La poesia italiana – parte prima

Gli amici, al tempo del Liceo, mi prendevano in giro dandomi il soprannome “Dante”. A parte la somiglianza fisica, data dal naso “importante”, mi dilettavo a scrivere poesiole, cosa non molto diffusa tra gli adolescenti. Con il passare del tempo, ho cambiato genere di poesia, ma ogni tanto mi diverto ancora a scriverne (ne ho pubblicata qualcuna anche in questo blog, nella sezione “Poesie”).

La velocità di realizzazione è uno dei miei punti di forza, tant’è vero che non faccio fatica a scrivere un sonetto in poco più di mezz’ora, se viene fuori… infatti, a volte, giro e rigiro intorno alle parole per giorni. Mi è successo qualche volta però, quando amici mi hanno chiesto, per sfida, di scriverne uno, di riuscirci velocemente, e, senza falsa modestia, anche venuto abbastanza bene.

Ovviamente ho il mio stile, e pur apprezzando lo stile di altri (mio padre e il mio amico Gabriele su tutti), mi diverto a scrivere, in genere, sonetti. Ma cosa sono i sonetti? In questa lunga trattazione parlerò della poesia e dei vari tipi di composizioni così scopriremo cosa sono i sonetti.

Ovviamente la metrica è la cosa più importante, perché è alla base della musicalità che distingue la poesia dalla prosa. Io dico sempre che una poesia deve poter essere cantata, almeno mentalmente.

Le leggi che regolano la metrica non sono vere e proprie regole ma leggi naturali che devono conciliare, nel testo scritto, il contenuto con la musicalità, l’ispirazione con le parole, magari con rime che facciano divertire.

La metrica italiana si basa sugli accenti: se gli accenti principali cadono nei punti giusti, il verso ha un bel suono, è armonioso, tende a fissarsi nella memoria. Se gli accenti sono fuori posto, il ritmo è dissonante o manca del tutto, e il “verso” suona come una semplice frase in prosa.

Cominciamo con un esempio:

Tanto gentìle e tanto onèsta pàre

la donna mìa quand’ ella altrùi salùta[…]

(Dante Alighieri)

Proviamo a riscriverla in prosa:

La mia donna quando saluta altrui

pare tanto onesta e tanto gentile

Pur presentando praticamente le stesse parole, ed essendo della stessa lunghezza, i versi di sopra presentano una musicalità che in quelli di sotto manca del tutto.

Anche quando sembra che la musicalità sia assente, riscrivendo i versi ci si accorge che così non era. Esempio:

Ma nel cuore

nessuna croce manca

È il mio cuore

il paese più straziato

(Giuseppe Ungaretti)

Non c’è metrica, così pare. Ma riscrivendoli:

Nel mio cuore

non manca nessuna croce

Il paese più straziato

è il mio cuore.

Ci si accorge che così non era.

Anche la rima è importante. Non c’entra con la metrica, ma è un ulteriore abbellimento. Due parole rimano fra loro se le ultime lettere dell’una e dell’altra sono tutte uguali a partire dalla vocale tonica, cioè quella su cui cade l’accento (anche se non sempre è così) .

Due versi poi sono rimati fra loro, se terminano con due parole in rima. Esempio:

Amore è uno desio che ven da’ core
per abondanza di gran piacimento;
e li occhi in prima generan l’amore
e lo core li dà nutricamento.

(Giacomo da Lentini)

in cui il primo verso rima con il terzo, e il secondo con il quarto.

Poi c’è la lunghezza del verso. Che ha a che fare con le sillabe. Altro esempio:

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura (Dante, Inferno I,4)

Questo, per la metrica, è un endecasillabo, cioè un verso di undici sillabe, eppure per la grammatica le sillabe sono ben 14 (e le vocali addirittura 16).

Vediamo di capire che cosa accade. Prendiamo ad esempio queste due parole:

dolce amore … (dol-ce a-mo-re)

Per la grammatica le sillabe sono 5; ma per la metrica sono solo 4, perché nella pronuncia l’ultima vocale di “dolce” si fonde con la prima vocale di “amore” in un unico suono.

Questo fenomeno si chiama elisione o sinalèfe, ma non è importante il nome, quanto sapere cosa avviene.

Avverto che le regole di cui parliamo ammettono eccezioni; ovviamente il poeta è libero, per cui può applicare o non applicare una certa regola, anche se scrive in metrica, e spesso anche i grandi l’hanno fatto. La libertà però, come sempre, ha un prezzo.

In questo caso, per esempio, un autore potrebbe contare quelle sillabe come 5, per esigenze di verso, facendo una pausa nella lettura fra le due parole e staccandole bene. Liberissimo! Il prezzo da pagare è che un altro lettore, ignaro, pronunzierebbe nel modo più naturale e il verso suonerebbe sgradevolmente sbagliato.

Anche all’interno di una parola due vocali a contatto danno un unico suono (e contano quindi come una sola sillaba), non soltanto quando lo sono per la grammatica (dittongo), come nella parola “le-zio-ne”, ma anche in altri casi, come nella parola “Pao-la”.

Se, al contrario, si vuole contarli come suoni – e sillabe – separati, nel secondo caso si può fare senza problemi; un po’ meno se si tratta di spezzare un dittongo (le-zi-o-ne); spesso in passato si avvisava il lettore mettendo due puntini sulla “i”.

Nel verso di Dante sopra citato c’è un caso particolare: nella parola “ahi” c’è addirittura una consonante tra le due vocali; ma poiché “h” è muta, nella pronunzia le vocali si trovano a contatto e si fondono in un unico suono; questo conferma che per la metrica conta l’orecchio e non la grammatica.

Ancora più varia è la situazione quando si incontrano tre o più vocali, come per esempio in: “vi-zio e ar-dore”.

Queste quattro vocali di seguito possono essere considerate un unico suono, e quindi dal punto di vista metrico una sola sillaba, oppure possono essere separate, facendo una breve pausa nella pronunzia. In questi casi, più che la regola, conta l’orecchio e l’esperienza. Quando si sono capiti i fenomeni fondamentali e si è abituato un po’ l’orecchio, soprattutto leggendo della buona poesia in metrica, si sente automaticamente, nella lettura, quello che va bene e quello che non va. Se poi capita una trappola, un passaggio che stona e che non vuol tornare, meglio cambiarlo, cercando naturalmente di non stravolgere il senso e l’atmosfera della poesia, piuttosto che sciupare l’insieme con un brutto verso.

Il verso è l’unità elementare della poesia; il suo ritmo, in origine, era legato a quello della musica, a cui la poesia si accompagnava, ma poi ha acquistato la sua autonomia.

Il suo nome (dal latino vèrtere = voltare) deriva dall’uso di scriverlo andando a capo e indica anche un ritorno ciclico del ritmo.

Il ritmo del verso italiano consiste in una regolata successione di sillabe tòniche e di sillabe àtone, cioè con e senza accento. Per dare al verso la sua musicalità, gli accenti tonici principali devono trovarsi in determinate posizioni (vi possono essere altri accenti minori che però vengono pronunciati con poco risalto).

Nel mezzo del cammìn di nostra vìta

mi ritrovài per una sélva oscùra

(Dante Alighieri)

Ogni parola, monosillabi compresi, ha il suo accento, ma quelli che contano, che vengono pronunciati con maggior rilievo e che danno il ritmo al verso, sono quelli indicati, e sono detti appunto accenti “ritmici”; cadono sulla sesta sillaba e sulla decima nel primo verso; sulla quarta, sull’ ottava e sulla decima sillaba nel secondo, e queste, come vedremo, sono posizioni “giuste” per dare all’endecasillabo la sua musica.

Proviamo invece a scrivere:

Nel cammino dell’esistenza nostra

mi trovai per una selva paurosa

A parte l’infelice scelta di qualche parola, per mantenere invariata la lunghezza dei versi, si sente che il ritmo è del tutto sballato, prosastico; ciò dipende dal fatto che gli accenti, e in particolare quelli delle parole più importanti e significative (cammino, esistenza, trovai, selva) che si pronunziano con più rilievo, non sono nelle posizioni giuste per dare musicalità: occorre quindi spostare o cambiare qualcosa, facendo però in modo di avere comunque due endecasillabi. Sembra difficile, ma con un po’ di pratica (e di orecchio affinato da buone letture) non lo è poi troppo.

I primi versi veri e propri sono i quadrisillabi (o quaternari), poi i quinari (5 sillabe), i senari, e così via, fino agli endecasillabi (11 sillabe, i miei preferiti) che sono i più lunghi usati nella poesia italiana di ogni tempo. Ci sono poi i versi composti, dal doppio quaternario al doppio settenario, fino a tutti i possibili abbinamenti di versi uguali o disuguali.

Vediamo una tabella per mettere le cose in ordine:

 

Verso Numero sillabe Accenti principali sulle sillabe:
Quadrisillabo (o quaternario) 4
1 (o 2) 3
Quinario 5
1 o 2 4
Senario 6
2 (o 1 o 3) 5
Settenario 7
1 o 2 o 3 o 4 6
Ottonario 8
(1) 3 (5) 7
Novenario 9
2   5   8
Decasillabo 10
3   6   9
(altri, poco frequenti)
Endecasillabo 11
  6   10
oppure 4 8 10
meno freq. 4 7 10
molto raro 6 7 10

(le posizioni indicate tra parantesi sono varianti meno usate).

 

La prossima volta inizieremo a vedere i vari tipi di versi, fino ad arrivare là, dove nessuno ha mai rimato prima!

6 pensieri su “La poesia italiana – parte prima

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