La poesia italiana – parte quinta

La scorsa volta, in “La poesia italiana – parte quarta“, vi ho parlato del sonetto e ne ho costruito uno da zero. Con che risultato, sta a te, giovane lettore, dirlo. Di certo non si tratta di un capolavoro, ma serviva per dare l’idea di come si fa; in realtà chi compone, non sempre segue schemi preconfezionati, ma lascia scorrere le parole che vengono fuori quasi in automatico. E’ un dono, ma senza dubbio può essere alimentato, come sempre, studiando.

Abbiamo visto che il sonetto è un breve componimento poetico, il cui nome deriva dal provenzale “sonet” (piccolo suono, diminutivo di son: suono, melodia). Nella sua forma tipica, è composto da quattordici versi endecasillabi raggruppati in due quartine (fronte) a rima alternata o incrociata e in due terzine (sirma) a rima varia. Sui sonetti si potrebbe scrivere più di un libro, quindi mi accontento di averne parlato e passo avanti.

La canzone, dal provenzale “canso”, è un genere metrico formato da un numero variabile di strofe dette stanze, di solito 5, 6 o 7, più eventualmente una stanza più piccola, detta congedo/commiato, in cui il poeta si rivolge direttamente al lettore o al componimento stesso.

La canzone è ancora più antica del sonetto, in quanto veniva usata nella poesia provenzale. Poi, nell’umanesimo, Dante e Petrarca ne codificarono le regole, a tal punto che un tipo di canzone si chiama “petrarchesca”.

La canzone non ha avuto nei secoli lo stesso duraturo successo del sonetto, poiché le complicazioni e gli arzigogoli della sua struttura hanno attratto sempre meno i poeti, man mano che ci si allontanava dal Medioevo e dal suo modo di vivere e di pensare.

Leopardi fu forse il migliore interprete di questo genere, tanto da modificarne la struttura in un tipo di canzone detta “leopardiana”: le strofe sono di un numero di versi differente e non hanno alcuna simmetria o ripetitività, le rime sono sparse e casuali. Ma Leopardi era Leopardi…

 

Silvia, rimembri ancora
Quel tempo della tua vita mortale,
Quando beltà splendea
Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
E tu, lieta e pensosa, il limitare
Di gioventù salivi?
Sonavan le quïete
stanze, e le vie dintorno,
al tuo perpetuo canto,
allor che all’opre femminili intenta
sedevi, assai contenta
di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
così menare il giorno.

(Giacomo Leopardi, “A Silvia”, vv. 1-14)

Il terzo tipo di composizione poetica “classica”, con il Sonetto e la Canzone, è la ballata, che in origine era accompagnata non solo dalla musica, ma anche dalla danza (infatti era detta anche “canzone a ballo”). La struttura metrica è piuttosto varia e simile a quella della Canzone, ma con strofe in genere più brevi e meno numerose. La caratteristica peculiare però è di avere all’inizio una piccola strofa di pochi versi che costituisce la “ripresa” (o “ritornello”).

Dovendo accompagnare il canto ed il ballo tondo, la ballata possedeva le sue proprie regole ritmiche: era composta, quindi, da un ritornello di introduzione, seguito da una o più strofe, chiamate stanze cantate dal solista, e da un ritornello, detto ripresa, (lat. responsorium) che veniva ripetuto dopo ogni stanza e cantato da un coro. La stanza stessa richiamava il ritornello (ripresa) con la sua rima finale.

La stanza della ballata, nel suo schema tipico italiano, comprende due parti. La prima parte è divisa in due piedi o mutazioni con un numero di versi uguali e uguale tipo di rima, mentre la seconda parte, chiamata volta, si lega ai piedi con la sua prima rima e alla ripresa con la sua ultima rima, grazie ad una struttura metrica uguale a quella della ripresa, come si può vedere nello schema:

A B B A (Ritornello) – C D C D (Piede) D E E A (volta) – A B B A (ritornello) ecc. ecc.

Gli endecasillabi misti a settenari sono i versi maggiormente usati nella ballata e le rime possono essere disposte in modo differente con la regola che l’ultimo verso della volta faccia rima con l’ultimo verso della ripresa.

Quant’è bella giovinezza,
che si fugge tuttavia!
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.
Quest’è Bacco e Arianna,
belli, e l’un dell’altro ardenti:
perché ‘l tempo fugge e inganna,
sempre insieme stan contenti.
Queste ninfe ed altre genti
sono allegre tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’e certezza.

[…]

(Lorenzo De’ Medici, Trionfo di Bacco e di Arianna)

O anche in

Una pallida faccia e un velo nero
spesso mi fa pensoso de la morte,
ma non in frotta io cerco le tue porte,
quando piange il novembre, o cimitero.
 
Cimitero m’è il mondo allor che il sole
ne la serenità di maggio splende
e l’aura fresca move l’acqua e i rami,
e un desio dolce spiran le viole
e ne lo rose un dolce ardor s’accende
e gli uccelli tra l’ verde fan richiami:
quando più par che tutto il mondo s’ami
e le fanciulle in danza apron le braccia,
veggo tra l’ sole e me una faccia,
pallida faccia velata di nero.

(Giosuè Carducci, Ballata dolorosa)

Il poeta propone il tema della morte della donna amata che egli vede dovunque, come un filtro fra sé e gli oggetti, così che tutto attorno diventa un cimitero. Il contrasto vita-morte è reso molto forte dal fatto che non siamo in autunno, per le festività dei morti, ma in pieno maggio, in una primavera profumata e colorata, ricca di canti e di vitalità. Ora per Carducci il volto della donna, la memoria dolorosa riesce a eclissare persino la luce del sole, trasformando il disco solare nel volto velato di nero della donna amata.

La ballata ha avuto molto successo anche all’estero, tanto che certi tipi di canzoni moderne vengono chiamati ancora oggi “ballate”, come ad esempio “Rime of the Ancient Mariner” del gruppo heavy metal inglese Iron Maiden, omaggio a “La ballata del vecchio marinaio”, scritta e ripresa più volte da Samuel Taylor Coleridge e pubblicato nel 1798 nell’introduzione della raccolta romantica “Ballate liriche” (Lyrical Ballads) di William Wordsworth e dello stesso Coleridge. Si dice che anche Baudelaire si sia ispirato a questa ballata per la sua “L’Albatro”.

Il madrigale è un breve componimento, che ebbe molta fortuna dal XIV al XVIII secolo, non solo dal lato poetico ma anche musicale. Consisteva in origine di due o tre strofe di tre endecasillabi con rapporti vari di rima, seguiti da due endecasillabi a rima baciata, oppure da quattro endecasillabi a rima alternata.

Agnel son bianco e vo belando be,
e, per ingiuria di capra superba
belar convengo e berdo un boccon d’erba
El danno è di colui, io dico in fè
che grasso mi de’ aver con lana bionda,
se capra turba e non m’abbi tonda.
Or non so bene che di me sarà,
ma pur giusto signor men mal vorrà.

(F. Sacchetti, Agnel son bianco)

Potrei ora continuare per pagine e pagine, ma non avendo questi miei scritti la presunzione di voler rappresentare un manuale, mi fermo qui, consigliando magari di leggere qualche libro sull’argomento. Lascio fuori la sestina (o sesta rima), l’ottava (o ottava rima), lo strambotto, lo stornello ed altre forme di poesia meno usate.

Non lascio fuori il “rondò italiano”, per tutta una serie di motivi.

Intanto la poesia, come da me descritta fin ad ora, sembra sia nata più o meno nello stesso periodo, con piccole modifiche successive. Prima la scuola siciliana del duecento, poi quella toscana hanno posto le basi per tutta la poesia che è seguita nei secoli successivi.

La poesia è stata, prima di Mike Bongiorno e della TV, il collante che ha unificato la lingua trasformandola in italiano. Purtroppo però, apparentemente, non c’era rimasto molto da inventare, tanto che nel Novecento sembra si sia passati da una fase in cui si è rinunciato all’armonia, andando a capo senza motivo solo per far credere di fare poesia e non prosa.

Eppure si possono fare cose nuove, anche in linea con la tradizione. Prima di tutto si possono usare le forme consuete, ma con un linguaggio e una tematica moderni. Inoltre non c’è limite alla fantasia con cui si possono combinare o inventare forme metriche diverse e giochi di rime (se piace la rima); e infine, quando si vuole, ci si possono porre ostacoli e fare con sé stessi sfide sempre nuove.

Vi sono, sia in musica che in poesia, molte composizioni che hanno avuto il nome di rondò (vedi ad esempio D’Annunzio), ma nel 1995 Dalmazio Masini, presidente dell’Accademia Vittorio Alfieri, che ha ispirato con il suo manuale questi miei scritti sulla poesia, ha inventato il rondò italiano.

 È una forma di poesia che, se è composta da X quartine, osserva il seguente schema di rima: ABAB BCBC CDCD DEDE EFEF e l’ultima quartina finisce con XAXA.

L’ultima rima di ogni quartina bacia la prima rima della successiva quartina, mentre l’ultima rima dell’ultima quartina bacia la prima rima della prima quartina. Un gioco di rime davvero sorprendente.

E non ci sono limiti al numero di quartine, l’importante è rispettare la ciclicità.

Quel bosco di natura acquitrinoso
copriva il proprio lembo di giunchiglia
e serpeggiava il margine pietroso
dov’era la mia casa e la famiglia.
Andavo con gli amici a far guerriglia
nelle ore più serene del mattino;
poi, tra cespugli e pozze di fanghiglia,
giocavamo per ore a rimpiattino.
Era un sollazzo arrampicarsi a un pino
e dare un lungo sguardo ai giunchi in fiore,
ove ciascun faceva un pensierino
perché il futur fosse forier d’amore.
Talvolta qualche uccello cantatore
ci affascinava col suo dolce canto,
mentre una fiamma s’accendeva in cuore,
come se il primo amor ci fosse accanto.
Dov’era il bosco apparve per incanto:
ruspa, cemento e il trafficare uggioso;
e quel ricordo non l’ho ancora infranto
perché l’ho chiuso in me e ne son geloso.

(Alfredo Varriale, Dov’era il bosco)

Termina con il rondò italiano questa serie sulla poesia italiana, che sicuramente avrà un seguito, avendo l’argomento un tale fascino (per me) da non poter terminare in sole cinque “parti”. E poi ho trattato solo la poesia italiana! Altrettanto affascinante sono la metrica classica greca e latina, per non parlare della metrica inglese, francese o spagnola. Insomma, ne abbiamo di che parlare!

3 Replies to “La poesia italiana – parte quinta”

  1. “giovane lettore”
    Hahahaha!!!

    Scherzi a parte, Francesco, è stata molto interessante la lettura dei tuoi articoli riguardante la poesia italiana, con molte annotazioni che erano sotto il naso, ma che tu hai chiarito e spiegato.
    Mille grazie.

    Liked by 1 persona

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