Furia e arena

L’uomo, nell’arco della sua esistenza, ha sostanzialmente modificato tutto l’ambiente circostante (in modo irreparabile, potrebbe pensare qualcuno, ma non è così). Consideriamo le foreste.

Una volta, agli albori della storia, l’Europa era coperta di un’immensa foresta primigenia, dove le sparse radure dovevano sembrare delle isolette in un oceano di verde.

Fino al primo secolo Avanti Cristo, la selva Ercinia si estendeva dal Reno verso oriente per un’immensa e sconosciuta distanza; alcuni Germani, interrogati da Cesare, avevano viaggiato per due mesi attraverso di essa senza trovarne la fine. Quattro secoli più tardi fu visitata dall’imperatore Giuliano, e la solitudine, l’oscurità e il silenzio della foresta, sembra facessero una profonda impressione sul suo sensibile temperamento; egli dichiarò che non conosceva nulla di simile in tutto l’Impero romano.

In Inghilterra le selve del Kent, del Surrey e del Sussex sono i resti della grande foresta di Anderida che ricopriva tutto il sud-est dell’isola. A ovest sembra che si estendesse fino ad unirsi con un’altra foresta che andava dall’Hampshire al Devon. Nel regno di Enrico II i cittadini di Londra andavano ancora a caccia al toro selvatico e al cinghiale nella selva di Hampstead. Sin sotto gli ultimi Plantageneti, le foreste regali ammontavano a sessantotto. Nella foresta di Arden si diceva che fino ai tempi moderni uno scoiattolo potesse andare da un albero all’altro per tutta la lunghezza del Warwickshire.

Fino al secolo IV a.c., Roma era divisa dall’Etruria centrale dalla temuta foresta del Cimino che Livio paragonava alle selve della Germania.

Oltre a edificare intere città distruggendo quelle immense foreste, l’umanità ha fatto anche cose buone. E non parlo delle meraviglie architettoniche come le Piramidi o il Taj Mahal.

Ad esempio, il tasso di mortalità nei paesi industrializzati è sceso drasticamente nel secolo scorso: se nell’era pre-industriale si viveva in media 30 anni, oggi, un uomo che vive in Giappone ha una speranza di vita di 72. E soprattutto la mortalità è diminuita di 200 volte fra i 10 e i 20 anni, che è davvero molto. E questo grazie all’aumentata accessibilità alle cure mediche, che una volta erano veramente per pochi e allo stile di vita tutto sommato agiato che conduciamo.

L’uomo ha inventato anche l’arte. L’arte, per come noi la intendiamo, è abbastanza recente. Più o meno nel periodo denominato “Illuminismo”, si sciolse il vincolo che c’era stato fino ad allora tra arte e artigianato.

Tanto è vero che l’etimologia della parola arte deriva dalla radice ar- che in sanscrito significava “andare verso”, e, in senso traslato, “adattare”, “fare”, “produrre”. Questa radice la si ritrova nel latino ars, artis. Originariamente, quindi la parola arte aveva un’accezione pratica nel senso di abilità in un’attività produttiva, la capacità di fare armonicamente, in maniera adatta.

La tendenza a considerare opere d’arte le tragedie di Sofocle, le cantate di Bach o i dipinti di Leonardo induce a trascurare dati importanti quali il valore politico delle rappresentazioni teatrali nell’antica Grecia, la funzione religiosa e sociale della musica, il ruolo della committenza e dei collaboratori nella pittura rinascimentale. Non si tratta di ridimensionare la qualità del lavoro degli artisti, ma di interpretare correttamente i documenti del passato: se l’apprezzamento delle loro opere si basa oggi su criteri come indipendenza e originalità, ciò non significa che fu sempre così.

Guardare i dipinti del Rinascimento isolati, oppure leggere i componimenti di Shakespeare nelle antologie o ascoltare le Passioni di Bach in un auditorium per concerti sono azioni che rinforzano l’impressione fasulla secondo la quale, nel passato, la gente condivideva il nostro concetto di arte come regno delle opere autonome destinate alla contemplazione estetica.

Ovviamente quella concezione di arte si è evoluta attestandosi sempre più su posizioni di ricerca e di sperimentazione formale, mentre l’arte pura “assimilava” una serie incredibile di fenomeni, dalla fotografia al cinema al jazz.

Anche lo sport, in alcuni suoi gesti, è assimilabile all’arte.

A chi non è mai capitato di rimanere a bocca aperta davanti a certe performance sportive, come il passante lungolinea di Ivan Lendl o la falcata impressionante di Carl Lewis?

La storia dell’attività fisica comincia praticamente con quella del genere umano. Fin dalla comparsa delle prime civiltà le attività ginniche e sportive hanno sempre avuto un ruolo in primo piano. Solo in epoca moderna lo sport ha assunto valenza culturale e sociale ancora maggiore. Lo sport è diventato fenomeno di massa con rilevanti conseguenze in campo economico, sociale ed educativo, mentre in età preistorica l’attività fisica era strettamente legata alla sopravvivenza e gli uomini dovevano essere scattanti, efficienti, pronti ed atletici. Anche le danze rituali contribuivano a mantenere in allenamento ed in esercizio il corpo.

E assieme allo sport, come dicevo fenomeno di massa, è aumentata la risonanza di certi gesti, soprattutto quelli esecrabili. Mi riferisco alla violenza che fa da contorno a certi eventi sportivi.

Cosa induce un individuo a comportarsi con violenza nella cornice di un evento sportivo? Già nell’antichità, durante i giochi dei gladiatori, si verificavano gravi scontri e aggressioni; per molti versi, quindi, la violenza negli stadi di oggi rappresenta qualcosa di simile a ciò che accadeva in passato.

È come se la razionalità venisse soppiantata dalle emozioni che prendono l’avvento al di là del controllo del soggetto. La violenza tra tifoserie ricorda tristemente la guerra: combattere nel nome di valori, norme e ragioni. Ma perché un uomo dovrebbe prendersi ”così a cuore” una causa sportiva quasi si trattasse di vivere o morire per la patria?

Perché entrambe le situazioni fanno leva sul sentimento di identità, cioè sul bisogno di identificarsi ed esprimersi seguendo certi valori. Tutti noi abbiamo bisogno di costruire una nostra identità a partire dal contesto in cui ci troviamo. C’è chi emerge e diventa un leader, un punto di riferimento della folla, e chi segue il leader. E, nonostante l’essere umano possa contare su di una razionalità di gran lunga più sviluppata se paragonata a quella degli altri mammiferi, la ricerca di emozioni rappresenta il sale della vita.

C’è chi allora da una parte vive con equilibrio la vita, ricercando forme espressive basate sul rispetto altrui, e chi tende a vivere sfogando la propria aggressività in un certo ambito piuttosto che in un altro.

Come è possibile allora costruire una società più sana ed emotivamente equilibrata? Attraverso l’educazione alla compassione, al rispetto, all’altruismo e alla gestione della propria emotività. A volte però, quello che accade, succede proprio per colpa di chi queste cose dovrebbe controllarle. Torniamo indietro di qualche anno.

Liverpool-Nottingham Forest, il 15 aprile 1989, si giocava in campo neutro. Il Liverpool e il Nottingham erano due delle squadre inglesi più forti, in quel periodo: l’anno prima erano rispettivamente arrivate prima e terza, e nella stagione in corso Liverpool era secondo appena dietro all’Arsenal (che quell’anno vinse il campionato per la prima volta in 28 anni, battendo proprio il Liverpool per 2-0 all’ultima giornata). All’epoca il Nottingham, che è stato fondato nel 1865 ed è una delle squadre di calcio più antiche del mondo, non vinceva la FA Cup da quarant’anni esatti (né l’avrebbe più vinta: da molti anni gioca in Premiership, la Serie B inglese, senza grandi ambizioni).

Come per tutte le partite importanti, allo stadio erano previste molte migliaia di tifosi, dell’una e dell’altra squadra. Verso le due e mezza del pomeriggio, circa mezz’ora prima dell’inizio della partita, migliaia di tifosi del Liverpool stavano ancora aspettando di entrare allo stadio nei due settori della curva a loro riservati, il numero 3 e il numero 4. Ai due settori, che più tardi si scoprì potevano contenere solo 1600 persone, si accedeva tramite alcuni tornelli.

Attorno alle tre meno un quarto la curva era stata riempita per intero, ma la maggior parte dei tifosi del Liverpool era rimasta fuori dallo stadio. Alle 14.52, visto che la situazione non si sbloccava, la polizia decise di aprire un cancello che di solito serviva a fare uscire i tifosi dallo stadio, il cosiddetto “Gate C”: secondo le testimonianze, moltissimi tifosi – senza che nessuno gli controllasse il biglietto – si riversarono nel tunnel che dal Gate C portava ai settori 3 e 4 e schiacciarono le persone che avevano già preso posto in piedi, spingendole verso il basso e contro la recinzione che separava gli spalti dal campo.

In pochi minuti, un totale di circa 3000 persone occupò i settori 3 e 4. In molti provarono quindi a scavalcare le recinzioni laterali, che confinavano con i settori 1 e 5, oppure a entrare direttamente in campo scavalcando la recinzione nella parte più bassa dei due settori.

A un certo punto crollò una transenna che separava la parte superiore dalla parte inferiore di un settore: molta gente precipitò addosso a quelli che stavano sotto. A circa sei minuti dall’inizio della partita, alle 15:06, un poliziotto entrò in campo e ordinò all’arbitro di sospendere la partita, mentre moltissimi tentavano ancora di scappare dai due settori arrampicandosi sulle recinzioni. I tifosi si accorsero che molti di loro erano feriti e improvvisarono delle barelle staccando alcuni cartelloni pubblicitari. Nonostante ci fossero molte ambulanze sul posto i soccorsi tardarono ad arrivare: troppa gente occupava il loro tragitto. Quel pomeriggio morirono schiacciate e soffocate 95 persone, un’altra nel 1993 dopo anni di coma; centinaia di persone rimasero invece ferite.

Per la cronaca sportiva, la partita fu ripetuta il 7 maggio all’Old Trafford di Manchester: vinse per 3-1 il Liverpool, che quindici giorni dopo si aggiudicò la FA Cup, battendo i cugini dell’Everton nella finale di Wembley.

Subito dopo la strage, la Camera dei lord affidò a lord Peter Taylor il compito di indagare sulle cause dell’accaduto, che redasse un rapporto, detto appunto “Taylor report”. In quel documento, oltre a stabilire con precisione le cause della tragedia, si intendeva ridisegnare le norme di sicurezza negli stadi inglesi.

Nell’agosto 1989 fu pubblicato un primo rapporto interim, cui fece seguito quello definitivo, pubblicato nel gennaio 1990.

Tra le riforme più importanti introdotte dal rapporto vi è l’obbligo per tutti gli stadi di prevedere soli posti a sedere da riservare a tutti gli spettatori muniti di biglietto. La Football League inglese e la Football League scozzese imposero l’obbligo per tutti i club di prima e seconda divisione di dotarsi di impianti con soli posti a sedere.

Alcuni club avevano iniziato a modernizzare i propri stadi ancor prima dell’introduzione della regola. Il St. Johnstone, per esempio, aveva dato il via alla costruzione del McDiarmid Park, che aprì i battenti in tempo per la stagione 1989-90.

Fino ad allora gli spettatori erano costretti a stazionare in piedi e in spazi ristretti. In realtà Il rapporto Taylor non affermava che i posti in piedi fossero intrinsecamente un fattore di rischio, ma il governo stabilì che da quel momento in poi gli stadi a norma sarebbero stati quelli aventi unicamente posti a sedere. L’associazione Stand Up Sit Down conduce, a tal proposito, una campagna per giungere ad un compromesso, concedendo ad alcuni tifosi la possibilità di stare in piedi, anche in una zona con posti a sedere.

Tuttavia il processo che seguì non contribuì a far piena luce sui fatti e soprattutto sulle responsabilità dell’accaduto, anche se fu chiaro che le cause del disastro andavano ricercate soprattutto nella disorganizzazione e nella leggerezza con cui la polizia aveva proceduto ad aprire il Gate C.

In questo contesto di poca chiarezza, per più di vent’anni i sostenitori del Liverpool presenti quel giorno all’Hillsborough Stadium (sia i morti che i sopravvissuti) furono ingiustamente considerati come i responsabili della strage; versione dei fatti immediatamente cavalcata dalla stampa tabloid britannica – il Sun su tutti – che dopo la tragedia titolò in prima pagina perfino di presunti atti di depredazione dei tifosi degli Scousers (l’accento scouse è fortemente distintivo e suona completamente diverso da quello delle vicine regioni del Cheshire e del Lancashire. Gli abitanti di Liverpool sono detti in inglese Liverpudlians ma spesso nel linguaggio colloquiale sono definiti Scousers), nei confronti dei cadaveri all’interno dell’impianto. Il giorno dell’uscita di quel numero del Sun i tifosi del Liverpool indirono un boicottaggio che dura ancora oggi.

Solo nel settembre del 2012 – a seguito di una nuova inchiesta dell’Hillsborough Independent Panel, commissione presieduta dal vescovo di Liverpool – il governo inglese, per voce del premier David Cameron, ha ufficialmente riconosciuto le colpe della polizia di South Yorkshire e scagionato definitivamente la tifoseria dei Reds («non sono stati la causa del disastro»), chiedendo pubblicamente scusa ai parenti delle vittime per la «doppia ingiustizia: l’incapacità di proteggere le vite dei loro cari e l’imperdonabile attesa per arrivare alla verità». L’inchiesta del Panel ha svelato che – a differenza delle versioni ufficiali precedentemente date alla stampa – alle 15:15 di quel pomeriggio, 59 delle 96 vittime erano ancora in vita, e 41 di esse avrebbero potuto essere salvate se fossero stati prestati loro soccorsi tempestivi.

Dal nuovo lavoro d’indagine è inoltre emerso che la polizia di South Yorkshire avrebbe “indirizzato” i media britannici verso una versione dei fatti diversa da quanto realmente accaduto, modificando sostanzialmente a loro favore anche 164 testimonianze di chi era presente allo stadio, con l’intento di assolvere poliziotti e soccorritori dalle loro colpe e manchevolezze. In definitiva, la polizia di South Yorkshire mentì, e la tragedia venne strumentalizzata per orientare favorevolmente l’opinione pubblica britannica verso una stretta repressiva nei confronti degli hooligan, portata avanti dal governo dell’allora primo ministro Margaret Thatcher e avallata dalle conclusioni del rapporto Taylor. A seguito di questi nuovi fatti, nel dicembre dello stesso anno il presidente dell’Alta Corte di Giustizia d’Inghilterra e Galles ha annullato il verdetto della precedente inchiesta del 1989, disponendo una nuova indagine sulla strage.

I tifosi dei Reds ricordano annualmente i 96 morti, con una commemorazione molto toccante che ha luogo ogni 15 aprile nella curva Kop dello stadio di Anfield. Qui l’orologio è sempre fermo alle 15:06, ora del fischio di sospensione di quella tragica partita.

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