La poesia italiana – parte quarta

Siamo quasi in fondo, ancora un paio di capitoli e vedremo la fine di questa introduzione alla poesia italiana, iniziata con “La poesia italiana – parte prima”, in cui ho parlato di metrica, continuata con “La poesia italiana – parte seconda” in cui ho parlato di versi e sillabe e proseguita con “La poesia italiana – parte terza” in cui ho parlato delle rime. Oggi parleremo di strofe e di composizioni.

La strofa è un raggruppamento di versi in un più ampio periodo ritmico. Se le poesie sono rimate, quello che unisce un gruppo di versi in genere è proprio il gioco delle rime.

Naturalmente la strofa più semplice è quella di due soli versi; un esempio famoso si ha ne “La cavalla storna” del Pascoli, formata da distici (cioè coppie di versi) a rima baciata.

O cavallina, cavallina storna, A
che portavi colui che non ritorna; A
tu capivi il suo cenno ed il suo detto! B
Egli ha lasciato un figlio giovinetto; B

Strofe di tre versi, dette terzine, sono, ad esempio, quelle della Divina Commedia.

Cerbero, fiera crudele e diversa, A
con tre gole caninamente latra B
sovra la gente che quivi è sommersa. A
Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra, B
e ’l ventre largo, e unghiate le mani; C
graffia li spirti ed iscoia ed isquatra. B

(Dante Alighieri, da Divina Commedia, Inferno, Canto VI, vv. 13-18).

Esempi di “quartine”, cioè strofe di quattro versi si trovano in “Canzone” di Ungaretti e in “Meriggiare pallido e assorto” di Montale, o anche in

I cipressi che a Bolgheri alti e schietti A
van da S. Guido in duplice filar, B
quasi in corsa giganti giovinetti A
mi balzarono incontro e mi guardar B

(Giosuè Carducci, Davanti a San Guido, vv. 1-4).

Sono quartine le prime due strofe dei Sonetti e tutte le strofe dei Rondò, che poi vedremo.

Le quartine sono generalmente rimate a rima alternata (schema A B A B) o a rima incrociata (A B B A), ma possono essere rimate in parte, per esempio solo i due versi interni, oppure solo il primo e il terzo.

Sarebbe bene però, dopo avere scelto un qualunque schema di rima, mantenerlo in tutte le strofe. Cambiare schema, anche se gli autori moderni a volte lo fanno, rende la poesia un po’ meno gradevole e può denotare una certa difficoltà nel far convivere il contenuto con la forma, e questo è comunque un limite. Altri tipi di strofe più lunghe le vedremo poi parlando di composizioni.

Terzine e quartine sono quelle più usate in assoluto, ma esistono strofe a sei e a otto versi, dette rispettivamente sestine e ottave. Queste ultime hanno i primi sei versi a rime alternate e gli ultimi due a rima baciata (AB AB AB CC). L’ottava è per tradizione la strofa della poesia epica perché si presta alla narrazione.

Le donne, i cavalier, l’arme, gli amori, A
le cortesie, l’audaci imprese io canto B
che furo al tempo che passaro i Mori A
d’Africa il mare, e in Francia nocquer tanto B
seguendo l’ire e i giovenil furori A
d’Agramante lor re, che si diè vanto B
di vendicar la morte di Troiano C
sopra re Carlo imperator romano. C

(Ludovico Ariosto, proemio al “Orlando Furioso”, Canto I, 1).

Il sonetto è una composizione poetica in 14 versi. Questi versi devono essere endecasillabi, cioè generalmente formati da 11 sillabe o come avevo detto, “un endecasillabo è un verso che ha l’ultimo accento tonico in posizione n. 10”; i 14 versi endecasillabi del sonetto devono essere suddivisi in quattro strofe, cioè raggruppamenti di versi. Nel sonetto queste strofe devono essere una coppia di quartine ed una coppia di terzine, per un totale, appunto, di 14 versi.

Essenziale, per la costruzione delle strofe, che i versi siano disposti secondo una struttura di rime. Per capire la struttura delle rime devi osservare e pronunciare la parola finale di ciascun verso: se senti una rima perfetta o un suono molto vicino a essa (consonanza od assonanza) tra due versi o più di due, vuol dire che questi sono in rima.

La lingua italiana è estremamente musicale: non per niente il melodramma è nato in Italia, e proprio a Firenze, nel XVI secolo. Ciò significa che le parole nel verso tendono a fondersi: tale fusione deve essere considerata nel verso, altrimenti esso eccede e non possiamo rispettare più l’endecasillabo, con grave danno per la musicalità del sonetto.

Le parole si fondono quando si incontrano, nella sillaba finale, con altre che cominciano per vocale. Tutte le parole italiane finiscono per vocale, quindi questa situazione è molto comune. Quando accade abbiamo una sinalefe, dal greco συναλείφω, cioè ungo insieme, incollo: questo legame fa una sillaba a sé. Il contrario è una dialefe.

 Gli schemi più comuni di sonetto sono questi:

ABAB.ABAB – CDC.DCD

ABAB.ABAB – CDE.CDE

ABAB.ABAB – CDC. ECE

ABBA.ABBA – CDE. EDC

Vediamo un esempio:

Forse perché della fatal quïete A
tu sei l’immago a me sì cara vieni B
o Sera! E quando ti corteggian liete A
le nubi estive e i zeffiri sereni, B
   
e quando dal nevoso aere inquïete A
tenebre e lunghe all’universo meni B
sempre scendi invocata, e le secrete A
vie del mio cor soavemente tieni. B
   
Vagar mi fai co’ miei pensier su l’orme C
che vanno al nulla eterno; e intanto fugge D
questo reo tempo, e van con lui le torme C
   
delle cure onde meco egli si strugge; D
e mentre io guardo la tua pace, dorme C
quello spirto guerrier ch’entro mi rugge. D

(Ugo Foscolo, Alla sera)

Il sonetto, composizione italiana “DOC”, è stato imitato nelle letterature straniere, in inglese, francese, spagnolo, portoghese, tedesco, russo, per esempio ad opera di Shakespeare, Baudelaire, Mallarmé, Borges, Machado e tanti altri. Poiché la metrica è strettamente legata alle caratteristiche lessicali e fonetiche di ciascuna lingua, gli schemi di rime in questi sonetti “stranieri” possono essere diversi e talvolta semplificati.

Una caratteristica importante del sonetto è racchiudere tutto quel che si vuol dire nell’arco di quattordici versi, non di più e non di meno, possibilmente con naturalezza, senza sforzarsi ad allungare o a stringere.

Allora proviamoci, vediamo se è così difficile!

Come ogni tipo di testo, anche la poesia vuole un suo schema progettuale: non si può improvvisare una poesia costruita secondo gli schemi metrici classici.

Intanto occorre concentrarsi su ciò che vogliamo esprimere nel nostro sonetto.

Scegliamo un argomento. Visto che siamo nel periodo delle feste natalizie, scegliamo il Natale. Ora decidiamo se preferire gli aspetti visivi del Natale oppure concentrarci sui suoni, sui profumi o, ancora privilegiare l’area semantica del gusto o del tatto.

Oggi è Santo Stefano e, mentre sto pensando agli esempi che posso dare per insegnarvi la tecnica della costruzione del sonetto, guardo fuori dalla mia finestra e mi faccio ispirare dai colori del mio giardino, dei suoi profumi e dai suoni di esso.

Mi concentro sulle parole chiave intorno alle quali strutturare le idee e le sviluppo come brevi pensieri, anche frasi semplici:

  • Santo Stefano,
  • Natale,
  • feste, vacanze, ferie,
  • grigio (della ghiaia, del gatto del vicino, del cielo),
  • argento (dei miei ulivi, della chioma di mio suocero che gioca col nipotino),
  • bianco (del soffione, del fumo del camino acceso),
  • i versi dei passerotti o dei merli,
  • gridolini di mio figlio che gioca con il nonno,
  • gli alberi da frutto di mio suocero,
  • persiane socchiuse,
  • il soffritto del sugo della pietanza natalizia.

Comporre in poesia non è banale: i pensieri poetici sono molto più sintetici di quelli in prosa. La poesia mi dà la possibilità di dire con una sola parola moltissimo! Infatti sono esistiti dei poeti talmente abili da racchiudere un senso universale in un solo verso (Ungaretti, Quasimodo, Montale): questi poeti si sono detti ermetici anche perché riuscivano a concentrare un pensiero molto ampio e complicato in immagini semplici.

Prima di tutto, quindi, devo disporre in prosa le mie osservazioni: ecco un esempio.

  • Introduzione – prima quartina –
    • Santo Stefano è il giorno dopo Natale
    • Siamo tutti in vacanza o in ferie
    • Sembra un ultimo sospiro d’autunno quel filo di fumo del camino portato dal vento leggero,
    • la persiana socchiusa sul verde del giardino
  • Seconda quartina –
    • Grigia la ghiaia e la zampina del gatto che la calpesta
    • vi volteggia una farfallina cavolaia
    • e si posa quasi sul capo grigio del nonno
    • che gioca quieto con il nipotino
  • prima terzina –
    • gridolini, chiurli e becchettii
    • di bimbi e di uccellini vivaci
    • arcua i folti rami l’edera prepotente
  • Conclusione – seconda terzina –
    • l’ulivo fa il solletico al cipresso
    • frigge il soffritto natalizio
    • scoppia poi la festa.

Come si nota, non ci sono rime, ma pensieri sparsi. Questa costruzione che sto usando come esempio, molto spesso è solo mentale, come mentali sono i passaggi che compio per trasformare i pensieri in prosa e la prosa in poesia. È un po’ come chi parla inglese: se sai bene la lingua, pensi direttamente nella lingua, senza tradurre dall’italiano.

Trasformiamo i pensieri in prosa, ricordando che dobbiamo usare la struttura del sonetto (una di quelle che spiegavo prima).

Il giorno dopo la Nascita di Gesù

Mentre riposiamo dal lavoro

Un po’ di caldo combatte con l’inverno

Dalle persiane verdi vedo il giardino

 

Il gatto grigio cammina sulla ghiaia grigia

Svolazza una farfalla bianca

Che si posa da qualche parte

Il nonno sta giocando con il nipotino

 

Mio figlio grida a quella vista

Così come gli uccellini

E l’edera assiste muta a quel gioco

 

L’ulivo si erge ma il cipresso è alto

Frigge il soffritto del pranzo

L’odore che giunge dice: È il Natale

Con l’aiuto di un rimario si può fare un elenco delle parole che possono essere utili; poi si iniziano a scrivere i versi in modo che siano endecasillabi, anche modificando qualcosa nella costruzione di base, come vedremo. In ultimo il titolo (in questo caso, “L’odore del Natale”).

Il giorno appresso che nascea il Bambino
Siam tutti a casa in meritate ferie
Il caldo crea una pausa alle intemperie
Dai verdi scuri guardo il mio giardino
Il micio grigio sta sul par ghiaino
Un gruppo di farfalle vola in serie
Una si posa su un mucchio di macerie
Mentre giocan il nonno e il nipotino
L’urlo del bimbo a quella vista è grave
Come quello dei tordi di passaggio
L’edera muta, sta, su di una trave
Così come l’ulivo osserva il faggio
L’odore del soffritto in aria sale
E avvisa tutti quanti: è ancor Natale!

 

5 Replies to “La poesia italiana – parte quarta”

  1. Ho scritto poesie quando tentavo di far colpo su qualche ragazza, e devo dire che ci riuscii (a far colpo, intendo), non so per merito o meno delle mie righe.
    Purtroppo non ho conservato quanto scrissi (rigorosamente a mano) ma temo che rileggendole adesso potrei trovarle melense, imbarazzanti, puerili. Chi lo sa. Ma non avendo io un fisico da far girare la testa alle ragazze, qualcosa dovevo pur inventarmi!

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      1. Ho sempre tentato di farle sentire importanti, al centro dell’attenzione, ascoltate. Spesso i “fighi” erano più attenti a se stessi e al proprio aspetto esteriore, che al reale interesse per la ragazza/donna in questione. Ma la mia non era una “tecnica” ma il mio vero modo di essere, certo l’aspetto “intellettivo” (più che “intellettuale”) era un mio punto di forza, oltre alla ironia.

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