Vedi Napoli e poi vivi…

Nel 1972, cosa che ho già raccontato su queste pagine, la mia famiglia si trasferì dalla natia Taranto a Pomigliano d’Arco, comune della città metropolitana di Napoli, in Campania, di circa 40.000 abitanti, famoso soprattutto per avere nel suo territorio lo stabilimento Gian Battista Vico della Fiat (allora Alfasud, dell’Alfa Romeo), lo stabilimento dell’Alenia Aermacchi (ex Aeritalia) e quello dell’Avio (ex Fiat, ora General Electric), oltre ad aver ospitato negli anni sessanta il primo aeroporto della Campania.

Ci sono mille episodi che ci hanno riguardati, soprattutto nel primo periodo, perché in quegli anni non c’era il web e il telegiornale si guardava una volta al giorno (come i cartoni animati, per noi piccoli), quindi chi si spostava dal proprio luogo di nascita ad un altro paese, ancorché abbastanza vicino (Taranto e Napoli sono più o meno a 300 km di distanza), entrava in un tessuto culturale e sociale completamente diverso dal proprio e lo shock a volte era foriero di forti imbarazzi.

Un episodio che mia madre ricorda spesso riguarda la donna delle pulizie, che quando arrivava al mattino, chiudeva tutte le tapparelle e alla domanda del perché lo facesse, rispondeva: “me metto scuorno”, con successiva telefonata di mia madre a mio padre per chiedere cosa avesse detto la tizia (la frase vuol dire “provo vergogna”).

Imparammo piano piano un sacco di vocaboli e di modi di dire e dopo 45 anni, pur avendoci io vissuto in pianta stabile solo per 12 anni, posso dire che il napoletano, dopo l’italiano, è la mia seconda lingua.

Già, lingua, e non dialetto. Addirittura l’UNESCO ha dichiarato che è una lingua da preservare e da tutelare, essendo parlata da quasi 11 milioni di persone.

La letteratura napoletana va considerata nelle diverse fasi del suo sviluppo. Napoli, capitale del Regno aragonese, produsse una fioritura letteraria che considerava il napoletano come lingua nazionale, perciò essa rispecchiava la lingua, la storia e i costumi di una nazione pienamente autonoma.

Successivamente, soprattutto quando Napoli fu nel periodo di maggiore splendore culturale, perché era capitale di un Regno illuminato e florido (periodo in cui questa capitale fu detta la Dominante a giusto diritto), sopravvisse, parallelamente alla cultura in lingua italiana e francese, una letteratura napoletana, coltivata per amor di patria da intellettuali e studiosi.

Quando Napoli diventò una provincia del Regno d’Italia (1861), il napoletano assume la vera e propria veste di dialetto, subordinato rispetto all’italiano ma, date le condizioni di generale analfabetismo dell’epoca, unica lingua utilizzata dal popolo: chi voleva perciò rivolgersi alla gente comune o esprimerne i sentimenti e le abitudini doveva usare il dialetto. Da allora fu relegata al rango di produzione dialettale e locale anche la precedente produzione in lingua napoletana.

Occorre ancora tenere presente che nella letteratura napoletana assunsero particolare consistenza i due filoni, che in italiano vengono unificati nel termine “popolare” ma giustamente sono in inglese sdoppiati in folk e popular. Per intenderci, è folk quello che concerne la lingua e i costumi di un popolo; è popolare quello che interessa tutto il popolo. Per esempio, ’O sole mio è una canzone popolare-popular, mentre Cicerenella è una canzone popolare-folk. Con questa premessa si può comprendere come mai il popular del dialetto napoletano trovò sin dal ’600 grandi espressioni nel campo musicale, che poi conobbero l’acme nella fioritura di fine ’800 con i versi di Di Giacomo e Russo, che si rifecero (ed in un certo senso lo fecero sopravvivere) al folk.

Ma all’inizio del ’900 si ebbe una grande anomalia, perché in tutto il mondo venivano cantate le canzoni napoletane, ma gli autori (Bovio, E.A.Mario, autore della Leggenda del Piave e di moltissime canzoni di successo) erano misconosciuti al mondo letterario. Eppure i sentimenti di quei poeti trovavano espressione in diverse lingue, perché per le canzoni di maggiore successo gli editori allegavano, affianco al testo napoletano, la traduzione in lingua straniera e talvolta anche quella in lingua italiana. Era un poco la tecnica che fu usata in cinematografia, quando all’estero gli italiani mandavano film già doppiati nella lingua delle nazioni che li dovevano ricevere mentre i film stranieri venivano doppiati a Roma. Vi è solo da aggiungere che le traduzioni effettuate a Napoli erano pedisseque, senza alcun tentativo di rendere in lingua estera la poesia che i versi originali esprimevano, limitandosi ad una traduzione elementare del concetto espresso.

I versi delle canzoni attuali (stando la diffusa conoscenza delle lingue e di qualche lingua in particolare) vengono eseguiti in lingua originale, anche se non mancano traduzioni che però, quando vengono effettuate, gareggiano con gli originali. In questo periodo il folk diventò addirittura un sottoprodotto del dialetto ed evitato, come volgare, se non indecente. Fu riscoperto solo nella seconda metà del secolo XX ad opera soprattutto di De Simone, che creò ad hoc una compagnia di canto popolare.

Salvatore di Giacomo resta, su tutti, il vero cantore dell’anima napoletana, da lui a lungo cantata e descritta in liriche, drammi e novelle che poi rimasero come perpetue oleografie di quel mondo anche molto tempo dopo che quel mondo scomparve. Nella corrente verista egli si riconobbe: fu amico del Verga, si occupò della storia dei vicoli malfamati di Napoli, della malavita, degli ospedali, delle bettole e delle prostitute. Amò definirsi: “verista sentimentale”. Nella sua produzione è tuttavia abbastanza facile riconoscere le tracce della poesia latina, greca e tedesca, che egli ben conosceva ed amava.

Com’è noto, Napoli fu fondata dagli antichi greci, nel VI secolo A.C. E quella greca è una matrice che si ritrova ancora oggi in molti vocaboli. Pazziare, ad esempio, che in Italiano vuol dire giocare, deriva dal greco “παίζουν, paìzun (giocare)”. E pacchero, che vuol dire schiaffo, deriva dal greco “πάσα χείρ, pasa cheir (a tutta mano)”. Profonda è stata poi l’influenza del latino (nel 326 a.C la città diventò una colonia dell’impero Romano), la lingua parlata dai napoletani fino al 1200 circa. Dal termine latino “intras acta”, ad esempio, deriva la parola napoletana intrasatta (improvviso). Ed è proprio nel XIII secolo che il dialetto napoletano (così come anche gli altri della penisola italica) comincia a prendere forma. Le successive dominazioni hanno poi fatto il resto. Ajére, che in italiano vuol dire ieri, deriva dallo spagnolo “ayer”. Canzo, che vuol dire tempo (a Napoli si dice “damme ‘o canzo”, cioè dammi il tempo), deriva dal francese “chance”. La parola tamarro (zotico), deriva invece dall’arabo “al-tamar” (mercante di datteri). Di origine inglese è poi nippolo (pallina di lana): deriva da “nipple”.

Nelle sue svariate varianti, il napoletano viene parlato in una buona parte del sud Italia: Campania soprattutto, ma anche Abruzzo, Lazio meridionale, Molise e nelle parti alte della Puglia e della Calabria. Ma quante persone parlano il napoletano? La stima, come accennavo, è di una popolazione di circa 11 milioni di persone. Questa cifra, che già colloca il napoletano al posto numero 77 delle lingue più parlate del mondo (prima di idiomi come lo Svedese, il Bulgaro e il Ceco), non tiene però conto degli emigranti sparsi nel mondo: Canada, Stati Uniti, Brasile, Argentina, Belgio, Francia e Portogallo. Molti termini napoletani sono poi divenuti universali, conosciuti in ogni angolo della terra abitato; e questo grazie, soprattutto, alla canzone classica napoletana.

Le regole del napoletano riguardano tutti quegli aspetti che normalmente caratterizzano un qualsivoglia idioma: la pronuncia, l’ortografia, le vocali, le consonanti, sostantivi, articoli, verbi, etc. Sarebbe ovviamente impossibile sviscerarle tutte. Ci vorrebbe un intero corso.

Una regola molto comune e semplice da ricordare è però quella della scomparsa delle vocali alla fine delle parole: molte parole in napoletano si formano infatti eliminando dalla corrispondente parola italiana l’ultima vocale; divertentissima è la scena del ristorante nel famoso film Benvenuti al sud, quella dove Mattia (Alessandro Siani) dà lezioni di napoletano al suo capo ufficio Milanese (Claudio Bisio).

Ovviamente non è sempre così semplice, anzi (così come non è che semplicemente aggiungendo una “s” finale ad una parola italiana si forma l’equivalente spagnola). Molti termini napoletani, infatti, non hanno nemmeno un corrispettivo italiano, essendo esse legate profondamente alla cultura e la storia del posto: come la parola friarielli. I friarielli sono le infiorescenze appena sviluppate della cima di rapa che i napoletani, per necessità, impararono a mangiare fritte nell’olio. A proposito, oggi a Napoli i friarielli si cucinano soprattutto con la salsiccia di maiale: anzi è quasi un obbligo; provate a chiedere a un napoletano come sono “sasicce e friarielli”, vi dirà che è uno dei piatti più buoni dell’universo.

E poi c’è il gesto. Il gesto nel vernacolo partenopeo diventa un completamento della parola, spesso addirittura indispensabile per esprimere appieno il concetto voluto; secondo uno studio fatto a livello mondiale dell’antropologo inglese Desmond John Morris (n. 1928), il popolo napoletano è quello che possiede il repertorio più ricco e complesso di gesti nella comunicazione non verbale.

Il napoletano è una lingua che ha le sue regole grammaticali fisse anche in altre locuzioni che in italiano non esistono. Vediamo qualche esempio.

Innanzitutto bisogna sapere che in napoletano ci sono delle parole che devono assolutamente essere ripetute due volte altrimenti non si riesce a dare il giusto senso alla frase.

  • Lentamente = chian’ chian’;
  • adagio (che è molto simile) = cuonc’ cuonc’;
  • Completamente = san’ san’;
  • Meticolosamente = pil’ pil’;
  • Disteso = luong’ luong’;
  • All’ultimo momento= ‘ngann’ ‘ngann’;
  • Di nascosto= aumm’ aumm’.

Poi ci sono gli avverbi di tempo:

  • Adesso= mo’; In questo momento = mo’ mo’;
  • Allora= tann’; In quel momento = tann’ tann’.

Poi ci sono le iniziali di parole che cambiano (le parole inizianti per “p” diventano “ch”):

  • Piove= chiove;
  • Piangere= chiagnere;
  • Piombo= chiumm’.

Le parole inizianti con la “g” perdono la g:

  • Giorno = iuorn’;
  • Gatta = iatt’;
  • Genero = ienn’r.

Ma la difficoltà maggiore riguarda le parole inizianti per “s” che in napoletano prendono la n apostrofata:

  • Sporco = ‘nzvat’;
  • Sposato = ‘nzurat’;
  • Sopra = ‘ngopp’;
  • Sugna = ‘nzogn’.

Poi c’è da dire che il napoletano ha una capacità di sintesi eccezionale, a volte una sola parola riesce a sintetizzare concetti che in italiano sono lunghissimi:

La lettera “e” da sola significa “devi”:

  • La devi smettere = L’e a fernì.

La lettera “i” da sola significa “andare”:

  • Ce ne vogliamo andare = Ce ne vulimm’ ì.

Oppure ad esempio:

Scoprire frequentazioni comuni dopo un lungo periodo di tempo = Ascì a parient’;

Cercare di convincere una persona a fare qualcosa che altrimenti non avrebbe mai fatto = Abbabbià;

Congegno elettronico mal funzionante = Chiuov’;

Parlare direttamente di una persona della quale non si vuole dire esplicitamente il nome = L’amico Friz.

Ma la difficoltà maggiore la riscontriamo negli aggettivi possessivi mio, tuo e suo: in napoletano si mette solo l’iniziale alla fine della parola, come in:

  • Mio padre = pat’m
  • Tuo padre = pat’t
  • Ma attenzione! Suo padre non è pat’s ma è ‘o pat’ e chill’… è irregolare!

Ma c’è una cosa del napoletano che esiste solo in napoletano. Il verbo ecco.

In italiano la parola “ecco” è un avverbio presentativo o un’interiezione. Gli avverbi presentativi sono avverbi usati per presentare, indicare, mostrare, annunciare un evento. L’unico avverbio di questo tipo usato nell’italiano contemporaneo è ecco. In genere serve a richiamare l’attenzione su cosa che contemporaneamente si addita o si mostra, o a sottolineare un fatto, un avvenimento, oppure a indicare persona o cosa che appaia improvvisamente.

Ma in napoletano no, è molto più di questo. Vediamolo.

 La parola “ecco” si coniuga come un verbo a seconda della posizione della persona, se sta vicina o lontana, o a seconda se è singolare o plurale:

Oiccann’ = eccolo qua;

Oilloc’ = eccolo là;

Oillann’ = eccolo laggiù;

‘E biccann’ = eccoli qua;

‘E billoc’ = eccoli là;

‘E billann’ = eccoli laggiù.

E quando ci incontreremo, non vi preoccupate se vi accolgo con un “Oillòc!”, è perchè sono contento di vedervi!

3 thoughts on “Vedi Napoli e poi vivi…

  1. Io lavoro in una Azienda che ha numerose sedi sparse all’interno della Provincia di Padova.
    In alcune zone, il collega/funzionario che ci lavora, è praticamente obbligato a conoscere il dialetto locale, unico medo per capire e farsi capire dai clienti con cui ha a che fare.
    Ed è la cosa migliore, perché per certa gente la giacca e l’italiano forbito generano solo diffidenza, mentre l’espressione dialettale e la pacca sulla spalla valgono molto di più.

    Liked by 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...