Un nodo gordiano

Gordio era un contadino e viveva in Frigia. La Frigia (in greco: Φρυγία) era una regione storica dell’Anatolia centrale, abitata dai Frigi, che si stabilirono nella zona nel 1200 – 1100 a.C. circa, estendendosi ad oriente fino al fiume Halys, dove adesso si trova Ankara, e a occidente alle coste del Mare Egeo.

Quando un’aquila si posò sul suo aratro, Gordio interpretò il fatto come il segno che un giorno sarebbe diventato re. L’oracolo di Sabazio confermò il suo destino futuro: infatti i Frigi, trovandosi senza sovrano, consultarono l’oracolo ed ebbero come responso che avrebbero dovuto eleggere come re il primo uomo che fosse salito al tempio con un carro. Fu così che apparve il fattore Gordio, sul suo carretto guidato da buoi.

Gordio fondò l’omonima città di Gordio, che divenne la capitale della Frigia. Il suo carro venne conservato nell’acropoli della città. Il suo giogo venne assicurato con un intricatissimo nodo detto da allora “nodo di Gordio”, o “nodo gordiano”. La leggenda voleva che chiunque fosse riuscito a sciogliere quel nodo sarebbe diventato signore dell’Asia ovvero dell’allora territorio dell’Anatolia.

Nel 333 a.C. successe però un fatto. Plutarco racconta: “Presa Gordio… vide quel celebrato cocchio legato da corteccia di corniolo e venne a conoscenza di quella tradizione divulgata tra i barbari secondo la quale chi ne avesse sciolto il nodo sarebbe diventato il re del mondo. La maggior parte degli storici afferma che Alessandro, non essendo in grado di sciogliere quel nodo perché i capi delle corde erano nascosti e tra loro aggrovigliati in più giri, lo tagliò con la spada”

L’Alessandro raccontato da Plutarco era proprio lui, il futuro dominatore del mondo allora conosciuto, Alessandro Magno (c’è chi dice che io abbia chiamato mio figlio Alessandro per lo stesso motivo…).

Da allora l’espressione “nodo gordiano” designa una difficoltà insormontabile, che è risolvibile solo con un’estrema risolutezza (come appunto fece Alessandro, che invece di slacciarlo lo spezzò con un fendente).

E a proposito di argomenti difficili, oggi mi voglio avventurare nel mondo delle droghe, in particolare delle cosiddette “droghe leggere”.

Droga leggera è una locuzione di uso comune per indicare sostanze stupefacenti incapaci di creare dipendenza nel senso medico del termine, e le cui proprietà psicotrope sono piuttosto trascurabili. In particolare, con questa locuzione si identificano le piante del genere Cannabis (canapa) e le sostanze psicotrope da esse ricavabili, principalmente marijuana e hashish (dalla lavorazione delle infiorescenze femminili), ma a volte il termine può venire esteso agli psichedelici come funghi del genere psylocibe, DMT, LSD, i quali come la canapa non danno dipendenza fisica e non hanno una elevata tossicità.

Ma sarà vero? Vediamo di affrontare la questione come sempre, dall’inizio.

C’è in genere molta confusione e scarsa conoscenza scientifica, a livello di opinione pubblica, in tema di “droghe”; già una dicitura del genere è da ritenersi sostanzialmente priva di fondamento, in quanto accomunerebbe tutte le sostanze dotate di un qualche effetto psicotropo o neuronale e in grado d’indurre “dipendenza” in un unico insieme, per quanto gli elementi che lo compongono non abbiano alcuna reale attinenza botanica, chimica o scientifica fra loro.

Lo scrittore francese Jaques Derrida ad esempio, autore di “Rhétorique de la drogue” del 1986, nel discutere il concetto di droga affermò: “Non si può non concludere che il concetto di droga sia un concetto senza base scientifica, istituito sulla base di valutazioni politiche o morali”. Dipendenza e droga sono in tal senso due concetti che vengono spesso demonizzati psicologicamente dall’opinione pubblica, suscitano moti d’animo e opinioni in genere preconcette senza che si possieda una reale conoscenza dei fenomeni, delle dinamiche e delle sostanze coinvolte.

Questo è un preludio fondamentale per capire come la dicotomia tra “droghe leggere e pesanti” sia solo un semplicistico riferimento, vagamente basato sull’oggettiva differenza quanto ad effetti, induzione di dipendenza fisica ed incidenza sociale dei derivati della pianta di Cannabis rispetto ai derivati di piante come il papavero o la coca; semplicistico riferimento perché ad esempio, in questo senso, bisognerebbe senza indugio considerare in base agli stessi parametri di pesantezza degli effetti, dipendenza fisica ed incidenza sociale anche l’alcool come una “droga pesante”, percepita diversamente dalle succitate sostanze solo in virtù del proprio status legale che la vede tollerata in tutto il mondo occidentale. L’espressione “droghe pesanti e droghe leggere” è da ritenersi dunque un termine principalmente colloquiale per indicare, rispettivamente, sostanze psicoattive particolarmente dannose e sostanze che sono ritenute non induttrici di dipendenza (o induttrici di dipendenza ridotta) e meno dannose di quelle pesanti. L’espressione “droghe leggere” è considerata controversa dai critici della medesima perché implica che la sostanza causi danni nulli o insignificanti.

Ma vediamo se è proprio così.

La marijuana, ad esempio, è una delle droghe ricreative più usate al mondo e si ottiene essiccando le infiorescenze resinose delle piante femminili di cannabis. Esistono diverse varietà di cannabis che vengono usate da millenni in tutto il mondo e per diversi scopi: ricreativo, medicinale, cerimoniale e religioso, come per i rastafariani, o meditativo come per i sadhu indiani o per i monaci buddisti del Nepal.

Ma come funziona esattamente la marijuana?

Il modo più comune di consumare la marijuana è fumarla, che è anche il metodo più veloce per far entrare il principio attivo, il thc, in circolo nel nostro sangue e da lì al cervello. In alternativa la marijuana può essere mangiata ricevendone un effetto più fisico, che dura decisamente più a lungo.

La pianta della cannabis contiene centinaia di sostanze chimiche ma la più importante e nota tra queste è il delta-9-tetraidrocannabinolo o semplicemente “thc”, il principio attivo responsabile degli effetti della marijuana sul nostro organismo.

Quando la marijuana viene fumata il thc contenuto nei fiori e nella resina viene vaporizzato e inalato entrando nei nostri polmoni che sono foderati di milioni di minuscole spugnette assorbi-aria chiamate comunemente alveoli: questi normalmente servono ad assorbire l’ossigeno quando inspiriamo e a rilasciare anidride carbonica quando espiriamo. Ma quando fumiamo insieme all’ossigeno assorbono anche il thc facendolo entrare direttamente nel nostro flusso sanguigno; in questo modo in pochi secondi il thc si fa strada attraverso i vasi sanguigni fino al cervello.

Il cervello umano è pieno di miliardi di cellule che elaborano le informazioni chiamate neuroni che comunicano tra di loro attraverso le sinapsi.

Una sinapsi è come un corridoio dove si aprono due porte che danno su due neuroni diversi: attraverso il corridoio, i due neuroni si scambiano informazioni sotto forma di impulsi elettrici o di molecole chimiche, ovvero tramite i neurotrasmettitori.

Il nostro cervello usa diversi tipi di neurotrasmettitori: ogni tipo di neurotrasmettitore è responsabile dell’attivazione di specifici recettori dei neuroni, che a loro volta attivano il neurone stesso causando specifiche reazioni nell’organismo umano; è da qui che entra in gioco il thc della marijuana, la cui molecola, essendo molto simile ai neurotrasmettitori endocannabinoidi riesce a legarsi ai loro recettori e attiva specifici neuroni causando in questo modo i tipici effetti della marijuana sulla nostra mente e sul nostro corpo.

Sono quattro le parti del cervello che hanno la massima densità di recettori cannabinoidi:

  • i gangli della base, che controllano i movimenti involontari e la coordinazione motoria;
  • l’ippocampo, che è responsabile della memoria a breve termine: ecco spiegato perché quando si assume thc si ha difficoltà a ricordare gli eventi recenti o a focalizzarsi;
  • il cervelletto, che controlla equilibrio e coordinamento motorio;
  • l’ipotalamo, che svolge un ruolo fondamentale nella regolazione dell’appetito e quindi di quanto cibo assumiamo.

Chi usa marijuana descrive l’effetto come una sensazione di spensieratezza e serenità; le pupille possono dilatarsi rendendo i colori più vividi e con il passare del tempo potrebbe sopraggiungere una forte sensazione di euforia o, in alcuni casi, un senso di panico diffuso. La marijuana inoltre è un forte vasodilatatore, motivo per cui viene utilizzata come medicinale dai malati di glaucoma, che beneficiano moltissimo della riduzione della pressione intraoculare; infine quando il thc si lega con i recettori cannabinoidi nell’ipotalamo la nostra capacità di controllare la fame viene compromessa e così abbiamo bisogno di cibo, diventando così vittime della cosiddetta fame chimica.

Ricordiamo infine che gli effetti dell’assunzione di thc da marijuana o hashish tramite fumo, vaporizzazione o ingestione sono sempre temporali e svaniranno nel peggiore dei casi dopo qualche ora: ma attenzione perché studi riconosciuti dimostrano che il consumo cronico di marijuana può favorire disturbi d’ansia e paranoia nei soggetti predisposti e negli adolescenti può portare a una diminuzione fino a 8 punti del quoziente intellettivo in età adulta.

Come l’oppio e l’eroina, le origini della marijuana sono in Asia, da dove è stata poi esportata in tutto il mondo, diffondendosi negli Stati Uniti durante il proibizionismo, quando non c’era modo di bere un goccio d’alcol e la voglia di riunirsi segretamente, ballare e andare fuori di testa era ai massimi livelli.

Negli anni ’30, però, la marijuana in America era associata al diavolo, alla discesa negli inferi, all’horror in generale. Un celebre film del tempo, “Marihuana, the devil’s weed”, arrivato in Italia col titolo “Marijuana, l’erbaccia diabolica”, già spiegava molto della strana associazione. Diretto da Dwain Esper e scritto dalla moglie, era un exploitation movie, genere che andava forte in quegli anni, tutto sesso e violenza, senza grossa cura per la parte estetica e spesso con un messaggio da veicolare. Tipo, in questo caso, l’erba fa male. Nella pellicola, Burma è una ragazza che, dopo aver fumato, si ritrova in una serie di guai che nemmeno ad andarseli a cercare la notte. Gli slogan parlavano chiaro: l’erba con le radici all’inferno, vergogna, orrore e disperazione.

Ma perché tanto accanimento? La marijuana veniva usata dal 7000 Avanti Cristo ed era riconosciuta come erba medicinale e antidolorifico da Egizi, Cinesi, Greci e Romani, anche se nei libri di storia o nei film in costume difficilmente si vede un Centurione farsi un cannone dopo un crampo.

Se si era arrivati a proibire l’alcol, immaginate quale potesse essere la preoccupazione dell’F.B.I. per la marijuana: Harry J. Ansliger, ispettore del Bureau of Prohibition, fece creare manifesti, libri e film talmente estremi e spaventosi, nella sua mente, da impaurire i giovani e farli desistere dal divertirsi. L’importante era impaurire suggerendo situazioni estreme, anche se poco verosimili.

Oggi, con la legalizzazione delle droghe leggere in Colorado, sono diminuiti i reati e sono diminuite le tasse. Infatti nel 2012 il Colorado ha fatto una scelta rivoluzionaria nel panorama legale degli Stati Uniti. Nel novembre di quell’anno infatti è stato approvato l’emendamento 64, che ha segnato (insieme alla contemporanea “Initiative 502” dello stato di Washington) il primo esempio di legalizzazione del consumo di cannabis sul territorio americano. Da quel momento, il Colorado si è trasformato in una sorta di laboratorio permanente, guardato da vicino sia dai promotori che dai nemici dell’approccio soft nella guerra alle droghe. Negli ultimi decenni d’altronde la cannabis si è trasformata in un tema caldo negli Stati Uniti, dove tra legalizzazioni, depenalizzazioni e via libera alla marijuana terapeutica, solamente 22 dei 50 stati che compongono il paese continuano ad applicare la tolleranza zero.

Le preoccupazioni maggiori come diciamo sono riservate solitamente per gli adolescenti, che secondo molti studi sono la categoria più a rischio in caso di abuso di cannabis. La causa sarebbe di un cervello ancora in formazione, di cui la sostanza può modificare strutture e funzioni, favorendo lo sviluppo di patologie mentali nell’età adulta. In questo senso, i dati che arrivano dal Colorado sono consolanti: nel 2009, prima della legalizzazione, il 25% degli adolescenti dello stato aveva fumato marijuana almeno una volta nel mese precedente alla rilevazione, mentre nel 2015 la percentuale si attesta intorno al 21%, poco al di sotto della media statunitense. La vendita della marijuana a scopo ricreativo in Colorado è iniziata nel 2014, e quindi i nuovi dati riflettono la situazione dopo due interi anni di libera vendita.

Personalmente, non sono favorevole all’uso di sostanze stupefacenti, ma, indipendentemente dal mio rapporto con qualunque tipo di sostanza, dal mio stile di vita, dalle mie passioni e dalle mie repulsioni, ritengo che le istituzioni dovrebbero affrontare meglio il problema. Spesso, in Italia, le discussioni sui temi più delicati sono travolte da un furore ideologico che oscura i fatti e impedisce un dibattito sereno. E non è possibile che una parte dei cittadini, che la parte maggiore delle istituzioni religiose, con il peso che la Chiesa Cattolica ha in Italia, e che la politica tutta, tranne pochissime eccezioni, si rifiutino di affrontare seriamente e con responsabilità questo tema.

So che la legalizzazione delle droghe è un tema complicato, difficile da proporre e da affrontare. So che pone molti problemi soprattutto di carattere morale, ma un Paese come il nostro, che ha le mafie tra le più potenti del mondo, non può eluderlo.

E, soprattutto, ci sarà un “Alessandro Magno” che avrà l’audacia di spezzare questo nodo?

3 thoughts on “Un nodo gordiano

  1. Io sono convinto che in Italia ci vorrebbe davvero un Alessandro Magno, o una Lady di ferro, che risolva davvero molte questioni che sono rimaste aperte troppo a lungo.
    La legalizzazione (o meglio, il controllo) sulla vendita delle droghe leggere è una di queste, ma come al solito l’importante sarebbe avere leggi ‘ferree’ ed una ltrettanto ferrea applicazione. Ormai siamo diventati una Repubblica Lassista, dove ognuno fa ormai ciò che gli pare.
    Senza essere né di destra né di sinistra, ci vorrebbe davvero un po’ di inflessibilità e un maggior rigore.

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