Fantascienza parte seconda

“Dove sono?” disse Billy Pilgrim.

“Prigioniero di un blocco d’ambra, signor Pilgrim. Siamo dove dobbiamo essere in questo momento, a cinquecento milioni di chilometri dalla Terra, e procediamo verso una distorsione temporale che ci permetterà di arrivare a Tralfamadore in poche ore anziché qualche secolo.”

“Come… Come ho fatto ad arrivare qui?”

“Ci vorrebbe un altro terrestre per spiegarglielo. I terrestri sono bravissimi a spiegare le cose, a dire perché questo fatto è strutturato in questo modo, o come si possono provocare o evitare altri eventi. Io sono un tralfamadoriano, e vedo tutto il tempo come lei potrebbe vedere un tratto delle Montagne Rocciose. Tutto il tempo è tutto il tempo. Non cambia. Non si presta ad avvertimenti o spiegazioni. È, e basta. Lo prenda momento per momento, e vedrà che siamo tutti, come ho detto prima, insetti nell’ambra.”

“Lei mi ha l’aria di non credere nel libero arbitrio” disse Billy Pilgrim.

Mattatoio n° 5 o La crociata dei Bambini – Kurt Vonnegut – 1969

Ho già detto più volte, in questo blog, che ci sono grandissime possibilità che la vita come la concepiamo non sia la sola nell’Universo, anzi, in “Aliena loqui” ho anche calcolato quanti potrebbero essere i pianeti abitati nello spazio conosciuto.

Ma ho anche spiegato che, in base alle leggi della fisica da noi conosciute e alle distanze in gioco che un contatto tra due civiltà di sistemi stellari differenti sia quanto meno improbabile.

Però, e c’è sempre un però a questo punto, la fantascienza ha trovato mille modi per aggirare quegli ostacoli. Partiamo come sempre da qualche definizione e inquadriamo il problema.

Sulla terra abbiamo una scienza che studia gli esseri viventi, i fenomeni della vita e le leggi che li governano: la biologia. Ovviamente, e il greco ci aiuta anche in questo caso, come direbbe Kostas “Gus” Portokalos, il tradizionalista padre greco della protagonista de “Il mio grosso grasso matrimonio greco”: “Dimmi una parola, una qualunque… e ti dimostrerò che è di origine greca”, aggiungendo un prefisso alla parola biologia, e indicando un ambiente esterno, abbiamo “esobiologia”.

Il termine deriva dall’unione della parola greca ἔξω, “fuori”, “all’esterno”, con il sostantivo biologia, ad indicare quella specializzazione di questa branca scientifica verso forme di vita esterne alla Terra, diverse da quelle conosciute sul nostro pianeta, detta anche cosmobiologia, o biologia spaziale. Piccola notazione personale: sarebbe più corretto chiamarla “exobiologia”, perché il termine greco da cui deriva è proprio “exo”, ma l’abitudine alla lunga vince su tutto e nell’ambiente scientifico prevale l’uso di quel termine o, in alternativa, di “xenobiologia”, sebbene quest’ultimo sia un termine ora utilizzato in senso più specifico per indicare una “biologia basata su una chimica diversa”, indipendentemente se di origine terrestre od extraterrestre. Poiché processi vitali basati su biochimiche alternative sono stati creati in laboratorio, la xenobiologia è considerata attualmente una materia a pieno diritto.

Nella fantascienza il concetto di biologia extraterrestre è ovviamente molto più ampio, e chi, come me, ha seguito varie serie tv come Star Trek si è reso conto che hanno quasi tutti una forma antropomorfa, anche se sono state immaginate forme di vita non umanoidi o persino decisamente esotiche, come nuvole di gas o forme di vita basate sulla chimica del silicio anziché del carbonio.

Ovviamente, sia per questioni pratiche che di budget, nei primi film o telefilm di fantascienza gli alieni venivano interpretati da umani con applicazione di qualche trucco: così il signor Spock, vulcaniano, era niente di più che un umano con le orecchie a punta e il tenente Worf, klingon, era un umano con la cresta ossea. In effetti l’universo degli extraterrestri di Star Trek sembra soffrire di qualche forma di macrocefalia!

La fantascienza più tradizionale tende ovviamente a dare per scontate alcune condizioni improbabili a ripetersi quando raffigura esseri extraterrestri senzienti: la simmetria bilaterale, la presenza di occhi, orecchie, bocca ed altri organi concentrati in una testa, le dimensioni contenute in un range umano (o comunque raramente sotto i 50 cm e sopra i 2,5 m), la presenza di 5 sensi (ed in particolare della vista), la presenza di quattro arti, la respirazione aerobica (e specificatamente in atmosfere dominate dall’ossigeno, mentre, per esempio, anche la stessa atmosfera terrestre negli ultimi 300 milioni di anni ha cambiato diverse volte la propria composizione chimica). Gli alieni più raffigurati nella fantascienza camminano, parlano, manipolano gli strumenti con delle mani, non vivono in acqua o nell’aria, guardano il mondo con gli occhi e sarebbero in grado di vedere leggere questa voce.

Ipotizzando scientificamente forme di vita, anche intelligenti, aliene, è necessario abbandonare tutti i preconcetti antropocentrici ed accettare creature differenti da noi in tutti i parametri. La convergenza è molto diffusa nell’evoluzione, ma difficilmente riproporrebbe tutte queste caratteristiche in un’altra creatura. Però, (un altro però…) c’è una teoria che ha a che fare proprio con noi che potrebbe ribaltare questo concetto. Si chiama panspermìa.

Dal greco πανσπερμία, da πᾶς/πᾶν, pas/pan, “tutto” e σπέρμα, sperma, “seme”, è una teoria che suggerisce che i semi della vita (in senso ovviamente figurato) siano sparsi per l’Universo, e che la vita sulla Terra sia iniziata con l’arrivo di detti semi e il loro sviluppo. È implicito quindi che ciò possa accadere anche su molti altri pianeti. Per estensione, semi si potrebbero considerare anche semplici molecole organiche.

Come ci viene mostrato in opere come “Contact” di Carl Sagan, se anche incontrassimo una forma di vita intelligente, dovremmo tener conto di alcune difficoltà tra cui:

  • superare la notevole distanza interstellare per scambiare i messaggi (un messaggio impiegherebbe anni, se non secoli, prima di poter raggiungere anche le stelle più vicine, con i mezzi a noi noti: infatti, secondo la teoria della relatività di Einstein, nessun corpo può viaggiare alla velocità della luce, perché a quella velocità la materia viene interamente convertita in energia e lo spazio-tempo si contrae fino ad azzerarsi; e siccome potrebbe essere possibile che non esistano forme di vita intelligente nel raggio di qualche decina di anni luce dalla Terra, un contatto fisico tra due civiltà aliene, alla luce delle conoscenze attuali, appare quantomeno improbabile, se non addirittura impossibile;
  • stabilire se gli alieni siano abbastanza evoluti da poter comunicare con noi (e viceversa), infatti, proprio per il punto precedente, noi potremmo ricevere oggi il messaggio di una civiltà che nel frattempo si è estinta;
  • trovare un linguaggio comune per poterci comprendere.

È proprio su questo ultimo punto è basata la trama di “Arrival”, film del 2016. Diretto da Denis Villeneuve e sceneggiato da Eric Heisserer, Arrival racconta di come in seguito a una pacifica invasione aliena l’esperta linguista Louise Banks sia chiamata a relazionarsi con loro. Quando alcuni oggetti misteriosi (monoliti neri, citazione di “2001, Odissea nello Spazio”) provenienti dallo spazio atterrano sul nostro pianeta, per le susseguenti investigazioni viene formata una squadra di élite, capitanata da Louise. Mentre l’umanità vacilla sull’orlo di una guerra globale, Banks e il suo gruppo affrontano una corsa contro il tempo in cerca di risposte. Per trovarle, Louise farà una scelta che metterà a repentaglio la sua vita e, forse, anche quella del resto della razza umana. “Arrival” è un thriller di fantascienza, che si ispira al breve racconto “Storia della tua vita” di Ted Chiang. Il racconto contiene diverse sfaccettature che pongono domande sull’esistenza umana: cosa accadrebbe qualora si sapesse in che modo si sta per morire e quando? Quale sarebbe il rapporto di ognuno con la vita, l’amore, la famiglia, gli amici e il resto della società?

Per gusto personale, uno dei più bei film che abbia mai visto. E non solo di fantascienza.

Uno dei temi classici della fantascienza, come avevo accennato in precedenza, è quello degli “esploratori dello spazio”, con terrestri che, vagando per le immense distese stellari, incontrano ogni sorta di mondi. Ovviamente, questo tema e quello delle guerre galattiche sono i due temi più affascinanti, perché non fanno che ricalcare quello che è stata la storia dell’uomo sulla Terra. Abbiamo esplorato, conquistato, combattuto, imperi sono nati e crollati. Perché non dovrebbe essere lo stesso nello spazio?

Le implicazioni anche in questo caso sono molteplici. Intanto, per poter conquistare un mondo, deve essere per me vantaggioso farlo. Ma se non ci posso mettere neanche piede, cosa lo conquisto a fare? Infatti, per quello che dicevo prima, un pianeta dove esiste la vita, non è necessariamente abitabile. Supponiamo che abbia una gravità differente, o che sia troppo caldo, o freddo, o che la sua atmosfera sia per noi tossica. Avrebbe senso combattere per quello?

Non è un discorso così scontato.

Gli esseri umani possono vivere solo sulla Terra, e neanche tutta. Il 70,8% del nostro pianeta è ricoperto di acqua. Una piccola parte del resto è inabitabile perché o troppo caldo (deserti, ad esempio) o troppo freddo (cima delle montagne e Antartide). In pratica, i circa 7.507.435.886 abitanti della Terra popolano solo un quarto della stessa.

Nel mondo della fantascienza, man mano che si progrediva con le informazioni, si cambiava il modo di immaginare i luoghi dove far svolgere le avventure. Prima Marte, poi Venere e piano piano tutti i pianeti del sistema Solare sono stati abbandonati dagli scrittori. Questi però non si sono arresi e hanno iniziato a immaginare mondi nuovi. Che non è però un espediente puramente fantascientifico.

Il bosco dei cento acri di Winnie the Pooh, Narnia, El Dorado, L’isola che non c’è, Il paese delle meraviglie di Alice, Camelot, Atlantide, Brigadoon, Oz e La terra di mezzo di Tolkien sono solo l’esempio di come l’espediente di creare mondi diversi dalla Terra funzioni, soprattutto per slegare la trama e i personaggi dal nostro tempo-spazio.

Ma anche il pianeta Arrakis del romanzo “Dune”, le ambientazioni di Star Wars, Pandora, il mondo di Avatar, il Mondo Anello de “I burattinai” (Ringworld) di Larry Niven, le sfere di Dyson di Freeman Dyson o Globus Cassus di Christian Waldvogel, hanno spinto l’immaginazione su mille fronti differenti.

Un altro argomento, come dicevo, molto sfruttato dalla fantascienza sono i viaggi nel tempo.

In un certo senso ogni uomo, donna e bambino sulla terra viaggia nel tempo. Che ci piaccia o no veniamo tutti inesorabilmente spinti in avanti, nel tragitto che ci porta dalla nascita alla morte e non si torna indietro né si può vedere il futuro.

Anche quando fosse possibile viaggiare nel tempo, un particolare al quale nessuno pensa è che secondo la Teoria della Relatività di Einstein, se viaggi nel tempo, viaggi anche nello spazio, in quanto entrambi sono collegati uno all’altro. Ma quello si potrebbe aggirare ritornando nello stesso istante in cui si è partiti (adesso comincia il mal di testa…) con una precisione assoluta, però, altrimenti si rischierebbe di non trovare più nello stesso posto la macchina del tempo.

E non sto parlando di problemi banali!

Escludendo la velocità di rotazione sul proprio asse, la Terra impiega 365 giorni, 5 ore, 48 minuti e 46 secondi per girare intorno al Sole, quindi per percorrere circa 938.900.000 Km; avremo così una velocità media di 106.000 km/h, più o meno.

A questa velocità giriamo intorno al Sole. Ma il nostro pianeta gira anche intorno al centro della nostra galassia insieme a tutto il Sistema Solare. In questo senso raggiunge la velocità di circa 792.000 km/h. Il nostro pianeta, insieme al Sistema Solare a alla Via Lattea, si muove anche all’interno dell’Universo. E con quale velocità? Tenetevi forte…: 3.600.000 km/h, cioè un milione di metri al secondo!

Così la Terra gira intorno al Sole, il Sole gira intorno al centro della Via Lattea, quest’ultima si muove in una determinata direzione… sbagliando il tempo di rientro si sbaglierebbe anche il luogo! Questo problema viene bellamente ignorato in tutti i film o i racconti di fantascienza, ma chi volesse avventurarsi nella costruzione di una macchina del tempo ne dovrà tenere per forza conto.

Così ritorno alla domanda del mio amico, che mi chiedeva di “alieni, linguaggi, mondi e viaggi nel tempo”.

Ovvio che il mio pensiero non si discosta da quello che è già noto: che gli alieni probabilmente esistono, che usano linguaggi diversi dal nostro, che vivono in mondi diversi dal nostro e che, fino ad ora, non li abbiamo ancora incontrati.

4 pensieri su “Fantascienza parte seconda

  1. landlab ha detto:

    prendendo spunto dalla storia: e se sia vantaggioso conquistare un mondo e combattere per conquistarlo – nonostante non ci si possa mettere piede – al solo fine di depredare o di far pagare un tributo di risorse e/o earthling? Non è un discorso così scontato, e in cui le incognite linguaggio e viaggi nel tempo/spazio rimangono fondamentali

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  2. Francesco, tu sai esprimere con le parole quanto io non riuscirei mai a dire, pur avendo (almeno in questo caso) le tue stesse idee riguardo la vita nell’Universo.
    Per questo mi fanno sorridere coloro che credono realmente all’esistenza degli UFO, tipo per esempio il mio collega (che in generale crede un po’ a tutto, oroscopo incluso).
    Magari gli ‘alieni’ sono solo dei batteri, o forme di vita che si esprimono emettendo calore oppure onde elettromagnetiche. Chi lo sa?

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