Obtorto collo

Come ho già raccontato altre volte, sono nato a Taranto. Fondata intorno all’ottavo secolo avanti Cristo, la città ha visto vari conquistatori passare dai suoi lidi, dai fondatori Spartani agli Iapigi, dai Romani agli Ostrogoti, dai Bizantini ai Saraceni, e così via.

Una delle caratteristiche di Taranto, perlopiù del suo entroterra, cosa che rappresentava un’attrattiva per i popoli stranieri, ma poi faceva cambiare loro idea (almeno secondo il mio modesto parere) è il caldo afoso che c’è d’estate. Ciò comporta anche un’assenza totale di precipitazioni, e data la carenza di fiumi, porta anche ad una siccità costante durante il periodo estivo (ricordo ancora che si riempivano secchi, vasche e tinozze per conservare l’acqua per cucinare o per lavarsi, quando ero piccolo).

Certo, esistono città e paesi più caldi, ma vi assicuro che d’estate, seduti all’ombra dei “ceratonia siliqua”, i carrubi, si sudava copiosamente anche da fermi. Perché questo? Suppongo che derivi dalla direzione dei venti che arrivano nel Golfo di Taranto. In relazione alla posizione geografica e alla natura del terreno che circonda il nostro Golfo, si hanno dei venti caratteristici, dotati, ciascuno, di una propria fisionomia e, normalmente associati a determinare condizioni di tempo. Questi venti sono di solito chiamati con nomi di origine antica, usati anche per indicare alcune direzioni della Rosa dei Venti.

È il caso del Grecale, del Libeccio e dello Scirocco, i cui nomi sono ancor oggi usati per indicare le posizioni intercardinali Nord-Est, Sud-Ovest e Sud-Est. Essi sono stati introdotti dai naviganti delle antiche Repubbliche marinare per individuare, con riferimento ad una zona centrale a Sud dello Jonio, i venti provenienti rispettivamente dalla Grecia, dalla Libia e dalla Siria. Lo “Scirocco”, probabilmente il vento meridionale più conosciuto, è un vento invernale caldo, umido e polveroso. Quando è particolarmente forte, mantiene le sue caratteristiche di polverosità a lungo, tanto che riesce a trasportare in sospensione la polvere del deserto sino alle nostre regioni.

Il “Libeccio” è un vento che spira da Sud-ovest: nella stagione estiva e, in misura nettamente minore anche nelle altre stagioni, il vento può favonizzarsi (ho già spiegato cosa significa, in “Il destino in una J”) lungo il versante adriatico e sullo Ionio, oltre che sulle coste orientali della Sardegna e su quelle settentrionali della Sicilia. Ciò crea una risalita di aria calda da sud-ovest verso nord-est dal bordo orientale della depressione verso quello occidentale e settentrionale delle aree anticicloniche. Di questo tipo fu la configurazione del 24 luglio 2007 con temperature record sul medio-basso Adriatico e sullo Ionio. Il “Grecale” è un vento mediterraneo che soffia da nord-est: durante l’estate la ventilazione al suolo risulta diffusamente nord-orientale tra il debole e il moderato e contribuisce ad innalzare notevolmente le temperature.

A Taranto tanta e tale è l’importanza dei venti che in una delle piazze principali della città, Piazza Ebalia, vi è una fontana ad essi dedicata. Inaugurata il 4 giugno 1953 in un periodo di piena espansione edilizia del Borgo Nuovo, cosiddetto in contrapposizione a “Taranto Vecchia” (il “Borgo Antico”), deve il suo nome alle otto teste poste ai bordi del cerchio centrale, ognuna delle quali rappresenta uno dei venti che soffiano sulla città, regolandone il clima e la navigazione in mare: Tramontana, Grecale, Levante, Scirocco, Ostro, Libeccio, Ponente, Maestrale. Dotata di ventuno getti d’acqua verticali e di un altissimo zampillo centrale, illuminati nelle ore serali da punti luce multicolore, presenta sul bordo esterno della vasca l’iscrizione in latino:

“Et quidem, cum fortiter adversa vela ventis”

“E anche con venti avversi coraggiosamente navigheremo”.

Per la cronaca, nel 1968, nel palazzo prospiciente la fontana vi era la sede di una clinica privata, nella quale il 23 ottobre nacqui io.

Ma il clima, da allora, è cambiato? Quanto sono vere le frasi che sentiamo in tv? Proviamo a ragionarci sopra, come al solito, partendo da un po’ di nozioni e cercando di arrivarne a capo.

Nelle temperature sopra la media di queste settimane si è parlato di riscaldamento globale. Ma siamo sicuri?

Riscaldamento globale significa che la temperatura media del pianeta sale; ed in effetti è salita. Questo significa che globalmente il clima è variato, ma non necessariamente ovunque. Se così fosse, se la temperatura aumentasse ovunque di 1 o 2 gradi sarebbe un vantaggio dal punto di vista economico, perché d’inverno si risparmierebbe il combustibile per il riscaldamento delle case. Ma l’aumento della temperatura media vuol dire che in alcuni posti è aumentata ed in altri (un numero minore di posti, certo) è anche diminuita.

Con l’aumento della temperatura media non farà necessariamente più caldo: in alcune zone si potrebbe avere una piccola glaciazione. Mi spiego: lo scioglimento dei ghiacci dovuto all’aumento della temperatura al polo non farà aumentare di molto il livello dell’acqua, in quanto quei ghiacciai galleggianti già fanno parte della massa totale degli oceani. Ma causerà altri problemi.

Lo scioglimento dei ghiacci artici potrebbe influenzare profondamente il clima del Nord America e dell’Europa in un futuro abbastanza prossimo: il maggior riscaldamento dell’oceano a causa della minor estensione estiva dei ghiacci al Polo Nord determinerà infatti la cessione all’atmosfera di maggiori quantità di calore e di umidità durante l’autunno, implicando piogge autunnali più frequenti e abbondanti sulle vicine regioni del Nord America e dell’Europa.

In parallelo, la minor estensione della calotta artica avrà conseguenze dirette sulla circolazione atmosferica delle alte latitudini, determinando una “estremizzazione” del clima rispetto alla situazione odierna.

A causa del riscaldamento dell’Oceano Artico si ridurrebbe, infatti, anche la differenza di temperatura fra le alte e le medie latitudini, una situazione idonea ad indebolire il circuito delle correnti occidentali che scorrono dal Canada verso l’Europa e più ancora verso est (in direzione del Giappone): l’indebolimento di queste correnti, il “normale” ed attuale spartiacque fra l’aria gelida delle latitudini polari e quella più mite delle zone temperate, spalancherà la discesa di masse d’aria gelida dal Polo verso le basse latitudini (o alla risalita di aree di alta pressione da latitudini sub-tropicali fino ai margini del Circolo Polare), con un significativo incremento dei fenomeni nevosi estremi e di anomali periodi di freddo.

Effettivamente, nonostante l’aumento delle temperature globali nell’ultimo decennio si sono verificati in gran parte dell’emisfero settentrionale inverni con temperature estreme e fenomeni intensi: negli inverni dal 2009 fino al 2011, per esempio, la costa orientale degli Stati Uniti è stata investita da tempeste di neve insolitamente intense, negli ultimi inverni intere aree del Giappone hanno registrato livelli record di neve, mentre in Europa abbiamo registrato inverni miti ma con picchi di temperature particolarmente basse.

Tutto questo renderà il clima meno vivibile per noi. Perché una cosa è avere stagioni normali, una cosa è avere sei mesi in cui non piove e poi un mese in cui piove tutto quel che avrebbe dovuto piovere in sei mesi, e quindi frane, alluvioni, e così via. Il cambiamento climatico sarà soprattutto questo. Nella media farà più caldo, ma i nostri schemi, le stagioni, salteranno. Altro che mezze stagioni, non ci saranno nemmeno più le stagioni.

Ma parlando di scioglimento dei ghiacci, sappiamo che non esistono solo quelli galleggianti del polo Nord. Abbiamo l’Antartide (il polo Sud) e i ghiacciai delle montagne. Anche questi ultimi due si stanno riducendo a fronte dell’aumento delle temperature? E con quali conseguenze?

La recessione o il ritiro dei ghiacciai è il fenomeno idrogeologico per cui la superficie e lo spessore dei ghiacciai terrestri sono generalmente diminuiti rispetto ai valori che avevano nel 1850. Si tratta di un processo che ha influenza sulla disponibilità di acqua fresca per l’irrigazione e per uso domestico, sulle escursioni in montagna, su animali e piante che dipendono dalla fusione del ghiacciaio e, a lungo termine, anche sul livello degli oceani. Studiato dai glaciologi, la coincidenza del ritiro del ghiacciaio con l’aumento di gas serra atmosferici è spesso citata a sostegno probatorio del riscaldamento globale. Le catene montuose di media latitudine come l’Himalaya, le Alpi, le Montagne Rocciose, la Catena delle Cascate e le Ande meridionali, non escluse le vette tropicali isolate come il Kilimangiaro in Africa, stanno mostrando i segni della più grande perdita glaciale.

Tale ritiro, soprattutto nelle regioni artiche e antartiche, potrebbe accelerare il riscaldamento globale per il noto feedback positivo dell’albedo terrestre da parte delle terre e delle parti di oceano che verrebbero esposte alla radiazione solare.

Secondo le ricerche e le verifiche continue, i ghiacciai italiani, in poco più di 50 anni, si sono ridotti di almeno il 30 per cento, con una perdita di circa 150 chilometri quadrati e uno scioglimento praticamente incessante. Conoscere la situazione dei ghiacciai è utile per verificare lo stato generale dell’ecosistema, il cui delicato e perfetto equilibrio viene controllato proprio dalla presenza delle riserve di ghiaccio, che contribuiscono all’armonia del clima e a controllare il livello delle acque oceaniche.

L’Italia, grazie alla morfologia particolare, dispone di importanti catene montuose e di ghiacciai di ampie dimensioni, tra la Valle d’Aosta, il Piemonte e l’Alto Adige, ma anche lungo gli Appennini e nelle regioni centro meridionali. Il ritiro, peraltro irreversibile, dei ghiacciai montani, o addirittura la loro scomparsa, provoca variazioni climatiche consistenti a livello globale, una modifica del paesaggio e dei confini regionali, ma soprattutto uno squilibrio sempre più profondo dell’ecosistema e dell’ambiente naturale. Lo scioglimento dei ghiacciai alpini potrà avere conseguenze negative sul flusso dei fiumi europei e italiani, influenzando il traffico fluviale in Europa e, in Italia, l’agricoltura e la produzione di energia elettrica: questo perché, se il ghiacciaio non è più in grado di alimentare un fiume, non c’è alcun modo di recuperarne le funzioni.

Se attualmente, l’acqua che cade sulla Terra sotto forma di pioggia o di neve viene immagazzinata nei ghiacciai, e rilasciata gradualmente, in un futuro non troppo distante verrà immessa rapidamente nel sistema idrico terrestre, con probabili inondazioni e periodi di siccità. È molto probabile che, nel corso di 30 o 40 anni, i ghiacciai saranno scomparsi totalmente dalla Terra, o comunque ridotti al punto da non poter più garantire alcuna risorsa idrica permanente.

Ma a parte queste belle notizie, vorrei commentare un’ultima cosa: la temperatura percepita.

La temperatura percepita non esiste. O almeno non esiste nei termini in cui viene comunemente intesa.

Esiste un parametro che va correttamente sotto il nome di “indice di calore” o “sensazione termica” e viene abbastanza da lontano. Durante la guerra del Vietnam si era notato come gli equipaggi “scramble”, vale a dire pronti a partire su allarme, che attendevano all’interno degli aerei, erano in qualche caso soggetti a malore per le temperature elevate. In qualche caso, ma non sempre.

Un non meglio identificato Dr. Steadman fece alcuni studi e rilevò come i malori fossero più frequenti in caso di umidità elevata. Il punto è proprio questo, niente di più, niente di meno. Ingenuamente il Dr. Steadman, pensando di avere a che fare con persone di buonsenso, pensò di rendersi utile elaborando un algoritmo, cioè un piccolo calcolo che teneva conto della temperatura e dell’umidità per segnalare se quella temperatura era “pericolosa” o meno.

E pensò che il modo migliore fosse quello di indicare una temperatura “virtuale” che fosse più bassa di quella reale in caso di bassa umidità, per segnalare che si sopportava meglio, o più alta di quella reale, in caso di umidità elevata, per segnalare il maggior pericolo.

Potremmo tradurre in un esempio: ci sono 35 gradi, ma a causa dell’umidità elevata si soffre e si rischiano malessere o malori come se ce ne fossero 38. Attenzione, questo è vero, e se volete chiamare questa “temperatura percepita”, non è corretto ma non è peccato. Però quei 38 gradi dell’esempio, sia chiaro, non esistono.

Da nessuna parte, su nessuna pelle: perché inesattezza, leggerezza e approssimazione, hanno portato all’assunto che “ci sono 35 gradi, ma a causa dell’umidità, la temperatura effettivamente percepita sulla pelle è di 38”. O cose del genere. Questo non è vero, in nessuna maniera. Sulla pelle si sente la temperatura dell’aria, e basta.

Il fenomeno nasce semplicemente dal fatto che il nostro corpo usa l’evaporazione dei liquidi presenti sulla pelle per raffreddarsi, qualora ce ne sia bisogno. Infatti la temperatura del nostro corpo ha limiti abbastanza stretti entro i quali può variare sia verso il basso che verso l’alto. Ma l’evaporazione avviene più e meglio se l’aria è secca, o poco umida: quindi il caldo secco si “sopporta meglio”, come usa dire, ed è vero, perché il nostro corpo ha maggiore facilità a difendersi. Ma se l’aria è più umida, allora l’evaporazione del sudore, che vi ricordo è il mezzo per raffreddare il corpo, avviene con più difficoltà, il calore non viene smaltito e si accumula. Come una macchina con il radiatore che non funziona.

E questo, anche in funzione del tipo di attività fisica svolta, porta disagio, malessere, malore, colpo di calore (anche all’ombra, quindi) in sequenza crescente di gravità. Tutto qui.

Ricordate che qualcosa non diventa vero solo perché lo dicono tutti. Ognuno di noi, autonomamente, dovrebbe essere in grado di capire se ascoltare passivamente le notizie o darsi da fare a capirle.

E, mi raccomando, “quando fa caldo, state in casa, chiudete le imposte, accendete il condizionatore, non uscite nelle ore più calde, bevete tanta acqua e, soprattutto, se proprio dovete uscire, andate nei centri commerciali” (cit.).

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