Fantascienza parte terza

Così meco ragiono: e della stanza

smisurata e superba,

e dell’innumerabile famiglia;

poi di tanto adoprar, di tanti moti

d’ogni celeste, ogni terrena cosa,

girando senza posa,

per tornar sempre là donde son mosse;

uso alcuno, alcun frutto

indovinar non so.

Canto notturno di un pastore errante dell’Asia – Giacomo Leopardi – vv. 90-98

Stanza smisurata e superba, così Leopardi chiama l’Universo. Così pensava, ragionando fra sé e sé, nel chiedersi del perché di tanto affanno, non comprendendo lo scopo e il senso sia della vita dell’universo, sia degli innumerevoli esseri che vi abitano, affidando la risposta alla Luna.

In effetti anche lui parla di alieni e altri mondi, quindi la poesia “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” è una poesia di fantascienza!

Diciamo che non basta così poco per entrare nella definizione di fantascienza, anche perché lo sarebbe anche la canzone “Segnali di vita” di Franco Battiato (cito a memoria: “Segnali di vita nei cortili e nelle case all’imbrunire, le luci fanno ricordare le meccaniche celesti”).

Vero però che, tra la fantascienza che ce lo fa immaginare, e la scienza che ce lo fa toccare con mano, tutto quello che ci circonda in qualche modo è collegato agli argomenti di questo trittico di cui questa è la conclusione. Nei due precedenti ho parlato dei fatti, in questo vorrei arrivare a parlare di fantasia. Cos’altro è la fantascienza, se non fantasia più scienza?

Ora, torniamo alle nostre ipotesi sull’esistenza di vita aliena. Alla fine di questo mini viaggio ci renderemo conto di come i fattori in ballo siano così tanti da poter scrivere e riempire interi libri (cosa che in realtà viene già fatta). Ad esempio, perché, se è molto probabile che la vita aliena esista, ancora non c’è stato il “Primo Contatto”?

Intanto ci deve essere una specie di contemporaneità, non affatto semplice anche solo ad essere teorizzata. Gli “alieni” devono sviluppare una civiltà tecnologica nello stesso tempo in cui la sviluppiamo noi, anche perché sappiamo bene quando la nostra civiltà è iniziata, ma non sappiamo quando potrebbe finire.

Come già ho detto, le distanze in gioco sono eccezionali e quindi “quelli” si devono sbrigare a raggiungere il nostro livello tecnologico. O il contrario: potrebbero aver raggiunto il nostro livello tecnologico millenni fa, tempo in cui ancora noi non eravamo in grado di comunicare  con l’esterno.

In questi ragionamenti è nascosto un interrogativo terribile: quanto può durare la nostra tecnologia e quanto potremo durare noi? Per calcolare la probabilità di un vero incontro, anche solo via onde radio, questa valutazione è fondamentale, ma fa girare la testa solo a pensarla, una cosa del genere. È possibile immaginare la nostra fine? Possiamo immaginare un mondo senza uomini?

All’interno delle “Operette morali”, ancora di Leopardi, nel brano “Dialogo di un folletto e di uno gnomo” l’autore sviluppa una polemica antiantropocentrica, che mette in scena la scomparsa del genere umano, derubricandolo però a fatto di trascurabile importanza. Il Folletto e lo Gnomo, finalmente liberi dalle angherie degli uomini, possono liberamente irriderne le presuntuose convinzioni antropocentriche.

Quella specie che si era autoproclamata migliore e più potente delle altre è ora silenziosamente svanita nel nulla, rivelandosi non solo indegna di commiserazione, ma addirittura oggetto di beffe e scherno sarcastico. Entrambi concordano sul fatto che l’uomo non sia il centro dell’universo e che «la terra non sente che le manchi nulla», così la natura perpetua il suo ciclo inesorabilmente: «i fiumi non sono stanchi di correre», dice il Folletto e «i pianeti non mancano di nascere e di tramontare», prosegue lo Gnomo.

E poi, come ho già detto altre volte, noi possiamo supporre che gli “alieni” esistano: non lo sappiamo per certo.

A favore abbiamo l’alto numero di stelle presenti nell’Universo. Infatti ce ne sono così tante, e così tante hanno pianeti nei pressi, che, come diceva Asimov, se non ci fosse altra vita oltre quella umana sarebbe un gran spreco di spazio. Di contro, la vita biologica come noi la conosciamo ha una bassissima probabilità di verificarsi.

E se una civiltà aliena esistesse, giungerebbe alle nostre stesse conclusioni?

Abbiamo parlato di Trappist-1, la stella intorno alla quale girano più pianeti in grado di ospitare la vita (ne ho parlato in “Alieno per mancipium”). Lì è molto difficile che ci sia vita biologica, in quanto quella stella ha 500 milioni di anni ed è dunque troppo giovane, in base alla nostra esperienza, perché sui suoi pianeti si sia potuta sviluppare una qualche forma di vita intelligente: da noi ci sono voluti miliardi di anni perché comparisse l’Homo sapiens.

Altrove nell’Universo può essere successo. L’Universo ha circa tredici miliardi di anni mentre il sole solo cinque, quindi può darsi che ci siano posti dove si sia sviluppata una civiltà ancora prima che la Terra nascesse.

In realtà il problema è anche un altro.

Noi ci troviamo in un angolo di cosmo relativamente tranquillo e abbiamo sviluppato una scienza che lo descrive abbastanza bene, ma fatichiamo a comprendere fenomeni più esotici. Supponiamo invece che una civiltà si sia sviluppata in prossimità di due buchi neri che ruotano uno intorno all’altro increspando lo spazio-tempo: per loro le onde gravitazionali sarebbero all’ordine del giorno, mentre noi che abitiamo una regione in cui lo spazio-tempo è praticamente rigido abbiamo fatto una grande fatica per rivelarle.

Noi cerchiamo di adattare le nostre strutture cerebrali a un modello che confrontiamo con gli esperimenti e via via lo adattiamo. La cosa è molto complicata: per spiegarci l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande abbiamo dovuto ricorrere alla meccanica quantistica e alla relatività generale che sono cose che fatichiamo a capire, perché più si va a descrivere il mondo in dettaglio e più le nostre strutture mentali, che si sono sviluppate per farci muovere e sopravvivere come animali su questo pianeta, soffrono. Le leggi della fisica, poi, rispondono a una nostra esigenza di simmetria, ma io mi sono sempre chiesto: se non fossimo stati simmetrici come esseri viventi (i due lobi del cervello, il nostro volto) avremmo concepito leggi di questo tipo?

Ovviamente per concepire queste idee bisogna avere molta fantasia ed io sinceramente non ne ho molta (ve lo assicuro, sono più portato per il concreto).

Ad esempio, se volessimo immaginare un mondo alieno, come potremmo realizzarlo almeno graficamente?

Intanto bisogna avere una preparazione abbastanza completa in molte materie, per comprendere come ad esempio si svilupperebbe la fotosintesi sul sistema di Kepler 452b (vedi “Aes alienum”). Le foglie che noi vediamo verdi qui sulla Terra, su Kepler 186f (pianeta abitabile, in teoria, del sistema) grazie all’intensa radiazione infrarossa della stella madre sarebbero giallastre. E così via.

Un aiuto, oltre la fantasia di progetti come la “Sfera di Dyson” e il “Globus Cassus”, può arrivare dai videogiochi.

“No man sky”, in italiano letteralmente “Il cielo di nessuno”, è un videogioco di azione e sopravvivenza a scenario fantascientifico, in cui i giocatori possono esplorare un intero open-universe generato in programmazione procedurale (quindi con infinite subroutine), comprendente quasi 18 miliardi e mezzo di pianeti, ciascuno con propria flora e fauna.

Oppure ci possiamo affidare ancora una volta agli autori di fantascienza. Essi sono stati in grado di immaginare un’infinità di pianeti, ognuno con la propria atmosfera, stella, rotazione, tutte cose che influiscono sullo sviluppo fisico e mentale degli abitanti dei pianeti.

Come in Andoria, pianeta della saga di Star Trek. Pianeta molto freddo, ospita gli andoriani, membri fondatori della Federazione Unita dei Pianeti. Gli Andoriani si distinguono per il pigmento bluastro della loro pelle derivato dal colore blu del loro sangue, per i capelli albini e per la coppia di antenne, che agisce da organo sensoriale. Se una delle antenne viene tranciata, un Andoriano tende a perdere l’equilibrio, anche se in qualche giorno il corpo riesce ad adattarsi; un’antenna recisa ricresce naturalmente in nove mesi.

Vivere in un mondo in cui la temperatura è così bassa, porta il metabolismo ad essere diverso, tanto che portati in temperature “normali”, tendono a resistervi molto poco (per cui diventano irascibili e hanno il phaser settato su “danno massimo”…).

Questo per dire che per immaginare un mondo diverso bisogna avere un’infarinatura di molte discipline, biologia, ad esempio, fisica, chimica, ma anche psicologia o materie meno scontate.

Un mondo che ad esempio volge sempre lo stesso lato alla propria stella, avrà credenze diverse rispetto al nostro. E quelle credenze faranno sviluppare diverse religioni e diversi modi di vivere. Così come gli egiziani svilupparono una religione che adorava il sole, gli alieni che vivessero in un sistema binario avrebbero due dèi maggiori, per esempio.

Quindi, caro Gianluca, non è facile immaginare come potrebbe essere la vita su un altro pianeta. Né è facile capire come potrebbero essere questi alieni e che sistema di comunicazione potrebbero usare. L’unico modo per saperlo sarebbe incontrarli, ma, per quanto ne sappiamo, ancora non è successo… Organizziamoci!

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