Autoritratto

Inspired by Ugo Foscolo

Rigata ho la fronte, occhi appallati e lenti,

crin bruno, rubizze guance, armato il petto,

labbro sottile invero, e scarsi denti,

capo ritto, sul collo, e lungo aspetto;

lunghe membra; vestir semplice metto;

lenti i passi, il pensier, retti armamenti;

sordo, ma sano, real, prodigioso setto;

se avverti il fondo, i versi te li inventi:

tale linguaggio, lo stesso dona frode;

resto più giorni e se posso, ognor riposo,

brontolo calmo, se quieto, inver lo tace:

di virtù ricco e vizi, son custode

alla magion io corro ché al cor piace:

vita ognor farammi far lo sposo.

Originale

Solcata ho fronte, occhi incavati intenti,

crin fulvo, emunte guance, ardito aspetto,

labbro tumido acceso, e tersi denti,

capo chino, bel collo, e largo petto

giuste membra; vestir semplice eletto;

ratti i passi, i pensier, gli atti, gli accenti;

sobrio, umano, leal, prodigo, schietto;

avverso al mondo, avversi a me gli eventi:

talor di lingua, e spesso di man prode;

mesto i più giorni e solo, ognor pensoso,

pronto, iracondo, inquieto, tenace:

di vizi ricco e di virtù, do lode

alla ragion, ma corro ove al cor piace:

morte sol mi darà fama e riposo.

Storia, magistra vitae – Yazidi

“I Trentasei stratagemmi” sono un trattato di strategia militare cinese che descrive una serie di astuzie usate in guerra, in politica e nella vita sociale, spesso tramite mezzi non ortodossi e ingannevoli. Il testo è stato scritto probabilmente durante la Dinastia Ming (1366-1610). Ad esempio, nel primo capitolo, al paragrafo sei, intitolato “Rumore ad est, attacco ad ovest”, riporta: “In ogni battaglia l’elemento sorpresa può fornire un vantaggio schiacciante. Attacca il nemico dove meno se lo aspetta. Usa un diversivo per creare un’aspettativa nella sua mente.” L’idea è far concentrare le forze del nemico in un luogo e attaccare un punto poco difeso.

In effetti in passato la comunicazione non era quella odierna e si potevano usare degli stratagemmi per vincere le guerre. Lo stesso Filippo II di Macedonia, padre di Alessandro Magno, durante la battaglia di Cheronea, nel 338 a.C., prima prese per noia le truppe di Ateniesi e Tebani, costringendole ad aspettare a lungo sotto il sole, quindi organizzò una falsa ritirata, ordinando alla sua falange di ritirarsi gradualmente e riuscendo ad attirare i nemici in una trappola. E di esempi se ne possono fare a migliaia.

Ci si dovrebbe meravigliare, dunque, se avvenisse qualcosa oggi senza che i media ne parlino o senza che vi sia una conoscenza dei fatti. Eppure succede ancora.

Come nel caso degli “yazidi”.

Lo Yazidismo è una fede religiosa diffusa nelle regioni del Sinjar iracheno da prima della comparsa in quelle regioni dell’Islam: è una religione monoteista, la cui origine è discussa in ragione anche dell’accentuato esoterismo delle sue dottrine, che consentono solo agli iniziati di accedere al suo nucleo più autentico.

Erroneo, malgrado un frequente uso giornalistico, è considerare il termine “yazidi” come nome del popolo, poiché la loro etnia è quella Curda, ma per semplificare, commetterò consapevolmente questo errore.

Nel corso dei secoli scorsi sono stati duramente perseguitati: per rimanere ai tempi moderni, dagli Ottomani a fine ‘800 e dal governo turco nella seconda metà del ‘900. Durante il regime di Saddam Hussein, gli yazidi vennero classificati come “arabi”, in modo tale da falsare gli equilibri etnici nella regione, anche se il regime li emarginò e li discriminò socialmente e culturalmente. Negli anni 1987-88, in Iraq, Saddam scatenò una durissima repressione della comunità yazidi. Il dittatore ordinò anche una deportazione: decine di migliaia di yazidi furono costretti a trasferirsi centinaia di chilometri ad ovest, in un’area montuosa al confine con la Siria. Dopo la caduta di Saddam nel 2003, i curdi richiesero che gli yazidi fossero riconosciuti come facenti parte del popolo curdo a tutti gli effetti.

Ma i loro problemi non erano finiti.

Nell’ultimo anno gli yazidi sono stati molto attivi, attraverso un’organizzazione fondata in America, di nome Yazda, nel cercare di diffondere la consapevolezza sul genocidio subito dalla loro piccola comunità. Hanno fatto appello alla Corte Penale Internazionale come pure alle Nazioni Unite, e il volto di questa loro battaglia è diventato quello di Nadia Murad, 21 anni, una delle donne rapite dai miliziani del sedicente stato islamico, vittima di stupri e ridotta in schiavitù per tre mesi. Portata con le altre donne nell’agosto 2014 a Mosul, acquistata come schiava da un uomo che aveva una moglie e una figlia, dopo il primo tentativo di fuga per punizione è stata stuprata da sei miliziani fino a perdere conoscenza. È riuscita a scappare alla fine e ora parla in tutto il mondo a nome del suo popolo.

Ma che cosa è successo e che cosa sta accadendo a quel popolo?

Quando Isis, il 3 agosto del 2014, ha circondato la montagna di Sinjar non tutti sono scappati o morti. Chi ha visto gli uomini di Al Baghdadi arrivare e circondare le case, è stato testimone di orrori indicibili. A sfogliare i rapporti stilati dalle ong come Yazda, il pensiero corre indietro nel tempo. Uomini violenti, incappucciati di nero, fosse comuni, ossa abbandonate, vestiti rimasti sul fianco della montagna come mute bandiere di stupri che sarà difficile dimenticare. E, ancora, file di uomini messi con la faccia verso terra e decapitati o giustiziati con una pallottola in testa. Tutto ci riporta ai campi di concentramento, ai massacri dei nazisti, agli orrori della guerra in Bosnia, alle pulizie etniche del Rwanda.

Secondo le Ong che operano in questa fascia di terra al confine tra l’Iraq e la Siria, sono ancora 3.500 gli esseri umani, per lo più donne e bambini, nelle mani di Isis. Gli altri duemila sono riusciti a scappare, aiutati dagli attivisti che si adoperano per pagare i riscatti e per individuare gli ostaggi. Quel numero, 3.500, lascia però senza fiato, soprattutto perché nessuna forza militare è intervenuta per liberare queste donne e questi bambini. Nessun soldato ha ricevuto l’ordine di passare le linee nemiche per salvare questi innocenti dall’inferno. Se qualcuno è scappato è stato solo grazie all’aiuto di un pugno di uomini coraggiosi.

Chi, tra gli yazidi, non è stato catturato da Isis o non è stato ucciso, è sfollato nei campi profughi. E difficilmente riuscirà a tornare a casa. Con il risultato che le comunità sono ormai completamente abbandonate. Lo Stato islamico dunque è riuscito nel suo tentativo di pulizia etnica. E ha raggiunto l’obiettivo con una ferocia mai usata, nemmeno contro altri gruppi, dai cristiani ai mandei. A scatenare la furia del Califfato non è stata solo la necessità di trovare delle donne per mantenere alto il morale delle reclute. Isis si è scagliato con tutta la ferocia possibile contro questo gruppo, in nome di una presunta superiorità religiosa.

Il culto yazida contiene infatti in sé elementi di cristianesimo, islam e zoroastrismo. Si tratta di una religione antichissima che ha le sue origini nel 1300. E che i miliziani di Al Baghdadi hanno interpretato come adorazione del diavolo.

Ecco perché parlare di genocidio del popolo yazida non è errato. Le immagini delle fosse comuni che ora vengono alla luce, ci confermano quanto accaduto. A riconoscere la definizione di genocidio è stato anche il Parlamento europeo, con una risoluzione votata il 4 febbraio all’unanimità. È stata la prima volta che a Strasburgo i parlamentari hanno usato questo termine.

Oltre alla necessità di trarre in salvo le donne e i bambini ancora in ostaggio, il riconoscimento del genocidio contro gli yazidi e contro altre minoranze ha però un’altra valenza importantissima. Se infatti i massacri condotti da Isis contro questo popolo rientreranno definitivamente tra i crimini condannati dalla Convenzione delle Nazioni Unite, un domani – si spera non molto lontano – i jihadisti, potrebbero essere condannati per crimini contro l’umanità davanti alla Corte Penale Internazionale. E salire alla sbarra. Esattamente come fu per i gerarchi bosniaci e quelli nazisti.

Un aggiornato rapporto sulle fosse comuni di vittime dell’Isis in territorio siriano e iracheno faceva ammontare a 72 i siti delle sepolture di massa, e fino a 15 mila i corpi che vi si possono trovare. (Convenzionalmente, si chiamano “mass graves”, o fosse comuni, i luoghi in cui siano stati seppelliti almeno quattro corpi). A gennaio scorso, nel territorio finalmente liberato – benché non per intero – di Sinjar erano state ritrovate oltre 35 fosse comuni, sulla scorta di testimonianze degli scampati o del caso. Là le vittime sono pressoché tutte yazide, appartenenti alla minoranza più superstiziosamente odiata e perseguitata dall’Isis, che presso Mosul e nella provincia di Ninive contava fra le 4 e le 500 mila persone.

Che il mondo sappia che lo Stato Islamico non rappresenta alcuna religione, ma rappresenta il male.