Goodbye Christopher Robin

Tempo fa avevo scritto di come il cinema italiano abbia, tra gli altri, un grosso difetto: traduce tutto.

Noi siamo gli unici che traduciamo tutti i film, non li vediamo in lingua originale ma doppiati e traduciamo i titoli. A volte con pessimi risultati.

La storia dei film statunitensi (e in alcuni casi francesi) arrivati in Italia con titoli molto diversi da quelli originali è lunga, ricca e con molte interessanti curiosità. I titoli vengono cambiato per questioni di marketing o per scelte stilistiche a volte non ben comprensibili. E a volte questa cosa ha creato problemi.

In Italia si decise per esempio di tradurre in “Rio Bravo” il film statunitense “Rio Grande”. Quando dagli Stati Uniti arrivò però un film il cui titolo era “Rio Bravo” la cosa diventò un problema. Per quel film si scelse allora il titolo “Un dollaro d’onore”.

Uno dei più famosi è “The eternal sunshine of the spotless mind”, che in Italia è diventato “Se mi lasci ti cancello”. Uno dei più interessanti è quello che riguarda il film western di John Ford “Stagecoach”, parola che in italiano si traduce con “diligenza”. Per quel film si scelse in Italia il titolo “Ombre rosse”. Si dice che quando il regista italiano Federico Fellini incontrò Ford gli disse, per complimentarsi, che gli era molto piaciuto il suo film “Red Shadows” (che è la traduzione inglese di ombre rosse). Ford non capì. Fellini pensava che “Ombre Rosse” fosse una fedele traduzione di “Red Shadows”. Non era così.

O “Citizen Kane”, tradotto “Quarto potere”, oppure “The french connection”, diventato “Il braccio violento della legge”. Potrei andare avanti per ore.

Ieri mi è capitato di vedere “Vi Presento Christopher Robin”. Appena inizia il film, compare il titolo originale: “Goodbye, Christopher Robin”, sono saltato sulla poltrona! Ancora!

Vabbè, fa niente. Il protagonista, o meglio, il coprotagonista è Domhnall Gleeson, che già apprezzai in “About time” (“Questione di tempo”, porca miseria, un’altra traduzione sbagliata…), un bellissimo film di fantascienza in cui tutti gli individui di sesso maschile di una stirpe hanno la capacità di viaggiare nel tempo. Tim, il personaggio interpretato da Gleeson, non poteva cambiare la sua intera storia, ma poteva modificare i singoli avvenimenti per correggere il proprio futuro. Se non lo avete visto, guardatelo, è un bellissimo film, oserei dire uno dei migliori degli ultimi anni di “fantascienza romantica”.

In “Goodbye Christopher Robin”, Gleeson interpreta lo scrittore inglese Alan Alexander Milne e di come, passando il tempo libero con il figlio, abbia cambiato la propria vita.

Il film racconta per filo e per segno, nella maniera più lineare possibile, la nascita di “Winnie the Pooh”, frutto di una particolare estate che Milne trascorse palmo a palmo con suo figlio Christopher Robin. Lo scrittore spinse la famiglia a isolarsi nella campagna inglese per provare a combattere i traumi lasciati dalla prima guerra mondiale, finita pochi anni prima.

L’intenzione infatti era di dedicare tutto il tempo libero alla stesura di un saggio profondamente anti bellico, in grado di mettere a nudo gli orrori del conflitto mondiale e i pericoli della società a venire, che probabilmente sarebbe ricaduta nel baratro della violenza.

L’eco delle bombe però era difficile da scacciare, bastava un rumore innocuo per riportare a galla il fragore delle esplosioni e provare una fitta alla testa, l’artista così finì per passare le sue giornate a fissare un foglio vuoto, ignorando sia la moglie che il figlio, che aveva un rapporto stretto soltanto con la sua bambinaia.

Daphne, la madre del piccolo, odiando a morte il silenzio della campagna, in un impeto polemico lasciò così baracca e burattini e tornò nella chiassosa e festante Londra, servendo così al marito l’occasione di vivere l’estate più emozionante della sua vita.

Tutto ciò che avveniva attorno alla casa di campagna della famiglia Milne diventò un libro di successo, con protagonista un orsetto di pezza, i suoi pelosi amici e soprattutto un bambino, Christopher Robin, che viveva di poesie, di case sugli alberi e giornate assolate e avventurose. “When We Were Very Young”, volume fatto di racconti, poesie, illustrazioni e soprattutto di vita, diventò in poco tempo un successo planetario.

Dalla calma piatta della campagna inglese, lo scrittore si ritrovò a scarrozzare la famiglia in ogni angolo di mondo sotto i flash dei fotografi, facendo però diventare suo figlio più un marchio di successo che altro, svendendo a buon mercato la migliore ed emozionante estate della sua vita.

Uno strappo che ha dato al regista Simon Curtis l’occasione di raccontare non soltanto una storia intima, poco conosciuta e colma di poesia, anche di trattare in maniera delicata un rapporto padre-figlio conflittuale, toccando la sfera degli affetti, i media e la vendita dell’anima al diavolo, ovvero al successo.

La sceneggiatura riesce ad adattarsi sia allo spettatore più piccolo, che per forza di cose si immedesima senza grossi problemi nell’aggraziato Christopher Robin, che ai più grandi, a cui arriva il sotto testo più impegnato e complesso, quello che riguarda i sentimenti e l’amore filiale.

Il tutto narrato con un linguaggio semplice, diretto, che fa scorrere i 107 minuti di visione in un batter di ciglia. A facilitare le cose anche un cast d’eccezione: lo scontroso A.A. Milne è ben interpretato da Gleeson, che dopo il personaggio di Bill Weasley ne “I Doni della Morte di Harry Potter”, gli ultimi due episodi principali della saga di “Star Wars” e il citato “Questione di Tempo”, è uno degli attori più quotati e caratteristici della sua generazione.

L’attore ha dipinto un artista burbero e poetico, duro come roccia e amorevole, cangiante come un camaleonte a seconda delle situazioni, in preda ai ricordi e alla timidezza.

Infinitamente meno timida è invece la bellissima Margot Robbie nei panni della signora Milne, una donna che si fa odiare sin dai primi minuti. Un personaggio freddo ed egoista che bada soltanto a se stesso, del resto quale madre abbandonerebbe in campagna il proprio figlio? Soltanto il successo dei libri del marito determina il suo ritorno al nido familiare, segno ultimo di un carattere distaccato, da pura sanguisuga. Anche se alla fine si capisce che si tratta solo di una persona anaffettiva, traumatizzata dal dolore provato durante il parto.

Fra gli adulti, bisogna anche sottolineare l’eccellente lavoro svolto da Kelly Macdonald, bambinaia premurosa e colma d’amore che arriva ad essere nello stesso momento amica, madre, padre e confidente del piccolo Christopher Robin, in balia però degli eventi.

Menzione speciale per il piccolo Will Tilston, ovvero Christopher Robin all’età di 8 anni. Il suo volto magnetico attira su di sé tutta l’attenzione, il suo caschetto dorato lo rende poi un personaggio senza tempo, che recita con grazia e delicatezza, nonostante i diversi sentimenti che si trova ad affrontare.

“Goodbye Christpher Robin” non si prefissava certo di sorprendere, l’obiettivo era di narrare una storia intima, sconosciuta ai più, e di emozionare l’intera famiglia: è assolutamente centrato in pieno, grazie a un’opera che fa della sua semplicità la sua ineffabile forza.

Se avete un figlio piccolo (ma anche se non lo avete), guardatelo, magari con lui. La ricchezza degli sguardi scambiati tra i due protagonisti vi farà capire molte cose.

Soprattutto di come sia importante considerare quelle piccole pesti la cosa più importante della vostra vita.

6 pensieri riguardo “Goodbye Christopher Robin

  1. Il film prima o poi spero di vederlo! Invece sulle traduzioni dei titoli sorrido perché, se alcune volte forse la creatività italiana da un titolo anche migliore di quello originale il più delle volte ottiene risultati ridicoli.
    Poi, non c’entra nulla ma ho finito un musical la cui canzone originale era I like to move it che nello spettacolo italiano è diventata Mi piace se ti muovi che, nella versione che abbiamo portato in Spagna è diventata Io quiero marcha marcha! Così…per diré!😂😂😂

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