La leggenda di Cristalda e Pizzomunno

Non sono un assiduo spettatore (dal latino spectator -oris, derivato di spectare, guardare) di show televisivi, ma ammetto che, causa l’assenza di controprogrammazione, la settimana in cui c’è il Festival della Canzone Italiana di Sanremo lo passo davanti alla TV.

Il Festival della canzone italiana, o più comunemente Festival di Sanremo o anche semplicemente Sanremo, è una manifestazione canora che ha luogo ogni anno in Italia, a Sanremo, nella provincia di Imperia, in Liguria, a partire dal 1951. Quindi è un po’ lo specchio dell’Italia.

L’edizione di quest’anno è stata molto cantata, grazie alla direzione artistica di Claudio Baglioni e alla frizzante conduzione di Michelle Hunziker e Pierfrancesco Favino. Quest’ultimo, anche se nato a Roma, è originario pugliese, di Candela, nel foggiano.

Per me Favino è stato uno dei punti forti di questa edizione perché i pugliesi sono un popolo particolare (e se non lo so io, che sono originario di Taranto!). Portati per lo spettacolo, per l’intrattenimento, per le lingue (hanno avuto così tanti dominatori che se ne è perso il conto), quando il pugliese è al centro della scena raccoglie quasi sempre consensi.

I siciliani hanno molto in comune con i pugliesi e quest’anno il cantautore Max Gazzè è stato il denominatore comune tra questi due popoli del Sud Italia. Romano di nascita con origini siciliane (il padre è di Scicli, in provincia di Ragusa), ha vissuto l’adolescenza in Belgio dove ha frequentato la scuola europea di Bruxelles. È uno degli autori più apprezzati della sua generazione e pur non avendo vinto nessuna edizione dei Festival a cui ha partecipato, ha quasi sempre vinto il premio della Critica.

In questa edizione del Festival, Gazzè ha emozionato cantando una vecchia leggenda pugliese. Una storia che ha molti degli elementi tipici delle leggende di mare: l’amore tra due giovani, gli incontri sulle spiagge, il mare, ovviamente, e le sue minacce. Anche quando assumono la forma delle sirene, che blandiscono dietro false promesse, sanno quali parole dirti e come portarti a loro. Al fascino delle sirene è impossibile resistere. E chi ha resistito è stato costretto a perdersi per sempre.

La storia di Cristalda e Pizzomunno riprende il mito e lo declina sulla tradizione delle leggende del mare che si tramandano sulle città costiere, specie del Sud Italia.

Pizzomunno era molto bello, e tutte le donne del posto lo amavano. Ma lui aveva conosciuto, sulla spiaggia, davanti al mare, Cristalda, la ragazza più bella del villaggio, dai biondi, lunghi capelli schiariti dal sole. Si erano innamorati sul mare, e proprio sul mare si incontravano per amoreggiare. Ma il nemico è sempre in agguato, soprattutto quando tutto va bene. E il nemico, in questa storia di mare, non possono che essere le sirene.

Innamorate anche loro di Pizzomunno, ogni volta che il pescatore prendeva il largo cercavano di sedurlo. Com’è noto, però, chi si fa sedurre da una sirena, muore. Pizzomunno non cedette alle lusinghe, nemmeno quando le sirene gli proposero di diventare le sue schiave, e lui il re del mare. No. Pizzomunno amava Cristalda e solo lei. Ma, come si sa, nessuno può dire di no alle sirene. Una sera in cui il pescatore e la sua bella amoreggiavano sulla spiaggia, le sirene emersero dagli abissi e trascinarono la bella Cristalda nel profondo del mare, con loro. Dal dolore, Pizzomunno si pietrificò e diventò una roccia bianchissima che ancora oggi domina la spiaggia di Vieste e che ha preso il nome del giovane pescatore.

La leggenda vuole che Cristalda e Pizzomunno anche dopo la morte non smisero mai di amarsi.

Ogni cento anni, il 15 agosto, il maleficio che li ha colpiti entrambi si spezza: Cristalda emerge dalle acque che l’hanno imprigionata, Pizzomunno riprende le sembianze umane, e i due tornano per una notte, e una notte sola, due giovani amanti decisi a rinnovarsi, ogni volta, la promessa dell’amore eterno.

Ovviamente di questa leggenda ci sono svariate versioni, una addirittura in cui Cristalda è una delle sirene, che aveva attirato la gelosia delle proprie sorelle con le conseguenze “pietrificanti” per Pizzomunno.

Qualunque versione vi piaccia di più, al centro dell’amore tragico di Pizzomunno e Cristalda ci sono sempre loro, le sirene. Che al povero Pizzomunno promisero fasti e potere, lui povero pescatore di Vieste. A Odisseo promisero la conoscenza di “tutto quanto accade sulla terra”, si legge nell’Odissea. Nel loro canto irresistibile e ingannevole promettono quello che più desideriamo, o lo tolgono per sempre. Le sirene sono demoni della morte, ma anche in modo oscuro dee dell’amore al servizio di Persefone, che nella mitologia greca è la dea della morte. La loro figura si muove tra amore e morte, promesse e perdizione, in un gioco che ha affascinato i racconti della tradizione, ma anche la grande letteratura, da Eliot a Kafka.

A pochi è offerto l’insolente e inconsueto privilegio di amare le Sirene e scamparne indenne. Non ci provò Odisseo, che si fece legare all’albero della nave. Ci riuscì, sembra, o almeno così avrebbe immaginato Tomasi di Lampedusa in un magnifico racconto, un ragazzo siciliano che si immerse nell’abbraccio della sirena Ligeia e nelle acque mediterranee e un giorno, ormai vecchio a Torino, pietrificato non come Pizzomunno ma dalla vecchiaia della vita che fugge, lo avrebbe ricordato ancora struggendosi di erotica nostalgia.

Il faraglione Pizzomunno al di là di tutte le leggende a esso legate, continua ad accompagnare il romanticismo degli innamorati che qui scelgono di trascorrere dolci serate, ammirandolo quando di notte riflette in modo abbagliante la luce della luna piena che si rispecchia sulla pietra in arenaria di un bianco spettacolare.

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