Chiù PIL per tutti!

In genere non mi occupo di politica, ma quando leggo qualcosa che non mi convince mi informo e uso questo mezzo per informare chi mi legge.

È capitato tutto nella settimana di ferragosto, come ogni anno noiosa: caldo opprimente, incendi, programmazione televisiva nulla, zanzare a go-go. Una senatrice del Movimento 5 Stelle, Barbara Lezzi, per ravvivare la settimana ha deciso di postare un video nel quale affermava una cosa a prima vista strana: secondo lei, la crescita tendenziale del PIL superiore alle attese dell’1,5%, è dovuto in parte (per l’1,2%) al maggiore consumo di energia, certificato dall’ISTAT.

Intanto, prima di continuare, vediamo queste due sigle: PIL e ISTAT.

Il prodotto interno lordo, per brevità PIL, è un indicatore economico, ovvero uno strumento usato da economisti, investitori, banche e governi per misurare l’andamento dell’economia di un paese.

Più semplicemente il PIL è un numero calcolato sommando il valore di mercato di tutti i beni e servizi prodotti da un determinato stato in un determinato periodo di tempo.

Per calcolarlo vanno sommati quattro elementi principali:

  • i consumi;
  • la spesa pubblica;
  • gli investimenti;
  • le esportazioni nette.

I consumi includono beni non durevoli, come ad esempio il latte e le uova, i beni durevoli, come le automobili, e i servizi di privati, come per esempio il barbiere o il meccanico.

La spesa pubblica comprende, tra gli altri, la spesa militare, le opere civili, come ospedali e autostrade e il costo dei dipendenti pubblici, escluse le pensioni.

Gli investimenti, invece, sono quelli fatti dalle imprese, le case acquistate dai cittadini e tutto quello che le fabbriche hanno prodotto in un anno ma che sarà venduto in quello successivo (le cosiddette scorte).

Le esportazioni nette sono la differenza tra il costo dei prodotti che esportiamo all’estero ed il costo dei prodotti che invece importiamo.

In aggiunta a questi beni e servizi ce ne sono altri non registrati, come il lavoro nero (certo!), la compravendita di beni usati, le attività illegali di ogni genere (e dai!) e l’autoconsumo, cioè quei prodotti o servizi che potrebbero essere anche acquistati ma che le persone scelgono di farsi in casa (per esempio il pane, ma una volta ci si faceva anche la biancheria intima, in casa).

Il termine lordo indica che il valore della produzione è al lordo degli ammortamenti, ovvero al naturale deprezzamento dello stock di capitale fisico intervenuto nel periodo; questo comporta che, per non ridurre tale grandezza a disposizione del sistema, parte del prodotto deve essere destinata al suo reintegro. Sottraendo dal PIL gli ammortamenti, si ottiene il PIN (prodotto interno netto).

Il PIL si è guadagnato una posizione di preminenza circa la sua capacità di esprimere o simboleggiare il benessere di una collettività nazionale e il suo livello di sviluppo o progresso.

L’ISTAT, ovvero L’Istituto nazionale di statistica è un ente di ricerca pubblico italiano, le cui attività comprendono:

  • censimenti sulla popolazione;
  • censimenti sull’industria, sui servizi e sull’agricoltura;
  • indagini campionarie sulle famiglie (consumi, forze di lavoro, aspetti della vita quotidiana, salute, sicurezza, tempo libero, famiglia e soggetti sociali, uso del tempo, ecc.);
  • numerose indagini economiche (contabilità nazionale, prezzi, commercio estero, istituzioni, imprese, occupazione, ecc.).

Fu istituito come Istituto Centrale di Statistica nel 1926 (legge 9 luglio 1926, n. 1162), durante il Fascismo, per raccogliere, in forma organizzata, alcuni dati essenziali riguardanti lo Stato. È stato in seguito riorganizzato, con il decreto legislativo 6 settembre 1989, n. 322 che ha istituito il Sistema Statistico Nazionale (SISTAN) e ha dettato norme sui compiti e l’organizzazione dell’ISTAT, cambiandone tra l’altro la denominazione in Istituto nazionale di statistica.

Dicevamo, la giovane senatrice affermava inoltre che il maggior consumo del mese di giugno è stato causato dal caldo eccezionale, e che quindi gli italiani, per raffreddare case, uffici, surgelati (la catena del freddo) e per alimentare mezzi con aria condizionata accesa hanno, inconsapevolmente, causato un aumento del PIL (del 9,6% secondo la senatrice, del 9,8% nella realtà).

In effetti, confrontando giugno 2017 con lo stesso mese dell’anno scorso, il dato è quello.

Ma la dichiarazione della senatrice Lezzi ha suscitato più che altro ilarità (da parte di molti addetti ai lavori) o sdegno (da parte degli “indignati” di professione), e i suoi detrattori hanno controbattuto dicendo “se il caldo fa crescere il PIL, l’Africa è ricchissima”. Eppure, con questa battuta, hanno dimostrato che, se pur la Lezzi non era completamente nel giusto, loro lo erano di meno.

Facciamo un esempio.

In base a quello che ho spiegato prima, se ci si fa un vestito su misura, si fa aumentare il PIL; lo stesso se si accende l’aria condizionata. In entrambi gli esempi, perché ci sia un aumento di PIL, si dovrà consumare di più di quanto si è consumato per fare la stessa cosa l’anno precedente. Se invece il vestito lo compro confezionato, non necessariamente il PIL varierà (lo spiego dopo).

Ovviamente l’energia ha a che fare con la produzione industriale, tanto è vero che l’ISTAT inserisce l’Energia, ovvero Carburanti, Luce e Gas, come una componente della Produzione industriale complessiva.

Anche perché il moto perpetuo, cioè la produzione di energia a costo zero, non è stato ancora inventato.

Il bollettino ISTAT del giugno 2017 sulla Produzione Industriale dice: “A giugno 2017 l’indice destagionalizzato della produzione industriale registra un incremento dell’1,1% rispetto a maggio. Nella media del trimestre aprile-giugno 2017 la produzione è aumentata dell’1,1% nei confronti dei tre mesi precedenti.

Corretto per gli effetti di calendario, a giugno 2017 l’indice è aumentato in termini tendenziali del 5,3% (i giorni lavorativi sono stati 21 come a giugno 2016). Nella media dei primi sei mesi dell’anno la produzione è aumentata del 2,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

L’indice destagionalizzato mensile registra variazioni congiunturali positive nei raggruppamenti dell’energia (+5,7%), dei beni intermedi e dei beni di consumo (entrambi +1,3%); segna invece una variazione negativa il comparto dei beni strumentali (-0,3%).

In termini tendenziali gli indici corretti per gli effetti di calendario registrano a giugno 2017 una crescita significativa per l’energia (+9,8%); aumentano in misura rilevante anche i beni di consumo (+5,6%), i beni strumentali (+5,1%) e i beni intermedi (+4,0%).

Per quanto riguarda i settori di attività economica, a giugno 2017 i comparti che registrano la maggiore crescita tendenziale sono quelli della produzione di prodotti farmaceutici di base e preparati farmaceutici (+18,5%), della fabbricazione di mezzi di trasporto (+13,6%), della fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (+12,1%) e della fornitura di energia elettrica, gas, vapore ed aria (+10,8%). L’unico settore che registra una diminuzione è quello dell’industria del legno, della carta e stampa (-1,1%)”.

Avete letto? Quello che ho evidenziato è quello che ci interessa.

Intanto, un punto a favore della Senatrice, che almeno sapeva che l’Energia è una componente della Produzione Industriale complessiva.

Ma qualcuno potrebbe obiettare: “In quel trimestre non c’entrano nulla i condizionatori perché i due settori che hanno trainato questa crescita sono i Farmaceutici (+18,6%), e Mezzi di Trasporto (+13,5%), che sono cresciuti più dell’Energia”.

Il contributo di un settore alla crescita del PIL è determinato in realtà non tanto dalla sua crescita percentuale, ma da questa per il peso relativo del settore. Infatti, nel bollettino del mese di giugno, è la stessa Istat a indicare che il contributo dell’Energia alla crescita eguaglia tutta la produzione industriale di Beni Durevoli, di cui i prodotti farmaceutici sono una parte esigua.

I detrattori potrebbero a questo punto replicare: “Certo, ma la Produzione industriale, cioè la quantità di beni prodotti dalle fabbriche, non dipende dai consumi elettrici: vuol dire non capire la differenza tra consumi da una parte e prodotti dall’altra”.

Che il settore Energetico contribuisca alla Produzione industriale è assodato. È altrettanto evidente che tutta l’Industria consuma Energia per produrre. Relativamente alla differenza tra Consumi e Produzione a fini PIL, facciamo un esempio.

Se preparo una pizza per mangiarla in casa, il contributo che do al PIL è in parte alla voce Energia e in parte alla voce Industria Alimentare (gli ingredienti per fare la pizza); se invece sono un pizzaiolo e faccio la pizza per venderla, il contributo è al netto dei costi intermedi. E non importa se la venderò o meno (ai fini del PIL, almeno). Perché? Perché se la vendo, variano i consumi, se non la vendo, variano le scorte. Per questo, come dicevo prima, in teoria l’acquisto di un vestito confezionato non fa necessariamente aumentare il PIL.

E in entrambi i casi della pizza, una volta prodotta ha fatto aumentare il PIL. Chiaro che, se non viene acquistata, il pizzaiolo non ne produce più e così facendo genera una variazione negativa nel periodo successivo.

Ora chiediamoci: sarà vero che tenendo accesi i condizionatori facciamo crescere il PIL?

Il PIL, come dicevamo è un indicatore. Abbiamo indicatori in casa? Certo! Il termometro, per esempio. Se voglio evitare di andare al lavoro, metto il termometro sul termosifone e lui indicherà 38°C, ma non per quello io avrò la febbre.

Se proprio vogliamo contestare quello che ha affermato la senatrice Lezzi, possiamo dire che il settore energia contribuisce poco all’aumento del PIL perché buona parte dei nostri consumi in quel settore è importato dall’estero.

Pertanto, a fronte di un valore del settore molto elevato, tra costi delle materie prime e imposte, il contributo di tutto il settore Energetico al PIL è decisamente limitato, intorno al 1,5% (Fonte: Ministero Sviluppo Economico, 2016).

In fondo, la sen. Lezzi ha semplicemente ribadito una banalità. La cosa paradossale è che questa ovvietà è quello che buona parte delle persone ha recepito e condannato come assurdo, anche se non lo è affatto.

Sarebbe bastato ascoltare con attenzione, come alcuni di certo hanno fatto, e non lasciarsi assordare dal pregiudizio, per capire che la senatrice del M5S aveva capito ben poco di quel famigerato bollettino ISTAT. Ma, comunque, qualcosa in più dei tanti che l’hanno attaccata senza capire nemmeno quel poco.

12 pensieri su “Chiù PIL per tutti!

  1. Purtroppo molti pensano che i politici, o i commentatori di turno reperibili in TV, siano persone preparate e consapevoli.
    In realtà millantano conoscenze (e titoli di studio) che non hanno, dimostrando ignoranza agli orecchi di chi sa, ma apparendo intelligente al popolo pecorone.

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  2. Demonio ha detto:

    Una cosa invece (e questi sono ancora meno) l’hanno capita ed è che il PIL come indice di ricchezza di una nazione è insufficiente proprio per tutto il discorso che hai così bene spiegato che sintetizzato in modo grossolano è come dire che se siamo 10 persone ma una produce e guadagna quanto tutti gli altri il Pil derivante dirà che le 10 persone sono tutte egualmente ricche mentre in realtà lo sarà solo una! Comunque per tornare in tema, di sicuro, quando vengono sbandierati questi dati di aumenti di Pil relativi a brevi periodi , di base, andrebbero sempre presi con le molle perchè sono i lunghi periodi quelli che, spiegano meglio certi trend! Nel breve periodo certo…può anche apparire che c’è stato un miracolo ma poi…vai a vedere e scopri che hai solo assistito ad uno spettacolo di illusionismo!

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    • Diceva Trilussa:
      Sai ched’ e’ la statistica? E’ ‘na cosa
      che serve pe’ fa’ un conto in generale
      de la gente che nasce, che sta male,
      che more, che va in carcere e che sposa.
      Ma pe’ me la statistica curiosa
      e’ dove c’entra la percentuale,
      pe’ via che, li’, la media è sempre eguale
      puro co’ la persona bisognosa.
      Me spiego: da li conti che se fanno
      seconno le statistiche d’adesso
      risurta che te tocca un pollo all’ anno:
      e, se nun entra ne le spese tue,
      t’entra ne la statistica lo stesso
      perche’ c’e’ un antro che ne magna due

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