Discovery

Come i miei lettori (pochi, ma buoni) sapranno, sono appassionato di fantascienza. La passione iniziò quando ancora piccolo, rubavo i romanzi di Urania, quelli con l’immagine in un cerchio bordato di rosso in copertina, a mio zio, e li leggevo avidamente nascosto in bagno.

Ammetto, pensavo che fossero romanzi per adulti, ma comunque la lettura mi fece appassionare al genere. D’altronde, chi di noi da piccolo non ha fantasticato sulla possibilità di essere, un giorno, astronauta?

Crebbi, e con me crebbe la voglia di leggere. Mi appassionai alle raccolte di Isaac Asimov, ai racconti di James Ballard o di Philip Dick, alle saghe di Robert Heinlein e Ray Bradbury, ai romanzi di Arthur Clarke e William Gibson.

Chiaro, sono del ’68, anno di “Odissea nello spazio”…

I film rappresentarono un ulteriore “step”. “Alien”, “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, “Blade Runner”, “E.T.”, costellarono la mia adolescenza.

In quel periodo sul grande schermo faceva la sua comparsa una saga che si sarebbe rivelata quasi infinita, “Star Wars”, ma, ad essere sincero, non riuscivo ad appassionarmici. Non so quale sia il motivo, forse troppi elementi fantasy, sta di fatto che fino agli anni novanta erano quelle le mie passioni.

Poi, nel 1991, fui “folgorato sulla via di Damasco”. Durante lo zapping (avevo da poco vinto, ad una lotteria, un televisore 13 pollici MIVAR con telecomando), capitai su Italia 1, canale privato che guardavo solo per beccare sullo schermo Gabriella Golia, giovane e bella annunciatrice.

Iniziava le trasmissioni una nuova serie di fantascienza.

Star Trek entrò nella mia vita e da allora non ne è più uscita. Andai a recuperare la vecchia serie (detta TOS, The Original Series) mentre continuavo a vedere TNG (The Next Generation). Verso la fine di quest’ultima ne partì un’altra (Deep Space Nine, detta DS9) e poi Voyager (VOY).

Queste serie tv, oltre ad avere delle narrazioni fantascientifiche, con delle incredibili predizioni sulla tecnologia (si pensi che lo StarTAC, cellulare di punta della Motorola, era ispirato al comunicatore della serie originale, ma di esempi così ce ne sono tantissimi), avevano una filosofia affascinante: intanto, si basavano su una cultura pluralista e policentrica, che si contrappone alla realtà dei tempi moderni, in cui l’ego smisurato degli individui prevale su tutto.

Una cultura basata su queste premesse vede nella differenza un valore da tutelare, non un problema da risolvere. Il rispetto per le altre culture è quindi qualcosa di più che una posizione diplomatica, è il presupposto stesso dell’esistenza della Federazione, nella quale convivono centinaia di razze diverse, ognuna con la propria visione del mondo. La capacità di contenere in sé gli opposti è forse la più grande utopia di Star Trek.

Si racconta che quando l’attrice che impersonava Uhura, Nichelle Nichols, prese in considerazione l’idea di uscire dal cast, intervenne Martin Luther King in persona a fermarla. Whoopy Goldberg raccontò che da bambina, vedendo Uhura, pensò che nel futuro ci sarebbe stato un posto anche per lei nella società. In breve, il motto della serie era l’IDIC, acronimo per Infinite Diversità in Infinite Combinazioni.

Poi, tra i valori trasmessi dalla serie, la ricerca e il rispetto per il futuro come valori fondanti della società. Ancora una volta, utopici, per una società ancorata al passato come la nostra. Nella nostra società il futuro è appannaggio dell’utopia, della catastrofe o della fantascienza. Pochi scienziati, e ancor meno politici sono in grado di guardare oltre il loro naso. Colpisce quindi una società completamente proiettata verso il futuro come quella di Star Trek. Ad esempio, quando viene scoperto che la velocità curvatura può generare delle fratture nello spazio-tempo, subito viene deciso di ridurre al minimo i viaggi a curvatura (proprio in un episodio di TNG).

Infine, la “Prima Direttiva”. Non è altro che la fondamentale norma della Federazione dei Pianeti Uniti che vieta fermamente di interferire nello sviluppo naturale di una civiltà o negli affari interni di un governo di un altro pianeta finché essa non abbia sviluppato la tecnologia dei viaggi interstellari.

La prima direttiva vieta tutti i contatti che potrebbero influenzare le civiltà meno progredite inquinandone lo sviluppo culturale, in tutti quei mondi il cui progresso tecnologico non è ancora giunto alla scoperta della propulsione a curvatura, tecnologia che permette alle navi stellari di superare la velocità della luce e di conseguenza il viaggio interstellare, aprendo la via al contatto con altre forme di vita e civiltà.

Non è un “freghiamocene”, ma un “aiutiamoli a crescere da soli”. Che se applicato al mondo in cui viviamo, avrebbe prodotto cose diverse da quelle che, invece, ahimè, si sono verificate.

Alla fine della visione delle prime cinque serie (avevo, nel frattempo, recuperato anche la “TAS”, The Animated Series), venne trasmessa una sesta, Enterprise (ENT), che in realtà, a differenza delle altre, era un prequel. Narrava cioè quello che si era verificato nel periodo intercorso tra il cosiddetto “Primo Contatto” con i Vulcaniani e la TOS. Questa serie, vuoi perché nel frattempo il mondo televisivo cambiava, vuoi per mancanza di idee da parte degli autori, presi da crisi narrative senza precedenti, abortì alla fine della quarta stagione, invece di averne sette come le tre che la precedettero.

Quindi per noi fan, dal 2005 in poi, oltre ai film prodotti per il grande schermo, solo repliche e nulla più. Fino a che…

Nel novembre 2015 venne annunciata la partenza della produzione di una nuova serie, che avrebbe visto la luce quasi due anni dopo, il 24 settembre di quet’anno. Discovery.

Finalmente!, dirà qualcuno. Manco per niente!, dirà qualcun altro.

Eh, già. Perché nel frattempo, a causa dei tre film diretti o prodotti da J. J. Abrams (chi, quello di “Alias” e “Lost”? Sì!), il nutrito numero di fan di Star Trek si è diviso in fazioni. Io ne ho individuate quattro.

I puri e duri: a loro non importa che ci sia la parola Star Trek nel titolo, non sarà mai Star Trek, non c’è Kirk, non c’è Spock e non vale la pena seguire, né la serie tv, né i film.

Gli innamorati delusi: guardano i film e i telefilm, ma con un po’ di nostalgia, pensano sia Star Trek, ma non come nel passato.

I qualunquisti: a me basta che ci sia Star Trek nel titolo e ti amerò per sempre!

Gli appassionati (migliore categoria del lotto, ci sono anche io): guardano serie tv e film, comprendendo che ciò che viene girato nel 2017 non potrà avere le stesse caratteristiche realizzative (la tecnologia avanza, cari miei) di una serie girata cinquant’anni prima.

Certo, ci saranno anche imprecisioni: la nuova serie è un sequel del prequel (!!!) e si piazza tra le storie di ENT e quelle di TOS, qualche imprecisione narrativa, in un universo vasto come quello di Star Trek è inevitabile.

Ma quello che alle prime due categorie non va giù, è la struttura narrativa. Intanto, le puntate non sono del tutto autoconclusive: aspettarselo secondo me, sarebbe stato sciocco, siamo ormai nel secondo ventennio del nuovo secolo, le serie tv sono cambiate e DIS (sarà questo l’acronimo?) non se ne può discostare più di tanto, tant’è che le maggiori serie tv di questo periodo seguono la struttura narrativa orizzontale (basti citare le due principali rivali di Discovery, “The Walking Dead” e “Il Trono di Spade”, ma anche “NCIS” e “Empire” seguono quell’onda).

Inoltre i duri e puri non ammettono che al centro della narrazione non ci sia l’equipaggio, ma un solo personaggio, per di più neanche Capitano dell’astronave. Nel caso di Discovery il personaggio principale, di cui si seguono le vicende, è Michael Burnham, interpretata (sì, è una donna, con un nome maschile… autori birichini!) da Sonequa Martin-Green, attrice afroamericana già tra i protagonisti di una serie citata prima, che, pur essendo stata cresciuta dai Vulcaniani (quelli “tutta logica” e con le orecchie a punta) è una che raramente tiene a freno l’istinto.

È proprio questo il punto di forza della serie! La passione!

Ci lamentiamo che le nuove generazioni manchino di passione, siano stereotipati e quando vediamo un personaggio come Michael tutti giù a criticare!

La visione dell’autore “storico” di Star Trek, Gene Roddenberry, era che i personaggi umani dovevano essere rappresentati senza sentimenti negativi e non potevano entrare in conflitto l’uno con l’altro, così da trasmettere una visione del futuro ottimista e idilliaca.

Secondo me invece quello che gli autori vogliono far trasparire dal personaggio è qualcos’altro: all’interno di una visione del mondo complessa come quella dell’IDIC, ci sono personalità conflittuali, come il Capitano Lorca, timide, come il Cadetto Sylvia Tilly, o passionali, come Michael Burnham.

In una parola: umani.

 

10 pensieri riguardo “Discovery

  1. Come te amo la fantascienza e abbiamo avuto probabilmente percorsi simili essendo coetanei! Io però non mi chi chiedevo in bagno coi libri di fantascienza!😂
    Di star trek invece ho amato i film più che altro ma solo perché mi piace un inizio e una fine certa mentre le serie non lo sono e sapendo che spesso ciò che inizio poi per motivi di lavoro non posso finire…evito!

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  2. Purtroppo non sono per nulla appassionato, contrariamente a MDM (Mia Dolce Metà) e al Figlio che sono in effetti due fans non dico sfegatati, ma certamente appassionati.
    Conosco alcuni personaggi, e riconosco i valori culturali e morali portati avanti lungo la narrazione, ma purtroppo – ripeto – per me ST rimane un mistero.

    Piace a 1 persona

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