Il cane a sei zampe

Leggere e scrivere storie è un esercizio interessante, soprattutto se queste storie portano da qualche parte. Ma non sempre è così.

Ho scritto un bel po’ di biografie, in questo blog: In “Nei panni degli altri”, parlo del caso dello smemorato di Collegno; in “Offuscati” di Santa Chiara e del suo rapporto con la fede in un mondo maschilista; in “Un genio italiano” di Ettore Majorana e della sua misteriosa scomparsa; in “Il mostro e il detective” delle indagini di Giuseppe Dosi sul caso Girolimoni; in “La vita comincia a…” di King Camp Gillette e della sua perseveranza; in “Personalità magnetiche” dell’inventiva di Nikolas Tesla; in “La grande bellezza” del genio di Ipazia di Alessandria e di Marie Curie; in “Personalità elettrizzanti” di Benjamin Franklin e della sua creatività sia come inventore che come statista; in “Tutto è relativo” dell’unicità di Albert Einstein; in “L’ultima lettera” della fine prematura di un genio matematico come Évariste Galois; in “Imitation game, missione enigma” dei problemi che attraversarono la vita seppur geniale di Alan Turing; in “Personalità forti” dell’autorevolezza di Isaac Newton.

In “Personalità abiurate” dei problemi di Galileo Galilei con la Chiesa; in “La solitudine dei numeri primi” della prolificità da matematico di Eulero; in “Personalità informatiche” della sottovalutata “Ada Lovelace”; in “Nomen non tamen omen” della sfortunata parabola calcistica di Andrea Fortunato; in “La strana storia di Bob Geldolf, Paula Yates e Michael Hutchence” delle vicissitudini di alcune rockstar; in “Dora Musumeci” della grande jazzista Dora Musumeci; in “Personalità evolute” delle scoperte e dei viaggi di Charles Darwin; in “Personalità radioattive” ho ripreso a parlare della più grande scienziata di tutti i tempi, Marie Curie; in “Personalità piratesche” della vita per mare di Francis Drake; in “Personalità oscure” della scienziata Vera Rubin e della sua scoperte; in “Personalità drammatiche” delle opere dello scrittore Anton Čechov; infine in “Personalità lunatiche” dell’ultimo uomo mai stato sulla luna, cioè Eugene Cernan.

Oggi scriverò di un noto imprenditore italiano e del mistero della sua morte.

Sono le 18:57 del 27 ottobre 1962, siamo a Bascapè, piccolo centro nel nord-est della provincia di Pavia. Piove, anzi, c’è un forte temporale. Il contadino Mario Ronchi, mentre si sta preparando per tornare a casa, sente un rumore, come di un’esplosione, nel cielo. Vede un piccolo aereo, un piccolo bimotore, precipitare. L’aereo era diretto a Linate, aeroporto di Milano, e muoiono tutti gli occupanti: il pilota Irnerio Bertuzzi, il giornalista statunitense William McHale e l’imprenditore italiano Enrico Mattei.

Enrico Mattei nacque ad Acqualagna, in quella che è ora la provincia di Pesaro-Urbino, il 29 aprile 1906. Figlio di un maresciallo dei carabinieri in pensione, nel 1919 si trasferì con la famiglia a Matelica nel maceratese. Giovanissimo iniziò a lavorare nella conceria Fiore come fattorino, e in breve tempo mostrò le doti che possedeva. A poco più di vent’anni venne nominato direttore della conceria.

Alla fine degli anni Venti lasciò le Marche per trasferirsi a Milano, dove venne assunto come venditore dall’industria chimica Max Mayer. Nel 1931 decise di mettersi in proprio: fondò un’azienda specializzata nella produzione di oli industriali, con solo due operai, ma nel giro di pochi anni, l’impresa era lanciata e Mattei era divenuto un manager di grande successo.

Mattei fu iscritto al partito fascista, ma non fu mai molto attivo. Quello che è certo è che dopo il 1943 Mattei fu un partigiano e scalò molto in fretta le gerarchie della Resistenza. Divenne in poco tempo uno dei capitani generali delle formazioni partigiane vicine alla Democrazia Cristiana e il rappresentante della DC presso il CLN-AI (Comitato di liberazione nazionale Alta Italia, il coordinamento dei partigiani che poi divenne una sorta di governo provvisorio dell’Italia del nord appena liberata). Per il suo servizio partigiano gli venne conferita dal generale Mark Clark la Bronze Star, quarta decorazione in ordine di importanza dell’esercito americano.

Quasi tutti i dirigenti della Resistenza, finita la guerra, furono ricompensati dai loro partiti con un posto in parlamento, in un’amministrazione locale o in un ente pubblico. In questa assegnazione Mattei non fu molto fortunato: venne nominato commissario dell’Agenzia generale italiana petroli (AGIP), un vecchio carrozzone di epoca fascista che possedeva una manciata di concessioni per esplorazioni petrolifere che non avevano fruttato niente sia in Italia che all’estero. Persino durante il fascismo era ritenuto un ente inutile, tanto da aver ricevuto il soprannome “Agenzia gerarchi in pensione”.

L’ordine che il commissario Mattei aveva ricevuto era quella di liquidare l’AGIP, cioè venderne le strutture e le concessioni al miglior offerente liberando lo stato da un peso inutile. Mattei non lo fece: a quanto pare alcune esplorazioni sismiche compiute durante la guerra avevano lasciato il sospetto che in alcune zone della Lombardia potessero esserci giacimenti di gas o petrolio. Era abbastanza per solleticare la fantasia di Mattei che dal 1945 al 1948 non fece altro che battersi per cercare di tenere in vita l’AGIP.

Ebbe successo: nel 1948 finì l’epoca del commissariamento e Mattei venne nominato vice-presidente dell’AGIP. Le esplorazioni rivelarono che nel sottosuolo del lodigiano non c’era petrolio (se non pochissimo, a Cortemaggiore in provincia di Piacenza), ma c’era il metano e sembrava che ce ne fosse moltissimo. Per Mattei e per l’AGIP fu un successo: non solo avevano trovato una fonte energetica a basso costo, ma ora quelle fonti energetiche si trovavano nelle mani “sicure” di un ente pubblico italiano e non un privato inglese o americano. Grazie a questi successi, Mattei riuscì a far istituire l’Ente Nazionale Idrocarburi, di cui l’AGIP sarà una delle colonne portanti. Era il 1953 e nasceva l’ENI.

All’inizio degli anni Cinquanta l’Agip aveva immesso sul mercato una benzina interamente lavorata in Italia; Mattei volle che ad ogni nuovo prodotto fosse associata un’immagine pubblicitaria che lo rendesse riconoscibile. Rifondò l’ufficio pubblicità e lanciò il nuovo prodotto con una campagna pubblicitaria in stile moderno, indicendo un concorso per l’immagine pubblicitaria dei prodotti di punta della compagnia.

Furono stanziati 10 milioni di lire come premio per i vincitori. Per il cartellone principale, Giuseppe Guzzi, pittore milanese che lavorava nel ramo pubblicità di Olivetti, presentò il disegno di un drago-cane nero a sei zampe che sputava una grossa fiamma rossa (in realtà opera dello scultore varesino Luigi Broggini, che era stato maestro di Guzzi).

Pare che il disegno di Guzzi non fosse arrivato primo, ma addirittura terzo, e che lo stesso Mattei avesse chiuso la questione con la frase: “È questo. Basta. Non si discute…”

Il drago-cane era rivolto in avanti, ed emetteva la fiamma in avanti. Poteva sembrare che avesse l’intenzione di bruciare qualcuno. Lo stesso Mattei lo considerò “aggressivo”, per cui la posizione della testa, e di conseguenza la fiammata, furono corrette all’indietro, anche se così la postura del cane non apparve del tutto naturale.

Il cane a sei zampe divenne immediatamente il marchio dell’Eni.

Non si può capire chi era Mattei e cosa fece se non si tiene presente che cos’era l’Italia in quegli anni. Quando venne creata l’ENI circa il 50% dei lavoratori italiani – poco meno di 10 milioni di persone – era impiegato nell’agricoltura. Non c’erano infrastrutture e le poche che erano state costruite prima della guerra erano state distrutte o bombardate.

Enrico Mattei faceva parte di una particolare generazione di manager pubblici che tra la fine della seconda guerra mondiale e i primi anni ’60 dettero con le loro imprese un contributo fondamentale a cambiare questa situazione e a rendere l’Italia un paese moderno e industrializzato. Mattei fu il simbolo di questa generazione (Oscar Sinigaglia fu una figura simile nel campo della siderurgia) dalle caratteristiche molto particolari.

Il problema delle industrie pubbliche è che il loro proprietario, cioè il controllore che deve assicurarsi che i manager facciano i suoi interessi, è l’intera popolazione, che esercita il suo controllo tramite la mediazione della politica. Questo controllo non è molto efficace e le imprese pubbliche vengono spesso utilizzate per fare gli interessi più della politica che della popolazione.

In un certo senso fu un caso, dovuto alla guerra, all’impulso morale della Resistenza e alla voglia di ricostruire, a far sì che i manager come Mattei non solo fecero il loro lavoro, ma lo fecero bene. Quando la generazione di Mattei scomparve, i partiti e la politica scelsero per sostituirli manager di calibro ben diverso, l’industria pubblica perse competitività ed efficienza, creando tutte quelle storture di cui è piena la storia degli anni sessanta e settanta.

Mattei dimostrò quanto fosse facile per un manager di un’impresa pubblica liberarsi anche del tenue controllo a cui lo sottoponevano i politici. Come diceva lui stesso: “Uso i partiti politici come un taxi”, nel senso che usava un partito per uno scopo, pagava la “corsa” e poi ne sceglieva un altro. Il denaro con cui poteva permettersi tutti questi passaggi derivava dalle rendite di cui l’ENI godeva grazie al monopolio sul metano e sul petrolio della pianura padana. Rendite con le quali aveva costruito enormi fondi neri.

Comprata l’acquiescenza dei politici, Mattei procedeva a modernizzare l’Italia rapidamente e con poca democrazia. Ci sono parecchi racconti di piccoli paesi che si svegliarono una mattina trovando i campi sventrati dagli operai ENI che avevano scavato i canali dove impiantare i metanodotti. All’epoca non c’era nemmeno il tempo di organizzare un comitato civico per fermare i lavori. Mattei collegò tutta l’Italia con i suoi gasdotti, distribuì quasi ovunque i benzinai AGIP e impiantò i primi grandi poli petrolchimici, come quello di Ravenna.

Sotto Mattei, l’ENI operò anche all’estero, dove entrò in competizione con le grandi multinazionali del petrolio anglo-americane che allora dominavano il mercato. Mattei strinse rapporti con il Marocco, la Libia, la Giordania e l’Algeria, che si stava rendendo indipendente dalla Francia. Oltre agli oleodotti e alle concessioni per l’esplorazione petrolifera, Mattei fece anche altro.

Uno dei progetti fu la fondazione del quotidiano Il Giorno, creato con i soldi dell’ENI e per supportarne le battaglie politiche. Il Giorno era un’impresa che non c’entrava nulla con il core business dell’ENI, distolse energie e denaro dalla missione principale della società, ma fu anche uno dei giornali più moderni del paese e contribuì a cambiare il mondo della stampa italiana.

Nei primi anni ’60 i conti dell’ENI peggiorarono a causa dei salvataggi che la società aveva compiuto e di alcuni investimenti sbagliati. Nel 1962, ad esempio, l’indebitamento della società aumentò e non vennero prodotti utili, cioè guadagni. Il 27 ottobre del 1962 alle 16,57, Mattei decollò da Catania per tornare a Milano su un bimotore Morane Saulnier, della flotta dell’ENI. A bordo, oltre al pilota, c’era anche un giornalista americano.

Alle 18,57, mentre si trovavano sopra Bascapé, in fase di discesa verso l’aeroporto di Linate, dall’aereo arrivò l’ultima comunicazione: “Raggiunto duemila piedi”, poi più nulla. La prima inchiesta ordinata dal ministro della difesa Giulio Andreotti imputò l’incidente a un errore del pilota: con una virata avrebbe perso il controllo dell’aereo facendolo precipitare.

La spiegazione non soddisfece il fratello di Mattei, che fece denuncia contro ignoti. Anche un’inchiesta della magistratura stabilì che l’aereo si era schiantato a terra quando ancora era integro, quindi non poteva essere esploso in volo. Allo stesso risultato è arrivata un’altra inchiesta, conclusa nel 1997.

Le indagini svolte dall’Aeronautica militare italiana e dalla Procura di Pavia sull’ipotesi di attentato, si chiusero inizialmente con un’archiviazione “perché il fatto non sussiste”. In seguito, nel 1997, il ritrovamento di reperti che potevano ora essere analizzati con nuove tecnologie, fece riaprire le indagini giudiziarie. Queste stavolta si chiusero con l’ammissione che l’aereo “venne dolosamente abbattuto”, senza però poterne scoprire né i mandanti, né gli esecutori. In particolare, un’analisi metallografica dell’anello d’oro e dell’orologio indossati da Mattei, predisposta dal perito prof. Donato Firrao (professore ordinario di Metallurgia e dal 2005 preside della Prima Facoltà di Ingegneria presso il Politecnico di Torino), dimostrò che gli occupanti dell’aereo furono soggetti a una deflagrazione.

Vennero infatti ritrovati segni di esposizione a esplosione su parti del relitto, sull’anello e sull’orologio di Mattei. Vennero poi alla luce testimonianze, all’epoca quasi ignorate, di persone che avevano visto esplodere in volo l’aereo, come se vi fosse una bomba a bordo, mentre schegge metalliche e tracce di esplosivo, in particolare tritolo, furono rinvenute, dopo la riesumazione del 1995, sul corpo di Mattei e delle altre due vittime ma anche in un pezzo dell’aereo conservato intatto da un dipendente ENI. Queste prove tendono a far considerare l’incidente come un omicidio premeditato, con alta probabilità attuato mediante il posizionamento di una carica esplosiva nell’abitacolo, collegata al carrello o alle luci di atterraggio.

Il giudice delle indagini preliminari di Pavia, Fabio Lambertucci, nel 2005 accolse la richiesta di archiviazione della Procura di Pavia, giunta alla certezza che il Presidente dell’Eni era morto a causa di un attentato. La richiesta era stata presentata dall’allora sostituto procuratore di Pavia, Vincenzo Calia. Secondo la procura di Pavia l’aereo sul quale viaggiava Mattei precipitò a causa di un sabotaggio reso possibile da complicità di esponenti dell’Eni e dei servizi segreti italiani. Ma per la procura non fu possibile raccogliere le prove e trovare i mandanti e per questo motivo richiese l’archiviazione. Sempre secondo la procura, venne inserita una bomba posta dietro al cruscotto dell’apparecchio che si sarebbe attivata durante la fase iniziale di atterraggio, attivata forse dall’accensione delle luci di atterraggio o dall’apertura del carrello o dai flap.

Il sostituto procuratore Vincenzo Calia, che aveva riaperto il caso, sulla base delle sue risultanze si spinse ad affermare che “l’esecuzione dell’attentato venne pianificata quando fu certo che Enrico Mattei non avrebbe lasciato spontaneamente la presidenza dell’ente petrolifero di Stato”.

L’onorevole Oronzo Reale ha affermato che il mandante dell’omicidio di Mattei era stato il suo ex braccio destro all’ENI Eugenio Cefis, che pochi mesi prima era stato costretto alle dimissioni dallo stesso Mattei quando questi si sarebbe reso conto che Cefis era manovrato dalla CIA. Pochi giorni dopo l’attentato Cefis fu reintegrato nell’ENI come vicepresidente e successivamente ne divenne presidente stesso. Cefis non fu mai incriminato ufficialmente.

Secondo molti osservatori, la vicenda di Mattei non si concluse con la sua morte, anzi avrebbe avuto echi e conseguenze di variegata natura, nell’immediato come a lungo termine.

Innanzitutto va detto che l’incidente di Bascapé impedì di perfezionare un accordo di produzione con l’Algeria, indubbiamente un legame in potenza contrastante con gli interessi delle sette sorelle. Inoltre, alcune delle persone che ebbero a che fare con Mattei e con l’inchiesta sull’incidente morirono in circostanze misteriose.

Il caso più noto è certamente quello del giornalista Mauro De Mauro, il quale si era mostrato assai disponibile a fornire a Francesco Rosi, autore del noto film dei primi anni settanta su Enrico Mattei, materiale ritenuto di estremo interesse per la ricostruzione dei fatti che il regista andava raccogliendo come base documentale per la sceneggiatura. Pochissimo prima dell’incontro previsto con Rosi, De Mauro scomparve nel nulla. Ufficialmente considerato un delitto di mafia, il caso De Mauro è riemerso in tempi recenti a seguito delle dichiarazioni di un pentito, Tommaso Buscetta, il quale lo poneva in collegamento con la morte di Mattei e suggeriva che anche l’incidente di Bascapé fosse stato un “favore” reso dalla mafia a ignoti, forse stranieri.

Per combinazione, la maggior parte degli investigatori che si occuparono della scomparsa di De Mauro, tanto della Polizia quanto dei Carabinieri, effettivamente morirono a loro volta assassinati dalla mafia; il più famoso fra loro era il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, nel frattempo divenuto prefetto di Palermo, e la stessa fine toccò al vicequestore Boris Giuliano, capo della Squadra Mobile della stessa città.

Una delle ultime opere di Pier Paolo Pasolini fu un romanzo dal titolo Petrolio, in cui adombrava la figura di Cefis. Pasolini si interessò molto alla figura di Mattei, ma anche e soprattutto al mistero della sua morte. Il romanzo fu incompiuto a causa dell’omicidio dello scrittore, avvenuto il 2 novembre 1975.

Il 7 agosto 2012, una sentenza della Corte D’Assise di Palermo dichiara che l’omicidio De Mauro è stato voluto da “mandanti occulti”, a causa di ciò che il giornalista aveva scoperto riguardo alla natura dolosa dell’incidente in cui era stato vittima Enrico Mattei. La Corte d’Assise d’Appello e la Corte di Cassazione hanno successivamente messo in dubbio tale ricostruzione, dichiarandola al più “verosimile”.

Avendo la nuova indagine giudiziaria iniziata nel 1997 e conclusa nel 2005 dimostrato che si trattò di un attentato, sono stati avanzati numerosi moventi e sospetti tra i più reputati “operatori” del settore che avrebbero potuto trarre vantaggio dalla morte di Mattei.

A parte il citato Eugenio Cefis, in primo luogo ci sono le cosiddette sette sorelle del petrolio: l’unico concorrente in grado di metterle in difficoltà le aveva costrette a rivedere tutti gli accordi, compresi quelli già correnti, dopo il suo ingresso in questo terribile mercato. Le perdite (in realtà, i minori introiti) ascrivibili a Mattei superavano il bilancio medio di uno Stato medio, una cifra che poteva pertanto rappresentare grossi interessi economici. La tradizionale vicinanza delle sette sorelle con il governo degli Stati Uniti, non consente di escludere che organizzazioni come la CIA possano aver giocato un loro ruolo.

La CIA, impegnata in una fase cruciale della guerra fredda, esattamente nei giorni in cui si chiudeva la crisi dei missili di Cuba, avrebbe avuto quindi anche altre buone ragioni per eliminare Mattei, che con la Russia aveva allestito una linea commerciale (rompendo l’embargo politico): oltre a dare un monito a chi avesse inteso fare affari con Mosca, avrebbe potuto inviare con l’attentato un’espressiva ingiunzione anche alla stessa capitale sovietica, impegnata nel braccio di ferro missilistico, disturbandola nel suo approvvigionamento finanziario-energetico.

Su altri versanti, dalla Francia l’OAS (organizzazione terroristica francese, che operò nel biennio 1961-62 in Algeria e in Francia) aveva buoni motivi per frapporsi all’evoluzione politica algerina cui tanto Mattei andava contribuendo. Intanto la morte di Mattei impedì il perfezionamento di un importante accordo con l’Algeria. Inoltre venne meno una voce che ispirava alla popolazione come ai notabili locali la frattura con Parigi, facendo loro intravedere spiragli di beneficio derivabili dall’eventuale gestione diretta delle risorse petrolifere, al momento condizionate, se non proprio governate, dalla Francia.

Occorre notare che a più riprese sono state formulate ipotesi riguardanti anche eventuali moventi interni, italiani, autoctoni. Nel 1962 Mattei non era solo l’ago della bilancia del potere italiano, era proprio il potere; era il titolare monarchico di uno Stato interno allo Stato, che quantunque agente per conto dello Stato, era antitetico allo Stato in quanto lo controllava e lo surrogava.

Con la sua morte terminò una fase della politica economica italiana e, come dichiarò Giorgio Ruffolo, politico e giornalista italiano, ministro dell’Ambiente nel governo Craxi, l’industria pubblica perse ogni idea chiara di quale dovesse essere il suo ruolo nell’ambito di un’economia mista. E le conseguenze le vediamo ancora oggi, a 55 anni dalla morte.

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