Personalità lunatiche

Ho già parlato di velocità di fuga in “Fuga per la vittoria” e visto che poco tempo fa è mancato uno degli eroi della mia infanzia, ne ripercorrerò la storia per poi parlare di Luna e dintorni.

Eugene “Gene” A. Cernan nacque a Chicago il 14 marzo del 1934 da madre ceca e padre slovacco: molto portato per gli studi scientifici, dopo il diploma frequentò la Purdue University nell’Indiana, conseguendo una laurea in elettrotecnica nel 1956.

Arruolatosi nello “United States Marine Corps Aviation” (aviazione della Marina), iniziò a pilotare i jet e nel 1963 fu scelto dalla NASA per partecipare al progetto Gemini e successivamente a quello Apollo.

Il programma Gemini era stato avviato per sperimentare e sviluppare le tecniche che sarebbero poi servite per i viaggi verso la Luna con esseri umani del programma Apollo. Cernan volò sulla Gemini 9 insieme con Thomas Stafford: entrambi facevano parte dell’equipaggio di riserva per la missione, ma in seguito alla morte dei due astronauti dell’equipaggio principale, Elliott See e Charles Bassett, durante il volo di addestramento, la NASA affidò a loro il compito. Cernan era al suo primo viaggio nello Spazio e divenne, un po’ per caso, il terzo uomo a effettuare una passeggiata spaziale: prima di lui ci riuscirono il cosmonauta russo Alexey Leonov e lo statunitense Edward H. White. Anche se ebbe problemi durante il test di alcune manovre all’esterno della capsula spaziale, che lo costrinsero a interrompere prima del previsto, Cernan stabilì un nuovo record di durata di un’attività extra veicolare.

Nel racconto “Le acque di Saturno” (1952), Asimov descrisse una passeggiata nello spazio che doveva aspettare ancora quasi 15 anni per essere realizzata. Interessante è la descrizione degli effetti psicologici: gli astronauti sono euforici, litigano per i turni di uscita nello spazio, dove possono lasciarsi cullare dalla pace e dalla tranquillità delle stelle. Pare che quelle fossero le stesse sensazioni descritte da Cernan. Io sono sempre stato affascinato dalla capacità di preveggenza di Asimov; aveva immaginato le calcolatrici tascabili, e la relativa compromissione della capacità di fare i conti a memoria in “Nove volte sette”, del 1958 e le automobili computerizzate in “Sally”, del 1953, ed è per quello che ne sono diventato fan!

Cernan mise insieme diversi altri primati. Partecipando a due missioni Apollo divenne uno dei tre soli astronauti nella storia dell’uomo ad avere compiuto due viaggi verso la Luna, e l’unico di questi ad avere anche camminato sul suolo lunare. Il suo primo viaggio avvenne con l’Apollo 10 nella primavera del 1969, poche settimane prima dello storico allunaggio di Armstrong, il secondo fu quello con l’Apollo 17.

Il 14 dicembre del 1972, Eugene Cernan diede un ultimo sguardo attraverso la visiera del casco, poi fece i conti con l’ingombro della grande tuta e lentamente risalì la scaletta, lasciandosi alle spalle quel piccolo mondo su cui aveva trascorso tre giorni, a centinaia di migliaia di chilometri da casa. Insieme con lui c’era il pilota del modulo lunare Harrison H. Schmitt, che lo aveva preceduto di qualche istante sulla scaletta, e che tre giorni prima era diventato l’ultimo uomo ad arrivare sulla Luna, un altro piccolo primato, anche se incomparabile con quello di Neil Armstrong di tre anni prima già entrato nella storia.

Mentre percorreva gli ultimi passi verso il modulo lunare, Cernan sapeva che sarebbe stato l’ultimo uomo a camminare sulla Luna, almeno per un po’ di tempo. Forse non immaginava che nei 40 anni seguenti nessuno ci avrebbe messo più piede, ma era comunque consapevole di chiudere una brevissima e intensa epoca storica, iniziata con l’Apollo 11. Prima di salire sulla scaletta, raccolse i pensieri e fece un breve discorso:

Sono sulla superficie e, mentre compio gli ultimi passi dell’uomo sulla superficie, di ritorno verso casa per un po’ di tempo – che non crediamo poi così lungo nel futuro – desidero dire quello che penso sarà ricordato dalla storia.

Cioè che la sfida di oggi per l’America ha forgiato il destino dell’uomo di domani.

E, mentre lasciamo la Luna a Littrow (cratere lunare dove stazionava il modulo, nda), ce ne andiamo come siamo venuti e, se Dio vuole, come ritorneremo, con pace e speranza per tutto il genere umano.

Buona fortuna all’equipaggio dell’Apollo 17.

Gene è morto lunedì 16 gennaio a Houston, in Texas. Aveva 82 anni. Nel complesso rimase 566 ore nello Spazio, 73 delle quali trascorse sulla superficie lunare a quasi 400mila chilometri di distanza dalla Terra.

Due anni fa, durante la mia “missione” ad Expo Milano, ho avuto il piacere di scortare la nota astronauta Samantha Cristoforetti, venuta a tenere una conferenza, ma per problemi di tempo non ho potuto rivolgerle neanche una domanda.

Eh già, perché avrei voluto, da anti-complottista, chiederle come sia saltato in mente al suo compagno di viaggio Terry Virts di dire: “Al momento possiamo volare soltanto nell’orbita terrestre, è la distanza più lontana che possiamo coprire.”!

Ovviamente la frase, estrapolata dal contesto in cui si parlava di lunghe permanenze nello spazio e di trasporto di grossi quantitativi di materiale nello stesso, assume un significato sinistro. La stessa Samantha ad Expo ribadì la cosa, spiegandola un pelino meglio.

Hanno quindi detto che gli esseri umani non possono andare oltre l’orbita terrestre? Ovviamente no: hanno detto che al momento non abbiamo una tecnologia che ci permetta di farlo trasportando un carico sufficiente. Non dimentichiamo infatti che il tema della domanda era il modo nel quale stabilire una presenza permanente di esseri umani nello spazio, un obiettivo che richiede veicoli di lancio che, dalla fine del programma Apollo, non abbiamo più a disposizione.

Gli astronauti che sbarcarono sulla Luna ebbero infatti la possibilità di sfruttare i Saturn V, gli enormi razzi sviluppati a questo scopo dalla NASA ad un costo esorbitante: l’intero progetto ebbe infatti un budget di 6,417 miliardi di dollari, e la “bolletta” per ogni singolo lancio sfiorava il mezzo miliardo di dollari. Se queste cifre vi sembrano impressionanti, sappiate che fanno riferimento al periodo 1964-73: al netto dell’inflazione corrisponderebbero a 41,3 miliardi per il progetto e a 3,18 miliardi per ogni lancio. Per darvi un raffronto, per il 2016 la NASA ha richiesto al Governo USA un budget di 18,5 miliardi di dollari.

Gli imponenti Saturn V, alti oltre 110 metri e pesanti quasi 3.000 tonnellate, avevano una capacità di carico di 118.000 kg per l’orbita terrestre bassa e di 48.600 kg per la traiettoria di inserzione lunare. Ad oggi, si tratta degli unici veicoli mai costruiti in grado di trasportare degli esseri umani oltre l’orbita terrestre bassa, ed è quindi a questo che facevano riferimento Virts e la nostra AstroSamantha.

Ma i complottisti, si sa, non riposano mai e ad ogni affermazione controbattono. Sostengono ad esempio che l’attraversamento delle fasce di Van Allen, sarebbe altamente letale per l’uomo, proprio a causa “dell’intensa” radiazione imprigionata in questa zona dal campo magnetico terrestre.

Questa affermazione sarebbe veritiera, solo se si supponessero le fasce di Van Allen di forma sferica e quindi in grado di avvolgere completamente il nostro pianeta. Nella realtà invece, la questione è completamente diversa.

Sul finire degli anni ‘50 durante importanti studi effettuati dal fisico statunitense prof. John Van Allen (1914-2006), si scoprì, quasi per caso, utilizzando due satelliti costruiti per lo studio dei raggi cosmici (Explorer 1 e 3), la presenza di tali fasce di radiazione. Interpretando i dati forniti dagli strumenti di bordo (prevalentemente misuratori Geiger), se ne appurarono: intensità, particelle costituenti, ma soprattutto la loro forma. Si comprese subito (monitorando i dati trasmessi nel proseguire delle orbite del satellite) che queste non si estendevano in tutte le direzioni, anzi, in determinate aree la quantità di particelle presenti, scendeva di molto sotto i valori massimi misurati in altre zone.

Si appurò così l’estensione precisa delle fasce constatando che esse hanno una forma approssimativamente toroidale. Inoltre in quei giorni, si scoprì che erano (e lo sono tuttora) divise in due parti principali, una interna più densa e una esterna più blanda. Gli ingegneri della NASA quindi, cercarono di pianificare accuratamente la rotta di trasferimento “da e per” la Luna, scegliendo una traiettoria alternativa a quella ideale (con inclinazione equatoriale di circa 30°), che avrebbe portato gli astronauti ad attraversare le fasce di Van Allen in maniera più efficiente, percorrendole in un tempo molto breve, nella zona più sottile.

Alleato degli astronauti era anche la sorprendente velocità (39.700 km/h), che si rese necessaria per uscire dall’orbita terrestre (traiettoria di trasferimento di Hohmann) e raggiungere l’orbita lunare. Questo parametro contribuì a ridurre di moltissimo il tempo necessario ad attraversare tali fasce, riducendo drasticamente i tempi di esposizione che avrebbero potuto interessare l’equipaggio.

Da notare che lo stesso Van Allen, riteneva questa precauzione pressoché inutile, perché secondo lui, viste le velocità in gioco, anche un attraversamento diretto sarebbe stato del tutto innocuo. Va ricordato inoltre, a differenza di quelli che credono che le zone radioattive siano talmente alte dalla superficie terrestre che solo le missioni lunari abbiano mai potuto transitarvi, che anche lo Space Shuttle e la ISS attraversano periodicamente una parte delle fasce durante le loro orbite attorno alla Terra.

Esiste infatti l’anomalia sud-atlantica (SAA, southern atlantic anomaly), una propaggine a bassa quota delle fasce di Van Allen che si estende fino all’altezza orbitale dei veicoli con equipaggio umano. Nessun astronauta però ha mai riportato lesioni di nessun genere a seguito delle esposizioni dovute al passaggio in tale zona, nemmeno a lungo termine. Gli astronauti che hanno volato in passato, orbitando attorno alla Terra con le missioni Mercury, Gemini e Soyuz ne sono un classico esempio.

Durante le missioni Apollo, queste zone radioattive, venivano attraversate in circa un quarto d’ora, anche se va ricordato che tale valore è puramente indicativo. Infatti, fare calcoli precisi sulla durata dell’attraversamento delle fasce è in tutto e per tutto utopistico, perché essendo sfumate e a intensità variabile, non è possibile stabilire con precisione, dove comincino e dove finiscano.

Bisogna considerare inoltre che le astronavi sono interamente costruite in metallo ed i rivestimenti interni (comprese le tute spaziali degli astronauti utilizzate sia per il volo e sia per l’esplorazione lunare) sono realizzate con materiali plastici (tipo polietilene ad alta densità o HDPE). Quest’ultimo è in grado di assorbire completamente tali particelle senza emettere radiazioni X dovute all’impatto con il primo schermo. Tutto questo garantisce una “schermatura” pressoché totale verso le particelle corpuscolari intrappolate dal campo magnetico terrestre in tale zona, che a differenza di quanto si crede erano e sono costitute tuttora essenzialmente da protoni ed elettroni, che vista la loro carica elettrica, vengono catturate e convogliate nelle linee di campo magnetiche del nostro pianeta.

Nelle fasce di Van Allen però, a differenza di quello che credono e confondono in tanti, non sono assolutamente imprigionate radiazioni ionizzanti di tipo elettromagnetico, come i raggi X e/o i raggi gamma, che vista la loro diversa natura (sono fotoni e non particelle corpuscolari cariche), non risentono di nessuna attrazione magnetica. La dose assorbita dagli astronauti quindi, durante l’attraversamento, è stata definita dagli scienziati mondiali, proprio per tutte queste ragioni, di entità trascurabile.

Esiste poi un altro particolare: lo spazio non è un ambiente completamente inospitale alla vita.

Nelle nubi interstellari e nelle comete, i radio-astronomi hanno recentemente scoperto e catalogato la presenza di alcuni tipi diamminoacidi tra cui la glicina, che si possono definire i mattoni della vita, dato che la loro aggregazione in determinate strutture, generano le proteine. Inoltre è bene ricordare un fatto straordinario avvenuto durante la missione Apollo 12. Essa atterrò a poche centinaia di metri dalla sonda automatica USA, Surveyor3, che scesa sulla Luna due anni prima, con lo scopo di sondare e verificare l’ambiente lunare, aveva aperto la strada al programma Apollo.

Gli astronauti Pete Conrad e Alan L. Bean prelevarono da questo relitto la telecamera in dotazione e la riportarono a Terra. Lo scopo era quello di determinare lo stato di degradazione dei materiali costituenti, dopo due anni di esposizione ai rigori dello spazio cosmico. Con sorpresa si constatò che una colonia batterica, che aveva viaggiato a bordo della sonda, aveva sospeso la propria attività biologica per tutto il tempo di permanenza nello spazio, ma era comunque sopravvissuta indenne per due anni e riprese a vivere normalmente una volta tornata sulla Terra.

Con questo non voglio assolutamente affermare che l’ambiente spaziale sia compatibile con la vita, ma che dicerie riguardo alle radiazioni e alle temperature estreme che sterilizzano ogni forma di vita, possano rilevarsi spesso dei pregiudizi infondati.

E poi, come si diceva da ragazzi, c’è sicuramente più vita nello spazio che in un weekend d’inverno al centro di Merano…

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