La poesia italiana – parte seconda

Ben conscio delle difficoltà di una tale impresa, mi accingo a scrivere la seconda parte sulla poesia italiana. Difficile perché sicuramente molti dei miei lettori sono più preparati e competenti di me in materia, ma anche perché l’argomento è vastissimo e provare a ridurlo in pochi brani è un compito arduo.

Abbiamo visto, in “La poesia italiana – parte prima”, un’introduzione sulla metrica e sui vari tipi di versi. Questa volta, cercando di essere il più conciso possibile, vedremo i principali versi in uso nella poesia italiana.

Prima di iniziare vorrei far notare che, per musicalità, ogni tipo di verso è adatto ad un genere poetico (con le debite eccezioni). Mi spiego: avete presente lo stornello romano? Difficilmente, su quel tipo di composizione, si potrà scrivere un testo di carattere funereo. Quindi, quando voleste comporre una poesia, anche il tipo di verso è importante nei confronti dell’argomento trattato.

Iniziamo dal quadrisillabo. Il quadrisillabo, detto quaternario, è un verso nel quale l’accento principale si trova sulla terza sillaba: quindi, se l’ultima parola è piana, il verso comprende quattro sillabe, mentre se è tronca o sdrucciola, ne contiene rispettivamente tre oppure cinque.

Esempio:

Ecco il mondo

vuoto e tondo,

s’alza, scende,

balza e splende

(Arrigo Boito)

“Ecco il mondo” è un’aria tratta dall’atto secondo dell’opera Mefistofele di Arrigo Boito, su libretto del medesimo. Il testo riprende i versi intonati dal Gatto Mammone nel dramma di Goethe. Come si nota, il ritmo cadenzato dà un senso di allegria, infatti il quaternario in genere era usato per poesie giocose o satiriche.

Il quinario è il verso composto di cinque sillabe, con accento principale sulla quarta. Esempio:

Il morbo infuria,

il pan ti manca,

sul ponte sventola

bandiera bianca!

(Arnaldo Fusinato)

Questa poesia parla della caduta di Venezia, che nonostante l’epica difesa guidata da Daniele Manin, dopo quasi un anno si dovette arrendere alle forze austriache. Nella poesia, “L’ultima ora di Venezia”, si può leggere tutto lo sconforto provato da Fusinato in quei momenti. Gli ultimi due versi sono stati resi celebri in tempi recenti dalla famosa canzone di Franco Battiato, “Bandiera bianca”.

Il ritmo incalzante del quinario sottolinea la drammaticità e il precipitare degli eventi; la metrica, qui come altrove, non è un inutile ornamento, ma partecipa con le parole alla creazione dell’atmosfera poetica e alla costruzione del messaggio dell’autore.

Il senario è il verso di sei sillabe, con accenti fondamentali sulla seconda e quinta sede. Vediamone un esempio:

Sul chiuso quaderno

di vati famosi,

dal musco materno

lontana riposi,

riposi marmorea

dell’onde già figlia,

ritorta conchiglia.

(Giacomo Zanella)

Anche questo è un verso molto ritmico e “popolare”, più adatto per argomenti satirici o comunque leggeri. Anche se in questa poesia, “Sopra una conchiglia fossile”, l’autore tenta di conciliare fede e scienza, argomenti tutt’altro che leggeri. L’ispirazione gli venne dalla vista di una conchiglia fossile, trovata in un luogo montano e adoperata come fermacarte. Contemplando la conchiglia, Zanella riflette sulle età più antiche della terra e sul destino dell’umanità, il cui futuro nasce dalle ceneri del passato attraverso un percorso che coinvolge l’intero universo e lo spirito.

Il settenario, dopo l’endecasillabo, è il verso più usato e più bello della poesia italiana; è anche abbastanza facile, perché, dei due accenti, il primo può essere su una qualunque delle prime quattro sillabe (l’altro, come sempre, è sulla penultima); quindi è molto difficile fare un settenario sbagliato.

Due sono i motivi della diffusione e del “successo” di questo verso nella lirica italiana: da un lato, il fatto che esso costituisca un emistichio (e cioè, una delle due parti di un verso separato da una cesura) del verso più celebre ed usato della tradizione, l’endecasillabo; dall’altro il fatto che il settenario si combini proprio con il “fratello maggiore” in molte forme strofiche di largo uso nei secoli, dalla canzone petrarchesca all’ode pindarica fino alla ballata e alla canzonetta, anche se non è infrequente trovarlo abbinato al quinario, soprattutto nella poesia delle origini, o da solo (più o meno in ogni secolo letterario).

Il settenario si presta poi alla sperimentazione metrico-formale: l’unione di due settenari, infatti, dà vita al doppio settenario, che conosce diversi modi d’impiego nella tradizione nazionale. Il primo risale alla poesia prestilnovistica e giullaresca del “contrasto” di Cielo d’Alcamo, “Rosa fresca aulentissima”,

Rosa fresca aulentissima,

C’appari in ver la state,

Le donne ti disiano,

Pulzelle e maritate:

Traemi d’este focora,

Se t’este a bolontate;

Perchè non aio abentu notte e dia

Pensando pur di voi, Madonna mia.

Il secondo, detto “alessandrino”, in quanto modellato sul metro di un poema francese XII secolo prevede l’unione di due settenari ed è frequente nella poesia didascalica dell’Italia settentrionale tra XII e XIII secolo (ad esempio, in Bonvensin de la Riva), in quartine di versi con un’unica rima.

Il terzo vede crescere le proprie fortune tra Seicento e Settecento, quando è urgente la necessità di modellarsi sui modelli francesi di maggior successo nella versificazione. Pier Jacopo Martello (1665-1727) e il suo trattato “Del verso tragico” (1709) fissano la misura del “martelliano” in un verso composto da due settenari tendenzialmente piani, che nella scrittura per le scene possono alternarsi, in distici a rima baciata, con versi tronchi. Se poi esempi di “martelliani” si ritrovano anche dopo questa stagione, ad esempio, nella ballata romantica di Giosué Carducci, “Su i campi di Marengo”

Su i campi di Marengo batte la luna; fósco

Tra la Bormida e il Tanaro s’agita e mugge un bosco;

Un bosco d’alabarde, d’uomini e di cavalli,

Che fuggon d’Alessandria da i mal tentati valli.

Va detto che pure il settenario può ritornare, ben “mimetizzato”, in alcuni esperimenti della metrica libera novecentesca, come nella poesia “Soldati”, di Giuseppe Ungaretti:

Si sta come

d’autunno

sugli alberi

le foglie.

Chi non è pratico di metrica e vuole provare, potrebbe cominciare proprio con una poesia in settenari, magari cercandone una in qualche antologia e provando poi a cambiare le parole, mantenendo … la musica:

L’albero a cui tendevi

la pargoletta mano,

il verde melograno

da’ bei vermigli fior

(Giosuè Carducci)

L’ottonario è un verso la cui ultima sillaba tonica è in settima posizione. Ne è esempio classico La leggenda di Teodorico di Carducci:

Su ’l castello di Verona

Batte il sole a mezzogiorno,

Da la Chiusa al pian rintrona

Solitario un suon di corno,

Mormorando per l’aprico

Verde il grande Adige va;

Ed il re Teodorico

Vecchio e triste al bagno sta.

(Giosuè Carducci)

Caduto in disgrazia con la messa al bando dei parisillabi da parte di Dante, l’ottonario ritrovò una certa luce nel Quattrocento, riportato alla ribalta da Lorenzo il Magnifico e utilizzato dal Poliziano in numerose canzoni a ballo.

Quant’è bella giovinezza,

che si fugge tuttavia!

chi vuol esser lieto, sia:

di doman non c’è certezza.

(Lorenzo de’ Medici)

Oppure:

Bella Italia, amate sponde,

pur vi torno a riveder!

Trema in petto e si confonde

l’alma oppressa dal piacer.

(Vincenzo Monti)

O ancora:

Il mare brucia le maschere,

le incendia il fuoco del sale.

Uomini pieni di maschere

avvampano sul litorale.

Tu sola potrai resistere

nel rogo del Carnevale.

Tu sola che senza maschere

nascondi l’arte d’esistere.

(Giorgio Caproni)

Il novenario è un verso la cui ultima sillaba tonica è in ottava posizione. La forma considerata “normale” ha accenti fissi sulla 2ª, 5ª e 8ª sillaba. È un verso che ha avuto una diffusione molto limitata sino all’Ottocento, e a cavallo del XIX e del XX secolo ha ripreso vita sia con D’Annunzio sia con Pascoli.

Dov’ era la luna? ché il cielo

notava in un’alba di perla,

ed ergersi il mandorlo e il melo

parevano a meglio vederla.

(Giovanni Pascoli)

Il fatto che gli accenti siano ad intervalli regolari, ogni tre sillabe, e che tutti i novenari, normalmente, abbiano gli stessi accenti, dà a queste composizioni una musicalità molto ritmata e ripetitiva. Il novenario può essere considerato anche la struttura prosodica di riferimento de “La pioggia nel pineto”, di Gabriele D’Annunzio:

Taci. Su le soglie

del bosco non odo

parole che dici

umane; ma odo

parole più nuove

che parlano gocciole e foglie

lontane.

Anche se non sembra, nel leggerlo ci si accorge che:

Taci. Su le soglie del bosco

non odo parole che dici

umane;

ma odo parole più nuove

che parlano gocciole e foglie

lontane…

Pascoli comunque è stato l’autore che meglio ha saputo esaltare il novenario:

Viene il freddo. Giri per dirlo

tu, sgricciolo, intorno le siepi;

e sentire fai nel tuo zirlo

lo strido di gelo che crepi.

Il tuo trillo sembra la brina

che sgrigiola, il vetro che incrina…

trr trr trr terit tirit…

(Giovanni Pascoli)

Il decasillabo è un verso in cui l’ultima sillaba tonica è in nona posizione. La forma che si può ritenere canonica ha accenti fissi su 3ª, 6ª e 9ª sillaba e ha un ritmo chiaramente anapestico e fortemente cadenzato.

Oh! Valentino vestito di nuovo,

come le brocche dei biancospini!

Solo, ai piedini provati dal rovo

porti la pelle de’ tuoi piedini;

porti le scarpe che mamma ti fece,

che non mutasti mai da quel dì,

che non costarono un picciolo: in vece

costa il vestito che ti cucì.

(Giovanni Pascoli)

Fino ad ora abbiamo visto dei versi che, ad eccezione del settenario, hanno gli accenti molto regolari e praticamente obbligati. Questo fa sì che le poesie risultino assai ritmate. Ciò non è necessariamente un male, anzi! Il cervello entra, per così dire, in risonanza con l’andamento musicale dei versi e l’effetto può essere gradevole.

Nella lettura però occorre evitare i due errori opposti: quello di fare un’eccessiva cantilena o quello di uccidere ogni musicalità per voler essere … moderni a tutti i costi, leggendo il testo come fosse una prosa.

Non è un caso però che i versi più usati della poesia italiana di tutti i tempi siano il settenario e soprattutto l’endecasillabo, poiché hanno il pregio, se fatti bene, di essere musicali, ma non troppo ritmati, anche perché è possibile alternare vari schemi di accenti (non qualunque schema, però!) senza perdere l’armonia.

L’endecasillabo, come diceva Ungaretti, è “lo strumento poetico naturale della nostra lingua”, e non si potrebbe dir meglio.

Vediamo qualche esempio:

Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura

(Dante Alighieri)

Per me si va ne la città dolente,

per me si va ne l’etterno dolore,

per me si va tra la perduta gente.

(Dante Alighieri)

ma già volgeva il mio disio e ’l velle,

sì come rota ch’igualmente è mossa,

l’amor che move il sole e l’altre stelle.

(Dante Alighieri)

Tanto gentile e tanto onesta pare

la donna mia quand’ella altrui saluta,

ch’ogne lingua deven tremando muta,

e li occhi no l’ardiscon di guardare.

(Dante Alighieri)

Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono

di quei sospiri ond’io nudriva ’l core

in sul mio primo giovenile errore

quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono

(Francesco Petrarca)

Placida notte, e verecondo raggio

Della cadente luna; e tu che spunti

Fra la tacita selva in su la rupe

(Giacomo Leopardi)

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,

E questa siepe, che da tanta parte

Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

(Giacomo Leopardi)

All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne

confortate di pianto è forse il sonno

della morte men duro? Ove piú il Sole

(Ugo Foscolo)

Forse perché della fatal quïete

tu sei l’immago a me sì cara vieni

o Sera! E quando ti corteggian liete

le nubi estive e i zeffiri sereni

(Ugo Foscolo)

Le forme non canoniche dell’endecasillabo (quarta e sesta sillabe entrambe atone e impossibilità di porre l’accento principale su sillabe atone) sono molto rare. Con l’endecasillabo termina l’elenco dei versi, per così dire, “classici”. La prossima volta inizieremo, dopo i versi più rari e “misti”, a parlare di rime.

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