal sonno s’è desta

Dell’elmo di Scipio

S’è cinta la testa

Dov’è la vittoria?!

Le porga la chioma

Ché schiava di Roma

Iddio la creò

 

Stringiamci a coorte

Siam pronti alla morte

L’Italia chiamò

 Il testo del Canto degli Italiani è giudicato talvolta troppo retorico, di difficile interpretazione e a tratti aggressivo. Per quanto riguarda la retorica e la violenza che a tratti traspare dalle parole dell’autore, secondo Tarquinio Maiorino, Giuseppe Marchetti Tricamo e Piero Giordana, che hanno redatto una monografia sull’argomento, va considerato il periodo storico in cui fu scritto il Canto degli Italiani: la metà del XIX secolo era caratterizzata da un modo di esprimersi differente da quello utilizzato in tempi più recenti. Inoltre, secondo lo storico Gilles Pécout, è anche opportuno osservare che, durante il secolo citato, il principale mezzo di risoluzione dei conflitti era la guerra.

Invece, per quanto concerne la difficoltà nel cogliere il significato delle allusioni storiche e politiche contenute nel testo, che sono giudicate tutt’altro che immediate, Michele Calabrese, nella sua monografia sull’argomento, riconosce all’inno un certo spessore intellettuale: tra la cospicua produzione patriottica del Risorgimento, secondo Calabrese, il Canto degli Italiani ha infatti un testo caratterizzato da un profondo significato storico e culturale.

Sebbene il Canto degli Italiani abbia lo status di inno provvisorio, è stato comunque stabilito un cerimoniale pubblico per la sua esecuzione, che è in vigore tuttora. Secondo l’etichetta, durante la sua esecuzione, i soldati devono presentare le armi, mentre gli ufficiali devono stare sull’attenti. I civili, a loro volta, se lo desiderano, possono mettersi anch’essi sull’attenti.

In base al cerimoniale, in occasione di eventi ufficiali, devono essere eseguite solamente le prime due strofe senza l’introduzione. Se l’evento è istituzionale, e si deve eseguire anche un inno straniero, questo viene suonato per primo come atto di cortesia.

Riccardo Muti ha difeso Il Canto degli Italiani, apprezzando l’invito all’azione con l’obiettivo di affrancarsi dal dominio straniero che l’inno rivolge al popolo italiano rispetto al dolore comunicato dal pur melodicamente superiore “Va, pensiero”, il candidato più frequente alla sua sostituzione e ritenendo pertanto “Fratelli d’Italia”, con il suo carico di significati rinvigorenti lo spirito patriottico, più adatto ad essere suonato nelle occasioni ufficiali. Altri musicisti, come il compositore Roman Vlad, già sovrintendente del Teatro alla Scala di Milano, considerano la musica tutt’altro che brutta e non inferiore a quella di molti altri inni nazionali.

E allora cantiamolo, quest’inno nazionale!

4 pensieri su “Il canto degli Italiani

  1. A me l’Inno non dispiace affatto, pur riconoscendo musicalmente superiori altri inni stranieri. Forse il più appassionanete, tra quelli che conosco, è quello francese.
    Poi dovremmo conoscere bene anchen il testo degli altri Inni, per poterne capire il loro significato più profondo.
    Il crescndo finale del nostro Inno è molto suggestivo, e porta con sé la voglia di unità e fratellanza.
    Va’ pensiero, invece, con il testo lo vedo poco consono a rispecchiare il sentimento nazionale, pur riconoscendone il valore assoluto come aria e come musicalità.

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