Insalate di matematica – parte seconda

A circa venticinque anni luce da qui, nella costellazione della Lira, c’è una stella che per luminosità era nota già in tempi antichi: infatti è la quinta stella più luminosa nel nostro cielo, la seconda dal punto di osservazione dell’emisfero boreale (il nostro). Gli arabi la chiamavano an-nasr al-wāqi‘, aquila planante. Dalla seconda parte della frase, gli astronomi la chiamarono Wega, per noi oggi è Vega.
Anche se fino ad oggi non sono stati osservati direttamente, si può ragionevolmente supporre che Vega disponga di un sistema planetario: se l’asse di rotazione di questo ipotetico pianeta fosse perpendicolare al piano orbitale, e quindi puntasse nella medesima direzione dell’asse stellare, il Sole apparirebbe per i “Vegani” come la stella polare. In realtà, 12.000 anni fa la nostra stella polare era proprio Vega, e tornerà ad esserlo tra 13.700 anni circa.
Ma come dicevo in “Insalate di matematica – parte prima”, gli unici vegani che conosciamo, per ora, sono quelli che popolano il nostro, di pianeta, e che sono chiamati così per la loro scelta alimentare. Dicevamo anche che i vegani affermano di effettuare una scelta etica e di aderire alla filosofia “cruelty free”.
Vediamo anche stavolta un po’ di dati e facciamo qualche esempio.
La quinoa, pianta erbacea della famiglia degli spinaci e delle barbabietole, è uno degli alimenti che in questi ultimi tempi sta prendendo piede nelle diete vegane grazie all’alta concentrazione di proteine che contiene; viene coltivata nei due paesi più poveri del Sud America, Perù e Bolivia, e da quando è stata scoperta dai vegani ha completamente stravolto l’esistenza degli abitanti di entrambi i paesi. Dal 2006 al 2011 il prezzo della quinoa è triplicato, fino a raggiungere i 3mila euro la tonnellata.
Per questo motivo in Bolivia, un paese in cui il 45% della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno, gli agricoltori hanno cambiato la loro dieta, immutata per oltre 5mila anni. La quinoa, ormai troppo preziosa per essere consumata localmente, viene quasi interamente venduta o scambiata per Coca-Cola, dolciumi industriali e altri prodotti della dieta occidentale.
In Perù, dove il 22% della popolazione vive in povertà, la situazione non è migliore. Un chilo di quinoa costa dieci soles, circa 2,70 euro: più del pollo e quattro volte il riso.
Un altro prodotto molto usato dai vegani è l’anacardo.
Il nome anacardium deriva dal greco καρδα, kardia cioè “cuore”, per la forma del frutto. Il frutto consta di una parte carnosa (in realtà falso frutto) e di un frutto secco posto all’estremità della parte carnosa.
Gli anacardi sono prodotti per il 40% dal Vietnam, Paese che ha deciso di adottare per la loro raccolta una filiera produttiva che ricorda le dittature più tiranniche della storia.
Secondo un dettagliato reportage di Human Rights Watch, gli anacardi vietnamiti provengono infatti quasi totalmente dal lavoro forzato nei centri di recupero per tossicodipendenti condannati. Moltissimi detenuti arrivano in questi centri senza essere stati difesi da un avvocato e senza un regolare processo e sono costretti a lavorare otto ore al giorno, sei giorni alla settimana, a un ritmo di estrazione di un anacardo ogni sei secondi. Chi non rispetta questi standard subisce svariate punizioni corporali: viene picchiato con bastoni chiodati, rinchiuso in celle d’isolamento, costretto al digiuno e privato dell’acqua.
Il 60% degli anacardi però viene processato nel Sud dell’India, nelle zone più povere del Paese. Il guscio, spesso e resistente, viene spaccato a mano da donne che lavorano sedute nella stessa posizione per dieci ore al giorno. Ma non è la fatica il vero problema. Gli anacardi sono protetti da due gusci interni che rilasciano un olio caustico formato da acidi anacardici, cardolo e metilcardolo: queste sostanze bruciano in modo profondo e permanente la pelle delle lavoratrici che non possono permettersi dei guanti di protezione.
Per la loro mansione vengono infatti pagate appena 2,20 euro al giorno. In India gli anacardi sono considerati un lusso da consumare solo durante le feste più importanti. Così, alla fine dei turni, le operaie vengono anche perquisite, come le donne in reggiseno e slip che tagliavano la cocaina per Pablo Escobar.
Anche le mandorle, ingrediente molto utilizzato in diverse cucine tradizionali nell’area del Mediterraneo, in particolare nella cucina siciliana, nella cucina sarda e nella cucina pugliese, sia nel dolce che nel salato, sono diventate un alimento molto richiesto, tanto che il prezzo si è triplicato nel giro di cinque anni ed è necessario importarle dalla California.
Per produrre una singola mandorla sono necessari infatti oltre 4 litri d’acqua – e la California ne produce ogni anno più di 950mila tonnellate. Le ripercussioni della siccità sulla fauna sono devastanti: sono morti oltre 4mila cervi in un anno; alci, linci, volpi, coyote e orsi sono talmente assetati da spingersi con sempre maggiore frequenza nelle zone abitate dall’uomo.
L’avocado (Persea americana) è una specie arborea da frutto che appartiene alla famiglia delle Lauracee, che comprende anche cannella e alloro, ed è un altro vegetale molto richiesto. Anche l’avocado ha necessità di una grande quantità di acqua: per produrre mezzo kg di avocado vengono mediamente impiegati 270 litri d’acqua.
In Messico, i prezzi in continua salita stanno portando a una deforestazione che tocca i 700 ettari all’anno; in dieci anni, per lasciare spazio ai frutteti di avocado, è svanita un’area di foresta grande quattro volte la Lombardia.
E la soia? Per questo legume ogni anno viene raso al suolo il 3% della foresta pluviale Argentina, situata nella provincia di Cordoba. Otto milioni di ettari – un’area grande quanto il Portogallo. In Brasile, dal 1978 a oggi, sono sparite invece Italia e Germania.
Il 70% della produzione mondiale della soia però è destinata agli allevamenti di bestiame, ma il WWF ha commissionato nel 2009 una ricerca alla Cranfield University che riflette proprio su questo dettaglio. Lo scopo dello studio è immaginare scenari che potrebbero ridurre del 70% l’emissione di gas serra. I ricercatori giungono a questa conclusione: “sostituire latte e carne con analoghi alimenti raffinati come il tofu potrebbe aumentare la quantità di terreno arato necessario per soddisfare il fabbisogno alimentare”.
Attenzione però, non è scritto da nessuna parte che i vegani rappresentino una grossa fetta dei consumatori di anacardi o avocado o mandorle e certamente non si è obbligati a mangiare anacardi (e neanche quinoa o mandorle o avocado, e probabilmente neppure soia) per essere vegani e mantenere un’alimentazione equilibrata.
È anche vero che tutto quello che ho scritto non vuol dire che quelli che mangiano piante sono tutti hippies scemi e chi mangia wurstel è uno figo e razionale e intelligente, ma che non vengano a raccontarci che è una scelta “etica”.
Proviamo però ad approfondire un aspetto di quello che dicevo prima: cosa accadrebbe se tutti iniziassimo a mangiare vegetariano?
Uno dei punti di maggiore interesse nei nostri tempi è proprio il cibo. I suoi effetti sul nostro organismo, sulla nostra salute, sull’ambiente che ci circonda e tutto quanto di altro sia attinente all’argomento.
È stato stimato che solo il 6% degli americani, tra i maggiori consumatori di carne del pianeta, consuma la dose giornaliera di verdure raccomandata dall’Organizzazione mondiale della sanità, vale a dire circa 400 grammi tra frutta e verdura, infischiandosene di tutti i misfatti di cui l’eccesso di consumo di carne è accusato.
Patologie cardiache, ictus, tumore, diabete di tipo 2, obesità. Patologie che invece vedrebbero diminuire drasticamente la loro incidenza se sostituissimo (l’eccesso di) bistecche e zamponi con broccoli e cavolfiori.
Anche l’ambiente ricaverebbe grandi benefici da una nostra conversione alle verdure: è stato stimato infatti che ben il 30% della superficie emersa è utilizzata per allevamenti di animali o per il loro foraggio, e che ben il 20 per cento delle emissioni di CO2 dannose per l’ambiente provengono proprio dagli allevamenti.
Una dieta basata maggiormente sulle verdure, invece, contribuirebbe a ridurre le emissioni di gas serra a tutto beneficio della nostra salute. Anzi, è stato stimato che la maggior parte delle emissioni di gas dannose è da imputarsi non a trasporti o riscaldamento, ma proprio agli allevamenti.
Ma non per tutti è così facile diminuire il consumo di carne: in gioco ci sono anche fattori di identità culturale, per cui la carne non rappresenta un semplice alimento, ma anche una tradizione, un simbolo di appartenenza o un rituale radicato nella cultura, come il tacchino mangiato negli USA nel giorno del Ringraziamento o le nostre tagliatelle al ragù della domenica.
Ma cosa succederebbe se improvvisamente diventassimo tutti vegetariani?
Davvero l’umanità intera non potrebbe che ricavare benefici da una dieta esclusivamente a base di vegetali, sia in relazione alla salute e sia in tema di inquinamento e salvaguardia dell’ambiente? Davvero potremmo vivere tutti meglio, più sani e in un ambiente con un’atmosfera più pura e salubre per l’uomo?
Non è proprio così.
Se un’alimentazione più fondata su frutta e verdure avrebbe innegabili benefici effetti sul clima, sul territorio e su una parte della popolazione mondiale, causerebbe però un aumento della povertà nei Paesi in via di sviluppo.
Certo, se tutti diventassimo vegetariani entro il 2050 si potrebbero salvare dalla morte per fame circa 7 milioni di persone, e ben 8 milioni se la svolta fosse completamente vegana, ma cosa succederebbe se attualmente, nel nostro sistema, diventassimo tutti improvvisamente vegetariani dal giorno alla notte?
Innanzi tutto andrebbero considerati gli effetti positivi sul clima. Come abbiamo detto la produzione di cibo infatti vale da un terzo a un quarto di tutte le emissioni di gas serra causate dall’uomo, e la responsabilità di questi valori è da attribuire quasi interamente all’industria del bestiame.
Se entro il 2050 diventassimo tutti vegetariani, le emissioni di gas serra diminuirebbero ben del 60%, e addirittura del 70% se tutti diventassimo vegani. Gli allevamenti di bestiame, inoltre, utilizzano anche un’enormità di terreno, e dei cinque miliardi di ettari di terreno agricolo totali del pianeta, ben il 68% viene impiegato per il bestiame.
Se diventassimo tutti vegetariani, potremmo nuovamente destinare l’80% di questi terreni a prati e foreste, che contribuirebbero a diminuire il quantitativo di CO2 nell’aria, e destinare il restante 20% a terreno agricolo, dedicato alle colture di vegetali per l’alimentazione umana.
Ma tutta questa riconversione richiederebbe comunque un’attenta pianificazione e notevoli investimenti: non basta togliere gli animali da un terreno perché questo si trasformi da solo, magicamente, in una foresta lussureggiante.
Altro grande problema da tenere presente e pianificare con attenzione riguarda senza dubbio le persone che lavorano nel settore degli allevamenti o comunque del bestiame.
Se dovesse venire a mancare la loro unica fonte di reddito, sarebbe necessario reindirizzare tali risorse verso una nuova mansione nell’agricoltura, magari rendendole parte attiva nel processo di rimboschimento, o fornendo comunque loro qualche valida alternativa lavorativa, per non andare incontro ai conseguenti problemi di disoccupazione.
Ci sono infatti 3,5 miliardi di animali da allevamento sulla Terra, e decine di miliardi di volatili abbattuti ogni anno per l’alimentazione umana. Se tutti diventassimo vegetariani, sarebbe comunque indispensabile garantire agli addetti che lavorano nel campo del bestiame, nonché nell’indotto, una valida alternativa di sostentamento.
Ma non è semplicemente sfrattando gli animali che si possono guadagnare terreni agricoli o verdeggianti foreste. Un terzo dei terreni del mondo è infatti composto da spazi aridi o semi aridi, in grado di essere adibiti solamente a pascolo.
Quando in passato si è cercato, per esempio, di convertire parti del Sahel, regione a sud del Sahara, da terreno di pascolo a terreno agricolo, il risultato è stato la desertificazione e la perdita di produttività, e la riconversione non solo non ha portato ad alcun beneficio ma anzi, si è dimostrata dannosa.
La carne inoltre, è ancora la principale risorsa alimentare per alcune popolazioni, come ad esempio i gruppi nomadi dei Berberi o dei Mongoli, che senza il bestiame dovrebbero stabilirsi permanentemente in centri cittadini perdendo la loro identità culturale.
E l’impatto sarebbe comunque notevole anche nella nostra civiltà, da sempre abituata al consumo di carne.
Ma anche se si trovasse il modo di far fronte a tutti questi problemi, al momento una ricetta universale per offrire una buona qualità della vita, e dell’alimentazione a tutti gli abitanti della Terra non sembra possa essere trovata.
Infatti, le proteine di origine animale contengono più calorie e nutrienti preziosi che non i cereali o i vegetali, e sostituirle del tutto si ripercuoterebbe negativamente non su di noi, pasciuti occidentali per cui il vegetarianismo è quasi un vezzo, bensì sui due miliardi di persone sotto-nutrite del pianeta.
Diventare tutti vegetariani potrebbe creare seri problemi di salute per le popolazioni in via di sviluppo: da dove potrebbero ricavare le preziose sostanze nutritive, senza la carne?
Non abbiamo bisogno di diventare tutti vegani dall’oggi al domani, abbandonando completamente uova e bistecche a favore di frutta e verdura. La chiave non è eliminare completamente carne e prodotti di origine animale dalle nostre tavole, ma di diminuirne la frequenza di consumo, nonché le quantità.
Non si ha a che fare, cioè, con una scelta drastica tra alimentazione carnivora o vegetariana, non c’è nessun aut-aut tra broccoli e bistecca.
Basta arrivare a considerare la carne non più come il piatto principale imprescindibile ogni giorno della settimana, ma considerarlo come una piccola leccornia da concedersi con moderazione, e gusto, durante la settimana.
E per quanto riguarda tutti gli altri pasti, dedicarsi invece alla verdura, cercando di renderla, con appropriate tecniche di coltivazione e di mercato, più economica, più fresca e più ampiamente disponibile.
Oppure iniziare a favorire lo sviluppo di idee come quella di cui parlavo la volta scorsa, la “Memphis Meats”, cioè la carne coltivata. Anche se ancora ci sono un paio di problemi da risolvere: un kg di carne “coltivata” costa oggi 9mila dollari e chi ha assaggiato una polpetta di quella coltura ha fatto capire che il sapore è ancora da migliorare.
Siamo noi i padroni del nostro destino (certo, finché ci saranno deficienti come quel coreano, hai voglia a fare discorsi costruttivi…).
Insegnare ai nostri figli ad avere rispetto gli uni degli altri, senza voler imporre le proprie scelte, e ad avere un atteggiamento lungimirante e intelligente.
Questa è una scelta etica.

8 pensieri riguardo “Insalate di matematica – parte seconda

  1. In casa la carne è un prodotto che consumiamo una tantum, si gli affettati sono settimanali, lo ammetto. .. ma la verdura e la frutta vanno x la maggiore, leggendoti mi chiedo come sia possibile che si produca così tanta carne a discapito dell’agricoltura. .. voglio dire, anche gli animali sono erbivori quindi x sfamarli tutti cmq va considerata u unan elevata produzione di erbe di cui si cibano. Si che i boschi si perdono x via di ikea, e tutti i maggiori produttori di comodini e affini sul pianeta, ma sti boschi non vengono rimpiazzati e lo fanno in maniera poco adeguata. Ricordo una cosa molto importante che tengo sempre come punto fermo: in cile in aereoporto, il sistema agricolo locale x evitare contaminazioni indesiderate effettuavano controlli in entrata… e non importava cosa avessi in valigia… l’importante è che non entri alcun frutto che trasporti germi o insetti o animaletti che danneggi la loro agricoltura! Noi invece queste cose non le consideriamo affatto e poi ne paghiamo le conseguenze. Buona giornata

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  2. Se dovessimo forzatamente convertirci ad una dieta vegetariana, bisognerebbe tramite uno studio valutare quale alimento possa dare il maggior contributo calorico/proteinico/vitaminico al minor costo sociale ed ambientale. Potrebbero essere le alghe il cibo del futuro?

    Ma, alla fine, il problema sta diventando il sovrapopolamento del pianeta, che con le sue disuguaglianze potrà sempre meno provvedere alla sussistenza delle popolazioni più povere, e questo genererà rivolte e guerre che nemmeno possiamo prevedere.

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  3. Avevo capito che di questo avresti parlato ed infatti già ero d’accordo. In sintesi, se qualcosa di etico deve essere fatto basterebbe liberarsi di quei sistemi multinazionali di produzione per ritornare a modelli locali. Il vero problema infatti è questa sovrapproduzione che porta i paesi ricchi ad avere supermercati sempre pieni che nemmeno smaltiscono tutto(che infatti va buttato) ed il resto del mondo che arranca. Per quanto mi riguarda all’etica dei vegani preferisco l’etica delle vecchie tribù di pellerossa che, quando ammazzavano un bisonte lo facevano con rispetto, e ne traevano tutto ciò che serviva all’occorrenza. Analoghe culture erano la nostra contadina basata sul maiale. Culture che non sprecavano e che mantenevano l’ambiente in equilibrio con la carne che era un lusso ed era tra l’altro anche buona!

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    1. Non sono un nostalgico (non è vero, ma sono un nostalgico consapevole), ma un ritorno al chilometro zero (i nostri nonni lo facevano ma non lo chiamavano così) sarebbe la soluzione più veloce, unita ad una gestione oculata di import export. Ma ho come la sensazione che non andremo in quella direzione.

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      1. Si, lo credo anch’io.E sta cosa che hai detto fa sorridere(sorriso amaro…) visto che oggi ci tocca sentire ste soluzioni spacciate come innovative come km 0 o il biologico quando semplicemente era così che si faceva! Ho invece un sospetto su ciò che avverrà.Da una parte la grande massa sempre più sfruttata mangerà alimenti sintetici di scarsa qualità…ma per farci contenti etici mentre i ricchi che avranno le loro riserve private mangeranno sano e naturale cose che per i comuni mortali saranno proibite o comunque troppo costose…

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          1. Io preferirei mangiarmi uno di quei bei polli ruspanti che per staccare la carne dall’osso serviva allenare la mandibola in palestra che sennò mica ci riuscivi!:-DOggi prendi un pollo e basta che lo tocchi appena con la forchetta che la carne vien via quasi da sola! Naaaa…:-D

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