Storia, magistra vitae – Marocchinate

Come avevo concluso in “Storia, magistra vitae – introduzione”, mi piacerebbe parlare di un paio di episodi accaduti durante il periodo che va dal 1943 al 1945. Prima però, un breve cenno a cosa era accaduto prima.

Negli anni ’30 del secolo scorso si verificò una crisi economico-finanziaria senza precedenti: se gli stati europei avessero avuto una visione globale con cui affrontare il problema, la questione sarebbe forse rimasta confinata negli USA, ma l’affannosa ricerca della sicurezza e l’affiorare di elementi di destabilizzazione interni all’Europa spinsero gli stati a chiudersi a riccio.

Così quando nel ‘29 si registrò un arresto del flusso dei crediti a lungo termine dagli USA, in Germania si verificò un’impennata inflazionistica e una crisi produttiva: per fronteggiare la situazione, Heinrich Brüning, allora cancelliere tedesco, avviò una politica di restrizioni finanziarie, che spinse i socialisti all’opposizione. L’asse della politica tedesca si spostò verso destra, ma a trarne vantaggio non fu il governo bensì l’opposizione più estremistica, rappresentata dal Partito nazionalsocialista di Hitler. Questo partito, che in precedenza aveva avuto un peso politico trascurabile, nelle elezioni del ‘30 ottenne più di 100 seggi.

Lasciati a sé stessi, i paesi europei affrontarono la crisi ciascuno secondo il proprio assetto politico e finanziario. Alcuni paesi, come la Francia furono meno colpiti; altri, come la G.B., si rifugiarono nel protezionismo; in Italia, il governo Mussolini avviò la nazionalizzazione delle industrie in crisi e i primi passi della politica autarchica.

L’avvento di Hitler al potere segnò il trionfo in Germania della volontà di rivincita e del progetto di recupero di antichi disegni di dominazione.

Hitler era nato in Austria, in un ambiente intriso di antisemitismo e pangermanesimo. Le sue idee divennero esplicite nel “Mein Kampf”; i 2 volumi furono dettati da Hitler durante la detenzione in carcere alla quale fu sottoposto in seguito alla partecipazione ad un fallito colpo di stato a Monaco.

È’ stato troppo facile, dopo la guerra, attribuire a un uomo solo la responsabilità della catastrofe. Fino al ‘39, infatti, Hitler fu aiutato, tollerato, blandito, nel suo disegno, da personalità che poi sarebbero divenute esponenti della cultura democratica.

Mentre Hitler, senza clamore, si riappropriava di territori di confine, ci furono due fatti che destabilizzarono una situazione già di per sé esplosiva: la conquista italiana dell’Etiopia e la guerra civile spagnola.

Questi due fatti procurarono una spaccatura tra i paesi europei e portarono alla conseguenza che si formarono due schieramenti: da una parte GB e Francia, dall’altra Germania e Italia (nonostante Mussolini avesse, nel ’33, convinto tutti ad aderire ad un trattato, mai ratificato formalmente, tra le quattro superpotenze).

Sabato 12 marzo 1938, Hitler invase l’Austria e senza sparare un colpo, ne prese possesso (la famosa anschluss, annessione).

Personalmente faccio partire la seconda guerra mondiale da questo episodio e non dall’invasione della Polonia, avvenuta nel 1939.

Così come l’inizio, anche la fine può avere due date di riferimento. Una è l’8 settembre del ’43, annuncio dell’armistizio da parte di Badoglio, l’altra è il 15 agosto del ’45, giorno della resa del Giappone dopo lo sgancio dell’atomica su Hiroshima e Nagasaki.

Già, il 29 aprile (e non il 25, che, come tutti sanno, è una data simbolica), giorno della resa della Germania, non fu l’ultimo giorno di guerra. Anzi, a dirla tutta, in Italia la fine della guerra va indicata con la data del 2 maggio ’45, giorno stabilito il 29 aprile, in realtà, con un trattato di resa.

Non sto qui a narrare le nefandezze della seconda guerra mondiale, che portarono alla morte più di 40 milioni di persone. Né come questo avvenne, con campi di sterminio e rastrellamenti di persone inermi; la seconda guerra mondiale è e resterà una delle pagine più brutte della millenaria storia dell’umanità.

Quello che voglio raccontare oggi è un episodio avvenuto durante il periodo che viene chiamato da alcuni come “guerra di liberazione d’Italia” e da altri come “guerra civile italiana”, perché vide lo scontro, oltre che tra italiani e tedeschi, che arretravano da sud verso nord, anche tra italiani e italiani. Prima però, voglio parlare di uno scrittore italiano.

Alberto Pincherle, vero cognome di Moravia, nacque nella capitale il 28 novembre 1907 dall’unione tra Carlo Pincherle, un benestante ebreo veneziano, e Teresa Iginia De Marsanich, cattolica, anconetana e di estrazione sociale decisamente più umile.

All’età di soli nove anni, nel 1916, il piccolo Alberto si ammalò gravemente di tubercolosi ossea, da cui guarirà definitivamente solo verso la maggiore età, e non senza strascichi. La malattia lo costrinse a letto per cinque lunghi anni, due dei quali trascorsi nel sanatorio dell’Istituto Codivilla di Cortina D’Ampezzo.

Il riposo e l’immobilità forzata crearono però l’occasione per il giovane Moravia di potersi dedicare molto a lungo alla lettura, e trova particolare ispirazione in Dostoevskij. Durante il ricovero all’Istituto Codivilla Moravia ampliò la sua conoscenza delle lingue, aggiungendo alla padronanza del francese quella dell’inglese e del tedesco.

A soli 18 anni scrisse “Gli indifferenti”, che ebbe un notevole successo e gli aprì le porte dei migliori ambienti letterari romani. Per le sue origini ebraiche però, dovette aspettare la fine della seconda guerra mondiale per ricominciare a scrivere senza essere censurato.

Dopo “La romana” e soprattutto in seguito dell’importante esperienza dei “Racconti romani” che avvicinarono lo scrittore alla corrente neorealista, Moravia ambientò il romanzo ”La ciociara” nella Roma delle fasi conclusive del secondo conflitto mondiale.

Le protagoniste sono due donne: Cesira, vedova, gestisce con la figlia Rosetta un piccolo negozio e, negli anni della guerra, si dedica anche alla borsa nera; il tutto per garantire alla figlia un futuro economicamente migliore.

Sfollate dopo il settembre 1943, le due donne si dirigono verso Vallecorsa, in Ciociaria, ma il loro treno s’arresto presso Fondi; qui le due protagoniste entrano in contatto con i contadini del posto, che le soccorrono e le ospitano.

Poi, nel paesino di Sant’Eufemia, Cesira e Rosetta conoscono, tra gli altri, Michele, giovane intellettuale comunista fortemente critico non solo della dittatura fascista, ormai allo sfascio, ma pure della mentalità generale degli sfollati, intenti solo a godersi la momentanea pace e non affatto interessati alle sorti future del paese.

Nel mentre, la linea del fronte avanza, ed aumentano i bombardamenti (in uno di questi Tommasino, negoziante del paese, impazzisce di paura e muore poco dopo) e i rastrellamenti dei nazifascisti, così da costringere Michele e le due donne a rifugiarsi in montagna, e ad incontrare molte difficoltà per procurarsi da mangiare.

 A partire dallo sbarco alleato ad Anzio del gennaio del 1944 la situazione precipita: Michele è sequestrato da soldati tedeschi in fuga per far loro da guida (si apprenderà in seguito che verrà ucciso dopo aver provato a difendere dei contadini), mentre Cesira e la figlia sono nuovamente sfollate, e, al ritorno a Vallecorsa, dei soldati alleati di passaggio violentano Rosetta.

Il ritorno a Fondi (accompagnate da Clorindo, un commerciante che ha dato loro un passaggio) modifica i rapporti tra madre e figlia, dato che Rosetta trascorre spesso le sue serate con Clorindo, già sposato.

Il capitolo conclusivo del romanzo vede le due donne tornare a Roma, su cui Cesira proietta, ricordando le parole e gli insegnamenti di Michele, il proprio desiderio di una vita futura serena e libera dalle sofferenze della guerra.

Questi fatti in realtà, sono quasi autobiografici, in quanto Moravia e sua moglie, Elsa Morante, si trovarono sul serio nelle condizioni descritte nel romanzo. Dovettero scappare (Moravia era ebreo, ricordate?), rifugiarsi, nascondersi ed assistere a quello che accadde durante la liberazione.

La liberazione in Italia partì da Sud verso Nord e mentre gli “alleati” avanzavano, i tedeschi arretravano, lasciando una scia di sangue sul loro cammino. La campagna alleata, guidata prima dal generale Dwight Eisenhower e poi dal generale Harold Alexander, fu caratterizzata da una serie di sbarchi e da sanguinose battaglie di logoramento lungo le successive linee difensive approntate dall’esercito tedesco.

Le truppe alleate, costituite da contingenti provenienti da molteplici nazioni, furono ostacolate dall’aspro territorio appenninico, dalle difficoltà climatiche e dalla tenace resistenza tedesca che provocarono forti perdite e il lento avanzamento del fronte. Roma non venne liberata fino al 4 giugno 1944 mentre la Linea Gotica (che andava lungo gli appennini da Massa Carrara a Pesaro) fu superata solo nell’aprile 1945, quando l’offensiva finale alleata permise di raggiungere la pianura Padana e il 2 maggio 1945 costrinse alla resa le forze tedesche in Italia.

Alla campagna d’Italia presero parte anche alcuni reparti della Repubblica Sociale Italiana che combatterono a fianco dei tedeschi e le formazioni del Corpo Italiano di Liberazione che invece combatterono insieme agli eserciti alleati.

Nel 1942, gli americani sbarcarono ad Algeri e le truppe coloniali francesi del Nord Africa si arresero senza sparare un colpo. Il generale francese Charles De Gaulle attinse a questo personale militare per creare il Cef: Corp Expeditionnaire Français, costituito per il 60% da marocchini, algerini e senegalesi e per il restante da francesi europei, per un totale di 111.380 uomini ripartiti in quattro divisioni.

Vi erano però dei reparti esclusivamente marocchini di “goumiers” (dall’arabo qaum) i cui soldati provenivano dalle montagne del Riff ed erano raggruppati in reparti detti “tabor” in cui sussistevano vincoli tribali o di parentela diretta. Erano in tutto 7.833, indossavano il caratteristico burnus arabo, vestivano una tunica di lana verde a bande verticali multicolori (djellaba) e sandali di corda. Erano equipaggiati non solo con le armi alleate ma anche con il tipico pugnale ricurvo (koumia) con il quale, secondo una loro antica usanza, tagliavano le orecchie ai nemici uccisi per farne collane e ornamenti (in particolar modo i tedeschi ne fecero le spese). Il loro comandante era l’ambizioso generale Alphonse Juin.

Quello che accadde in quei giorni ha dell’inverosimile.

Gli alleati, grazie all’aiuto dei “goumiers”, sfondarono la “linea Gustav”, che si estendeva dalla foce del fiume Garigliano, al confine tra Lazio e Campania, fino a Ortona, comune costiero in provincia di Chieti, passando per Cassino, nel frusinate, le Mainarde, gli Altopiani Maggiori d’Abruzzo e la Majella.

La linea cedette nel maggio del 1944 costringendo i tedeschi sulla linea successiva, la Adolf Hitler. La seconda linea era posta a circa 10 km dalla precedente ed aveva il compito di contenere eventuali cedimenti della linea Gustav. La Linea Hitler cedette alla fine di quel terribile maggio del 1944.

Per incentivare i combattenti allo sfondamento della Gustav il generale Alphonse Juin promise ai “goumiers” 50 ore di libertà. Secondo alcune fonti (mai verificate, in verità) il generale Juin pronunciò il seguente discorso, che apparve su dei volantini tradotti in francese ed in arabo:

“Soldati! Questa volta non è solo la libertà delle vostre terre che vi offro se vincerete questa battaglia. Alle spalle del nemico vi sono donne, case, c’è un vino tra i migliori del mondo, c’è dell’oro. Tutto ciò sarà vostro se vincerete. Dovrete uccidere i tedeschi fino all’ultimo uomo e passare ad ogni costo. Quello che vi ho detto e promesso mantengo. Per cinquanta ore sarete i padroni assoluti di ciò che troverete al di là del nemico. Nessuno vi punirà per ciò che farete, nessuno vi chiederà conto di ciò che prenderete.”

In quelle 50 ore (che in realtà furono molti giorni) accadde ogni misfatto che l’essere umano sia in grado di compiere: i marocchini saccheggiarono paesi e borghi, perpetrarono violenze fisiche e sessuali sulla popolazione inerme. Tra i paesi colpiti vi fu il comune d’Esperia. Il sindaco affermò che oltre 700 donne furono stuprate ed alcune di loro morirono in seguito alle violenze riportate durante i forzati atti sessuali. Molte di queste donne subirono lo stupro alla presenza dei mariti, o dei genitori quando si trattava di bambine. Molti uomini furono uccisi perché tentarono con ogni mezzo di difendere le proprie donne, o bambine quando si trattava di padri di famiglia. Il parroco del paese nel disperato tentativo di difendere le donne fu catturato, legato ad un palo e sodomizzato per due giorni sino al sopraggiungere della morte, probabilmente tanto sperata in quei dolorosi momenti.

Le violenze in realtà iniziarono in Sicilia subito dopo lo sbarco del ‘43 e proseguirono nel Lazio ed in Toscana sino allo spostamento della guarnigione marocchina in Provenza. Gli stessi soldati furono impiegati nell’aprile del ‘45 in Germania, dove avvennero eventi analoghi con violenze su donne e bambine.

Ma mentre in Sicilia la popolazione riuscì ad impedire certe efferatezze, ed in Provenza non si registrarono casi simili, nella ciociaria accadde di tutto.

I numeri delle vittime non sono certi, alcune fonti parlano di alcune migliaia, altre arrivano fino a 60 mila. Nel 1952 la deputata del Pci Maria Maddalena Rossi presentò un’interrogazione parlamentare sulle cosiddette “marocchinate”. Dal dibattito venne fuori che il governo riteneva attendibile la cifra di 20 mila vittime di violenze.

E se le donne anziane non vennero risparmiate da percosse e abusi, alle giovani andò ancora peggio: vissero decenni con il marchio d’infamia della “marocchinata”, restarono incinte degli stupratori, morirono suicide o divorate dalle malattie veneree rese letali dalla povertà e dalle scarse condizioni d’igiene.

Il Vaticano chiese e ottenne che i Goumiers non entrassero a Roma. Non andò bene invece ai senesi, nella cui provincia i reparti maghrebini si resero di nuovo protagonisti di violenze dopo aver scacciato i nazisti verso nord.

Nei libri di scuola tutto questo non appare, come dimenticati sono gli eventi relativi alle Pasque Piemontesi, al Sacro Macello, alla strage dei bimbi della scuola di Gorla ed altri eventi dolorosi che non rispettano il politically correct.

Non dobbiamo offendere i liberatori. Non possiamo parlare male degli alleati, chiunque essi siano. Ma siamo tenuti a ricordare sempre, a ricordare tutto.

17 pensieri su “Storia, magistra vitae – Marocchinate

  1. Che schifo! La mente umana arriva a dei livelli di non sanità. E non critico il voler sopravvivere. . È un diritto. Ma il rispetto quello non deve mai mancare. Stuprare x il gusto di sfogare non lo potrò mai accettare. Tutto ciò non lo sapevo e questo post per me è stato davvero interessante. Grazie delle tue ricerche. Buona giornata

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  2. Demonio ha detto:

    Il post è davvero interessante e mi viene da aggiungere una considerazione. Ovviamente mi aspetto che il livello di chi legga sia superiore al livello medio presente su pagine come FB dove si correrebbe il rischio di travalicare l’informazione per scadere nelle miserabili considerazioni sui recenti flussi immigratori abbinati a recenti fatti di cronaca. Sulla base di questa premessa purtroppo mi sento solo di aggiungere che, il lato sporco della guerra, di ogni epoca ha sempre visto il susseguirsi di fatti analoghi. Certamente spesso la storia viene insegnata in un modo…annacquato….tanto che, prendiamo un esempio a caso come il ratto delle sabine viene presentato quasi come un fatto “eroico” e non come quel che fu: i romani andarono dai sabini, sconfissero quel popolo e deportarono le donne che loro malgrado vennero stuprate e usate per “soddisfare” i legionari prima e i romani poi. Storicamente parlando quindi, ogni guerra, ogni popolo ha commesso i suoi stupri compreso il popolo italiano nella seconda guerra mondiale i cui misfatti compiuti nella ex Jugoslavia piuttosto che in Grecia o nelle guerre coloniali sono altrettanto nascosti.
    Da tutto ciò l’unica lezione che tutti dovremmo imparare è che la guerra non ha nulla di eroico o di necessario se è una guerra di conquista. Eccezione la fanno le guerre di liberazione ma fino ad un certo punto perchè l’animo umano anche li spesso vede qualcuno andare ben oltre lo scopo nobile per lasciare il campo all’istinto animale di buona parte dei combattenti. E, nonostante la civilizzazione apparente degli stati moderni, questi crimini di guerra vengono perpetrati ancora oggi. Della serie…più conosco gli uomini e più mi viene naturale starne alla larga…

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  3. landlab ha detto:

    Già ” … come dimenticati sono gli … eventi dolorosi che non rispettano il politically correct.” e quindi forse ancor di più “siamo tenuti a ricordare sempre, a ricordare tutto.” Bravo Francesco !

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