Storia, magistra vitae – introduzione

Il nostro paese non ha memoria.

Siamo un popolo che non ha il coraggio di ricordare.

Lo studio della storia è, a differenza di quello che si pensa, molto complesso. Più si scava nel passato, più le fonti si ingarbugliano e si confondono.

Ma prima di parlare di storia, voglio parlare di George Orwell.

Eric Arthur Blair nacque in India nel 1903 da una famiglia di origine scozzese; trasferitosi in Inghilterra all’età di 4 anni, studiò in una scuola cattolica e successivamente ad Eton, con Aldous Leonard Huxley come insegnante. Huxley era un famoso scrittore, autore di vari romanzi, su cui spiccava tra tutti “Brave New World”, “Il mondo nuovo”, nella pessima traduzione del titolo che fu fatta all’epoca, in quanto venne ignorata la parola “brave”, intesa come “eccellente” nell’accezione shakespeariana.

Il romanzo di Huxley era del genere di “fantascienza distopica”: per distopia s’intende la descrizione di una immaginaria società o comunità altamente indesiderabile o spaventosa, con la parola “distopìa” coniato come contrario di utopia.

Leggetelo, se potete.

Preso il nome d’arte di George Orwell, Eric visse una vita abbastanza movimentata: si arruolò nella Polizia Imperiale Birmana, si licenziò, visse quasi un anno in condizioni misere, iniziò a scrivere come giornalista, si arruolò di nuovo (questa volta contro il dittatore Franco in Spagna), fu ferito e ricominciò a scrivere.

Dopo la seconda guerra mondiale e dopo la morte della moglie, scrisse quelli che sono i suoi due capolavori: “Animal Farm” (La fattoria degli animali) e “1984”.

La sua scrittura, pur esprimendo concetti complessi, è chiara ed adotta parole ben comprensibili: la fattoria degli animali in particolare è stato più volte usato come lettura nei corsi di lingua inglese per stranieri. Io stesso ricordo di averla letta da piccolo.

Esso è, sotto la parvenza di una favola per bambini, un’acuta parodia del comunismo centralista realizzato in Unione Sovietica: in una fattoria gli animali si ribellano ad un padrone umano crudele e dispotico ma la rivoluzione si trasforma in una nuova tirannia capeggiata dai maiali, corrotti e avidi di potere come gli uomini, e riassunta magistralmente dall’icastico motto: “Tutti gli animali sono uguali ma alcuni sono più uguali degli altri”.

Orwell ammonisce a dubitare delle rivoluzioni pur ritenendole necessarie, a dubitare del nostro stesso pensiero, perché esso a sua volta potrebbe essere condizionato da un linguaggio costruito ad arte per incarcerare/sedurre la nostra mente.

Proprio in “1984” immagina e descrive una nuova lingua, la “neolingua”, nell’originale “newspeak”, cioè “nuovo parlare”.

Fine specifico della neolingua non è solo quello di fornire, a beneficio degli adepti del partito di maggioranza, un mezzo espressivo che sostituisca la vecchia visione del mondo e le vecchie abitudini mentali, ma di rendere impossibile ogni altra forma di pensiero. Una volta che la neolingua si è radicata nella popolazione e la vecchia lingua viene completamente dimenticata, ogni pensiero eretico (cioè contrario ai princìpi del partito) diventa letteralmente impossibile, almeno per quanto attiene a quelle forme speculative che derivano dalle parole.

Ad esempio, Orwell sostituisce i comparativi e i superlativi con i prefissi “più-” e “arcipiù-“, e i contrari con “s-“: partendo da “buono, si ottengono “piùbuono”, “arcipiùbuono”, “sbuono”, “piùsbuono”, rendendo superflua un’ampia serie di vocaboli come “ottimo”, “migliore”, “cattivo”, “pessimo”, “peggiore”, “orrendo” e così via; così l’obiettivo finale della neolingua, cioè quello di impedire la formazione di un qualunque pensiero contrario ai principi del partito di maggioranza, viene raggiunto nel giro di una/due generazioni: anche se non rende impossibile l’uso di affermazioni sovversive come “Il Grande Fratello è arcipiùsbuono”, comunque impedisce il poterle motivare in modo ragionevole, rendendole di fatto dei nonsense.

Un’altra persona di cui voglio parlare, prima di affrontare il tema storico, è Joseph Paul Goebbels, Reichsministerium für Volksaufklärung und Propaganda (dal tedesco: Ministero del Reich per l’istruzione pubblica e la propaganda) durante la seconda guerra mondiale.

Fu lui a ispirare, con i discorsi alla radio, le prime campagne e le violenze antisemite culminate nel 1938 nel pogrom della “Notte dei cristalli”.

Il “dottor Goebbels” di sé diceva di considerarsi “l’uomo meglio e più informato del mondo”. Alasdair MacIntyre, filosofo morale scozzese, già professore di Filosofia a Boston e in altre università americane, lo ha definito “il più abile psicologo di tutti i tempi”.

Fu il primo comunicatore moderno. Il più grande pubblicitario mai esistito. È di Goebbels la massima secondo cui “una menzogna ripetuta all’infinito diventa la verità”.

Negli ultimi tempi è scoppiata la polemica delle “bufale”: non parlo della femmina del bufalo, che produce un latte da cui si fa la mozzarella, ma le affermazioni false o inverosimili che servono a raccogliere clic o, nel peggiore dei casi, ad hackerare i computer o i cellulari degli ingenui che le condividono.

Non voglio addentrarmi in questo aspetto della faccenda, quanto piuttosto dell’uso che si fa dell’informazione oggigiorno.

I mezzi d’informazione servirebbero per far conoscere alle persone di differenti luoghi notizie di vario genere. È un notevole vantaggio generazionale, quello di essere informati di come va il mondo intorno a noi.

Pensate a un contadino di un paesino del Medioevo. Viveva ignorando qualunque cosa che non fosse il suo campo da coltivare o il mercato del paese vicino. La situazione attuale dovrebbe essere migliore, se…

Se l’informazione fosse data in modo corretto, non a fini propagandistici, senza scopi occulti, e forse la gente vivrebbe meglio di quel contadino.

Ma così non è.

Intanto partiamo da uno dei luoghi dove le cose si dovrebbero imparare: la scuola. La routine della scuola, i libri di testo, le lezioni, le interrogazioni, non promuovono certo la passione della ricerca, né negli insegnanti, né negli studenti. E la storia è ricerca.

E la storia si impara sui libri di testo, detti anche manuali.

Il manuale è infatti il primo strumento di informazione nelle mani degli studenti, o per lo meno il più autorevole: ha quindi la grande responsabilità di definire la Storia con la “S” maiuscola, quella che verrà ritenuta vera da chi legge, anzi studiata, fatta quindi propria. Si tratta di un canale comunicativo particolare, perché per sua stessa definizione stabilisce con il lettore modello un contratto di lettura pedagogico, che presuppone una fiducia cognitiva illimitata nell’enunciatore.

All’approssimarsi della stesura dei nuovi programmi, si intensificano convegni e interventi nel corso dei quali storici e uomini di cultura si alternano nel dire la loro, per spingere il ministro (e i suoi gruppi di lavoro) verso questa o quella direzione. Nel corso di questo dibattito, dai toni a volte molto accesi, una delle clausole argomentatorie più ascoltate è quella della “scomparsa della memoria, della storia, o dell’identità”.

Viene usata indifferentemente da chi sostiene l’insegnamento cronologico della storia, o quello tematico da chi punta tutto sul novecento o sul recupero di peso della storia antica, e minacciata se non si segue – o più spesso, se non si conserva – la modalità di lavoro che viene perorata. Questo è uno dei casi nei quali una modesta competenza didattica aiuta ad evitare figure peregrine.

Infatti, anche a dare uno sguardo rapido ai comportamenti didattici degli altri Paesi e a conoscere un po’ di storia dell’insegnamento della storia, si conclude che non c’è innovazione, modalità di insegnamento e tipo di programma che non siano stati provati in questa o in quella nazione a volte per molti anni: insegnare per temi, problemi, il vicino o il lontano, storia ‘”dall’alto” o “dal basso”, di genere identitaria o mondializzante, della nazione o del mondo.

La maggior parte delle proposte per le quali la disputa è stata già provata e, di conseguenza, la maggior parte di esse è stata scartata, senza che per questo motivo noi si abbia notizia che per esempio, in Francia, dove si studia una storia molto contemporanea (si pensi che l’ultimo anno si fa storia dal 1945 a oggi), ci sia stata una perdita improvvisa di memoria storica o che in Germania, dove si fa storia tematica nelle superiori, i giovani abbiano perso il senso del tempo; o che l’Inghilterra, dove dal 1990 si studia un programma che alterna momenti di storia mondiale e nazionale, sia attualmente interessata da epidemie di disorientamento temporale.

In Italia resta invece insoluto il nodo dell’inserimento nei programmi di alcune vicende successive al 1918, del fascismo e dell’antifascismo, della guerra e della resistenza, nonché di quello che è accaduto dopo.

Ma non di tutte le storie. Evidentemente ci sono storie che meritano di essere conosciute e storie che possono essere relegate nell’oblio. Secondo il principio logico del filosofo greco Parmenide (l’essere è e non può non essere, il non essere non è e non può essere), applicando quello che dicevo all’inizio su Orwell e Goebbels, alcune storie sono relegate lì, in un angolino. Con la speranza che nessuno le ricordi più.

Ma, come dicevo, il mondo moderno è sì foriero di bufale in quantità industriali ma anche di testimonianze di chi la storia l’ha vissuta sulla propria pelle.

Oggi si contano sulla punta delle dita i testimoni di quei tempi, e la generazione di mio figlio non potrà mai ascoltarne le testimonianze, ma solo leggerli sui libri di storia. Così, Mussolini sarà come Napoleone o Cesare: il problema è un altro, però.

Se io scrivessi un libro di storia, per dire, dello sport, indicherei il 2006 non solo come l’anno in cui la Nazionale Italiana ha vinto i Mondiali di calcio, ma anche come quello in cui la Juventus è stata “ingiustamente” retrocessa in serie B. E l’argomenterei, il motivo della supposta ingiustizia. Questo perché vedo le cose dal mio punto di vista (sono juventino).

Se lo stesso libro lo scrivesse un tifoso di un’altra squadra, di Milano e a strisce neroazzurre, la descrizione dei fatti sarebbe sicuramente di un altro tenore.

Ed è un po’ quello che è sempre successo nella storia dell’uomo.

Un po’ simile è il processo che si è verificato nel 2001, quando i talebani distrussero i monumenti delle altre religioni presenti nel territorio afgano, così come insegnava Orwell, per cancellarne dalla memoria delle generazioni future l’esistenza. O quello che vogliono fare i revisionisti statunitensi in questi giorni, distruggendo i simboli che ricordano lo schiavismo. Grosso errore, come dicevo nell’incipit. Se un popolo non ha memoria, perde la capacità di ricordare. E di imparare dal passato.

C’è chi nega addirittura l’olocausto.

Quando arrivò nei campi di concentramento nazisti, Eisenhower pretese che fossero lì condotti tutti gli abitanti tedeschi delle vicine città per vedere la realtà dei fatti e che, suddetti civili, fossero costretti a sotterrare i corpi dei morti.

E poi spiegò: “Che si abbia il massimo della documentazione possibile – che siano registrazioni filmate, fotografie, testimonianze – perché arriverà un giorno in cui qualche idiota si alzerà e dirà che tutto questo non è mai successo”

Perché un giorno arriverà qualche idiota che si alzerà e dirà che tutto questo non è mai successo: da ripetere, incorniciare e santificare questa frase. Racchiude il senso della storia.

Doveva conoscere molto bene l’animo umano il Generale: basti pensare al fatto che la qualcuno vorrebbe rimuovere l’Olocausto dai suoi programmi scolastici perché “offensivo” nei confronti della popolazione musulmana che afferma che l’Olocausto non è mai esistito.

Quanto durò la seconda guerra mondiale? Dipende dai punti di vista.

In Italia la liberazione durò quasi due anni, dall’8 settembre del ’43 al 25 aprile del ’45. Perché durò 2 anni? Lo insegnano a scuola? A me, non lo ha insegnato nessuno.

Le date, quelle certo, me le hanno dette. Ma perché avvenne e soprattutto, che cosa avvenne, quello no, non “ce la facevamo”, perché indietro con i programmi…

Nei prossimi due articoli, di cui questo rappresenta il cappello introduttivo, parlerò di due fatti che mi hanno colpito particolarmente e che accaddero proprio in quegli anni, tra il 1943 e il 1945.

Spero abbiate la pazienza di seguirmi. Alla prossima.

28 pensieri su “Storia, magistra vitae – introduzione

  1. Quanta verità in questo scritto. Purtroppoo per fortuna i libri raccontano una visione al quanto personale dei fatti, in relazione alla propria propensione politica dunque una visione non del tutto neutrale. Sarebbe bene leggere di uno e dell’altro x capire al meglio la storia dei fatti realmente accaduti. Certo il “non ce la facciamo con il programma” non è una giustificazione valida x omettere degli insegnamenti che possono formare e migliorare la vita di ognuno di noi. Questo articolo l’ho letto con assoluto piacere ed è stato molto acorrevole quindi scritto per essere capito da chiunque. Complimenti e spero di trovarmi nei prossimi due. Buona giornata

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      • Beh è importante anche avere la voglia di conoscere e sapere. Il top per me è che ad oggi vengano scritti dei libri dagli estremisti del periodo e più in la che si possono inserire nel programma scolastico come mero confronto delle due ideologie. Un giovane potrebbe valutare e farsi le sue di idee.. e non prendere per assolute quelle che gli si impongono … un po come lo sport e la religione.. in italia va il calcio e ai nostri figli non presentiamo la miriade di sport esistenti al mondo che potrebbero intraprendere, no, siamo bacati e i maschi al calcio e femminucce a danza. Ma dove ata scritto? Idem x la religione: per quale assurdo motivo io debbo essere cattolica? Quali sono le alternative esistenti? Insegniamogliele e poi ognuno valuterà il da farsi. Ovvio non lo pretendo dai piccoli di sei anni. Ma se tu a 0 anni gli dici esiste un solo dio e si chiama Gesù. .. stai sparando a zero… xche si esiste un solo dio… ma uno per ogni religione.. bisogna vedere con quale vuoi stare. La stessa cosa in politica. Perche in politica abbiamo la possibilità di schieramento a destra o a sinistra o centro insomma e per le altre cose si ha solo una assoluta imposizione? Giusto per confrontarci sai francesco. Mica sono incazzata. Buongiorno

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  2. La storia non andrebbe solo studiata su un libro, ma bisognerebbe ‘viverla’ il più possibile: uscite didattiche, musei, film e documentari: tutte esperienze che resterebbero forse maggiormente impresse nella mente dei ragazzi.

    Riguardo il revisionismo: sempre esistito, perché la storia viene ‘scritta’ da chi comanda.

    Il fatto che una bugia raccontata mille volte diventi verità è ben nota a molti politici (Silvio in primis), ma è una tenica adottata in molti ambiti, la pubblicità per esempio.

    Juventino? Male, molto male.

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  3. A scuola non si dovrebbe insegnare la storia dai libri di testo, ma tramite la ricerca.
    Premiare il modo di cercare, non il risultato in sé.
    Se uno ha poca voglia di cercare apre wikipedia, copia e incolla e poi a scuola ripete. Punteggio basso.
    Se uno ha voglia di cercare apre wikipedia, apre altre pagine ricercate in google, va in biblioteca, chiede agli anziani… 🙂 Punteggio alto

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  4. Demonio ha detto:

    Temo che se è vero che la storia immediata la fanno i vincitori il tempo poi fortunatamente da modo di fare giustizia e più lontano è un episodio storico più concorde sarà la comunità a valutarlo in modo imparziale!Quindi…tra cent’anni indubbiamente quella ingiustizia di cui parli sarà accettata come ovvia e la gente si stupirà del fatto che qualcuno che barò come e forse più invece venne premiato!😁
    Detto ciò penso che questa ormai sia proprio una società distopica visto che gli ingredienti ci sono tutti: perdita memoria, pensiero unico, nuova ignoranza e un controllo sociale senza precedenti!Manca solo la figura assolutista dispotica ma evidentemente hanno capito che non è necessaria!😉😈

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