L’amor che move il sole e l’altre stelle

All’inizio della mia avventura di “blogger”, scrissi della differenza tra astronomia e astrologia (in Astronomia e astrologia), parlandone ovviamente in termini moderni. Ma un tempo le cose non stavano proprio così come ora. In più, frequentando il liceo classico ed appassionandomi all’astronomia ho creato un connubio pericoloso. Infatti, ricordo che già nello studio della Divina Commedia trovai moltissimi riferimenti astronomici, o meglio astrologici, secondo l’uso corrente al tempo di Dante.

Non tutti gli studiosi del “Sommo Poeta” sono d’accordo sul fatto che i riferimenti siano trattati in modo rigoroso; Dante scriveva in volgare, quindi il suo poema era perlopiù destinato alla generalità dei lettori di media cultura, quindi non era necessario né rigore scientifico né precisione nelle descrizioni.

Queste affermazioni possono risultare sorprendenti data l’opinione comune, diffusa da sempre dagli intenditori, di proclamare Dante perfetto scienziato o, come dice Boccaccio nella “Vita”, “iniscienza solennissimo uomo”. Si è spesso infatti ritenuto che Dante fosse astronomo, astrologo, filosofo, teologo e sommo specialista di tutte e sette le arti del trivio e del quadrivio.

Con questa espressione si intendeva il “curriculum” di studi seguito dai chierici prima di accedere agli studi universitari, quindi quelle attività in cui era necessario un lavoro prettamente intellettuale, a fronte delle “arti meccaniche”, che richiedevano uno sforzo fisico.

Le arti cosiddette “liberali” erano:

  1. Arti del Trivio (artes sermocinales):
  • grammatica
  • retorica
  • dialettica
  1. Arti del Quadrivio (artes reales):
  • aritmetica
  • geometria
  • astronomia
  • musica

Dante aveva approfondito le conoscenze astronomiche con l’opera di Alfragano (nella traduzione latina “Liber de Aggregationibus Scientiae Stellarum et Principiis Coelestium Motum” riassunto dell’Almagesto di Tolomeo). Il suo schema teorico fondamentale è quindi prettamente tolemaico, con la terra al centro dell’Universo intorno alla quale ruotano sole e luna e, mediante cicli ed epicicli, i cinque pianeti, due dei quali, Mercurio e Venere, fra la luna e il sole. Si hanno così le sette sfere tradizionali cui è sovrapposta l’ottava delle stelle fisse. Dante, corrette le idee di Aristotele e attribuita a Tolomeo l’introduzione del nono cielo, afferma nel Convivio che i cieli mobili sono nove.

Le posizioni dei pianeti indicate da Dante nella Commedia, l’importanza del numero nove a cui viene dato un fondamento astronomico, i molti riferimenti temporali, geografici e astrologici, sono pure finzioni poetiche oppure hanno un reale valore scientifico?

Si tratta di ipotesi matematiche oppure è precisa intenzione di Dante scandire il procedimento poetico secondo i gradi della cosmografia del suo tempo?

Per alcuni studiosi se Dante vuole essere scienziato o per lo meno divulgatore di scienza lo è forse nel “Convivio”, dove infatti fa esplicito riferimento all’opera di Tolomeo. Non si può definire tale invece nella Divina Commedia, opera dai fini trascendenti, nella quale egli si serve della scienza quasi come ornamento, poco più che un complemento.

Egli si permette  di andare oltre l’astronomia quando, pur conoscendo le teorie scientifiche, decide deliberatamente di trascurarle. Si veda ad esempio la precessione degli equinozi (secondo cui non è possibile che il viaggio di Dante avvenga sotto la costellazione dell’Ariete come durante la creazione del mondo avvenuta millenni prima) oppure quando il Poeta accenna a Venere che viene ritrovata alla mattina pur essendo un pianeta della sera.

“temp’era dal principio del mattino,

e ‘l sol montava ‘n su con quelle stelle

ch’ eran con lui quando l’amor divino

mosse di prima quelle cose belle;

si ch’a ben sperar m’ era cagione

di quella fera a la gaetta pelle

l’ora del tempo e la dolce stagione

(…) Inferno, canto I, vv.37-41

Questi versi dell’Inferno hanno fatto tanto discutere i commentatori di ogni epoca circa la data dell’inizio della visione, ma per gli autori dell’Enciclopedia Dantesca ciò che conta per Dante è l’aspetto simbolico e astrologico. Contano cioè gli elementi per trarre l’oroscopo bene augurale per l’impresa che il Poeta si accinge a compiere. Con questo riferimento sembra che egli voglia fissare idealmente, non in modo preciso, l’inizio del suo viaggio intorno all’equinozio di primavera. Il sole si levava dall’orizzonte nel segno dell’Ariete e che gli astri fossero favorevoli ce lo conferma l’autore con i versi già citati.

I versi del Purgatorio ci dicono che quando il Poeta arriva sulla spiaggetta dell’isola vede al mattino assieme ad altre quattro stelle il pianeta Venere:

Lo bel pianeta che d’ amar conforta

faceva tutto rider l’oriente,

velando i Pesci, ch’erano in sua scorta.

I’ mi volsi a man destra, e puosi mente

all’altro polo, e vidi quattro stelle

non viste mai fuor ch’alla prima gente.

Goder pareva il ciel di lor fiammelle:

oh settentrional vedovo sito,

poi che privato se’ di mirar quelle!

Purgatorio, canto I, vv.19-27

I commentatori sono concordi nel ritenere che Venere e le quattro stelle sono, per prima cosa, delle vere stelle che appaiono nel polo antartico ed indicano l’alba del quarto giorno in cui è stato intrapreso il viaggio (Venere unita ai Pesci precede la costellazione dell’Ariete e l’equinozio), ma molto probabilmente Dante ha voluto simboleggiare con esse le quattro virtù cardinali e dare quindi un valore allegorico.

Per quanto riguarda Venere, in base alle ricerche scientifiche era vespertina nella primavera del 1300, mentre era mattutina in quella del 1301. Questo contraddice in qualche modo la citazione di Dante.

Secondo gli autori dell’Enciclopedia Dantesca, l’astronomia nella Commedia assolve un importante compito strutturale e descrittivo, infatti definisce i tempi e i luoghi entro un sistema cosmografico ben determinato che agisce come elemento portante della costruzione poetica. Mentre il sistema aristotelico-tolemaico offre lo schema di riferimento per l’azione reale, numerose indicazioni astronomiche precisano nel tempo il succedersi degli episodi.

La posizione degli astri all’ inizio del viaggio, ricavata sicuramente da tavole astronomiche dell’epoca, le numerose indicazioni orarie, quelle utili alla determinazione delle longitudini, il rosseggiare di Marte, le macchie lunari, la lunghezza del cono d’ombra sulla terra ed altre immagini ancora che sono tutto un succedersi di fenomeni atmosferici, provano la preminenza dell’astronomia nella costruzione della Commedia.

Ecco alcuni esempi:

“Tutte le stelle già dell’altro polo

vedea la notte e ’l nostro tanto basso,

che non surgea fuor del marin suolo.

Cinque volte racceso e tante casso

lo lume era di sotto dalla luna,

poi che ‘ntratieravam nell’alto passo.

Inferno,canto XXVI vv.127-130

La nave di Ulisse, racconta l’eroe, piegò verso il lato sinistro della costa africana, sotto un cielo che, per la sfericità della terra andava man mano coprendosi delle stelle del polo australe, mentre quelle del polo boreale scomparivano pian piano dall’orizzonte; il nostro polo era tanto basso che non emergeva dalla superficie del mare.

Cinque volte si era accesa e cinque volte si era spenta la luce nella parte inferiore della luna (erano quindi trascorse 5 lunazioni, quasi 5 mesi) da quando avevano iniziato l’ardua impresa.

E ancora:

“Già era l’ sole all’orizzonte giunto

lo cui meridian cerchio coverchia

Jerusalem col suo più alto punto;

e la notte, che opposita a lui cerchia,

uscia di Gange fuor con le Bilance,

che le caggion di man quando soverchia;

si che le bianche e le vermiglie guance,

là dov’i’ era, della bella Aurora

per troppa etate diventavan rance.

(…)

Ed ecco qual, sul presso del mattino,

per li grossi vapor Marte rosseggia

giù nel ponente sovra l’ suol marino

Purgatorio, canto II, vv. 1-15

Per capire questi versi occorre tener presente che per Dante la terra abitata si estendeva tutta nell’emisfero boreale, per 180 gradi di longitudine, dalle sorgenti dell’Ebro alla foce del Gange. Ciò posto egli dice che nell’emisfero, il cui cerchio meridiano sovrasta col più alto punto Gerusalemme, il sole era giunto all’orizzonte dalla parte occidentale, stava cioè tramontando; mentre la notte, che gira intorno allaterra nell’emisfero opposto a quello del sole, spuntava dal Gange, si affacciava cioè all’orizzonte di Gerusalemme. In altre parole, in Spagna era mezzogiorno, nell’India mezzanotte, a Gerusalemme l’ora del tramonto e la notte usciva con la costellazione della Libra diametralmente opposta a quella dell’Ariete prima che l’equinozio d’autunno, quando la notte “soverchia”, supera la durata del giorno (non è più nella costellazione della Libra, le Bilance le cadono di mano).

L’Aurora già vermiglia cominciava, avvicinandosi il sole, a divenire “rancia”, giallo dorato.

Mentre dunque a Gerusalemme era il tramonto, nel Purgatorio si apprestava a sfiorire l’aurora e a sorgere il sole. I poeti erano sulla spiaggetta del Purgatorio pensierosi, ed ecco che, all’avvicinarsi del mattino, il pianeta Marte appare nel cielo, dalla parte occidentale, rosseggiante per i vapori densi entro cui è avvolto.

I richiami alla scienza astrologica sono, come si è già detto, molto numerosi e tali da fornire strutture essenziali all’ intelaiatura di tutto il poema, in particolar modo nel Paradiso. Ciononostante Dante da degli astronomi una valutazione negativa: per lui erano negromanti, maghi e streghe.

Il medioevo aveva accolto il sistema tolemaico dei nove cieli concentrici, ma vi aveva apportato alcune innovazioni in base alle proprie vedute religiose: aveva aggiunto l’Empireo e ad ognuno degli altri nove cieli aveva assegnato uno dei nove cori angelici.

Dante accetta questa integrazione e, per esempio, spiega la maggiore o minore velocità dei cieli con la maggiore eccellenza degli ordini angelici preposti al movimento. Va poi oltre e vede nei cieli e nei loro influssi una vera e propria “scala” per salire a Dio. Basta a tal fine che egli sappia interpretare e assecondare gli influssi che provengono dal cielo. Nel Paradiso la successione degli spiriti corrisponde proprio ad un analogo criterio, perché troviamo in ogni sfera spiriti nati sotto l’influenza di quel medesimo cielo e che a quell’influenza hanno saputo pienamente corrispondere.

In conclusione per alcuni studiosi appare evidente la libertà dei presupposti astronomici danteschi perciò essi parlano di relativismo scientifico di Dante e di indole non scientifica della Commedia.

Per gli autori della Enciclopedia Dantesca, anche se qualche volte i riferimenti astronomici non sono scientificamente precisi, l’astronomia è intenzionalmente un elemento portante e strutturale della Divina Commedia.

Questo perché erano vive nel sommo Poeta le esigenze di simbolismo, della fantasia e della poesia, che non sempre si accordano con le evidenze della scienza.

Nell’Inferno l’intervento dell’astronomia è limitato quasi esclusivamente a indicare i tempi mediante le posizioni o i movimenti delle stelle rispetto all’orizzonte di Gerusalemme. L’Inferno è anche caratterizzato dal buio e soprattutto dall’assenza del sole anche quando sono indicate ore di pieno giorno, in quanto manca in questo regno la luce divina. L’astro che viene citato, a volte, quasi a sostituire il sole è la Luna, presente nell’itinerario infernale ma che non si adatta a quello del Purgatorio.

“E già la luna è sotto i nostri piedi:

lo tempo è poco ormai che n’è concesso,”

Inferno, canto XXIX,v.10-12

Frequente poi è l’immagine delle stelle, nell’antichità associate al temine costellazioni, ma in Dante presenti spesso proprio come astri. Famosissimo il verso con cui si chiude la prima cantica:

“e quindi uscimmo a riveder le stelle”

Inferno, canto XXXIV v. 139

Inoltre ognuna delle tre cantiche termina con la parola “stelle” perché il Poeta vuole designare il fine ultimo verso cui è diretto il suo viaggio:

“Io ritornai dalla santissima onda

rifatto si come piante novelle rinnovellate di novella fronda.

Puro e disposto a salire alle stelle”

Purgatorio,canto XXXIII vv.142-145

E anche:

“l’amor che move il sole e l’altre stelle”

Paradiso, canto XXXIII v.145

Nel Purgatorio i passi di poesia astronomica non sono puro sfoggio scientifico e, se sono più difficili, è perché Dante vuole accrescere la solennità dell’ascesa al Paradiso e approfondirne il significato spirituale.

Le indicazioni astronomiche in questa cantica fanno riferimento soprattutto al sole che accompagna i poeti, i quali avanzando intorno al monte procedono nel senso del corso giornaliero del sole. Il sole, appena sorto, colpisce la fronte di Dante quando egli inizia la salita del Purgatorio; è alle sue spalle lungo il viaggio e quando raggiunge il paradiso terrestre; è folgorante all’inizio dell’ascesa al regno dei cieli. Il sole simboleggia l’amore divino che pervade ogni cosa e le anime dei beati.

Nel Paradiso, con l’ascesa di cielo in cielo, Dante ripercorre tutta la struttura del mondo aristotelico-tolemaico, per culminare nell’Empireo, cielo cristiano. All’interno del Purgatorio la trattazione astronomica e i valori eruditi e letterari appaiono in un certo equilibrio. Nel Paradiso l’equilibrio si rompe e la trattazione è sempre più difficile e complicata andando di pari passo ad uno stile impreziosito da latinismi e termini rari. Il tutto è finalizzato ad esprimere un’esperienza straordinaria e quindi sono richiesti mezzi altrettanto immaginari. In questo contesto le indicazioni astronomiche diventano inevitabilmente più affollate ma anche più complicate nel concetto e nella forma.

Nel Paradiso c’è, dunque, la volontà del poeta di scrivere in modo complicato e c’è una disposizione intellettuale a sottilizzare e a parlare per enigmi e per accuratezze, per indovinelli e giochi di parole e di concetti, simbolismi.

“Surge ai mortali per diverse foci

la lucerna del mondo, ma da quella

che quattro cerchi giunge con tre croci

con miglior corso e con migliore stella

esce congiunta, e la mondana cera

più a suo modo tempera e suggella.”

Paradiso, canto I, vv.40-45

Le terzine vogliono esprimere, con più sottigliezza, che il sole si trovava in congiunzione con la costellazione dell’Ariete e cioè era l’equinozio di primavera (concetto già espresso nell’Inferno). C’è in questi versi il gusto dell’indovinello prezioso “quattro cerchi giunge con tre croci” e c’è la determinazione astronomica. Dante vuole determinare l’ora in cui dalla cima del Paradiso terrestre sta per spiccare il volo verso il cielo.

Il sole, girando intorno alla terra, giunge ai mortali da diversi punti, ma la posizione migliore è quella in cui sorge nel punto dove quattro cerchi (l’equatore, l’orizzonte, l’eclittica e il coluro equinoziale) vengono a formare, intersecandosi, tre croci. Per evitare che si possa confondere con l’equinozio autunnale, Dante specifica che il sole sorge con la “migliore stella”, ossia la costellazione dell’Ariete.

La maggior parte dei commentatori antichi e moderni ritiene che i quattro cerchi e le tre croci siano allegoricamente le quattro virtù cardinale e le tre virtù teologali a significare che il sole spirituale, Dio, splende più vivo là dove si trovano congiunte le sette virtù teologali.

Un esempio della poesia del cielo è riscontrabile in questa terzina del paradiso, celebratissima:

“quale nei plenilunii sereni

trivia ride fra le ninfe eterne

che dipingon lo ciel per tutti seni.”

Paradiso, canto XXXIII,vv.25-27

L’astronomia è un elemento storicamente necessario nel poema. Essa non poteva mancare in una sintesi di tutti gli aspetti più caratteristici del medioevo qual è la Divina Commedia.

L’astronomia costituiva uno dei rami dello scibile medievale, una delle sette arti del trivio e del quadrivio, per di più era una scienza sacra, data la mescolanza caratteristica in quell’epoca di astronomia e astrologia. L’interesse morboso della gente per l’astrologia fece sì che venisse inquadrata dai teologi in una visione religiosa e conciliata con le esigenze morali. Si ammise che i corpi celesti influenzassero, ma non determinassero i casi umani e che avessero potere sulle inclinazioni ma non sulla volontà e sull’anima. Questa fu la dottrina di S. Tommaso alla quale aderì Dante. Gli influssi astrali poiché si esercitavano per mezzo delle Intelligenze angeliche proposte alle circolazioni dei singoli cieli, in ultima analisi risalivano a Dio, che mediante loro interveniva a plasmare la materia terrena.

“Colui che saper tutto trascende

Fece li cieli e dié lor chi conduce,

sì ch’ogni parte ad ogni parte splende”

(Inferno, canto VII, 73-75)

Così l’astrologia, scienza e realtà non magica ma provvidenzialmente divina, dava anche all’astronomia una luce superiore che la rendeva sacra. Essa non era dunque soltanto la scienza degli astri che poteva elevare l’animo alla contemplazione di grandezze e misure infinite, ma una disciplina morale. Questo perché la grande macchina dell’universo appariva mossa da Dio, di cui manifestava dovunque la presenza e l’impronta, per il bene e la salvezza dell’uomo.

Astronomia e astrologia si ricollegavano pertanto alla teologia e si poteva avere di esse un culto quasi religioso.

 

 

 

 

Fonti:
Sapegno, Commento alla Divina Commedia, Ricciardi ed.Milano
Edward Moore, “The astronomy of Dante “ in Studies III,Londra 1895,1-108
Buti, Bertagni, “ Commento astronomico alla Divina Commedia” Sansoni Firenze 1966

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