Il sistema solare parte settima

Venetia Burney, nata l’11 luglio 1918, era la figlia del reverendo Charles Fox Burney, professore di “Interpretazione della Sacra Scrittura” a Oxford. Suo nonno si chiamava Falconer Madan; il fratello di questo, Henry Madan (1838-1901), scienzato a Eton, aveva nel 1878 suggerito i nomi di Phobos e Deimos per le lune di Marte.

Come ogni altro giorno, la mattina del 14 marzo del 1930 Venetia stava facendo colazione nella sala da pranzo della casa in cui viveva a Oxford, mentre il nonno sfogliava il Times. A pagina 14 del quotidiano, veniva data la notizia della scoperta di un nuovo pianeta ai confini del sistema solare. Madan lesse l’articolo ad alta voce.

Venetia, che aveva studiato astronomia a scuola e costruito modelli del sistema solare nel parco dell’università, e amava molto la mitologia, pensò al nome giusto quando il nonno si chiese ad alta voce come sarebbe stato nominato il nuovo corpo celeste. “Perché non chiamarlo Plutone?”, disse la piccola Venetia.

Falconer Madan, che prima di andare in pensione era stato il direttore della Bodleian (la terza biblioteca più antica dei tempi moderni, dopo la Malatestiana di Cesena e quella dei Girolamini di Napoli) parlò dell’idea della nipote a un amico astronomo che subito telegrafò, poiché all’epoca non era ancora stata inventata la posta elettronica, l’idea ai suoi colleghi dell’osservatorio dell’Arizona in cui era stata fatta la scoperta e che votarono all’unanimità in favore del nome scelto da Venetia, che il nonno premiò con cinque sterline.

Come avevo detto in “Il sistema solare parte sesta“, spiegati tutti i pianeti, passerò proprio a Plutone, che, al tempo in cui mi approcciavo all’astronomia, era un pianeta in tutto e per tutto.

La massa e la posizione di Nettuno spiegavano gran parte delle anomalie del moto di Urano. Ma per spiegare quelle rimanenti, alcuni astronomi pensarono che si dovesse ricercare un altro pianeta, ancora più distante di Nettuno; il più assiduo nei suoi calcoli e nella sua ricerca fu Lowell (che era diventato famoso per le sue idee sui canali di Marte).

La ricerca non fu facile. Qualsiasi pianeta al di là di Nettuno sarebbe stato così poco luminoso da confondersi nella folla delle stelle più fioche. Inoltre, si sarebbe mosso tanto lentamente da rendere difficilmente osservabile il suo cambiamento di posizione.

Lowell morì, nel 1916, senza averlo ancora trovato.

Tuttavia, gli astronomi dell’osservatorio Lowell, in California, continuarono la ricerca anche dopo la sua morte. Nel 1929 un giovane astronomo, Clyde William Tombaugh, riprese tale ricerca usando un nuovo telescopio, capace di fotografare con grande risoluzione regioni relativamente ampie del cielo.

Tombaugh fece anche uso del cosiddetto “blink comparator” (comparatore a visione intermittente), uno strumento che proiettava la luce attraverso una lastra fotografica impressionata in un certo giorno e poi attraverso un’altra lastra della stessa regione del cielo impressionata alcuni giorni dopo, e così via in rapida alternanza. Le lastre erano disposte in modo che le immagini di una stessa stella nelle due lastre venissero proiettate nello stesso punto. Le vere stelle sarebbero rimaste perfettamente immobili mentre la luce passava alternativamente attraverso l’una o l’altra lastra. Qualsiasi eventuale pianeta, per quanto oscuro, avrebbe invece cambiato la sua posizione, comparendo ora qui, ora li, alternativamente, a somiglianza di un lampeggiatore (“blink”).

Anche con tale strumento la scoperta non fu semplice, perché ogni lastra conteneva molte decine di migliaia di stelle, ed era necessario esaminare attentamente ogni angolo della lastra per vedere se, in questa miriade, ve n’era una che lampeggiava.

Ma alle 4 pomeridiane del 18 febbraio 1930 Tombaugh, mentre stava studiando una regione nella costellazione dei Gemelli, trovò un “blink”. Seguì il suo oggetto per circa un mese e, il 13 marzo 1930, annunciò di aver trovato il nuovo pianeta; esso venne chiamato col nome del dio degli inferi, Plutone, come ho detto prima; in più, le prime due lettere del nome erano le iniziali di Percival Lowell (il cui anniversario della nascita era proprio il 13 marzo: anche gli scienziati sono dei sentimentali, in fondo).

Il calcolo dell’orbita di Plutone diede molte sorprese. Non era così lontano dal Sole, quanto avevano pensato Lowell e altri astronomi; la sua distanza media risultò di circa 6 miliardi di chilometri, superiore solo del 30 per cento alla distanza di Nettuno.

Inoltre l’orbita era più eccentrica di quella di tutti gli altri pianeti; nel punto di maggior distanza dal Sole, Plutone distava 7,4 miliardi di chilometri, mentre nel punto opposto della sua orbita, cioè in perielio, tale distanza si riduceva a 4,3 miliardi di chilometri.

Quando è alla minima distanza dal Sole, Plutone gli è addirittura più vicino di Nettuno di circa 160 milioni di chilometri. Plutone percorre la sua orbita intorno al Sole in 247,7 anni, ma durante ciascuna di tali rivoluzioni c’è un periodo di venti anni in cui esso si trova più vicino al Sole di Nettuno, così che non è il pianeta più lontano. Uno di questi periodi è caduto negli ultimi due decenni del ventesimo secolo.

Plutone, però, non incrocia effettivamente l’orbita di di Nettuno, perché la propria è fortemente inclinata rispetto a quella degli altri pianeti. Rispetto all’orbita della Terra è inclinata di circa 17,2 gradi, mentre quella di Nettuno ha solo una leggera inclinazione. Pertanto, quando le orbite di Nettuno e di Plutone si incrociano, una di esse si trova molto al di sotto dell’altra.

La cosa più problematica di Plutone era comunque la sua luminosità molto inferiore alle aspettative, che subito lo escludeva dal novero dei giganti gassosi. Se infatti Plutone avesse avuto dimensioni comparabili a quelle di Urano o di Nettuno, sarebbe stato considerevolmente più luminoso.

Nel 1950 Kuiper riuscì a vedere Plutone come un piccolo disco, e, quando ne misurò l’ampiezza, ebbe l’impressione che esso potesse avere un diametro di soli 5.800 chilometri, ancor meno di quello di Marte. Alcuni astronomi erano riluttanti ad accettare tale stima; ma il 28 aprile 1965 Plutone passò molto vicino a una piccola stella senza sovrapporsi ad essa; se Plutone avesse avuto dimensioni maggiori di quelle stimate da Kuiper, l’avrebbe occultata.

Era perciò chiaro che Plutone aveva dimensioni troppo piccole per esercitare un’azione sensibile sull’orbita di Urano. Se le anomalie residue nell’orbita di Urano erano dovute all’esistenza di un pianeta distante, questo pianeta non era Plutone. La questione fu risolta solo nel 1989, quando l’analisi dei dati della sonda Voyager 2 rivelò che le misure della massa di Urano e Nettuno comunemente accettate in precedenza erano lievemente sbagliate. Le orbite calcolate con le nuove masse non mostravano alcuna anomalia, il che escludeva categoricamente la presenza di qualunque pianeta più esterno di Nettuno con una massa elevata.

Nel 1955 si notò che la luminosità di Plutone variava in modo regolare, con un ciclo di 6,4 giorni. Si suppose allora che tale fosse il periodo di rotazione di Plutone, ma sembrava troppo lungo.

Poi, il 22 giugno 1978 sopraggiunse una scoperta che sembrò fornire una spiegazione. Quel giorno l’astronomo americano James W. Christy, analizzando alcune fotografie di Plutone, notò un marcato rigonfiamento da una parte. Esaminò altre fotografie e giunse alla conclusione che Plutone aveva un satellite. Un satellite molto vicino, tanto che la distanza da centro a centro era solo di 20 mila chilometri. La scoperta era giunta così tardi perché, alla distanza a cui si trova Plutone dalla Terra, è assai difficile distinguere due oggetti così vicini. Christy diede al satellite il nome di Caronte, il barcaiolo che nella mitologia greca fa attraversare alle ombre dei morti il fiume Stige, al di là del quale inizia il regno di Plutone, l’Ade.

Caronte compie una rivoluzione intorno a Plutone in 6,4 giorni, che è esattamente il tempo impiegato dal pianeta per ruotare sul proprio asse. Non si tratta di una coincidenza. I due corpi devono essersi rallentati a vicenda tramite gli effetti di marea, fino ad arrivare a presentarsi reciprocamente sempre una stessa faccia; ora essi ruotano intorno al comune centro di gravità, come le due estremità di un manubrio da ginnastica tenute insieme dall’attrazione gravitazionale.

In base alla distanza fra loro e al tempo di rivoluzione si può calcolare la massa totale dei due corpi, che risulta solo un ottavo circa della massa della Luna. Plutone è ancora più piccolo di quanto fosse stato stimato dai più pessimisti.

Plutone ha un diametro di soli 2.370 chilometri, meno di Europa, il più piccolo dei sette satelliti maggiori. Caronte ha un diametro di 1.200 chilometri, poco più di Dione, il satellite di Saturno.

I due oggetti non hanno dunque dimensioni molto diverse. Plutone ha una massa che è solo dieci volte quella di Caronte, mentre la Terra ha una massa che è 81 volte quella della Luna. Questa differenza nelle rispettive dimensioni spiega perché Plutone e Caronte ruotano l’uno intorno all’altro presentandosi sempre la stessa faccia, mentre la Terra e la Luna non fanno altrettanto. Per quanto ne sappiamo, è questo il caso nel sistema solare che più si avvicina a un “pianeta doppio”.

Fin dalle prime analisi di Plutone emerse che si trattava di un pianeta anomalo, in quanto la sua orbita era molto diversa e la sua dimensione era modesta rapportata a quella degli altri pianeti. Tuttavia, dal momento della sua scoperta fino alla fine del XX secolo Plutone è sempre stato considerato come il nono pianeta del sistema solare. Quando si è scoperto che Plutone altro non era che uno degli oggetti più grandi della Fascia di Kuiper, alcuni astronomi cominciarono a dubitare del suo status di pianeta.

Il 29 luglio 2005, è stata annunciata la scoperta di un nuovo oggetto trans-nettuniano, Eris, avente le stesse dimensioni di Plutone. Scopritori e stampa inizialmente definirono Eris il decimo pianeta, ma nella comunità scientifica la scoperta di Eris fu l’argomento più menzionato per riconsiderare la classificazione di Plutone.

Il 24 agosto 2006 una risoluzione dell’Unione Astronomica Internazionale ha definito ufficialmente il termine “pianeta”, considerando tale un oggetto che soddisfi i seguenti 3 punti:

  • Deve essere in orbita attorno al Sole;
  • Ha una massa sufficiente affinché la sua gravità possa vincere le forze di corpo rigido, cosicché assume una forma di equilibrio idrostatico (quasi sferica);
  • Ha ripulito le vicinanze intorno alla sua orbita.

Plutone non soddisfa il terzo requisito, in quanto la sua massa è solo 0,07 volte quella degli altri oggetti della sua zona orbitale (in confronto, la Terra ha una massa 1,7 milioni di volte quella degli altri oggetti nella sua orbita).

Il 7 settembre 2006 l’UAI ha riclassificato Plutone inserendolo nel catalogo del Minor Planet Center con la designazione asteroidale di “(134340) Pluto”.

Aldilà della classificazione, io ho una teoria.

Sappiamo che ogni pianeta, con un’unica eccezione, ha una distanza dal Sole compresa tra 1,3 e 2,0 volte quella del pianeta precedente. L’unica eccezione è costituita da Giove, il quinto pianeta, che dista dal Sole 3,4 volte più di Marte, il quarto pianeta. Anzi, esiste una formula che semplifica quanto da me detto (l’ho spiegata in “Il decimo pianeta”).

Questo singolare intervallo suscitò la perplessità degli astronomi dopo la scoperta di Urano (a quell’epoca, infatti, si sviluppò un grande interesse per la possibile esistenza di altri pianeti). Poteva forse esserci un pianeta in tale intervallo? Un pianeta intermedio tra il quarto e il quinto poteva essere sfuggito a ogni osservazione fino ad allora? Un astronomo tedesco, Heinrich W. M. Olbers, organizzò un gruppo per intraprendere una ricerca sistematica di tale pianeta.

Stavano facendo i loro preparativi, quando un astronomo italiano, Giuseppe Piazzi, che stava osservando i cieli senza minimamente pensare a un nuovo pianeta, si imbatté in un oggetto che mutava posizione di giorno in giorno. Dalla velocità del suo moto sembrava situato in una zona compresa tra Marte e Giove; e, a giudicare dalla sua scarsa luminosità, doveva essere molto piccolo. La scoperta venne fatta il primo gennaio del 1801.

Le osservazioni di Piazzi permisero al matematico tedesco Johann K. F. Gauss di calcolare l’orbita dell’oggetto; si trattava effettivamente di un nuovo pianeta la cui orbita giaceva tra quelle di Marte e Giove, esattamente dove avrebbe dovuto trovarsi per rendere regolare la distribuzione dei pianeti. Piazzi, che lavorava in Sicilia, chiamò il pianeta Cerere, in onore della dea romana delle messi la cui storia mitica era intrecciata a quella dell’isola.

La distanza e la scarsa luminosità di Cerere davano un’idea delle sue dimensioni, che dovevano essere veramente piccole, molto minori di quelle di qualsiasi altro pianeta. I dati più recenti parlano di un diametro di circa 950 chilometri. Probabilmente la massa di Cerere è circa un cinquantesimo di quella della Luna, ed è molto minore di quella di tutti i maggiori satelliti.

Non appariva possibile che Cerere fosse l’unico corpo nell’intervallo tra Marte e Giove; pertanto Olbers continuò la ricerca anche dopo la scoperta di Piazzi. Entro il 1807 infatti vennero scoperti altri tre pianeti in quello stesso intervallo, e vennero dati loro i nomi di Pallade, Giunone e Vesta. Tutti e tre erano ancora più piccoli di Cerere: Giunone, il più piccolo di tutti, non raggiunge i 235 chilometri di diametro.

Questi nuovi pianeti sono talmente piccoli che neppure il miglior telescopio di quei tempi poteva farli apparire come dischetti; essi mantenevano l’aspetto di punti luminosi, come accade per le stelle.

Per questa ragione Herschel propose di chiamarli “asteroidi” (oggetti simili a stelle) e il suo suggerimento fu accolto.

Si dovette aspettare il 1845 perché un astronomo tedesco, Karl L. Hencke, scoprisse un quinto asteroide, che denominò Astrea; dopo di allora, però, le scoperte si susseguirono di continuo. Oggi sono stati individuati moltissimi asteroidi, tutti considerevolmente più piccoli di Cerere, il primo a esser stato scoperto. Essi si trovano quasi tutti nell’intervallo tra Marte e Giove, e tale intervallo oggi viene indicato con la denominazione di “fascia degli asteroidi”.

In base alle ipotesi più accreditate, in una prima fase i minuscoli corpi solidi si aggregarono per formare i mattoncini dei pianeti, ma nella zona oltre Marte, a causa degli effetti delle risonanze gravitazionali con la massa di Giove, furono impedite le formazioni di corpi con diametro superiore a 1000 chilometri.

I corpuscoli che non riuscirono ad essere inglobati all’interno dei pianeti in formazione divennero asteroidi, e tra essi i più grandi raggiunsero una temperatura sufficiente per consentire una differenziazione chimica; la conseguenza fu che in alcuni di essi si formò l’acqua, in altri fenomeni vulcanici.

Grazie all’interferenza di Giove sulle orbite primarie degli asteroidi aumentarono gradualmente le loro collisioni, che portarono a numerose distruzioni e mutilazioni dalle quali sopravvissero i corpi più grandi, mentre altri corpuscoli furono proiettati fuori dal sistema solare.

Quindi alcuni asteroidi, e anche i meteoriti, rappresentano i resti di questi protopianeti, mentre altri, come le comete, sono corpi ancora più primitivi, che non sono riusciti a differenziarsi e perciò sono testimonianze di un passato molto remoto, vicino alle origini del sistema solare.

Pertanto, assumendo la distanza Terra-Sole pari ad una unità astronomica, i semiassi maggiori (di) delle orbite di ciascun pianeta seguono approssimativamente la relazione: di=0,4+0,3*2i, con i valori di i=-∞, 0, 1, 2, …

Viene così fuori la tabella:

Pianeta 2i Distanza teorica Distanza osservata
Mercurio 0 0,4 UA 0,39 UA
Venere 1 0,7 UA 0,72 UA
Terra 2 1,0 UA 1,00 UA
Marte 4 1,6 UA 1,52 UA
Cerere 8 2,8 UA 2,77 UA
Giove 16 5,2 UA 5,20 UA
Saturno 32 10,0 UA 9,54 UA
Urano 64 19,6 UA 19,2 UA
Nettuno 128 38,8 UA 30,1 UA
Plutone 39,5 UA
Eris 256 77,2 UA 67,7 UA

Fra gli otto pianeti, Nettuno è l’unico a discostarsi in maniera rilevante dal valore teorico; esso corrisponde invece con migliore precisione al semiasse maggiore dell’orbita di Plutone. La spiegazione attualmente più accreditata è che la risonanza orbitale dei pianeti esterni crei regioni prive di orbite stabili.

Plutone, per me, comunque è e sarà sempre un pianeta. Ma non solo per me.

Nel marzo 2009, il Congresso dello Stato dell’Illinois ha votato una legge che ristabilisce lo status di pianeta per Plutone. L’Illinois è la patria natale di Clyde Tombaugh e quindi la perdita dello status di pianeta era stata vissuta in modo negativo nello Stato del suo scopritore.

La prossima volta, ultima puntata di questa serie sul sistema solare, parlerò della Terra e del destino ineluttabile che l’attende.

Antropocene

La memoria è un muscolo come quelli delle gambe, se non lo eserciti si avvizzisce e tu diventi (dal punto di vista mentale) diversamente abile e cioè (parliamoci chiaro) un idiota. E inoltre, siccome per tutti c’è il rischio che quando si diventa vecchi ci venga l’Alzheimer, uno dei modi di evitare questo spiacevole incidente è di esercitare sempre la memoria. (Umberto Eco)

Non sono mai stato amante del nozionismo, termine usato con valenza negativa per designare i vizi del culturalismo e dell’istruzione intesa come trasmissione di un insieme di nozioni volte soltanto a corredare, quasi sempre enciclopedicamente, la mente dello studente.

Ma come dare torto a Umberto Eco, che aggiungeva: “Ogni mattina impara qualche verso, una breve poesia, o come hanno fatto fare a noi, “La Cavallina Storna” o “Il sabato del villaggio”. E magari fai a gara con gli amici per sapere chi ricorda meglio. Se non piace la poesia fallo con le formazioni dei calciatori, ma attento che non devi solo sapere chi sono i giocatori della Roma di oggi, ma anche quelli di altre squadre, e magari di squadre del passato…”

È vero che se ci viene il desiderio di sapere chi fosse Alessandro Magno o dove stia il Taj Mahal non dobbiamo fare altro che premere qualche tasto e Internet ce lo dice subito. Farlo quando serve va bene, io stesso lo faccio spesso, ma dopo dovremmo cercare di ricordare quanto imparato per non essere obbligati a cercarlo una seconda volta. Il rischio è che si perda il gusto di ricordare.

Ci sono però materie che ci risultano più ostiche di altre; il mio mostro era metallurgia: seicento pagine di formule da imparare a memoria. Ognuno di noi ha il suo mostro, alcuni la matematica, altri la fisica (vero, Simona?), altri ancora il greco o il latino.

Un’altra materia che è abbastanza ostica è la geologia (anche perché non c’è niente di intuitivo, le cose o le sai o non le sai). Vediamo una tabella:

 

Era geologica

(milioni di anni fa)

Periodi
Precambriano

da 4600 a 570

Adeano, Archeano, Proterozoico
Paleozoico

da 570 a 251

Cambriano, Ordoviciano, Siluriano, Devoniano, Carbonifero, Permiano
Mesozoico

da 251 a 65,5

Triassico, Giurassico, Cretaceo
Cenozoico

da 65,5 a oggi

Paleogene, Neogene, Pleistocene, Olocene

 

Ecco, ricordare a memoria tutti questi termini è sicuramente peggio che ricordare qualche formula: in questo caso la conoscenza del greco può aiutare. Ad esempio, l’Olocene è la seconda epoca del periodo Quaternario e il suo nome deriva dal greco ὅλος (holos, tutto o intero) e καινός (kainos, nuovo), vale a dire “del tutto recente”.

Infatti è l’epoca più recente, quella che noi stiamo vivendo: in realtà secondo gli scienziati ci sono tutti gli elementi per ritenere che siamo entrati in una nuova era geologica: l’Antropocene, iniziato a metà del ‘900 e caratterizzato da un impatto su rocce e sedimenti terrestri che rimarrà visibile a lungo, per milioni di anni.

E anche se le prove definitive del passaggio epocale richiederanno tempo, ci sono sette indizi convincenti dell’inizio di un’epoca in cui è l’uomo a forgiare il pianeta a sua immagine. Per i geologi, sono prove dell’Antropocene. Vediamoli.

  • Le esplosioni atomiche. Dall’inizio dell’era atomica, con i primi esperimenti nucleari del Progetto Manhattan nel New Mexico, il 16 luglio 1945, sono stati fatti esplodere 2.421 ordigni nucleari (l’ultima esplosione, non confermata, è stata dichiarata dalla Corea del Nord). Test e bombe depositano nelle aree limitrofe isotopi radioattivi (radionuclidi), atomi instabili con un eccesso di energia nucleare che lasciano un’impronta radioattiva sulla Terra.
  • I combustibili fossili. Forse la più ovvia eredità dell’Antropocene: dal 1850 ad oggi la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera ha subito un’impennata raggiungendo il record allarmante di 400 parti per milione. Le emissioni globali di CO2 sono le più alte da 65 milioni di anni a questa parte, e lasceranno traccia nei ghiacci antartici (sempre che qualcuno di essi sopravviva alla fusione) ma anche nelle piante, nei sedimenti di arenaria, nelle ossa fossili e nelle conchiglie che forse qualcuno troverà dopo la nostra dipartita. I combustibili fossili aumentano infatti la quantità di isotopi di carbonio-12 e carbonio-13, che si depositano su queste “spugne” naturali.
  • I nuovi materiali. Tre saranno gli elementi che si troveranno dopo di noi: alluminio, cemento e plastica, i materiali più largamente impiegati dalla società umana. Il primo era sconosciuto prima dell’inizio del 19esimo secolo, ma ne abbiamo prodotto da allora circa 500 milioni di tonnellate. Il calcestruzzo era noto già agli antichi Romani, ma nel 20esimo secolo abbiamo raggiunto ritmi di produzione tali da averne ora un chilo per metro quadrato di Terra (più della metà del quale prodotto negli ultimi 20 anni). Per quanto riguarda la plastica, ne produciamo 500 milioni di tonnellate all’anno, ma il dato più preoccupante è la sua pervasività nell’ambiente.
  • L’impronta geologica. Attività minerarie, perforazioni, deforestazione, urbanizzazione, erosione costiera e attività agricole estensive stanno mutando inesorabilmente la geologia terrestre, incidendo sul modo in cui avviene la stratificazione dei sedimenti rocciosi. Finora abbiamo modificato per le nostre esigenze il 50% della superficie terrestre. Gli effetti saranno visibili anche tra milioni di anni.
  • I fertilizzanti. Il nostro tentativo di sfamare una popolazione in aumento (e con esigenze non in linea con il rendimento naturale della terra) ha fatto raddoppiare i livelli di fosforo e azoto nel suolo rispetto al secolo scorso, a causa dell’utilizzo massiccio di fertilizzanti. Questi lasceranno un’impronta chimica visibile nei millenni avvenire: produciamo 23,5 milioni di tonnellate di fosforo e abbiamo causato il maggior impatto sul ciclo naturale dell’azoto da 2,5 miliardi di anni a questa parte.
  • Il riscaldamento globale. Le future analisi climatiche, se mai ci saranno, indicheranno per la nostra era geologica la più intensa variazione climatica causata dall’uomo mai registrata. Nell’ultimo secolo la temperatura terrestre è aumentata di 0,6-0,9 °C. E il livello dei mari ha raggiunto il livello più alto degli ultimi 115 mila anni.
  • L’estinzione di massa. Le estinzioni di massa causate da violenti cambiamenti ambientali caratterizzano l’inizio e la fine di ogni era geologica studiata, e l’Antropocene non fa eccezione. Secondo alcune teorie saremmo sull’orlo della sesta estinzione di massa, con tre quarti delle specie terrestri destinate a scomparire nei prossimi secoli.

Se praticamente nessuno nega l’impatto dell’uomo, in molti spingono per una definizione culturale, piuttosto che geologica, dell’Antropocene. Al pari del Neolitico, l’Antropocene potrebbe designare una fase dell’evoluzione umana ed essere dunque slegata da datazioni più rigide. Un compromesso prudente, che permetterebbe di ignorare la domanda fondamentale: quando è iniziato l’Antropocene?

Per definire una nuova epoca geologica bisogna individuare nelle rocce uno specifico marcatore, sia esso un’anomalia isotopica o un’associazione fossile, sincrono e diffuso in qualunque luogo del pianeta. Ecco perché gli isotopi liberati a partire dal 1945 nelle esplosioni nucleari rappresentano probabilmente il miglior termine di riferimento. Ma non l’unico: la principale alternativa è la rivoluzione industriale con l’impennata delle emissioni di gas serra, osservabile per esempio nelle carote di ghiaccio.

C’è invece chi propone di prendere come riferimento l’invenzione dell’agricoltura, che in 10.000 anni ha stravolto la fisionomia del suolo di buona parte del pianeta. Altri ancora propendono per il 1610, quando vaiolo e schiavismo fecero crollare la popolazione del Nuovo Mondo: l’espansione dei boschi fece crollare l’anidride carbonica in atmosfera di sette parti per milione.

Anche se finalmente abbiamo preso coscienza della portata storica del nostro impatto sulla Terra, il dibattito è tutt’altro che chiuso e proseguirà nei prossimi anni. Un ritardo insignificante per la scala dei tempi geologici, i cui gradini più consunti hanno miliardi di anni.

Il sistema solare parte sesta

La traduzione tra lingue diverse rappresenta già un ostacolo per molte persone e quando si tratta di termini tecnici la difficoltà aumenta. Ma quello che aumenta di più è la difficoltà nella pronuncia e basta un accento nel posto sbagliato per dare risultati esilaranti.

Enrico Montesano, attore comico che raggiunse la notorietà negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso, era famoso anche per la parodia di una romantica donna inglese, un’attempata zitella d’Oltremanica residente in Italia, affascinata e al contempo vittima dei disagi nostrani, con una pronuncia delle parole italiane dagli effetti spassosi.

Ma anche chi si trova nel mondo del lavoro ha a che fare con molte parole la cui pronuncia errata può essere foriera di imbarazzi. Due per tutte: sheet (foglio) che pronunciato male può significare cacca (shit) o spiaggia (beach) che può assumere il significato di donnaccia (bitch).

La storia più divertente sulla pronuncia inglese che abbia mai letto riguarda la pronuncia di un pianeta: Urano.

In inglese, la pronuncia di Uranus (yoor+uh+nuhs) somiglia molto a quella di “your anus” (il tuo ano), il che ha dato origine a molte battute. Quando gli scienziati se ne accorsero, provarono a modificare la pronuncia in “urinous” (yuh+ry+nous) che però significa “che ha le qualità dell’urina”. Non se n’è mai usciti, almeno nei paesi anglosassoni.

Come raccontavo in “Il sistema solare parte quinta”, Saturno era il pianeta più lontano che era stato possibile osservare e fino al 1781 gli scienziati contavano nel Sistema Solare sei pianeti: Mercurio, Venere, Terra, Marte, Giove e appunto Saturno.

Ma poi, il 13 marzo 1781, William Herschel (non ancora famoso), mentre stava effettuando misure di posizioni stellari nella costellazione dei Gemelli, si avvide di un oggetto che non era un punto luminoso, ma aveva piuttosto l’aspetto di un piccolo disco. Inizialmente credette che si trattasse di una cometa lontana, perché le comete erano gli unici oggetti, oltre ai pianeti, che all’osservazione telescopica risultassero simili a dischi.

Le comete, però, appaiono indistinte, mentre questo oggetto aveva dei bordi netti. Inoltre si muoveva sullo sfondo delle stelle più lentamente di Saturno, e quindi doveva essere più distante. Era un pianeta lontano, molto più lontano di Saturno, e molto meno luminoso. In seguito al pianeta venne dato il nome di Urano (in greco Οὐρανός, Ouranós), il dio del cielo e padre di Saturno nella mitologia greca.

Urano dista 2896,6 milioni di km dal Sole ed è il settimo pianeta e il terzo gassoso gigante. La temperatura media della faccia visibile dalla Terra è di -210°C. La sua massa è 14,5 volte quella della Terra, ma solo 5/33 di quella di Saturno e 1/22 di quella di Giove.

Il nucleo solido è simile a Giove e Saturno. Lo strato più esterno è formato da idrogeno ed elio, infatti lì si trovano ammoniaca, metano e carbonio. I venti che spirano secondo i paralleli hanno una velocità di 600 km/h mentre quelli che spirano secondo i meridiani hanno una velocità di 360 km/h.

Urano possiede un sistema di anelli appena percettibile, composto da materia scura e polverizzata fino a 10 km di diametro.

I satelliti naturali di Urano conosciuti, invece, sono 27, e tra questi, i 5 principali sono: Ariel, Umbriel, Titania, Oberon, Miranda. I nomi dei satelliti derivano da personaggi delle opere di Shakespeare e Alexander Pope.

Nel 1690, l’astronomo inglese John Flamsteed aveva catalogato una stella nella costellazione del Toro, dandole il nome di 34 Tauri. In tempi successivi altri astronomi non riuscirono a individuare tale stella; ma dopo la scoperta di Urano, quando ormai se ne conosceva l’orbita, facendo dei calcoli retroattivi ci si accorse che si era trovato proprio nel punto in cui Flamsteed aveva indicato la presenza di 34 Tauri.

Urano ha una caratteristica che lo rende unico: impiega 84,01 anni per fare un giro intorno al sole e 11 h per girare su sé stesso, ma lo fa con un’inclinazione dell’asse di quasi 98 gradi, poco più di un angolo retto: in pratica, rotola su un fianco.

Ogni polo è così esposto in continuità alla luce solare per quarantadue anni, poi per altri quarantadue resta in una notte continua. Alla distanza dal Sole a cui si trova Urano questo fatto non comporta grandi conseguenze; se fosse invece la Terra a ruotare in questo modo, le stagioni avrebbero caratteristiche talmente estreme da mettere in serio dubbio la stessa possibilità dell’evolversi della vita sul nostro pianeta.

Tutti i satelliti di Urano ruotano intorno al pianeta nel suo piano equatoriale cosicché anche tutto il sistema dei satelliti appare rovesciato su un fianco. I satelliti girano passando a nord e a sud del pianeta, anziché a est e a ovest, come di solito.

Poco dopo la scoperta di Urano, venne calcolata la sua orbita. Con il passare degli anni, però, risultò che Urano non seguiva l’orbita che era stata calcolata – o per lo meno non esattamente. Nel 1821 l’astronomo francese Alexis Bouvard ricalcolò l’orbita del pianeta, tenendo conto delle osservazioni precedenti, per esempio di quelle di Flamsteed. Ma Urano non seguiva esattamente neppure la nuova orbita calcolata.

Le lievi attrazioni gravitazionali esercitate su Urano dagli altri pianeti ne influenzavano leggermente il moto, così che Urano si trovava o un po’ in ritardo o un po’ in anticipo sulla posizione teorica che avrebbe dovuto avere. Questi effetti furono ricalcolati con cura, ma Urano seguitava a non comportarsi secondo le previsioni. La conclusione logica era che, al di là di Urano, doveva esserci un pianeta sconosciuto che esercitava un’attrazione gravitazionale di cui non si era tenuto conto.

Nel 1841 un ventiduenne studente di matematica dell’Università di Cambridge, in Inghilterra, affrontò il problema lavorandoci nel tempo libero. Il suo nome era John Couch Adams; nel settembre del 1845, il suo lavoro poteva dirsi concluso. Egli aveva calcolato dove avrebbe dovuto trovarsi il pianeta ancora sconosciuto perché, con la sua presenza, potesse spiegare le anomalie dell’orbita di Urano.

Tuttavia, Adams non riuscì a suscitare l’interesse degli astronomi inglesi per il suo progetto. Nel frattempo anche un giovane astronomo francese, Urban Jean Joseph Leverrier, stava lavorando indipendentemente allo stesso problema; egli portò a termine il suo lavoro circa sei mesi dopo Adams, arrivando a una conclusione pressoché identica. Leverrier ebbe però la fortuna di riuscire a indurre un astronomo tedesco, Johann Gottfried Galle, a controllare una determinata regione del cielo alla ricerca del pianeta sconosciuto.

Fortunatamente Galle disponeva di una nuova mappa delle stelle di quella porzione del cielo. Egli iniziò la ricerca la notte del 23 settembre 1846 e stava lavorando da meno di un’ora con il suo assistente Heinrich Ludwig D’Arrest quando scoprì un oggetto di ottava magnitudine che non risultava dalla mappa.

Era il pianeta! E si trovava all’incirca nel punto in cui, secondo i calcoli, avrebbe dovuto trovarsi. In seguito gli fu dato il nome di Nettuno, il dio del mare (Poseidone nella mitologia greca), a causa del suo colore verdastro. Il merito della sua scoperta oggi viene ripartito equamente tra Adams e Leverrier.

Si tratta del quarto pianeta più grande, considerando il suo diametro, e il terzo se si considera la sua massa. Nettuno ha 17 volte la massa della Terra ed è leggermente più massiccio del suo quasi-gemello Urano, la cui massa è uguale a 15 masse terrestri, ma è meno denso rispetto a Nettuno.

Nettuno ruota intorno al sole in un’orbita di raggio pari a 4.500 milioni di chilometri; si trova quindi a una distanza dal sole che è più di una volta e mezza quella di Urano, e trenta volte quella della Terra. Esso compie una rivoluzione intorno al sole in 164,8 anni.

Il 10 ottobre 1846, meno di tre settimane dopo che Nettuno era stato avvistato per la prima volta, fu scoperto un suo satellite, al quale venne dato il nome di un mitico figlio di Nettuno, Tritone. Si scoprì poi che anche Tritone era un satellite di grandi dimensioni, con una massa quasi uguale a quella di Titano: è stato il settimo satellite di questo tipo a essere scoperto, e il primo dopo la scoperta di Titano, avvenuta quasi due secoli prima.

Il suo diametro è di circa 3900 chilometri, il che lo rende di poco più grande della nostra Luna; la sua distanza dal centro di Nettuno è di 355 mila chilometri, circa la distanza Terra-Luna. A causa della maggiore attrazione gravitazionale esercitata da Nettuno, Tritone però compie una rivoluzione in 5,88 giorni, cioè circa in un quinto del tempo impiegato dalla luna per girare intorno alla Terra. Tritone gira intorno a Nettuno in senso retrogrado. Non è l’unico satellite a comportarsi così, ma gli altri (i quattro satelliti più esterni di Giove e quello più esterno di Saturno) sono tutti molto piccoli e molto distanti dal pianeta di cui sono satelliti. Tritone invece è grande ed è anche prossimo al suo pianeta. Successivamente furono scoperti altri 13 satelliti naturali del pianeta.

I pianeti del Sistema Solare, in teoria sarebbero finiti, ma la prossima volta parlerò di due casi particolari: la fascia degli asteroidi e Plutone, il pianeta declassato.

Insalate di matematica – parte seconda

A circa venticinque anni luce da qui, nella costellazione della Lira, c’è una stella che per luminosità era nota già in tempi antichi: infatti è la quinta stella più luminosa nel nostro cielo, la seconda dal punto di osservazione dell’emisfero boreale (il nostro). Gli arabi la chiamavano an-nasr al-wāqi‘, aquila planante. Dalla seconda parte della frase, gli astronomi la chiamarono Wega, per noi oggi è Vega.

Anche se fino ad oggi non sono stati osservati direttamente, si può ragionevolmente supporre che Vega disponga di un sistema planetario: se l’asse di rotazione di questo ipotetico pianeta fosse perpendicolare al piano orbitale, e quindi puntasse nella medesima direzione dell’asse stellare, il Sole apparirebbe per i “Vegani” come la stella polare. In realtà, 12.000 anni fa la nostra stella polare era proprio Vega, e tornerà ad esserlo tra 13.700 anni circa.

Ma come dicevo in “Insalate di matematica – parte prima”, gli unici vegani che conosciamo, per ora, sono quelli che popolano il nostro, di pianeta, e che sono chiamati così per la loro scelta alimentare. Dicevamo anche che i vegani affermano di effettuare una scelta etica e di aderire alla filosofia “cruelty free”.

Vediamo anche stavolta un po’ di dati e facciamo qualche esempio.

La quinoa, pianta erbacea della famiglia degli spinaci e delle barbabietole, è uno degli alimenti che in questi ultimi tempi sta prendendo piede nelle diete vegane grazie all’alta concentrazione di proteine che contiene; viene coltivata nei due paesi più poveri del Sud America, Perù e Bolivia, e da quando è stata scoperta dai vegani ha completamente stravolto l’esistenza degli abitanti di entrambi i paesi. Dal 2006 al 2011 il prezzo della quinoa è triplicato, fino a raggiungere i 3mila euro la tonnellata.

Per questo motivo in Bolivia, un paese in cui il 45% della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno, gli agricoltori hanno cambiato la loro dieta, immutata per oltre 5mila anni. La quinoa, ormai troppo preziosa per essere consumata localmente, viene quasi interamente venduta o scambiata per Coca-Cola, dolciumi industriali e altri prodotti della dieta occidentale.

In Perù, dove il 22% della popolazione vive in povertà, la situazione non è migliore. Un chilo di quinoa costa dieci soles, circa 2,70 euro: più del pollo e quattro volte il riso.

Un altro prodotto molto usato dai vegani è l’anacardo.

Il nome anacardium deriva dal greco καρδα, kardia cioè “cuore”, per la forma del frutto. Il frutto consta di una parte carnosa (in realtà falso frutto) e di un frutto secco posto all’estremità della parte carnosa.

Gli anacardi sono prodotti per il 40% dal Vietnam, Paese che ha deciso di adottare per la loro raccolta una filiera produttiva che ricorda le dittature più tiranniche della storia.

Secondo un dettagliato reportage di Human Rights Watch, gli anacardi vietnamiti provengono infatti quasi totalmente dal lavoro forzato nei centri di recupero per tossicodipendenti condannati. Moltissimi detenuti arrivano in questi centri senza essere stati difesi da un avvocato e senza un regolare processo e sono costretti a lavorare otto ore al giorno, sei giorni alla settimana, a un ritmo di estrazione di un anacardo ogni sei secondi. Chi non rispetta questi standard subisce svariate punizioni corporali: viene picchiato con bastoni chiodati, rinchiuso in celle d’isolamento, costretto al digiuno e privato dell’acqua.

Il 60% degli anacardi però viene processato nel Sud dell’India, nelle zone più povere del Paese. Il guscio, spesso e resistente, viene spaccato a mano da donne che lavorano sedute nella stessa posizione per dieci ore al giorno. Ma non è la fatica il vero problema. Gli anacardi sono protetti da due gusci interni che rilasciano un olio caustico formato da acidi anacardici, cardolo e metilcardolo: queste sostanze bruciano in modo profondo e permanente la pelle delle lavoratrici che non possono permettersi dei guanti di protezione.

Per la loro mansione vengono infatti pagate appena 2,20 euro al giorno. In India gli anacardi sono considerati un lusso da consumare solo durante le feste più importanti. Così, alla fine dei turni, le operaie vengono anche perquisite, come le donne in reggiseno e slip che tagliavano la cocaina per Pablo Escobar.

Anche le mandorle, ingrediente molto utilizzato in diverse cucine tradizionali nell’area del Mediterraneo, in particolare nella cucina siciliana, nella cucina sarda e nella cucina pugliese, sia nel dolce che nel salato, sono diventate un alimento molto richiesto, tanto che il prezzo si è triplicato nel giro di cinque anni ed è necessario importarle dalla California.

Per produrre una singola mandorla sono necessari infatti oltre 4 litri d’acqua – e la California ne produce ogni anno più di 950mila tonnellate. Le ripercussioni della siccità sulla fauna sono devastanti: sono morti oltre 4mila cervi in un anno; alci, linci, volpi, coyote e orsi sono talmente assetati da spingersi con sempre maggiore frequenza nelle zone abitate dall’uomo.

L’avocado (Persea americana) è una specie arborea da frutto che appartiene alla famiglia delle Lauracee, che comprende anche cannella e alloro, ed è un altro vegetale molto richiesto. Anche l’avocado ha necessità di una grande quantità di acqua: per produrre mezzo kg di avocado vengono mediamente impiegati 270 litri d’acqua.

In Messico, i prezzi in continua salita stanno portando a una deforestazione che tocca i 700 ettari all’anno; in dieci anni, per lasciare spazio ai frutteti di avocado, è svanita un’area di foresta grande quattro volte la Lombardia.

E la soia? Per questo legume ogni anno viene raso al suolo il 3% della foresta pluviale Argentina, situata nella provincia di Cordoba. Otto milioni di ettari – un’area grande quanto il Portogallo. In Brasile, dal 1978 a oggi, sono sparite invece Italia e Germania.

Il 70% della produzione mondiale della soia però è destinata agli allevamenti di bestiame, ma il WWF ha commissionato nel 2009 una ricerca alla Cranfield University che riflette proprio su questo dettaglio. Lo scopo dello studio è immaginare scenari che potrebbero ridurre del 70% l’emissione di gas serra. I ricercatori giungono a questa conclusione: “sostituire latte e carne con analoghi alimenti raffinati come il tofu potrebbe aumentare la quantità di terreno arato necessario per soddisfare il fabbisogno alimentare”.

Attenzione però, non è scritto da nessuna parte che i vegani rappresentino una grossa fetta dei consumatori di anacardi o avocado o mandorle e certamente non si è obbligati a mangiare anacardi (e neanche quinoa o mandorle o avocado, e probabilmente neppure soia) per essere vegani e mantenere un’alimentazione equilibrata.

È anche vero che tutto quello che ho scritto non vuol dire che quelli che mangiano piante sono tutti hippies scemi e chi mangia wurstel è uno figo e razionale e intelligente, ma che non vengano a raccontarci che è una scelta “etica”.

Proviamo però ad approfondire un aspetto di quello che dicevo prima: cosa accadrebbe se tutti iniziassimo a mangiare vegetariano?

Uno dei punti di maggiore interesse nei nostri tempi è proprio il cibo. I suoi effetti sul nostro organismo, sulla nostra salute, sull’ambiente che ci circonda e tutto quanto di altro sia attinente all’argomento.

È stato stimato che solo il 6% degli americani, tra i maggiori consumatori di carne del pianeta, consuma la dose giornaliera di verdure raccomandata dall’Organizzazione mondiale della sanità, vale a dire circa 400 grammi tra frutta e verdura, infischiandosene di tutti i misfatti di cui l’eccesso di consumo di carne è accusato.

Patologie cardiache, ictus, tumore, diabete di tipo 2, obesità. Patologie che invece vedrebbero diminuire drasticamente la loro incidenza se sostituissimo (l’eccesso di) bistecche e zamponi con broccoli e cavolfiori.

Anche l’ambiente ricaverebbe grandi benefici da una nostra conversione alle verdure: è stato stimato infatti che ben il 30% della superficie emersa è utilizzata per allevamenti di animali o per il loro foraggio, e che ben il 20 per cento delle emissioni di CO2 dannose per l’ambiente provengono proprio dagli allevamenti.

Una dieta basata maggiormente sulle verdure, invece, contribuirebbe a ridurre le emissioni di gas serra a tutto beneficio della nostra salute. Anzi, è stato stimato che la maggior parte delle emissioni di gas dannose è da imputarsi non a trasporti o riscaldamento, ma proprio agli allevamenti.

Ma non per tutti è così facile diminuire il consumo di carne: in gioco ci sono anche fattori di identità culturale, per cui la carne non rappresenta un semplice alimento, ma anche una tradizione, un simbolo di appartenenza o un rituale radicato nella cultura, come il tacchino mangiato negli USA nel giorno del Ringraziamento o le nostre tagliatelle al ragù della domenica.

Ma cosa succederebbe se improvvisamente diventassimo tutti vegetariani?

Davvero l’umanità intera non potrebbe che ricavare benefici da una dieta esclusivamente a base di vegetali, sia in relazione alla salute e sia in tema di inquinamento e salvaguardia dell’ambiente? Davvero potremmo vivere tutti meglio, più sani e in un ambiente con un’atmosfera più pura e salubre per l’uomo?

Non è proprio così.

Se un’alimentazione più fondata su frutta e verdure avrebbe innegabili benefici effetti sul clima, sul territorio e su una parte della popolazione mondiale, causerebbe però un aumento della povertà nei Paesi in via di sviluppo.

Certo, se tutti diventassimo vegetariani entro il 2050 si potrebbero salvare dalla morte per fame circa 7 milioni di persone, e ben 8 milioni se la svolta fosse completamente vegana, ma cosa succederebbe se attualmente, nel nostro sistema, diventassimo tutti improvvisamente vegetariani dal giorno alla notte?

Innanzi tutto andrebbero considerati gli effetti positivi sul clima. Come abbiamo detto la produzione di cibo infatti vale da un terzo a un quarto di tutte le emissioni di gas serra causate dall’uomo, e la responsabilità di questi valori è da attribuire quasi interamente all’industria del bestiame.

Se entro il 2050 diventassimo tutti vegetariani, le emissioni di gas serra diminuirebbero ben del 60%, e addirittura del 70% se tutti diventassimo vegani. Gli allevamenti di bestiame, inoltre, utilizzano anche un’enormità di terreno, e dei cinque miliardi di ettari di terreno agricolo totali del pianeta, ben il 68% viene impiegato per il bestiame.

Se diventassimo tutti vegetariani, potremmo nuovamente destinare l’80% di questi terreni a prati e foreste, che contribuirebbero a diminuire il quantitativo di CO2 nell’aria, e destinare il restante 20% a terreno agricolo, dedicato alle colture di vegetali per l’alimentazione umana.

Ma tutta questa riconversione richiederebbe comunque un’attenta pianificazione e notevoli investimenti: non basta togliere gli animali da un terreno perché questo si trasformi da solo, magicamente, in una foresta lussureggiante.

Altro grande problema da tenere presente e pianificare con attenzione riguarda senza dubbio le persone che lavorano nel settore degli allevamenti o comunque del bestiame.

Se dovesse venire a mancare la loro unica fonte di reddito, sarebbe necessario reindirizzare tali risorse verso una nuova mansione nell’agricoltura, magari rendendole parte attiva nel processo di rimboschimento, o fornendo comunque loro qualche valida alternativa lavorativa, per non andare incontro ai conseguenti problemi di disoccupazione.

Ci sono infatti 3,5 miliardi di animali da allevamento sulla Terra, e decine di miliardi di volatili abbattuti ogni anno per l’alimentazione umana. Se tutti diventassimo vegetariani, sarebbe comunque indispensabile garantire agli addetti che lavorano nel campo del bestiame, nonché nell’indotto, una valida alternativa di sostentamento.

Ma non è semplicemente sfrattando gli animali che si possono guadagnare terreni agricoli o verdeggianti foreste. Un terzo dei terreni del mondo è infatti composto da spazi aridi o semi aridi, in grado di essere adibiti solamente a pascolo.

Quando in passato si è cercato, per esempio, di convertire parti del Sahel, regione a sud del Sahara, da terreno di pascolo a terreno agricolo, il risultato è stato la desertificazione e la perdita di produttività, e la riconversione non solo non ha portato ad alcun beneficio ma anzi, si è dimostrata dannosa.

La carne inoltre, è ancora la principale risorsa alimentare per alcune popolazioni, come ad esempio i gruppi nomadi dei Berberi o dei Mongoli, che senza il bestiame dovrebbero stabilirsi permanentemente in centri cittadini perdendo la loro identità culturale.

E l’impatto sarebbe comunque notevole anche nella nostra civiltà, da sempre abituata al consumo di carne.

Ma anche se si trovasse il modo di far fronte a tutti questi problemi, al momento una ricetta universale per offrire una buona qualità della vita, e dell’alimentazione a tutti gli abitanti della Terra non sembra possa essere trovata.

Infatti, le proteine di origine animale contengono più calorie e nutrienti preziosi che non i cereali o i vegetali, e sostituirle del tutto si ripercuoterebbe negativamente non su di noi, pasciuti occidentali per cui il vegetarianismo è quasi un vezzo, bensì sui due miliardi di persone sotto-nutrite del pianeta.

Diventare tutti vegetariani potrebbe creare seri problemi di salute per le popolazioni in via di sviluppo: da dove potrebbero ricavare le preziose sostanze nutritive, senza la carne?

Non abbiamo bisogno di diventare tutti vegani dall’oggi al domani, abbandonando completamente uova e bistecche a favore di frutta e verdura. La chiave non è eliminare completamente carne e prodotti di origine animale dalle nostre tavole, ma di diminuirne la frequenza di consumo, nonché le quantità.

Non si ha a che fare, cioè, con una scelta drastica tra alimentazione carnivora o vegetariana, non c’è nessun aut-aut tra broccoli e bistecca.

Basta arrivare a considerare la carne non più come il piatto principale imprescindibile ogni giorno della settimana, ma considerarlo come una piccola leccornia da concedersi con moderazione, e gusto, durante la settimana.

E per quanto riguarda tutti gli altri pasti, dedicarsi invece alla verdura, cercando di renderla, con appropriate tecniche di coltivazione e di mercato, più economica, più fresca e più ampiamente disponibile.

Oppure iniziare a favorire lo sviluppo di idee come quella di cui parlavo la volta scorsa, la “Memphis Meats”, cioè la carne coltivata. Anche se ancora ci sono un paio di problemi da risolvere: un kg di carne “coltivata” costa oggi 9mila dollari e chi ha assaggiato una polpetta di quella coltura ha fatto capire che il sapore è ancora da migliorare.

Siamo noi i padroni del nostro destino (certo, finché ci saranno deficienti come quel coreano, hai voglia a fare discorsi costruttivi…).

Insegnare ai nostri figli ad avere rispetto gli uni degli altri, senza voler imporre le proprie scelte, e ad avere un atteggiamento lungimirante e intelligente.

Questa è una scelta etica.

Insalate di matematica – parte prima

Ore 18.45 di martedì 4 aprile 1978: sullo schermo di “Rete due” (così si chiamava il canale da qualche anno, fino al 1975 era stato “Secondo programma”, dopo il 1983 sarebbe diventato “Rai 2”) compare il volto di Maria Giovanna Elmi, detta “fatina” da noi bambini per via di un programma dove era la “Fata Azzurrina”; quella sera c’era bisogno di una presenza rassicurante per spiegare una rivoluzione, una novità assoluta nel panorama dei programmi per bambini. Infatti veniva proposto per la prima volta in Italia un cartone animato “robotico” giapponese (ora noti come “anime”, abbreviazione di “animēshon”, traslitterazione giapponese della parola inglese animation, “animazione”).

Quel cartone si chiamava Goldrake e non è compito mio raccontare il successo che riscosse, ma le lame rotanti, il doppio maglio perforante e l’alabarda spaziale divennero slang comune tra i ragazzini dell’epoca.

Così come i nomi di Actarus, Alcor, Venusia e Vega. Quest’ultimo, malvagio imperatore del pianeta Vega, conquistatore delle galassie, era il responsabile della distruzione del pianeta natale di Actarus, Fleed e suo acerrimo nemico.

Fino a qualche anno fa, quindi, gli unici vegani degni di menzione erano i sudditi del suddetto malvagio despota alieno.

Ma da qualche anno a questa parte, con il termine vegani non si identificano i personaggi del famoso cartone animato ma una categoria di persone che non si cibano di alimenti di origine animale (carne, pesce, uova, latte). Che differenza c’è con i vegetariani?

I due termini non sono sinonimi, indicano semplicemente due tipi di alimentazione simili, ma con qualche differenza importante da sottolineare. La differenza sostanziale è che i vegetariani non mangiano carne, né di animali che vivono sulla terra né in mare (quindi banditi bovini, suini, ovini, ma anche pesci, crostacei e molluschi). I vegani (anche detti vegetaliani), invece, rifiutano tutti i cibi di origine animale compresi i loro derivati.

Essere vegani è sia una scelta alimentare che “etica” (loro dicono così, perché si oppongono all’allevamento degli animali a scopo alimentare).

Quanti sono i vegetariani e i vegani nel mondo? Andiamo a vedere un po’ di dati.

L’incidenza numerica dei vegetariani comincia a essere significativa in diversi paesi del mondo, tanto da trasformare il mercato dei prodotti dedicati ai vegetariani non più in un settore di nicchia, ma in un vero e proprio business per molte aziende.

L’India è certamente la nazione che, per tradizione e cultura, ne ospita di più: parliamo del 31% su più di un miliardo di abitanti, con alcune macro aree al 75% e alcune senza neanche un vegetariano. Non si hanno dati certi su quanti di questi siano vegani. In India, vista la mole complessiva degli abitanti, possiamo supporre che i vegani siano comunque un bel po’, anche se io dubito (non è scontato che chi non mangia carne poi diventi vegano, soprattutto se la motivazione è religiosa, come in India).

Gli U.S.A., tradizionalmente legati alla cultura della carne, stanno registrando un costante incremento del numero di persone che non si alimentano con prodotti di origine animale. Secondo un sondaggio di Public Policy, nel 2013 il 13% degli americani si definiva vegetariano (6%) o vegano (7%). Su 325 milioni di abitanti sono poco meno di 2 milioni i primi e poco più di 2 milioni i secondi.

I tedeschi sono molto sensibili all’alimentazione vegetariana, e attualmente si possono contare circa 8 milioni di vegetariani (circa il 10% della popolazione totale), nei quali sono compresi circa 900.000 vegani (poco più dell’1% globale).

Sempre la stessa fonte rivela un grande incremento dei vegetariani anche nel Regno Unito. Le cifre parlano di circa 7.700.000 individui nel 2014, equivalenti al 12% della popolazione. Il numero comprende anche circa 540.000 vegani (l’1% globale).

Le cifre più significative si rilevano, nel resto d’Europa, in paesi come l’Austria: in un rapporto del 2013, si parla del 9% della popolazione. In Svezia si raggiunge il 10% nel 2014, in Olanda il 4,5% (dati 2008), mentre nazioni come Francia, Spagna, Norvegia e Portogallo non sono molto ricettive, con una stima di vegetariani intorno al 2%.

In Italia il 7,6% del campione segue una dieta vegetariana o vegana. In particolare, il 4,6% degli intervistati si dichiara vegetariano (-2,5% rispetto al 2016) mentre i vegani giungono il 3% (erano l’1%, quindi probabilmente è un “travaso” da una categoria all’altra). I dati sono estrapolati dall’ultimo rapporto Eurispes che ogni anno fotografa l’evoluzione e il cambiamento degli stili di vita e di comportamento degli italiani.

Sommando i due valori si può dire che più di 4 milioni e mezzo di persone in Italia fanno la spesa seguendo una dieta esclusivamente “cruelty free”, rinunciando cioè alla carne e ai prodotti della pesca e in misura inferiore ai derivati animali come uova, latte vaccino, formaggi e miele.

Si tratta di un dato importante che trova un riscontro concreto anche sugli scaffali dei supermercati dove la presenza di prodotti destinati a vegetariani e vegani è in continuo aumento come attesta la presenza di bevande di riso, soia, avena e altre in sostituzione del latte, oppure dei prodotti a base di legumi, seitan e tofu per apportare le proteine necessarie alla dieta in assenza della carne.

Ma che cosa comporta questo cambio di abitudini alimentari?

In realtà, la dieta vegana può aumentare il rischio di trombi e di aterosclerosi, e dunque di infarto e ictus, nelle persone che la adottano, poiché contribuisce a rendere i vasi sanguigni più duri.

Ma come, scelgono alimenti naturali, e sono a rischio di infarto?

L’alimentazione vegana tende a essere carente di alcuni nutrienti chiave come il ferro, lo zinco, la vitamina B12 (importante per la maturazione dei globuli rossi e coinvolta nel metabolismo della omocisteina), gli acidi grassi omega-3 (questi ultimi si possono ottenere anche a partire dall’ acido alfa linolenico presente in alcuni ortaggi e nelle noci, ma sono particolarmente necessari nei primi anni di vita e nella vecchiaia).

Come risultato, i vegani tendono ad avere elevati livelli di omocisteina e basse quantità di colesterolo ‘buono’, l’Hdl, nel sangue: entrambe queste situazioni espongono al rischio di malattie cardiache. Alcuni pensano che questo tipo di alimentazione protegga inoltre totalmente dai tumori ma nonostante la grande quantità di vegetali assunti dai vegani e l’assenza di alimenti come la carne rossa e le carni lavorate (di solito associati in letteratura con un aumentato rischio di tumori del colon retto), le statistiche dimostrano che non si ha una diminuzione del rischio di tumori.

Si pensa, quindi, che la responsabilità di questo mancato effetto sia da ricondurre al basso livello di vitamina D, spesso riportato nei vegani e di recente associato con un aumentato rischio di tumori.

Queste osservazioni sono ancora in fase di studio, in quanto non c’è ancora uno studio scientifico sugli effetti dell’alimentazione vegetariana sull’uomo (o meglio, i vegetariani dicono che fa bene e i non vegetariani dicono il contrario, ma in tutto ciò non c’è nulla di scientifico).

Proviamo a capire qualche termine, anche per comprendere le motivazioni dell’una e dell’altra parte, come sempre.

Intanto, accennavo alla parola “cruelty free”: nel movimento per i diritti degli animali, “cruelty-free” (“esente da crudeltà”) è un marchio per prodotti o attività che non danneggiano o uccidono gli animali.

Mi pare chiaro che i carnivori siano consapevoli che gli animali che mangiano vengano allevati per essere uccisi e macellati a scopo alimentare, ma non tutti immaginano come questo avvenga.

È da illusi immaginare che nel mondo ci siano ancora Heidi e Peter che pascolano Fiocco di Neve per poi farlo morire di vecchiaia. In una società dove il profitto è (quasi) tutto, le aziende produttrici di alimenti animali devono ottimizzare le risorse e questo avviene spesso (ma non sempre) a scapito degli animali.

Un numero enorme di animali, circa 70 miliardi, vengono allevati ogni anno nel mondo per la nostra alimentazione. In Europa, più dell’80% provengono da allevamenti intensivi: animali geneticamente selezionati per una produttività sempre maggiore, confinati in edifici sovrappopolati, dove non possono esprimere alcuno dei comportamenti naturali della loro specie.

Questa è una cosa che non può che provocare sdegno, anche in chi, come me, è onnivoro (dal lat. omnivŏrus, composto di omni “tutto” e vorus “mangiare”, cioè che mangia qualunque tipo di cibo, sia animale sia vegetale); tutti, vegani e non, dovrebbero optare per il consumo consapevole.

Per consumo critico, o consapevole, si intende la pratica di organizzare le proprie abitudini di acquisto e di consumo in modo da accordare la propria preferenza ai prodotti che posseggono determinati requisiti di qualità differenti da quelli comunemente riconosciuti dal consumatore medio.

In particolare il consumatore critico riconoscerà come nel rispettare componenti essenziali della qualità di un prodotto alcune caratteristiche delle sue modalità di produzione, ad esempio la sostenibilità ambientale del processo produttivo, l’eticità del trattamento accordato ai lavoratori, le caratteristiche dell’eventuale attività di lobbying politica dell’azienda produttrice. La pratica del consumo critico si distingue dall’adesione ad una specifica campagna di boicottaggio, anche se ovviamente vi può coesistere, in quanto è un atteggiamento che ha motivazioni e conseguenze più generali.

Io conosco una persona che non compra determinati prodotti in vendita nella grande distribuzione perché il fondatore di quel marchio si era un tempo dichiarato a favore di idee contrarie a quelle del mio amico: sono scelte, ovviamente che quasi ognuno di noi può fare.

Eh, già. Quasi. Che ci provi, chi già fa fatica ad arrivare a fine mese, ad adottare una dieta o più semplicemente a cambiare e passare al biologico. Negli ultimi anni i prezzi di prodotti biologici o per consumo di nicchia (perché vegetariani e vegani, checché se ne dica, sono ancora una piccola percentuale) sono aumentati in maniera esponenziale e certi prodotti sono inavvicinabili da un consumatore medio.

Purtroppo però, quello che viene consumato oggi è maggiore di quanto si riesca a rigenerare: per continuare a condurre lo stile di vita attuale avremmo bisogno di 1,5 pianeti; tra quarant’anni ne servirebbero 3.

Intanto si stanno studiando sistemi per evitare che ciò accada: Bill Gates, il co-fondatore della Microsoft, Richard Branson, capo della Virgin e molti altri stanno finanziando un progetto altamente innovativo.

Fondata da tre scienziati, Uma Valeti, Nicholas Genovese e Will Clem, la “Memphis Meats” è un’azienda che si prefigge un obiettivo particolare: coltivare la carne. Avete letto bene: coltivare.

La società prevede di produrre vari prodotti a base di carne che utilizzano le biotecnologie per indurre le cellule staminali a differenziarsi in tessuto muscolare e per la fabbricazione dei prodotti a base di carne in bioreattori. Funzionasse, sarebbe una soluzione non da poco.

Ma finché queste soluzioni alternative non prenderanno piede, lo stile di vita attuale non è “etico”, e soprattutto, come abbiamo visto, non è sostenibile: diventare tutti vegetariani o addirittura vegani, risolverebbe il problema? La prossima volta proveremo a capire cosa sta succedendo nel mondo grazie all’aumento della produzione di prodotti “cruelty free”, ma prima di lasciarvi con la curiosità faccio una considerazione personale.

Vi sembra normale che una piccola percentuale della popolazione stabilisca cos’è giusto e cos’è sbagliato? Perché è quello che sta succedendo, e non solo in campo alimentare. Io sono sempre stato per il rispetto dei diritti delle minoranze, ma sono convinto che la maggioranza non debba essere piegata, se non per motivi di vita o di morte, al volere di una minoranza (che, ripeto, va tutelata). Ma questo, sta accadendo sempre più spesso. E, semplicemente, non è giusto.