White Light-White Heat

Chissà cosa si aspettavano quelle tremila persone che per prime acquistarono lo storico Velvet Underground and Nico, come seguito di quel capolavoro che avevano tra le mani? Forse un lavoro mediocre ma meglio registrato, oppure un totale disastro…Insomma, non si può essere certi che qualcuno potesse aver previsto che il secondo album di Reed e soci potesse assomigliare lontanamente a White Light White Heat, specie considerando il distacco dalla figura di Andy Warhol e da quella di Nico.

Chi era erroneamente portato a pensare che i Velvet fossero i burattini nelle mani di Andy sicuramente non poteva credere che questi avrebbero concepito un’ennesima opera rivoluzionaria senza il loro burattinaio che reggesse i fili.

Ma si dà il caso che i Velvet non fossero i bambolotti di Warhol, e nemmeno un collettivo di scriteriati “fattoni” senza nessun progetto in testa.

Al contrario, Reed e Cale sapevano cosa avevano innescato con Velvet Underground and Nico e cosa volevano ancora fare: si stava cambiando la storia del rock, dilaniandola dall’interno con quella dose di spleen violento e urbano già presente nel lavoro precedente.

Solo che stavolta mancava quell’estetica pop art-decadentista capace di dare anche tonalità trasognanti ai brani: questa volta sono le chitarre distorte le uniche protagoniste: sono loro che lacerano ogni pezzo con la loro furia minimale e dipingono quadretti di quotidiana follia metropolitana.

Lou Reed si mostra ora nella sua interezza come poeta maledetto di strada e Cale come sperimentatore eretico, senza che personaggi come Nico, con la sua aurea anni ’60, possano intervenire in alcun modo.

La copertina minimalista nera come la pece è il primo segno di tutto questo: “fanculo non stiamo facendo pop art, ma sporco rock’n’roll!” sembra volerci dire Reed.

Ed ecco che il cd parte, ed è per l’appunto uno sporco, che dico, sporchissimo rock’n’roll ad assalirci. Si tratta di un impasto informe fatto di chitarre, piano, batteria e basso che si mescolano tra di loro in una densa fanghiglia senza precedenti. Solo la voce è ben distinta, allucinata e cantilenante, intenta a sovrastare questo muro sonoro lancinante che non ci permette nemmeno di distinguere chiaramente i battiti di Tucker.

La successiva The Gift è un recitato ipnotico dominato dalla voce calda di Cale. Al primo ascolto quello che ci accoglie è un monotono ed incessante ritmo cadenzato di basso e batteria. Ma ascoltate le chitarre! Non c’è nulla che si ripeta anche una sola volta…È un continuo feedback, un continuo sfogo di rabbia repressa sulle corde, un’incessante ed impietosa tortura, un caos incontrollato e ribollente che si sviluppa continuamente sul cadavere di se stesso, dando forma a lacrime elettriche insanguinate che finiscono per bagnare tutto il brano. Nessuno aveva mai osato un utilizzo tanto innovativo delle distorsioni…Il tutto poi orna perfettamente una storia turpe colma di fantasmi e di violenza.

Con Lady Godiva’s Operation i ritmi rallentano in una nenia distorta dai tratti fortemente psichedelici, caratterizzati come al solito dai massicci e stordenti intrecci sonori degli strumenti, e talvolta anche dall’incrociarsi delle voci, tra i quali con un po’ di attenzione si può scorgere la viola impazzita di Cale. Il rumorismo cresce man mano che il brano avanza, facendosi sempre più confuso e fastidioso, fino ad arrivare all’apice del racconto, quanto la nostra Lady Godiva entra dolorosamente nel mondo delle donne…zac!

Ma ecco che Here She Comes Now ci illude un attimo di poter trovare un po’ di pace, il che è sicuramente vero se si confronta questo pezzo con gli altri, ma prendendolo da solo si tratta pur sempre di un incubo oscuro, di un intorpidimento malato e contorto.

I Heard Her Call My Name è un violentissimo e sfrenato garage rock dove il ritmo diventa sempre più ossessivo e dove le chitarre elettriche si fanno più corrosive del napalm, lanciate in una corsa allucinata attraverso foreste di spine acuminate e taglienti come rasoi. Per capirci, queste “spine” sono rappresentate dalle distorsioni devastanti e anarchiche che imperversano selvaggiamente per tutto il brano, frutto di uno stupro animalesco e barbaro delle corde e, quasi certamente, di sostanze imprecisate. Si tratta di qualcosa di doloroso, ma nello stesso tempo di esaltante, carico di “sballo” com’è!

Se pensiamo di aver sentito abbastanza, beh, allora è meglio che facciamo una pausa, perché i diciassette minuti di quel mostro sacro di Sister Ray rischiano di farci davvero perdere la ragione.

Il solito ritmo cadenzato fino all’ossessione maniacale ci accoglie ed il ribollire delle chitarre distorte che cominciano a cavalcarsi le une con le altre senza ritegno seguono, mentre Lou Reed declama con la sua solita distaccata freddezza (a fasi alterne) i versi del brano. E mentre i feedback diventano sempre più corrosivi ecco che sopraggiunge un organetto che sembra suonato da una sorta di Manzarek indemoniato e strafatto di ogni droga possibile, e questo organetto, con dedizione chirurgica ci attanaglia le budella e ci sconvolge il cervello, mentre Reed torna a cantare e le chitarre riprendono il sopravvento. E siamo solo a metà! Non si scappa però, ci siamo dentro fino al collo, perché i Velvet Underground sono contagiosi, e ci spingono a volerne sempre più di questo inferno sonoro.

Pazzia, cos’altro? Come possono essersi materializzate queste diaboliche sferragliate elettriche altrimenti? Il controllo lo si era già perso da tempo, ed il brano prosegue in un baccanale inconscio e sfrenato, ammaliandoci sempre di più, incatenandoci alla follia, ora elevata al rango di valore assoluto.

E mentre Moloch si sfrega le mani compiaciuto noi usciamo da questo immenso capolavoro devastati nel più profondo del nostro corpo, ora davvero consci di cosa è il caos e di quali possono essere i suoi effetti.

Ma si tratta solo di prendere un po’ di fiato e attendere, perché il virus trasmessoci da White Light White Heat ci ricondurrà presto a nuovi, autolesionisti, ascolti.

http://www.storiadellamusica.it/indie_rock/art_rock/velvet_underground-white_light_white_heat(verve-1968).html

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