Uomini coraggiosi

Nella vita dell’umanità ci sono state persone che hanno fatto numero e persone che hanno fatto la differenza, sia in positivo, sia in negativo. Ci sono anche persone che avrebbero potuto fare la differenza, ma che per una serie di eventi, non l’hanno fatta.

Nel 2001 uscì nelle sale un film (il terzo) di Sean Penn, con Jack Nicholson. Il titolo è “La promessa (The pledge)”. Non voglio “spoilerare” (il verbo “spoilerare” è formato per derivazione dal termine spoiler, preesistente in italiano, con l’aggiunta del suffisso -are, e non dal corrispondente verbo inglese to spoil, che avrebbe dato origine a spoilare, ed ha il significato di “dare un’informazione che mira a rovinare la fruizione di un film, un libro e simili rivelando la trama, la conclusione, l’effetto sorpresa, eccetera a chi partecipa a un newsgroup, a una mailing list, a una chat”; è possibile evitarlo facilmente con circonlocuzioni quali “Tizio ha svelato il finale del film” o “Caio ha rivelato lo snodo cruciale del romanzo”), quindi guardatevelo.

Ambientato nella provincia americana del Nevada, è un film classico, esteticamente a basso costo, nonostante vanti un grandissimo cast, che ha la sua forza nell’attesa. Un’attesa che serve a costruire e far crescere un personaggio, che lentamente sembra perdere la ragione e le persone che gli stanno vicino. Un film poliziesco dove non succede nulla, neanche in un finale tra i più atipici per il genere a cui fa riferimento. Si tratta di una pellicola che vive di situazioni, di atmosfere, di tempi narrativi e a questo livello Sean Penn costruisce un mondo normale, incentrato su un personaggio ordinario, che ha chiaramente ragione, ma che non viene capito dal mondo circostante. E questo lo porterà a un isolamento, a una lotta faccia a faccia tra un uomo e un’ombra, ma soprattutto lo spingerà oltre fino a farlo trovare di fronte alla più incontrastabile delle forze: il destino. E proprio il destino la chiave del film. Il destino segnerà il finale, aprirà una serie di punti interrogativi a cui non sarà facile rispondere, ma soprattutto lascerà lo spettatore con qualcosa dentro, una sorta di riflessione su toni e tematiche da interiorizzare.

Ci sono state persone che, nella storia dell’umanità, hanno dovuto piegarsi a un destino crudele.

Charles Butler McVay III nacque il 30 luglio 1898 a Ephrata, in Pennsylvania, Stati Uniti. Suo padre, l’Ammiraglio Charles Butler McVay Jr, aveva comandato la Yankton, una delle 16 navi che avevano partecipato alla “Great White Fleet” tra il 1907 e il 1908. Laureatosi presso l’Accademia Navale degli Stati Uniti nel 1920, ricoprì vari incarichi, dirigendo anche il “Joint Intelligence Committee” del “Combined Chiefs of Staff” (una sorta di Stato Maggiore di tutti gli Stati Maggiori delle Forze Armate) a Washington.

Nel 1944 prese il comando della USS Indianapolis e lì si compì il suo destino e quello dei 1.196 uomini di equipaggio.

La Seconda Guerra Mondiale aveva preso ormai una certa direzione e gli “alleati” stavano, pezzo dopo pezzo, smontando il dominio che la cosiddetta “Asse” aveva faticosamente e con il prezzo di milioni di morti, costruito.

Nonostante questo, gli indomiti giapponesi, pur sapendo dei piani degli Stati Uniti riguardo l’uso dell’atomica per porre fine alla guerra, continuavano a battagliare, come per esempio nella famosa “Battaglia di Iwo Jima”, che si svolse durante la guerra nel Pacifico nell’omonima isola giapponese tra le forze statunitensi al comando dell’ammiraglio Raymond Spruance e le truppe dell’esercito imperiale giapponese al comando del generale Tadamichi Kuribayashi, coadiuvate da reparti della marina guidati dal contrammiraglio Toshinosuke Ichimaru.

L’Ammiraglio Spruance dirigeva le operazioni proprio dal ponte di comando della Indianapolis, che abbatté agli ordini di McVay sette aerei giapponesi prima di essere colpita da un kamikaze a fine marzo del ’45, quando ormai la battaglia era finita.

McVay portò la propria nave in California per le riparazioni e al termine delle stesse ebbe l’ordine di trasportare del materiale (l’involucro e la carica di uranio della prima bomba atomica) a Tinian, base americana del Pacifico dove si stava preparando l’attacco finale al Giappone.

Consegnata la bomba, il 26 luglio ripartì dal porto in direzione di Leyte nelle Filippine per unirsi alla task force dell’ammiraglio McCormick, senza alcuna scorta nonostante il rischio di un attacco subacqueo fosse riportato ancora come non lieve. Lungo la rotta prescelta tra le tre possibili, chiamata in codice “Peddie”, era in agguato il sommergibile giapponese I-58, con a bordo anche dei siluri umani Kaiten (siluri con un membro di equipaggio che doveva compiere un attacco suicida). La nave procedeva alla velocità di 17 nodi e senza zigzagare, in quanto gli ordini erano di “zigzagare a discrezione in base anche alle condizioni meteo”, e non veniva richiesto di mantenere una elevata velocità. Il comandante giapponese Mochitsura Hashimoto non era però entusiasta dell’uso dei Kaiten e optò per l’attacco convenzionale, lanciando una salva di siluri. Due di questi siluri centrarono la fiancata dell’Indianapolis causando l’interruzione dell’energia elettrica e l’allagamento della nave che iniziò a sbandare.

A questo punto iniziarono una “serie di sfortunati eventi”…

Abbiamo detto della mancanza della scorta: in realtà McVay aveva richiesto un cacciatorpediniere di scorta, ma la priorità in quei giorni era di scortare le navi verso Okinawa o di raccogliere i superstiti e tutto sommato quella zona del Pacifico era ritenuta abbastanza tranquilla. Pesa anche il fatto che i cacciatorpedinieri avevano in genere dei sistemi sonar per rilevare i sottomarini nemici, ma la Indianapolis quel sistema non lo aveva, quindi la somma delle due cose orientò verso quella che fu una decisione sciagurata.

Inoltre, la settimana prima, il 24 luglio, il cacciatorpediniere Underhill era stato affondato proprio da quelle parti da un sottomarino giapponese, ma McVoy non ne era stato informato. Ufficialmente perché l’informazione era classificata. In pratica gli dissero solo di stare attento e di “zigzagare a discrezione”…

Appena colpita, dalla Indianapolis partirono tre messaggi di SOS. Digressione: tutti pensano che SOS sia l’acronimo per “Save Our Souls”, ma in realtà quella frase fu usata quattro anni dopo l’invenzione dell’alfabeto Morse, in occasione dell’affondamento del Titanic. SOS era un segnale facile da ricordare, da trasmettere e da leggere (tre-punti-tre-linee-tre-punti). In Italia, nella prima metà del ‘900, sotto la spinta italianizzatrice fascista SOS fu invece tradotto in “Soccorso Occorre Subito”. Fine digressione.

Che fine fecero le tre richieste di aiuto dell’Indianapolis? Assurdo, ma vero: la stazione che ricevette la prima richiesta, ipotizzò che si trattasse di una falsa richiesta di aiuto mandata dai giapponesi per infliggere danni agli eventuali soccorritori; la seconda richiesta di aiuto andò inevasa, in quanto il comandante della stazione aveva detto ai suoi uomini di non disturbarlo per nessun motivo; la terza, arrivò ad una piccola stazione, il cui unico operatore era ubriaco e dormiva…

In realtà, la prima cosa che fece McVay una volta salvo, fu chiedere con insistenza perché la loro richiesta di aiuto non fosse stata presa in considerazione e la prima risposta che gli fu data fu che in quella zona si era sotto “silenzio radio”, cosa poi rivelatasi falsa.

Così la USS Indianapolis, il suo Comandante McVay e il suo equipaggio furono mandati allo sbaraglio.

Il mancato arrivo dell’unità del 31 luglio venne ignorato per ben due giorni dal controllo traffico di Leyte. Nel frattempo i circa 900 naufraghi che erano riusciti ad abbandonare la nave, su un totale di 1196 uomini di equipaggio, avevano iniziato la loro lotta per la sopravvivenza contro la mancanza di giubbetti di salvataggio, la disidratazione, che fece impazzire molti uomini, e gli attacchi da parte di squali. Nelle prime ore del 31 luglio vennero lanciati dei razzi di segnalazione, che furono visti dall’equipaggio di un C-54 da trasporto dell’Army Air Corps in rotta da Manila a Guam, e classificati dal comandante Richard G. Le Francis come una “battaglia navale”, ma la segnalazione venne ignorata dai suoi superiori che gli risposero di “non preoccuparsi perché era un problema della marina”.

Dopo l’abbandono della nave, molti membri dell’equipaggio sotto la guida degli ufficiali e dei sottufficiali presenti avevano organizzato in più gruppi i battellini di salvataggio e i relitti galleggianti per darsi aiuto reciproco, e molti feriti vennero raccolti. Le razioni di emergenza e le riserve d’acqua, dove presenti, vennero distribuite all’inizio in modo controllato e razionato. Gli effetti della disidratazione portarono molti uomini ad impazzire e ad allontanarsi a nuoto dai battelli, verso la morte per annegamento o per gli attacchi degli squali. Alcuni di un gruppo si immersero vaneggiando di aver trovato una cisterna di acqua potabile e contagiando altri con una isteria collettiva e molti trovarono la morte immergendosi in seguito a questa situazione.

A rendere ancora più tragica la vicenda si deve aggiungere il fatto che, nel disperato tentativo di rallentare l’affondamento dell’unità, si decise di chiudere alcuni boccaporti interni alla nave per rallentare il flusso dell’acqua da un compartimento all’altro; dato che non c’era molto tempo a disposizione non tutti i marinai fecero in tempo ad evacuare i locali che furono sigillati e vennero così sacrificati volontariamente dai loro compagni che chiusero i boccaporti.

I naufraghi vennero ignorati fin quando un velivolo Lockheed B-34 Ventura della squadriglia VPB-152 della US Navy, comandato dal tenente Wilbur C. Gwinn, in normale volo di pattugliamento alle ore 10:25 del 2 agosto non notò delle chiazze di nafta e, mentre si accingeva ad un attacco con bombe di profondità verso un presunto sottomarino, vide i superstiti. A quel punto abortì l’attacco e lanciò delle zattere gonfiabili dotate di boe sonar, che i naufraghi non furono però in grado di azionare, e trasmettendo subito alla base di Peleliu un rapporto di avvistamento. Un idrovolante PBY Catalina del VPB-23 del comandante Adrian Marks, con nominativo di chiamata Playmate 2, venne caricato di materiale di soccorso ed inviato alla ricerca dei superstiti, poiché si riteneva che i circa trenta uomini che erano stati avvistati inizialmente potessero appartenere all’equipaggio di una nave affondata. Nel frattempo le stime del comandante Gwinn a seguito di una ricerca più accurata erano salite a 150 naufraghi. A questo punto la segnalazione aveva raggiunto anche il comando avanzato delle Filippine, che chiese informazioni sulle eventuali unità disperse al centro di controllo traffico a Leyte; la risposta fu che tre navi erano in ritardo, ed una di esse era l’Indianapolis. Anche l’ammiraglio McCormick rispose che la nave non aveva raggiunto direttamente il suo task group. Pur non essendoci ancora la certezza dell’identificazione della nave, vennero ordinate ricerche a vasto raggio e sette unità navali iniziarono a pattugliare l’area.

L’idrovolante comandato da Marks sorvolò lungo il percorso il cacciatorpediniere Cecil J. Doyle, che venne allertato e si diresse autonomamente per decisione del proprio comandante verso il luogo del rilevamento; Marks, dopo aver lanciato le zattere di salvataggio, decise di ammarare per fornire rifugio al maggior numero possibile di naufraghi (alla fine saranno 56). In questo modo danneggiò irreparabilmente il velivolo, ma riuscì a far salire diverse decine di uomini nella carlinga e sulle ali, oltre che a raccogliere i battelli attorno all’aereo. Quando la USS Doyle raggiunse in piena notte il luogo del rilevamento, si fermò a distanza di sicurezza per non rischiare la vita degli uomini in mare ed accese il proprio proiettore, rendendosi identificabile e mettendosi in pericolo per poter dare un riferimento ai naufraghi, molti dei quali si resero conto in questo modo dell’arrivo dei soccorsi. Un gruppo di altre unità venne immediatamente inviato da Ulithi sul luogo, tra cui i cacciatorpediniere Ralph Talbot, veterano della battaglia di Guadalcanal, Helm e Madison, cui poi si aggiunsero il caccia di scorta USS Dufilho, i trasporti veloci USS Bassett e, il 3 agosto, la USS Ringness dalle Filippine.

La ricerca proseguì fino all’8 agosto, ma dei marinai che avevano abbandonato la nave, solo 316 su 1196 vennero recuperati; 154 dalla USS Bassett in quattro ore di ricerca e 39 dalla Ringness, 24 dalla Ralph Talbot, mentre la Dufilho dopo aver recuperato un superstite rilevò un forte contatto sonar a circa 800m e si dedicò alla caccia antisommergibile e poi alla vigilanza mentre le altre navi procedevano col recupero. Tra i superstiti vi fu anche il comandante Charles Butler Mc Vay III, figlio dell’ammiraglio McVay; quest’ultimo aveva un pessimo rapporto col figlio e non lo supportò mai, né durante le differenti fasi del processo, né dopo. Nel novembre del 1945, McVay venne sottoposto a corte marziale, unico tra i 700 comandanti di navi statunitensi affondate durante il conflitto, e giudicato colpevole di aver “messo a rischio la nave rinunciando a zigzagare”. In realtà, il comandante giapponese testimoniò dopo la guerra che la cosa non avrebbe fatto alcuna differenza. Inoltre, fatto che venne tenuto segreto fino al 1990, le intercettazioni avevano rivelato la presenza di un sottomarino operante con certezza nell’area.

McVay fu scelto come “capro espiatorio” da parte della US Navy, forse per distogliere l’opinione pubblica da tutti gli errori procedurali che erano stati commessi. Alla fine, nel 1946, l’ammiraglio Chester Nimitz annullò la sentenza di condanna e prosciolse McVay rimettendolo in servizio attivo, con la carriera però ormai finita.

In un nevoso pomeriggio del novembre 1968, dopo oltre vent’anni trascorsi a chiedersi del perché di un destino così beffardo, tormentato dalle telefonate dei parenti delle vittime del naufragio, Charles Butler McVay III fece la doccia e la barba. Stirò la sua alta uniforme e la indossò, dopo aver pulito accuratamente la pistola di ordinanza. Andò sulla veranda di casa, quella casa ormai da tempo vuota (la moglie era morta di tumore sette anni prima) e, tenendo in mano un giocattolo che gli era stato regalato da un marinaio ad inizio carriera, si mise la pistola in bocca e tirò il grilletto.

Nell’ottobre 2000, il Congresso degli Stati Uniti pose fine alla questione approvando una risoluzione secondo la quale sullo stato di servizio del capitano McVay dovesse essere riportato che “egli era prosciolto dalle accuse per la perdita della USS Indianapolis”.

 

“Io non avrei esitato a servire sotto di lui ancora una volta. Il suo trattamento da parte della Marina è stato imperdonabile e vergognoso.”

Dalla dichiarazione presentata a settembre 1999 alla audizione del Senato da Florian Stamm, sopravvissuto della USS Indianapolis.

7 thoughts on “Uomini coraggiosi

  1. Non conoscevo la storia di McVay, classico esempio di caprio espiatorio utile per coprire una serie di errori da non credere, per tipologia, per quantità, per menefreghismo e per superficialità.

    Buona l’idea “Playmate 2” come nominativo di chiamata .

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