Personalità cirilliche

Leggevo qualche statistica e una mi ha colpito in particolare: il 47% delle coppie litiga il 14 febbraio. Sembrerebbe (non sono tanto convinto da questa statistica, mi sembra troppo, ma visto dove voglio arrivare con l’articolo va bene, il mio amico Vincenzo capirà) che le liti siano molto comuni soprattutto quando uno dei due partner è una persona sentimentale e l’altro invece è un cinico, che considera quel giorno una trovata pubblicitaria e consumistica. Il 14 febbraio è infatti S. Valentino!

Valentino era un cittadino di Terni convertito alla fede cristiana, divenuto poi Vescovo della città umbra dal 197 d.C. Conosciuto per la santità della vita, la carità e l’umiltà, lo zelante apostolato e i miracoli che fece, venne invitato a Roma da un certo Cratone, oratore greco e latino, perché gli guarisse il figlio infermo.

Restituita la salute al giovane, lo convinse ad aderire al cristianesimo con tutta la famiglia, convertendo anche i greci studiosi di lettere latine Proculo, Efebo e Apollonio, che diverranno suoi devoti discepoli. L’imperatore Claudio II il Gotico, preoccupato per la sua crescente popolarità, gli chiese di abiurare, ma Valentino rifiutò, tentando anzi di convertire lo stesso imperatore.

Claudio II lo fece arrestare ma poi lo graziò, affidandolo a una nobile famiglia. Valentino venne arrestato una seconda volta sotto Aureliano, succeduto a Claudio II, e morì decapitato il 14 febbraio 273.

La festa del 14 febbraio così come la conosciamo si concretizzò due secoli dopo il martirio quando, nel 496, Papa Gelasio I decise di sostituire alla festività pagana della fecondità (i lupercalia dedicati al dio Luperco), divenuta troppo licenziosa, una festa cristiana ispirata appunto a San Valentino, attribuendo al martire ternano la capacità di proteggere i fidanzati e gli innamorati, indirizzandoli al matrimonio cristiano, benedetto da Dio, e a un’unione allietata dai figli.

Questa è solo una delle versioni che si leggono in giro sul web…

L’unica certezza è che il 14 febbraio, oltre ad essere S. Valentino, se si guarda bene il calendario si trova che è anche la giornata dedicata ai Santi Cirillo e Metodio.

Non pochi sono i casi di fratelli venerati come santi dalla Chiesa, fra i quali i patriarchi Mosè ed Aronne, gli apostoli Pietro ed Andrea, i martiri Cosma e Damiano, i protomartiri russi Boris e Gleb e molti altri. Papa Giovanni Paolo II, il 31 dicembre 1980 con la lettera apostolica “Egregiae virtutis” volle porre due fratelli, Cirillo e Metodio, quali patroni d’Europa insieme con San Benedetto, in quanto evangelizzatori dei popoli slavi e dunque della parte orientale del vecchio continente. Si tratta di due santi mai canonizzati dai papi, dei quali soltanto nel 1880 il pontefice Leone XIII aveva esteso il culto alla Chiesa universale.

Originari di Tessalonica, città greca a quel tempo facente parte dell’Impero Bizantino, Cirillo e Metodio evangelizzarono in particolar modo la Pannonia e la Moravia nel IX secolo. Sappiamo che Cirillo in realtà si chiamava Costantino ed adottò in seguito il nome Cirillo come monaco, verso il termine della sua vita. A causa della innegabile scarsità di fonti storicamente attendibili, sono fiorite numerose leggende attorno alle figure di Cirillo e Metodio.

Tessalonicesi, dicevo (Tessalonica è l’odierna Salonicco, in Grecia), erano rampolli di una nobile famiglia, infatti il loro padre Leone era drungarios della città, posizione che gli conseguiva un elevato status sociale. Drungarios era un grado militare dell’esercito bizantino; la parola è collegata con la parola latina drungus tradotta come gruppo, anche molto numeroso, di soldati, quindi drungarios, in greco Δρουγγάριος, significa comandante del drungus: volendo cercare un equivalente moderno potrebbe essere considerato l’analogo di un colonnello, o un generale di brigata.

Cirillo era il più giovane di sette fratelli e già in tenera età pare avesse espresso il desiderio di dedicarsi interamente al perseguimento della sapienza. In giovane età si trasferì a Costantinopoli, ove intraprese gli studi teologici e filosofici. Coltivò nozioni di astronomia, geometria, retorica e musica, ma fu nel campo della linguistica che poté dar prova del suo genio. Oltre al greco, Cirillo parlava infatti correntemente anche il latino, l’arabo e l’ebraico. Da Costantinopoli, l’imperatore inviò i due fratelli in varie missioni, anche presso gli Arabi. La missione più importante che venne affidata a Cirillo e Metodio fu però quella presso le popolazioni slave della Pannonia e della Moravia.

Il sovrano di Moravia, Rostislav, poi morto martire e venerato come santo, chiese all’imperatore bizantino di inviare missionari nelle sue terre, celando dietro motivazioni religiose anche il fattore politico della preoccupante presenza tedesca nel suo regno. Cirillo accettò volentieri l’invito e, giunto nella sua nuova terra di missione, incominciò a tradurre brani del Vangelo di Giovanni inventando un nuovo alfabeto, detto glagolitico (da “глаголь” che significa “parola”), oggi meglio noto come alfabeto cirillico. Probabilmente già da tempo si era cimentato nell’elaborazione di un alfabeto per la lingua slava. Non tardarono però a manifestarsi contrasti con il clero tedesco, primo evangelizzatore di quelle terre.

Nel 867 Cirillo e Metodio si recarono a Roma per far ordinare sacerdoti i loro discepoli, ma forse la loro visita fu dettata da un’esplicita convocazione da parte del papa Adriano II insospettito dall’amicizia tra Cirillo e l’eretico Fozio. Ad ogni modo il pontefice riservò loro un’accoglienza positiva, ordinò prete Metodio ed approvò le loro traduzioni della Bibbia e dei testi liturgici in lingua slava. Inoltre Cirillo gli fece dono delle reliquie di San Clemente, da lui ritrovate in Crimea. Durante la permanenza nella Città Eterna, Cirillo si ammalò e morì: era il 14 febbraio 869. Venne sepolto proprio presso la basilica di San Clemente.

Metodio ritornò poi in Moravia, ma durante un successivo viaggio a Roma venne consacrato vescovo ed assegnato alla sede di Sirmiun (odierna Sremska Mitroviča, in Serbia). Quando in Moravia a Rostislav successe il nipote Sventopelk, favorevole alla presenza tedesca nel regno, iniziò la persecuzione dei discepoli di Cirillo e Metodio, visti come portatori di un’eresia. Lo stesso Metodio fu detenuto per due anni in Baviera ed infine morì presso Velehrad, nel sud della Moravia, il 6 aprile 885.

I suoi discepoli vennero incarcerati o venduti come schiavi a Venezia. Una parte di essi riuscì a fuggire nei Balcani e non a caso in Bulgaria si venerano come Sette Apostoli della nazione proprio Cirillo, Metodio ed i loro discepoli Clemente, Nahum, Saba, Gorazd ed Angelario, comunemente festeggiati al 27 luglio. Il Martyrologium Romanum ed il calendario liturgico dedicano invece ai fratelli Cirillo e Metodio la festa del 14 febbraio, nell’anniversario della morte del primo.

Se l’immane opera dei due fratelli di Tessalonica fu cancellata in Moravia, come detto trovò fortuna e proseguimento in terra bulgara, anche grazie al favore del sovrano San Boris Michele I, considerato “isapostolo”, che abbracciò il cristianesimo e ne fece la religione nazionale. La vastissima attività dei discepoli di Cirillo e Metodio in questo paese diede origine alla letteratura bulgara, ponendo così le basi della cultura scritta dei nuovi grandi stati russi.

Il cirillico avvicinò moltissimo i bulgari e tutti i popoli slavi al mondo greco-bizantino: questo alfabeto si componeva di trentotto lettere, delle quali ben ventiquattro prese dall’alfabeto greco, mentre le altre appositamente ideate per la fonetica slava. Ciò comportò una grande facilità nel trapiantare in slavo l’enorme tradizione letteraria greca. La nuova lingua soppiantò ovunque il glagolitico e rese celebre sino ai giorni nostri il nome del suo ideatore.

In Russia la prima vera riforma dell’alfabeto fu attuata da Pietro il Grande, che negli anni 1708-1710 introdusse la scrittura civile (graždanskij šrift). In questa nuova forma l’alfabeto cirillico russo si caratterizzava per un diverso disegno delle lettere (semplificazione dell’ortografia), una diversa composizione (riduzione del numero delle lettere) e per l’eliminazione dei segni sopralineari.

L’alfabeto russo si conservò immutato fino al 1918, quando fu portata a termine la seconda riforma, iniziata nei primi anni del XX secolo. Questa riforma condusse a un’ulteriore semplificazione. L’alfabeto ucraino, come quello bielorusso, si impose alla fine del XIX secolo, ma alcune varianti furono introdotte nel periodo sovietico (1932-1990). Nel XVIII secolo il graždanskij šrift fece sentire la sua influenza anche nei Balcani; in Serbia il moderno alfabeto cirillico fu elaborato da V. Karadžić all’inizio del XIX secolo; in Bulgaria si impose l’alfabeto messo a punto da M. Drinov (1870) e successivamente riformato (1945); l’alfabeto macedone risale invece alla fine del secondo conflitto mondiale.

Lungo il corso della sua storia, la lingua russa fu soggetta a due famosissime riforme di ampio respiro, come dicevo: la prima fu promossa da Pietro I nel Settecento, la seconda dai bolscevichi nel 1917. Passa, invece, sotto silenzio un’altra radicale trasformazione pensata in epoca sovietica: l’adattamento ai caratteri latini.

I dibattiti sulla lingua su cui si sarebbe dovuta fondare la letteratura russa ebbero inizio ancora nei tempi in cui Pietro I introdusse per i suoi sudditi il nuovo alfabeto civico al posto di quello ecclesiastico. Molti studiosi occidentalisti ritenevano che lo zar riformatore avesse intenzione di compiere un adattamento della vita russa alla maniera europea attraverso il passaggio della lingua russa all’alfabeto latino. Le cose però non andarono così.

Un progetto di latinizzazione della lingua russa fu riproposto dopo la Rivoluzione d’ottobre del 1917, dato che rispondeva perfettamente alla concezione di Vladimir Lenin e Lev Trotsky sulla creazione e importazione di una cultura proletaria universale nel discorso dell’imminente rivoluzione mondiale.

Secondo il pensiero del Commissario del popolo all’istruzione dell’Unione Sovietica, Anatolij Lunacharskij, l’alfabeto latino avrebbe semplificato notevolmente lo studio della lingua russa per “i proletari di tutto il mondo”: “L’esigenza o la coscienza della necessità di semplificare l’assurdo alfabeto prerivoluzionario, appesantito da ogni anacronismo storico, è nata a poco a poco in tutti gli uomini di cultura”.

D’altro canto Lenin non aveva fretta di introdurre l’alfabeto latino nella lingua russa. “Se iniziamo ad applicare in fretta e furia un nuovo alfabeto o introduciamo di corsa il latino, che, però, dovremmo forzatamente prima adattare al nostro, possiamo commettere degli errori esponendo inutilmente il fianco perché la critica ne approfitti e parli della nostra barbarie. Non dubito che arriverà il momento per la latinizzazione della scrittura russa, ma agire frettolosamente ora sarebbe imprudente”, rispondeva Lenin a Lunacharskij in una lettera della corrispondenza privata.

Nonostante ciò il Commissariato del popolo all’istruzione con a capo Lunacharskij decise di attuare un’importante riforma: l’alfabeto russo prerivoluzionario venne ripulito da una serie di lettere “superflue” (per esempio fu tolta la lettera “i”, un doppione della “и”, e la lettera “ѣ”, che bissava la lettera “e”, la lettera “Ѳ”, che duplicava la “ф”), venne ridotto l’uso del segno “ъ”, che prima della Rivoluzione si scriveva obbligatoriamente alla fine delle parole che terminavano in consonante. Si consideri che per attuare la riforma i bolscevichi utilizzarono i progetti elaborati ancora sotto Nicola II nell’Accademia imperiale delle scienze nel 1904, 1912 e 1917.

I bolscevichi e i linguisti ideologicamente schierati, comunque, non abbandonarono l’idea della latinizzazione. Il potere sovietico centrale e locale si adoperava per attirare il maggior numero di sostenitori e pertanto cercava di dimostrare con ogni mezzo possibile la disponibilità a lasciare ai popoli della Russia massima libertà, spingendosi fino alla scelta dell’alfabeto.

L’alfabeto russo, poco adatto “ai movimenti dell’occhio e della mano dell’uomo contemporaneo”, venne dichiarato “un anacronismo della grafia di classe dei secoli XVIII e XIX dei proprietari feudali e della borghesia” e “la grafia dell’oppressione assolutista, della propaganda da missionari, dello sciovinismo nazionale grande russo”.

Inizialmente si pensava di liberare dall’alfabeto russo – “veicolo della russificazione e dell’oppressione nazionale” da parte dello “zarismo” e dell’ortodossia – le popolazioni non slave dell’ex impero che già avevano una tradizione scritta in cirillico (per esempio i komi, i careli e altri): “Il passaggio all’alfabeto latino libererà una volta per tutte le masse lavoratrici da qualsiasi influsso della produzione scritta prerivoluzionaria di contenuto nazional-borghese e religioso”, si leggeva nel protocollo della riunione di una delle commissioni per la latinizzazione.

Dopo la fine della guerra civile nel 1922, in Unione Sovietica, venne avviata un’edificazione linguistica di dimensioni uniche (“nativizzazione”), che proclamava il diritto di ciascun popolo, anche il più piccolo, a impiegare la propria lingua in tutte le sfere della nuova vita socialista. Il nuovo potere stanziò enormi finanziamenti per la creazione di alfabeti, dizionari, manuali e per la preparazione degli insegnanti: anche le più piccole unità territoriali, i selsovet (con un minimo di 500 abitanti!), avevano infatti ricevuto la piena autonomia linguistica; ciò portò alla comparsa sulla carta geografica dell’Urss di una moltitudine di fantasiose formazioni linguistiche nazionali (per esempio nel 1931 nel territorio della Repubblica Socialista Sovietica dell’Ucraina oltre ai selsovet ucraini, russi, europei ne esistevano più di 100 tedeschi, 13 cechi e uno svedese).

In definitiva, si crearono in tempi strettissimi alfabeti unificati in caratteri latini per decine di popolazioni sovietiche analfabete o semianalfabete, che, in breve e senza possibilità d’appello, si radicarono nel territorio; la burocrazia, i periodici e i libri venivano tradotti nei nuovi alfabeti. All’inizio degli anni Trenta nei popoli musulmani dell’Urss l’alfabeto latino scacciò del tutto quello arabo, molti alfabeti cirillici dei popoli non slavi e le forme di scrittura tradizionali dei popoli mongoli (calmucchi e buriati). Tra gli esiti positivi degli sforzi intrapresi si può annoverare l’eliminazione in tempi record dell’analfabetismo e la diffusione di un’istruzione primaria tra tutti i popoli dell’Unione Sovietica.

Ben presto, però, la situazione iniziò a cambiare radicalmente e in modo impetuoso. Stalin, che aveva acquisito sempre maggiore forza nei circoli del partito e concentrato nelle sue mani tutto il potere, aveva una propria visione dello sviluppo dello Stato sovietico, diverso tanto dalle idee del condottiero della rivoluzione Lenin, quanto dalle teorie dei futuri avversari “di sinistra” di Stalin: Lev Trotsky, Lev Kamenev, Grigorij Zinovev.

Stalin non provava alcun entusiasmo all’idea di importare la rivoluzione, ritenendo più realistica la costruzione di un potente Stato socialista su un territorio i cui confini combaciassero il più possibile con quelli dell’ex impero. È quindi logico che, a partire dagli anni Trenta, a poco a poco, in Urss, iniziò una parziale restaurazione di molti fenomeni, norme e relazioni sociali, approvati nella Russia prerivoluzionaria; a sua volta, molte novità portate dalla rivoluzione vennero bollate come “forzature sinistrorse” e “deviazioni trotskiste”. Anche la crisi mondiale dettava le sue condizioni: bisognava tagliare le enormi spese per la ristampa nei nuovi alfabeti della vecchia eredità culturale e ridurre i costi per le continue riforme.

Nel gennaio del 1930 la Commissione per la latinizzazione sotto la guida del professor Nikolaj Yakovlev preparò tre progetti definitivi di latinizzazione della lingua russa, ritenuta ai tempi del Commissario del popolo all’istruzione Lunacharskij (1917-1929) “inevitabile”.

Tuttavia il Politburo capeggiato da Stalin respinse, per la sorpresa di molti, in modo categorico i progetti e vietò di sperperare in futuro forze e mezzi per queste iniziative. In alcuni interventi pubblici negli anni a seguire Stalin sottolineò l’importanza dello studio della lingua russa per la futura edificazione del socialismo dell’Urss. Nel 1936, invece, le lingue latinizzate dell’Unione Sovietica iniziarono a essere ritradotte in massa in cirillico allo scopo di avvicinare le lingue dei popoli dell’Unione Sovietica alla lingua russa. Di contro, gli alfabeti con caratteri latini vennero dichiarati “non idonei allo spirito dei tempi” o persino “nocivi”. L’autonomia linguistica dopo aver conosciuto un boom a più livelli nei primi tempi dell’Unione Sovietica, fu velocemente e ovunque abolita, lasciando il posto alla lingua russa “ristabilita nei diritti”.

Il 13 marzo del 1938 uscì la delibera del Comitato Centrale del Partito Comunista (bolscevico) “Sullo studio obbligatorio della lingua russa nelle scuole delle repubbliche e degli oblast nazionali”. I rappresentanti dell’intellighenzia dei popoli dell’Urss, che resistettero al ritorno del cirillico e al rafforzamento del ruolo della lingua russa subirono repressioni.

Il processo di esaltazione della lingua russa e del popolo, avvenuta negli anni Trenta sotto Stalin, stava prendendo forza. Negli anni della Seconda Guerra Mondiale l’importanza della conoscenza del russo per tutti i cittadini sovietici divenne una verità intoccabile.

Alla fine del conflitto, nel 1945, uscì il celebre libro del linguista Vinogradov, “La grande lingua russa”, in cui l’autore rilevava – in perfetto spirito pubblicistico imperiale e prerivoluzionario – che “l’importanza e la potenza della lingua russa sono noti a tutti. Tale riconoscimento è entrato profondamente nella coscienza di tutti i popoli, di tutta l’umanità”.

Alla fine degli anni Quaranta la lingua russa raggiunse un posto sostanzialmente nuovo nel mondo e senza precedenti nella sua storia: divenne, infatti, una delle lingue di lavoro dell’Onu e quindi del Consiglio di Mutua Assistenza Economica, oltre a essere lingua di studio obbligatorio nelle scuole e negli istituti di tutti i Paesi socialisti.

Vediamo com’è fatto il cirillico russo, dividendolo in 4 gruppi:

Gruppo 1: Stesso aspetto e suono dell’italiano

Ci sono sei lettere russe che corrispondono alle loro omologhe italiane sia per pronuncia che per forma – A, E, K, M, O e T.

  • A a        suona come “a” in “lampada”, “albero”.
  • E e         suona come “je” in “ieri”. A volte può essere pronunciata come “e” in “bene”. Si pronuncia preceduto da “y” all’inizio di una parola o dopo una vocale.
  • К к        Suona come “k” in “kiwi” (“c” in “capo”, “cane”). La K è presente nelle parole straniere. Cercate di evitare l’aspirazione come è tipico per la lingua inglese.
  • M м      suona come “m” in “mare”.
  • O o       suona come “o” in “fuoco”. Ricordatevi che si pronuncia come una “o” chiusa.
  • In assenza di accento si pronuncia come “a” in “mela”.
  • T т         suona come “t” in “tavolo”. La punta della lingua deve toccare i denti inferiori, al contrario della “t” inglese che tocca la gengiva dei denti superiori.

Gruppo 2: Stesso suono ma aspetto diverso

Ci sono sedici lettere russe che non esistono in italiano ma hanno pronunce familiari: Б, Г, Д, ё, Ж, П, Ф, И, й, Л, Ц, Ш, Щ, Э, e Ю Я.

  • Б б        suona come “b” in “bravo”.
  • Г г         suona come “g” in “gruppo”.
  • Д д       suona come d in “dare”. Per pronunciare questa lettera la punta della lingua tocca i denti inferiori.
  • Ё ё         suona come “jo” in iota oppure come “o” in fuoco a seconda della posizione nella parola.
  • Ж ж      suona come “g” in giardino ma piu’ morbido, o “j” in francese jardin.
  • П п        suona come “p” in “padre”.
  • Ф ф       suona come “f” in “favola”.
  • И и        suona come “i” in “isola”.
  • Й й        suona come “i” in “iato”.
  • Л л        suona come “l” in “luna”.
  • Ц ц        suona come “z” in pazzo.
  • Ш ш      suona come “sci” in scivolo. La lingua è posta nella parte posteriore della bocca
  • Щ щ     suona come “_” nel ______. é simile a Ш, ma cercate di mettere la lingua più in alto e davanti.
  • Э э         suona come “e” aperta in bello.
  • Ю ю     suona come “ju” in Iuta. In alcuni casi suona come “u” in “uva” (У).
  • Я я        suona come “ja” in iato.

Gruppo 3: Stesso aspetto ma suono diverso

Le seguenti otto lettere russe appaiano come i loro omologhi italiani (oppure le cifre) ma hanno la pronuncia diversa – В, З, Н, Р, С, У, Ч, Х.

  • В в        suona come “V” in vaso.
  • З з         suona come “s” in rosa. Questa lettera potrebbe sembrare il numero tre (3), ma esprime solo una consonante e non ha nulla a che fare con le cifre.
  • Н н        suona come “n” in nave. Come con la lettera T russa, la punta della lingua tocca i denti in basso quando pronunciamo questa lettera.
  • Р р        suona come “r” in ricordo. Nel pronunciare questo suono, la punta della lingua batte alla base dei denti.
  • С с         suona come “s” in salsa. La punta della lingua tocca i denti inferiori.
  • У у        suona come “u” in uva.
  • Ч ч        suona come “C” ciao, cielo. Non confondere questa lettera con la cifra quattro (4).
  • Х х         suona come “ch” nel tedesco Achtung. Ricorda vagamente “ch” in “Bach”.

Gruppo 4: Nuovo aspetto e suono (o nessun suono)

L’ultimo gruppo comprende le lettere che non esistono in italiano e rappresentano un suono sconosciuto oppure non hanno suono (Ы, Ъ, Ь).

  • Ы ы      Non c’è l’equivalente italiano. “I” gutturale, un suono intermedio tra “i” e “u”
  • Ь            Questa lettera è chiamata il “segno morbido” e non ha alcun suono. È utilizzata per modificare la pronuncia della consonante precedente, rendendola morbida (palatalizzata). Una consonante diventa morbida quando è pronunciata con la metà della lingua sollevata verso il palato della bocca.
  • Ъ           Il “segno duro” non ha alcun suono, e si verifica solo tra una consonante e una vocale, come nella parola “въезд” (entrata). E’ utilizzato per mostrare che la consonante non va palatalizzata e che la vocale successiva è preceduta dal suono breve “i” in “iato”.

Ho portato a termine questa “missione” cosicché il mio amico Vincenzo al prossimo viaggio in Ucraina avrà qualche argomento di discussione in più…

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