Insalate di matematica – parte prima

Ore 18.45 di martedì 4 aprile 1978: sullo schermo di “Rete due” (così si chiamava il canale da qualche anno, fino al 1975 era stato “Secondo programma”, dopo il 1983 sarebbe diventato “Rai 2”) compare il volto di Maria Giovanna Elmi, detta “fatina” da noi bambini per via di un programma dove era la “Fata Azzurrina”; quella sera c’era bisogno di una presenza rassicurante per spiegare una rivoluzione, una novità assoluta nel panorama dei programmi per bambini. Infatti veniva proposto per la prima volta in Italia un cartone animato “robotico” giapponese (ora noti come “anime”, abbreviazione di “animēshon”, traslitterazione giapponese della parola inglese animation, “animazione”).

Quel cartone si chiamava Goldrake e non è compito mio raccontare il successo che riscosse, ma le lame rotanti, il doppio maglio perforante e l’alabarda spaziale divennero slang comune tra i ragazzini dell’epoca.

Così come i nomi di Actarus, Alcor, Venusia e Vega. Quest’ultimo, malvagio imperatore del pianeta Vega, conquistatore delle galassie, era il responsabile della distruzione del pianeta natale di Actarus, Fleed e suo acerrimo nemico.

Fino a qualche anno fa, quindi, gli unici vegani degni di menzione erano i sudditi del suddetto malvagio despota alieno.

Ma da qualche anno a questa parte, con il termine vegani non si identificano i personaggi del famoso cartone animato ma una categoria di persone che non si cibano di alimenti di origine animale (carne, pesce, uova, latte). Che differenza c’è con i vegetariani?

I due termini non sono sinonimi, indicano semplicemente due tipi di alimentazione simili, ma con qualche differenza importante da sottolineare. La differenza sostanziale è che i vegetariani non mangiano carne, né di animali che vivono sulla terra né in mare (quindi banditi bovini, suini, ovini, ma anche pesci, crostacei e molluschi). I vegani (anche detti vegetaliani), invece, rifiutano tutti i cibi di origine animale compresi i loro derivati.

Essere vegani è sia una scelta alimentare che “etica” (loro dicono così, perché si oppongono all’allevamento degli animali a scopo alimentare).

Quanti sono i vegetariani e i vegani nel mondo? Andiamo a vedere un po’ di dati.

L’incidenza numerica dei vegetariani comincia a essere significativa in diversi paesi del mondo, tanto da trasformare il mercato dei prodotti dedicati ai vegetariani non più in un settore di nicchia, ma in un vero e proprio business per molte aziende.

L’India è certamente la nazione che, per tradizione e cultura, ne ospita di più: parliamo del 31% su più di un miliardo di abitanti, con alcune macro aree al 75% e alcune senza neanche un vegetariano. Non si hanno dati certi su quanti di questi siano vegani. In India, vista la mole complessiva degli abitanti, possiamo supporre che i vegani siano comunque un bel po’, anche se io dubito (non è scontato che chi non mangia carne poi diventi vegano, soprattutto se la motivazione è religiosa, come in India).

Gli U.S.A., tradizionalmente legati alla cultura della carne, stanno registrando un costante incremento del numero di persone che non si alimentano con prodotti di origine animale. Secondo un sondaggio di Public Policy, nel 2013 il 13% degli americani si definiva vegetariano (6%) o vegano (7%). Su 325 milioni di abitanti sono poco meno di 2 milioni i primi e poco più di 2 milioni i secondi.

I tedeschi sono molto sensibili all’alimentazione vegetariana, e attualmente si possono contare circa 8 milioni di vegetariani (circa il 10% della popolazione totale), nei quali sono compresi circa 900.000 vegani (poco più dell’1% globale).

Sempre la stessa fonte rivela un grande incremento dei vegetariani anche nel Regno Unito. Le cifre parlano di circa 7.700.000 individui nel 2014, equivalenti al 12% della popolazione. Il numero comprende anche circa 540.000 vegani (l’1% globale).

Le cifre più significative si rilevano, nel resto d’Europa, in paesi come l’Austria: in un rapporto del 2013, si parla del 9% della popolazione. In Svezia si raggiunge il 10% nel 2014, in Olanda il 4,5% (dati 2008), mentre nazioni come Francia, Spagna, Norvegia e Portogallo non sono molto ricettive, con una stima di vegetariani intorno al 2%.

In Italia il 7,6% del campione segue una dieta vegetariana o vegana. In particolare, il 4,6% degli intervistati si dichiara vegetariano (-2,5% rispetto al 2016) mentre i vegani giungono il 3% (erano l’1%, quindi probabilmente è un “travaso” da una categoria all’altra). I dati sono estrapolati dall’ultimo rapporto Eurispes che ogni anno fotografa l’evoluzione e il cambiamento degli stili di vita e di comportamento degli italiani.

Sommando i due valori si può dire che più di 4 milioni e mezzo di persone in Italia fanno la spesa seguendo una dieta esclusivamente “cruelty free”, rinunciando cioè alla carne e ai prodotti della pesca e in misura inferiore ai derivati animali come uova, latte vaccino, formaggi e miele.

Si tratta di un dato importante che trova un riscontro concreto anche sugli scaffali dei supermercati dove la presenza di prodotti destinati a vegetariani e vegani è in continuo aumento come attesta la presenza di bevande di riso, soia, avena e altre in sostituzione del latte, oppure dei prodotti a base di legumi, seitan e tofu per apportare le proteine necessarie alla dieta in assenza della carne.

Ma che cosa comporta questo cambio di abitudini alimentari?

In realtà, la dieta vegana può aumentare il rischio di trombi e di aterosclerosi, e dunque di infarto e ictus, nelle persone che la adottano, poiché contribuisce a rendere i vasi sanguigni più duri.

Ma come, scelgono alimenti naturali, e sono a rischio di infarto?

L’alimentazione vegana tende a essere carente di alcuni nutrienti chiave come il ferro, lo zinco, la vitamina B12 (importante per la maturazione dei globuli rossi e coinvolta nel metabolismo della omocisteina), gli acidi grassi omega-3 (questi ultimi si possono ottenere anche a partire dall’ acido alfa linolenico presente in alcuni ortaggi e nelle noci, ma sono particolarmente necessari nei primi anni di vita e nella vecchiaia).

Come risultato, i vegani tendono ad avere elevati livelli di omocisteina e basse quantità di colesterolo ‘buono’, l’Hdl, nel sangue: entrambe queste situazioni espongono al rischio di malattie cardiache. Alcuni pensano che questo tipo di alimentazione protegga inoltre totalmente dai tumori ma nonostante la grande quantità di vegetali assunti dai vegani e l’assenza di alimenti come la carne rossa e le carni lavorate (di solito associati in letteratura con un aumentato rischio di tumori del colon retto), le statistiche dimostrano che non si ha una diminuzione del rischio di tumori.

Si pensa, quindi, che la responsabilità di questo mancato effetto sia da ricondurre al basso livello di vitamina D, spesso riportato nei vegani e di recente associato con un aumentato rischio di tumori.

Queste osservazioni sono ancora in fase di studio, in quanto non c’è ancora uno studio scientifico sugli effetti dell’alimentazione vegetariana sull’uomo (o meglio, i vegetariani dicono che fa bene e i non vegetariani dicono il contrario, ma in tutto ciò non c’è nulla di scientifico).

Proviamo a capire qualche termine, anche per comprendere le motivazioni dell’una e dell’altra parte, come sempre.

Intanto, accennavo alla parola “cruelty free”: nel movimento per i diritti degli animali, “cruelty-free” (“esente da crudeltà”) è un marchio per prodotti o attività che non danneggiano o uccidono gli animali.

Mi pare chiaro che i carnivori siano consapevoli che gli animali che mangiano vengano allevati per essere uccisi e macellati a scopo alimentare, ma non tutti immaginano come questo avvenga.

È da illusi immaginare che nel mondo ci siano ancora Heidi e Peter che pascolano Fiocco di Neve per poi farlo morire di vecchiaia. In una società dove il profitto è (quasi) tutto, le aziende produttrici di alimenti animali devono ottimizzare le risorse e questo avviene spesso (ma non sempre) a scapito degli animali.

Un numero enorme di animali, circa 70 miliardi, vengono allevati ogni anno nel mondo per la nostra alimentazione. In Europa, più dell’80% provengono da allevamenti intensivi: animali geneticamente selezionati per una produttività sempre maggiore, confinati in edifici sovrappopolati, dove non possono esprimere alcuno dei comportamenti naturali della loro specie.

Questa è una cosa che non può che provocare sdegno, anche in chi, come me, è onnivoro (dal lat. omnivŏrus, composto di omni “tutto” e vorus “mangiare”, cioè che mangia qualunque tipo di cibo, sia animale sia vegetale); tutti, vegani e non, dovrebbero optare per il consumo consapevole.

Per consumo critico, o consapevole, si intende la pratica di organizzare le proprie abitudini di acquisto e di consumo in modo da accordare la propria preferenza ai prodotti che posseggono determinati requisiti di qualità differenti da quelli comunemente riconosciuti dal consumatore medio.

In particolare il consumatore critico riconoscerà come nel rispettare componenti essenziali della qualità di un prodotto alcune caratteristiche delle sue modalità di produzione, ad esempio la sostenibilità ambientale del processo produttivo, l’eticità del trattamento accordato ai lavoratori, le caratteristiche dell’eventuale attività di lobbying politica dell’azienda produttrice. La pratica del consumo critico si distingue dall’adesione ad una specifica campagna di boicottaggio, anche se ovviamente vi può coesistere, in quanto è un atteggiamento che ha motivazioni e conseguenze più generali.

Io conosco una persona che non compra determinati prodotti in vendita nella grande distribuzione perché il fondatore di quel marchio si era un tempo dichiarato a favore di idee contrarie a quelle del mio amico: sono scelte, ovviamente che quasi ognuno di noi può fare.

Eh, già. Quasi. Che ci provi, chi già fa fatica ad arrivare a fine mese, ad adottare una dieta o più semplicemente a cambiare e passare al biologico. Negli ultimi anni i prezzi di prodotti biologici o per consumo di nicchia (perché vegetariani e vegani, checché se ne dica, sono ancora una piccola percentuale) sono aumentati in maniera esponenziale e certi prodotti sono inavvicinabili da un consumatore medio.

Purtroppo però, quello che viene consumato oggi è maggiore di quanto si riesca a rigenerare: per continuare a condurre lo stile di vita attuale avremmo bisogno di 1,5 pianeti; tra quarant’anni ne servirebbero 3.

Intanto si stanno studiando sistemi per evitare che ciò accada: Bill Gates, il co-fondatore della Microsoft, Richard Branson, capo della Virgin e molti altri stanno finanziando un progetto altamente innovativo.

Fondata da tre scienziati, Uma Valeti, Nicholas Genovese e Will Clem, la “Memphis Meats” è un’azienda che si prefigge un obiettivo particolare: coltivare la carne. Avete letto bene: coltivare.

La società prevede di produrre vari prodotti a base di carne che utilizzano le biotecnologie per indurre le cellule staminali a differenziarsi in tessuto muscolare e per la fabbricazione dei prodotti a base di carne in bioreattori. Funzionasse, sarebbe una soluzione non da poco.

Ma finché queste soluzioni alternative non prenderanno piede, lo stile di vita attuale non è “etico”, e soprattutto, come abbiamo visto, non è sostenibile: diventare tutti vegetariani o addirittura vegani, risolverebbe il problema? La prossima volta proveremo a capire cosa sta succedendo nel mondo grazie all’aumento della produzione di prodotti “cruelty free”, ma prima di lasciarvi con la curiosità faccio una considerazione personale.

Vi sembra normale che una piccola percentuale della popolazione stabilisca cos’è giusto e cos’è sbagliato? Perché è quello che sta succedendo, e non solo in campo alimentare. Io sono sempre stato per il rispetto dei diritti delle minoranze, ma sono convinto che la maggioranza non debba essere piegata, se non per motivi di vita o di morte, al volere di una minoranza (che, ripeto, va tutelata). Ma questo, sta accadendo sempre più spesso. E, semplicemente, non è giusto.

 

10 pensieri su “Insalate di matematica – parte prima

  1. Hai visto che mix di calcoli? Cmq io adoravo Vega. .. deduco quindi che tu non sia poi molto più grande di me! Sul Bio combatto molto e non mi piego, sono anche io dell’idea che se debba avere determinate caratteristiche, non si possa riuscire allo stato attuale dell’inquinamento mondiale produrre così tanta roba da trovarla su ipermercati o negozi di nicchia. E che se vogliono far fessi gli altri … loro rispondono x se stessi, ma che vogliano farmi fessa x buttare via il triplo.. quando cosa poco… ma delle volte anche 9 volte di più del costo di un qualsiasi sapone…. o di una farina… beh… ragazzi miei…. io piuttosto sto attenta a leggerne la provenienza. Anche se poi…. un prodotto definito bio lo producuno di lato ad un colosso industriale….. capirai quanto bio ci trovi dentro. E si che la casa produttrice si può trovare dislocata rispetto alle coltivazioni… ma allora mettete prodotto in con derivati/ingredienti provenienti da. E non solo scritto da coltivazioni biologiche…. no perché tempo fa pure avevano improntato una coltivazione biologica di marijuana ma quella l’hanno sequestrata…. Buona giornata. .. e concedimi l’ultimo periodo un pochino ironico.

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