Storia, magistra vitae – Codevigo

Esistono fatti che non si possono contestare. Al massimo si possono giudicare.

Ma come ho già detto in “Storia, magistra vitae – introduzione”, noi siamo un popolo che non ricorda. O ricorda solo quello che fa comodo ricordare.

Eppure la mia generazione dovrebbe ricordare. Non certo la seconda guerra mondiale, ma quantomeno gli anni di piombo, anche perché fu un periodo abbastanza lungo (compreso tra la fine degli anni sessanta e gli inizi degli anni ottanta), in cui si verificò un’estremizzazione della dialettica politica che si tradusse in violenze di piazza, nell’attuazione della lotta armata e in atti di terrorismo.

Italiani contro italiani.

Ma non era la prima volta che accadeva.

Facciamo un passo indietro. Alla fine della prima guerra mondiale, per la precisione.

All’indomani della prima guerra mondiale il Regno d’Italia si trovò in una situazione economica, politica e sociale precaria e difficile. Il drammatico conto presentato dalla guerra in termini di perdite umane fu pesantissimo, con oltre 650.000 caduti e circa 1.500.000 tra mutilati, feriti e dispersi, senza contare le distruzioni occorse nell’Italia nord-orientale, divenuta fronte bellico con il dislocamento e, sovente, la perdita della casa e di ogni bene da parte di centinaia di migliaia di profughi che erano fuggiti dalle loro case trovatesi nel mezzo di assalti e bombardamenti.

Immediatamente prima della fine del conflitto mondiale, Benito Mussolini, uno degli esponenti più importanti dell’Interventismo, agì cercando varie sponde per dar vita a un movimento che imprimesse alla guerra una svolta rivoluzionaria. Tuttavia i suoi sforzi riuscirono a concretizzarsi solo sei mesi dopo il termine delle ostilità, quando un piccolo gruppo di reduci e intellettuali interventisti, nazionalisti, anarchici e sindacalisti rivoluzionari, si radunò in un locale di Piazza San Sepolcro a Milano, dando vita ai Fasci di Combattimento, il cui programma si configurava come rivoluzionario, socialista e nazionalista.

Nel movimento fascista, oltre ad arditi, futuristi, nazionalisti, sindacalisti rivoluzionari ed ex combattenti d’ogni arma confluirono successivamente anche elementi di dubbia moralità e avventurieri. Appena 20 giorni dopo la fondazione dei fasci di combattimento le neonate squadre d’azione si scontrarono con i socialisti e condussero l’assalto all’Avanti! (un quotidiano politico socialista di cui lo stesso Mussolini era stato direttore), devastandone la sede: l’insegna del giornale fu divelta e portata a Mussolini come trofeo. Nel giro di qualche mese i Fasci si diffusero in tutta Italia.

Dal punto di vista organizzativo, al “gruppo di Milano” si aggiunse una componente rurale e agraria, forte dell’appoggio dei latifondisti e possidenti terrieri emiliani, pugliesi e toscani. Proprio in queste regioni le squadre guidate dai ras furono più determinate a colpire i sindacalisti, i popolari e i social-comunisti, e le masse rurali organizzate che avanzavano rivendicazioni sociali, politiche ed economiche, intimidendoli con la famigerata pratica del manganello e dell’olio di ricino. In questo clima di violenze alle elezioni del 15 maggio 1921 i fascisti riuscirono a portare in parlamento i loro primi deputati, fra cui Mussolini.

Forte dell’appoggio della base, Mussolini decise di agire: il momento pareva propizio e così un forte contingente di 50.000 squadristi venne radunato nell’alto Lazio e spinto dai quadrumviri contro la Capitale. Era il 28 ottobre 1922. Lo stesso giorno, a compimento della marcia su Roma, il re incaricò Benito Mussolini di formare il nuovo governo dopo che Luigi Facta si dimise.

In vista delle elezioni del 6 aprile 1924 Mussolini fece approvare una nuova legge elettorale (legge Acerbo) che avrebbe dato i due terzi dei seggi alla lista che avesse ottenuto la maggioranza con almeno il 25% dei voti. La campagna elettorale si tenne in un clima di tensione senza precedenti con intimidazioni e pestaggi. La Lista Nazionale guidata da Mussolini ottenne la maggioranza assoluta, con il 64,9% dei voti.

Il 30 maggio 1924 il deputato socialista Giacomo Matteotti prese la parola alla Camera contestando i risultati delle elezioni. Il 10 giugno 1924 Matteotti venne rapito e ucciso.

Mussolini, ben presto si fece chiamare Duce (dal latino dux, cioè “capo, guida”) e rafforzò il suo potere. Dichiarò che ogni altro partito e associazione erano illegali, ed eliminò ogni forma di libertà (di stampa, di espressione, di associazione). Gli oppositori del fascismo furono imprigionati o mandati al confino in luoghi sperduti. Ogni voce di dissenso fu fatta tacere.

Nelle scuole divenne obbligatorio l’insegnamento delle nozioni della cultura fascista, e tutti i giovani furono organizzati in associazioni di stampo militare. Mussolini promosse poi una forte propaganda attraverso la radio e i giornali.

Nel 1929 Mussolini e papa Pio XI firmarono i Patti Lateranensi, così il governo riconobbe il cattolicesimo come religione di Stato. Per cercare di rimettere in sesto l’economia italiana, Mussolini mise dei limiti alle merci che si potevano importare dall’estero, favorendo la produzione interna.

Promosse l’agricoltura e avviò la bonifica di zone paludose, come l’Agro Pontino. Nel 1936, spinto dal desiderio di fare dell’Italia una potenza coloniale, Mussolini decise di conquistare l’Etiopia. Nello stesso anno strinse un patto di alleanza con Adolf Hitler: l’Asse Roma-Berlino. Per avvicinarsi alla politica dei nazisti tedeschi, nel 1938 vennero emanate in Italia le leggi razziali contro gli ebrei.

Nel 1939 Mussolini decise di stringere ancora di più la sua alleanza con Hitler, perché era convinto che, al suo fianco, l’Italia avrebbe potuto diventare una grande potenza. Firmò quindi con la Germania nazista il Patto d’Acciaio, che prevedeva aiuto reciproco in caso di guerra.

Nel 1939, allo scoppio della seconda guerra mondiale, Mussolini fu colto di sorpresa, e decise di non entrare in guerra. Poi però, accorgendosi dei rapidi successi riportati da Hitler, temette di rimanere escluso dai benefici della vittoria e, il 10 giugno 1940, dichiarò l’entrata in guerra dell’Italia, a fianco della Germania.

La guerra, contrariamente alle speranze del Duce, non finì in pochi mesi. Anzi, si protrasse per tre lunghi anni, durante i quali l’esercito italiano subì dure sconfitte in Grecia e in Africa, oltre che gravi perdite in Russia.

Poi arrivò il 1943. Per alcuni fu la fine della guerra, per altri, come ho già raccontato in “Storia, magistra vitae – Marocchinate”, fu l’inizio di altre sofferenze.

I cosiddetti “congiurati” del Gran Consiglio del Fascismo votarono la sfiducia a Mussolini il 25 luglio di quell’anno, illudendosi che sacrificando il duce si sarebbe arrivati ad una rapida soluzione dei problemi; il re, e Badoglio, successore di Mussolini quale Capo del Governo, si illusero che avrebbero potuto fare marcia indietro con i tedeschi senza per questo pagarne il dazio; chi aderì alla Repubblica Sociale Italiana, regime esistito tra il settembre 1943 e l’aprile 1945, voluto dalla Germania nazista e guidato da Benito Mussolini, al fine di governare parte dei territori italiani controllati militarmente dai tedeschi, si illuse di difendere l’onore della Patria; i partigiani si illusero di sostituire la dittatura fascista con quella del proletariato, trovandosi poi invece a dover sostenere l’occupante (non il liberatore) americano; il popolo italiano si illuse che la guerra era finita.

Quella notte tra il 24 e il 25 luglio del ’43 Mussolini accettò la deliberazione del Gran Consiglio che gli imponeva di rimettere tutti i poteri al re: ma Vittorio Emanuele III, il cui unico scopo era salvare sé stesso, lo fece arrestare quando Mussolini si presentò per formalizzare la cessione dei poteri.

Tutti i poteri furono affidati ai vertici dell’esercito che instaurarono una dittatura militare con a capo il Maresciallo d’Italia Badoglio. Del nuovo esecutivo nessun esponente politico ne faceva parte in quanto i partiti rimanevano fuori legge al pari del partito fascista nel frattempo sciolto.

Il nuovo governo si affrettò a rassicurare l’alleato tedesco circa la fedeltà dell’Italia e il proseguimento della guerra e nel contempo avviò segreti contatti con gli angloamericani per passare armi e bagagli dalla parte del nemico, nella patetica illusione di uscire indenni da una guerra che volgeva al peggio.

L’8 settembre 1943 arrivò l’annuncio di Badoglio che chiamò armistizio quello che in realtà fu pazzia: nel volgere di 24 ore i tedeschi divennero improvvisamente nemici e gli invasori americani alleati.

Chi non crede alle mie parole, lo vada a vedere in film pluripremiato di Luigi Comencini, “Tutti a casa”, nel quale uno sbigottito Alberto Sordi arriva a dire: “Signor Colonnello, i tedeschi si sono alleati con gli americani”, a dimostrazione della confusione e dello sgomento che quella decisione creò.

Decisione che servì soprattutto a scatenare l’ira vendicativa di Hitler.

Con il rovesciamento del fronte e il passaggio dell’Italia dalla parte degli angloamericani (che faceva presagire una rapida e vittoriosa conclusione del conflitto), si riorganizzarono i vecchi partiti che seppero, soprattutto quello comunista che aveva mantenuto una sua struttura clandestina, cogliere al volo quella insperata opportunità di tornare ad essere protagonisti della politica italiana.

La guerra invece continuò per altri 18 mesi e nel conflitto tra eserciti si inserirono i partigiani, alcuni smaniosi di ricostruirsi una verginità politica dopo essersi affermati grazie al regime, altri per attribuirsi delle onorificenze da spendere al tavolo della spartizione del potere alla fine del conflitto. E fu guerra civile.

E a fronte delle stragi perpetrate dai nazisti, come quella di Marzabotto e quella di Sant’Anna di Stazzema, i partigiani decisero che era arrivata ora di rendere pan per focaccia.

Codevigo è stata teatro involontario di uno di quegli episodi: quella che dal 29 aprile al 15 maggio del 1945 ha segnato una pagina dolorosa della nostra storia nazionale. Una pagina a lungo nascosta.

Cosa successe in quei giorni del 1945?

L’Ottava armata britannica attraversò il Po e marciava verso nord per ricacciare i tedeschi oltre confine. Aggregato agli inglesi c’era anche il Gruppo di combattimento “Cremona”, che faceva parte del Regio Esercito e fiancheggiava gli alleati.

C’erano anche i partigiani, quelli della 28ª brigata garibaldina “Mario Gordini”, sotto il comando di Arrigo Boldrini, mitico capo dalle superiori capacità organizzative. È importante sapere che sia gli effettivi del “Cremona” sia i partigiani erano tutti originari del ravennate. Arrivarono a Codevigo il 29 aprile: liberatori ma anche, com’era comprensibile, giustizieri.

Due esempi valgano per dare l’idea di come vennero “giustiziati” i condannati: Corinna Doardo, maestra elementare, fu prelevata dai partigiani che la sottoposero a sevizie tali che il medico accertò che solo un orecchio era rimasto intatto; dopodichè la fucilarono e abbandonarono il cadavere nudo nel cimitero.

Mario Bubola, figlio del podestà del paese, fu prelevato da casa e poi torturato. Tentarono di tagliarli il collo con del filo spinato; gli fu tagliata la lingua, infilatagli poi nel taschino della giacca, gli furono tagliati i testicoli che gli furono messi in bocca.

 Ma questo fu solo l’inizio: l’eliminazione, purtroppo “fisiologica” dei fascisti locali fu il primo passo di una resa dei conti che partiva da lontano. Soldati del Regio Esercito e partigiani erano tutti di Ravenna e dintorni, e avevano parecchi conti in sospeso. Appresero che camicie nere e formazioni repubblichine provenienti da Ravenna e provincia erano fuggite davanti all’avanzata alleata e poi si erano arrese ai CLN locali.

Probabilmente avevano degli elenchi precisi, con nomi e cognomi dei tre gruppi di fascisti: la Guardia Nazionale Repubblicana e la brigata nera del presidio di Candiana, la Guardia Nazionale Repubblicana dei presidi di Bussolengo e Pescantina, nel Veronese. Andarono a prenderseli.

I partigiani di Boldrini si presentarono ai compagni che custodivano i fascisti e se li fecero consegnare: promisero che li avrebbero portati a Ravenna per processarli, li caricarono sui camion e se li portarono via. Non arrivarono mai a Ravenna, non ci fu mai alcun processo: l’ultima fermata fu Codevigo.

Vennero ammazzati in luoghi diversi: nei campi, sugli argini del Brenta e del Bacchiglione, dentro a qualche casa colonica. I corpi furono abbandonati, o buttati in fiume. Erano tanti, e tutti senza documenti. La vendetta partigiana è stata una vendetta scientifica: cercata, voluta, programmata, eseguita. Tra gli uccisi, come al solito, c’era di tutto: chi era vissuto di ideali e chi questi ideali aveva tradotto in potere, soprusi, violenze. I ravennati del “Cremona” e di Boldrini ricordavano bene le gesta degli squadristi e dei fascisti ravennati come loro: stupri, omicidi, spedizioni punitive compiuti nella provincia di Ravenna per anni e anni, dagli albori del Fascio di combattimento fino agli ultimi tempi.

Una resa dei conti, violenze da lavare con il sangue e la rabbia di chi ha subìto ed ora vince.

Una ridda di cifre false, supposizioni, esagerazioni. In realtà gli uccisi furono 136. Di questi 18 erano di Codevigo, Pontelongo, Correzzola, Piove di Sacco almeno 64 residenti in provincia di Ravenna, e sugli altri non c’è certezza perché non sempre è stata possibile l’identificazione.

Ma lo stesso accadde a Oderzo, a Concordia, a Pescarenico, a Monte Manfrei, a Cadibona, a Rovetta, a Lovere, a Schio e in mille altri posti, dove non furono uccisi senza processo solo quelli che nel ventennio si erano macchiati di delitti, ma anche chi veniva semplicemente segnalato come collaborazionista o che si era consegnato per chiarire la propria posizione.

Come Jolanda Crivelli. Ausiliaria della Saf (Servizio ausiliario femminile della Repubblica Sociale Italiana), Jolanda Crivelli aveva solo 20 anni ed era la giovanissima vedova di un ufficiale del Battaglione M, ucciso a Bologna durante la guerra civile, in un agguato. Il 26 aprile Jolanda Crivelli raggiunse Cesena, la sua città natale, per tornare dalla madre, che viveva sola. Immediatamente, come capitava in quei terribili giorni, fu riconosciuta e additata da suoi concittadini ad alcuni partigiani comunisti: ”È una fascista, moglie di fascista!”. Percossa a sangue, torturata, violentata, denudata, fu trascinata per le strade di Cesena tra gli sputi della gente. Davanti alle carceri fu legata a un albero e fucilata. Il cadavere nudo, rimase per due giorni esposto a tutti come ammonimento per tutti i fascisti. Poi fu permesso alla madre di seppellirla.

Ma noi siamo un popolo che deve dimenticare.

9 thoughts on “Storia, magistra vitae – Codevigo

  1. Bello schifo. Certo che un libro di storia non l’ho mai letto in questi termini… e si che se fossero scritti così almeno susciterebbero maggiore interesse nell’apprendere… e si che poi ogni regione d’italia l’ha vissuta a modo suo dunque il poter unire il tutto sarebbe ancor più interessante. Grazie davvero x questi articoli

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  2. Demonio ha detto:

    E’ difficile commentare oggi col senno di poi. Da una parte ovviamente subentra la parte logica, razionale, democratica che inequivocabilmente condanna qualsiasi vendetta ottenuta per altro in modi che potremmo appunto dire nazifascisti e che, per chi combatteva proprio il nazifascismo rappresenta una enorme incongruenza. Della serie…se ti combatto e penso di essere migliore di te e diverso da te allora devo anche agire di conseguenza e dimostrarlo coi fatti. Non sempre ciò è accaduto e questa è una grande macchia che rimane su una lotta per altro sacrosanta. E fin qui la parte razionale. Poi però per quanto mi riguarda cerco anche di mettermi nei panni di chi, in un ventennio magari si è visto portare via con accuse più o meno inventate (di tradimento, di comunismo, di cospirazione, di essere ebrei ecc ecc) amici, amanti, parenti, mariti, mogli, figli, attività, presente, futuro da gente che, in nome del fascismo ha compiuto azioni vili ed atroci. Ecco…a quel punto mi chiedo: avrei avuto io la forza morale di resistere ad una vendetta o avrei atteso che si fosse fatta giustizia sapendo, come poi la storia ha dimostrato, che poi pochi avrebbero realmente pagato? In fondo l’italia era fascista per un buon 70% e nel dopo guerra, anche se tutti si son affrettati a cambiare casacca nei fatti, chi ricopriva ruoli chiave di potere prima li ha continuati a ricoprire dopo. Molti, i peggiori, con l’aiuto del Vaticano (ma anche degli Stati Uniti stessi) sono stati fatti fuggire in Argentina, Brasile, Bolivia, Cile ecc ecc dove, hanno per altro spesso trovato modo di compiere altre atrocità. Insomma…davvero non so io cosa avrei fatto. Non so cosa farei se oggi, di colpo qualcuno irrompesse in casa mia, mi portasse via tutto, mi ammazzasse i genitori, mi mandasse in una prigione o in un campo di concentramento ed io dopo qualche anno mi trovassi in mano un arma ed il responsabile di ciò. Davvero. Non so cosa farei.
    Ma trovo giusto comunque dire che, non bisogna MAI dimenticare. E possibilmente evitare di compiere gli stessi errori…

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    • Fondamentalmente hai ragione, ma nell’episodio che descrivo e in quelli che accenno, non ci si trovò di fronte chi ti aveva tolto tutto, ma spesso persone inermi. E ci sta pure la vendetta, ma lo stupro, la violenza e l’umiliazione no.

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      • Demonio ha detto:

        Certo, infatti quella che dovrebbe sempre prevalere è la parte razionale e civile mentre purtroppo spesso non è così. Poi, come ho detto, molto spesso è accaduto che chi doveva combattere il fascismo si è comportato da fascista e ciò, ha spesso delegittimato quanto invece di buono c’era. Resta comunque il fatto che l’essere umano in questi secoli ha dato prova di essere poco umano troppe volte…

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  3. Codevigo è a pochi Km da casa mia, i miei territori furono silenti testimoni di guerra e di soprusi.
    E’ evidente che nei libri di storia, ma anche solo nella memoria storica, le azioni dei partigiani sono sempre state viste in modo comprensivo, quasi giustificate.

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