La poesia italiana – parte terza

Non è facile comporre una poesia, figurarsi comporla seguendo regole rigide come quelle fin qui esposte: forse è per quello che non tutti si dilettano a poetare, a prescindere dalla sensibilità artistica vera e propria.

La scorsa volta, in “La poesia italiana – parte seconda” abbiamo visto i versi da quattro a undici sillabe. Restano da vedere i versi più lunghi, presenti spesso nei poeti moderni, e i versi composti.

Dodecasillabo: per questo verso, di cui in genere non si parla, possiamo indicare alcuni schemi di accenti, ma si tratta in ogni caso di un verso composto, che suona bene solo se sono metricamente perfette le parti componenti. Per non sbagliare, ragionandoci, basta unire un quinario e un settenario oppure due senari. Esempio tratto dal coro del terzo atto del “Adelchi”:

Dagli atrj muscosi, dai fori cadenti

Dai boschi, dall’arse fucine stridenti,

Dai solchi bagnati di servo sudor,

Un volgo disperso repente si desta;

Intende l’orecchio, solleva la testa

Percosso da novo crescente romor.

(Alessandro Manzoni)

Versi di tredici o più sillabe: vale quanto detto per il dodecasillabo, cioè questi versi suonano bene se composti da versi in perfetta metrica; l’unica regola, se non si vuol fare a meno di usare versi molto lunghi e per ciò in prosa, è cercare ad orecchio un effetto melodico che sollevi i versi dalla piattezza di un semplice susseguirsi di frasi.

I versi sciolti (da non confondersi con i versi liberi) sono veri e propri versi, con accenti giusti e quindi giusta musicalità, “sciolti” però da schemi precostituiti di strofe e rime. Le strofe non ci sono, e i versi si susseguono senza stacchi, oppure ci sono, ma formate da un numero variabile di versi e senza ripetitività; le rime sono assenti o sparse senza regola fissa. Maestro assoluto di questo genere è stato Giacomo Leopardi.

Esempio:

E tu onore di pianti, Ettore, avrai,

ove fia santo e lagrimato il sangue

per la patria versato, e finché il Sole

risplenderà su le sciagure umane.

(Ugo Foscolo)

Il polimetro è in sostanza una composizione in versi sciolti, in cui si alternano versi di lunghezza differente, in genere senza un ordine regolare. Il polimetro è una delle forme preferite da molti poeti moderni, che alternano versi di varia lunghezza, senza schemi ripetitivi, e non rifiutano talvolta la presenza di qualche verso molto lungo o con accenti dissonanti. Vediamo un esempio:

San Martino del Carso

Di queste case

non è rimasto

che qualche

brandello di muro

Di tanti

che mi corrispondevano

non è rimasto

neppure tanto

Ma nel cuore

nessuna croce manca

È il mio cuore

il paese più straziato

(Giuseppe Ungaretti)

Sembra che tra le strofe e le righe non ci sia nessun tipo di collegamento, ma proviamo a trascrivere quei versi affiancandoli a due a due. I primi due, che sono normali quinari, diventano un doppio quinario e qui la musica non cambia; ma il terzo e il quarto, insieme, fanno un perfetto novenario con i giusti accenti, il quinto più il sesto sono un decasillabo sdrucciolo, il settimo e l’ottavo sono di nuovo due quinari, e infine le ultime due coppie di versi, i più incisivi, formano due perfetti endecasillabi dai giusti accenti e dal bellissimo suono.

Ma fatto l’esperimento per capire come scrive Ungaretti, leggiamo correttamente questa poesia come è stata scritta, quindi con una piccola pausa alla fine di ogni verso (ricordiamoci che se un poeta va a capo ci deve pur essere una ragione, e se invece fa le cose senza una ragione, … non è un poeta). Il ritmo risulta spezzato (e probabilmente Ungaretti riteneva ciò più originale o moderno), ma la melodia non è affatto soffocata, specialmente nei versi finali, dove la cesura dovuta a quel “a capo” dà solo un attimo di sospensione, di affanno che accentua la drammaticità del testo.

Sia chiaro, oltre questi capolavori esiste della bruttissima poesia in metrica, e soprattutto si possono fare bruttissime rime; ma nessuno, credo, sarebbe disposto a buttare tutta la musica del mondo, solo perché esiste la brutta musica.

E veniamo ai versi liberi: per prima cosa, sono molto usati dai poeti amatoriali, ma non altrettanto dagli autori moderni grandi o comunque noti, i quali, salvo eccezioni, ne fanno un uso saltuario o limitato ad un periodo della loro esperienza poetica, o, come detto, li inseriscono in ordine sparso tra i versi in metrica.

Poi non è affatto vero che siano più moderni: la prima poesia in versi liberi che si ricorda è del 1224 ed è il famoso “Cantico di Frate Sole” di S. Francesco; è quindi coetanea delle prime poesie in metrica italiana. Da allora sono state fatte di certo tantissime composizioni in versi liberi, anche se, e non per caso, quelle che hanno resistito al tempo sono quasi tutte in metrica.

Quindi, prima di cimentarvi in una composizione, siate certi che abbia un senso logico anche dal punto di vista sillabico e della metrica. Ripeto, basta un po’ di orecchio musicale.

Diamo ora una definizione di rima, intesa come la somiglianza nel suono conclusivo di due parole, che, appunto, fanno “rima” soprattutto quando sono poste a breve distanza fra di loro, magari all’interno della stessa frase o in coincidenza di una pausa forte del discorso.

In metrica e nella tradizione poetica in volgare italiano le cose stanno più o meno così: la rima (termine che attraverso il francese antico “risme” deriva dal latino “rhythmus”, che individua, nella produzione in versi latina medievale tutti quei componimenti che, non basandosi più sulla metrica quantitativa classica, hanno come nuovi criteri compositivi quelli del numero di sillabe del verso, della posizione dell’accento e appunto della rima) si definisce più precisamente come l’identità del suono con cui terminano due parole di due o più versi, a partire dall’ultima vocale tonica (ovvero, accentata) compresa.

La rima, in sostanza, è un altro criterio di distinzione (insieme con la misura del verso, la disposizione degli accenti e la scansione strofica) che i poeti utilizzano per separare il discorso letterario da quello in prosa e da quello quotidiano; in più, la percezione di un “ritorno” di qualcosa che abbiamo già sentito (il suono in sede di rima) stimola l’attenzione dell’ascoltatore, lo predispone alla fruizione estetica del testo e facilita la sua memorizzazione. Troviamo un ottimo esempio dell’uso della rima nel noto sonetto proemiale “Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono” del Canzoniere di Petrarca, di cui riportiamo qui le due quartine:

Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono                 A

di quei sospiri ond’io nudriva ‘l core                          B

in sul mio primo giovenile errore                              B

quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono:     A

del vario stile in ch’io piango et ragiono,                A

fra le vane speranza e ‘l van dolore,                          B

ove sia chi per prova intenda amore,                        B

spero trovar pietà, nonché perdono.                         A

Le lettere accanto ai versi rappresentano il tipo di rima: indicano che i versi (A) hanno la stessa terminazione e quindi rimano fra loro; così anche gli altri (B) rimano fra loro, ma in modo differente dai primi.

Gli endecasillabi sono collegati tra loro secondo lo schema ABBA ABBA (suono/sono, core/errore; ragiono/perdono; dolore/amore), elemento che già da solo indica come la rima abbia una insostituibile funzione di organizzazione strofica del testo poetico. Ne conseguono i principali schemi e tipi di rime:

  • la rima alternata, che, nella forma ABAB, collega versi alterni; è tipica delle quartine del sonetto (ABAB ABAB), dell’ottava toscana (o “ottava rima”, una stanza di otto versi, tipica dei poemi narrativi epico-cavallereschi di Boiardo, Ariosto e Tasso, nella forma ABABABCC con distico baciato finale), dell’ottava siciliana (una ottava del tipo ABABABAB) e della sestina narrativa o “sesta rima”
  • la rima baciata, che unisce nella classica struttura AABBCC versi tra loro contigui; diffusa soprattutto nella forma del distico (due versi).
  • la rima incrociata, dove, nei quattro versi di una quartina, i due “esterni” e i due “interni” rimano tra loro, secondo lo schema ABBA CDDC. È noto che anche questo schema è assai diffuso nelle quartine del sonetto (di cui parleremo nella prossima parte).
  • la rima incatenata (ABA BCB CDC…) che si impone, con il nome di terza rima o terzina dantesca, a partire dall’uso che Dante Alighieri ne ha fatto nella sua Commedia. Casi particolari di rime incatenate sono la rima ripetuta o replicata (strofe di tre versi del tipo ABC ABC, che ritroviamo nel “piede” della canzone e nelle terzine del sonetto) e quella invertita (che segue uno schema retrogradante: ABC CBA)

Oltre alle rime per così dire “normali”, si trovano qualche volta delle rime particolari.

  • la rima equivoca: parole di ugual suono, ma con significato diverso, per esempio sole (astro) e sole (aggettivo); (se invece la parola è proprio la stessa non si può parlare di rima).
  • la rima composta: quando in un verso la rima abbraccia due parole; per esempio, in Dante, almen tre – mentre .
  • la rima interna: tra la fine di un verso e una parola interna di un altro verso, come in Leopardi:

Odi greggi belar, muggire armenti
gli altri augelli contenti a gara insieme

  • la rima ipermetra: tra una parola piana e una sdrucciola, di cui non si considera l’ultima sillaba; es.: veccia – intrecciano (Montale)

Ci sono poi le… quasi rime.

  • Assonanza (o rima imperfetta): stesse vocali ma consonanti diverse, come cuore – dote .
  • Consonanza: stessa finale, ma vocale tonica diversa, come velo – solo

Se dunque la rima ha molte funzioni nell’organizzazione del testo poetico, essa diventa un vero e proprio elemento portatore di significato, utilissimo per l’interpretazione del testo. Se ricordiamo i primi nove versi del primo canto dell’Inferno dantesco:

Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura,

ché la diritta via era smarrita.

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura

esta selva selvaggia e aspra e forte

che nel pensier rinova la paura!

Tant’ è amara che poco è più morte;

ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,

dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.

possiamo pensare che termini scelti da Dante già sintetizzino bene la sua situazione e ciò che l’attende: al periodo di traviamento etico ed esistenziale (vita/smarrita) corrisponde l’angoscia dello smarrimento (oscura/dura/paura), alla cui sensazione di dramma e pericolo (“selva […] forte”) corrisponde la possibilità di raccontare ciò che si è visto nel mondo infernale (le “cose […] scorte”, e quindi implicitamente anche una speranza di salvezza).

La prossima volta vedremo la strofa e le forme metriche della poesia italiana, in questo piccolo viaggio attraverso i componimenti che ci hanno fatto sognare!

13 pensieri su “La poesia italiana – parte terza

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...