Storia magistra vitae – Siria

Qualche giorno fa il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha adottato all’unanimità una risoluzione che chiede lo stop ai bombardamenti per “almeno 30 giorni” in tutto il Paese, inclusa l’area di Ghouta, ultimo baluardo dei ribelli in prossimità di Damasco e teatro di una pesantissima offensiva delle forze fedeli al presidente Bashar al Assad.

Il “cessate il fuoco” è una temporanea interruzione di un conflitto armato in cui ogni parte in causa si accorda con l’altra o le altre parti per sospendere ogni azione aggressiva. Ad esempio, durante la prima guerra mondiale si giunse a un cessate il fuoco non ufficiale il 25 dicembre 1914 tra le forze tedesche e quelle inglesi, per dar modo a tutti di festeggiare il Natale.

Al sentire la notizia dell’annunciata tregua, ho sorriso e mia moglie mi ha chiesto se fossi ottimista e se il mio sorriso fosse di speranza.

Purtroppo, il mio era un sorriso amaro, per il semplice motivo che, oltre ad averne fatto parte in alcune missioni di pace, conosco l’Onu e so che spesso le sue “direttive” vengono disattese. Che è un modo elegante e gentile per dire che l’Organizzazione delle Nazioni Unite non conta nulla nella risoluzione dei conflitti.

Ma perché si è arrivato a questo? E cosa accade realmente in Siria?

Non pretendendo di essere né esaustivo, né imparziale, ma proverò a riassumere in poche pagine ciò che sta accadendo da quelle parti.

Intanto, dov’è la Siria? E perché la sua posizione è così importante?

Partiamo col dire che la regione a cui appartiene la Siria è una delle prime ad essere studiate a scuola. Infatti, quando dalla preistoria si inizia a parlare di storia, qual è il primo territorio che viene menzionato? La Mesopotamia!

Con il termine Mesopotamia i Greci intendevano la zona settentrionale che si estende tra il Tigri e l’Eufrate (Mesopotamia, dal greco μέσος, mésos, che sta in mezzo e ποταμός, potamòs, fiume, cioè “terra tra i fiumi”). Con il tempo l’uso di questa definizione divenne di più ampio respiro, fino a comprendere anche le zone limitrofe.

Nella suddivisione territoriale odierna infatti corrisponde ai territori dell’Iraq, e a parte di territori di Turchia, Siria, Iran, Arabia Saudita e Kuwait. La regione era considerata uno dei corni della mezzaluna fertile e vi si trovavano, allo stato selvatico, quelli che sarebbero diventati gli alimenti base della dieta dell’uomo nell’antichità: cereali, legumi, ovini e bovini.

Con il passare del tempo e la modificazione del clima, la mezzaluna è diventata un’area desertica quasi per la sua interezza, tanto che la Siria, che dell’area occupa una delle zone che si affacciano sul Mar Mediterraneo, di fronte a Cipro, concentra oltre il 60% dei suoi 23 milioni di abitanti nella zona a ridosso delle coste.

Il territorio a est è prevalentemente desertico, e fa parte di uno dei deserti più importanti del pianeta poiché contiene quasi un terzo delle riserve di petrolio della Terra; ovviamente mi riferisco a tutto il deserto, non solo alla parte siriana: la zona va dallo Yemen al Golfo Persico, dall’Oman alla Giordania e all’Iraq. Occupa la maggior parte della Penisola Araba e si estende per oltre 2.220.700 km2. Oltre il petrolio, vi sono anche immense riserve di gas naturale, che è il cosiddetto “nuovo petrolio”.

Come possiamo immaginare, per trasportare il petrolio estratto dalla penisola araba, fare il tragitto diretto comporterebbe molti vantaggi, rispetto a circumnavigare la penisola stessa per uscire dal Canale di Suez.

E qui entra in gioco la Siria: sarebbe infatti nella posizione ideale per il trasporto in linea retta verso l’Europa. Ovviamente chi amministra il Canale di Suez non sarebbe così d’accordo, perché passare da loro comporta il pagamento di un pedaggio, anche abbastanza caro.

Di fianco alla Siria c’è l’Egitto: anche il paese dei Faraoni è sempre stato un punto di contatto tra Oriente e Occidente. In queste zone sono anche nate le maggiori religioni monoteiste, il giudaismo, il cristianesimo e l’islam.

La zona, non solo per il trasporto del petrolio, che ha una storia abbastanza recente, ma soprattutto per avere uno sbocco sul Mediterraneo, è stata oggetto di conquista da parte di tutti i grandi imperi della storia, cioè Persiani, Greci e Romani. L’impero Romano, quando si scisse in Occidentale e Orientale, vide poi sopravvivere proprio la parte “Araba”. Questo territorio fu successivamente oggetto delle Crociate, cioè dei tentativi degli Europei di riprendere il controllo della zona e dal 1299 d.C., per poco più di 600 anni, è stato parte dell’impero Ottomano, fondato dagli Oghuz, che era una confederazione di tribù dei Turchi dell’Asia Centrale (da non confondersi con i Turchi attuali).

Ora, per capire il conflitto attuale, dobbiamo fare una piccola parentesi proprio nel periodo in cui l’Impero Ottomano cadde, cioè alla fine della Grande Guerra. Il motivo scatenante della guerra l’ho raccontato in “Destino principe”, e la situazione era più o meno quella, da una parte la Serbia e dall’altra l’Austria-Ungheria; a causa del gioco di alleanze la guerra vide poi schierarsi le maggiori potenze mondiali, e rispettive colonie, in due blocchi contrapposti: gli Imperi centrali, cioè Germania e Impero ottomano si schierarono con l’Impero austro-ungarico, mentre Francia, Regno Unito, Impero russo e, dal 1915, Italia, si schierarono con la Serbia. Con l’ingresso del Giappone da una parte e degli U.S.A. dall’altra, la guerra divenne planetaria.

Nel Medio Oriente, mentre gli Ottomani prevalevano sugli occidentali pur senza riuscire a raggiungere Suez, gli inglesi stipulavano accordi segreti con i ribelli arabi, promettendogli di dar vita ad un grande stato arabo indipendente alla fine della guerra.

Con la fine del conflitto, l’Impero Ottomano sopravvisse mentre l’Austria si dissolveva ed i movimenti nazionali tendevano a proclamare l’indipendenza dei loro paesi. In Germania l’imperatore abdicò e venne proclamata la repubblica. I vincitori quindi si accingevano a stipulare la pace con soggetti diversi da quelli contro i quali avevano combattuto.

Ora, proprio per l’effetto di quegli accordi segreti presi da Inglesi e Francesi con i ribelli interni all’Impero Ottomano, quest’ultimo andò in difficoltà. Gli accordi prevedevano la suddivisione della “mezzaluna fertile”, e assegnavano alla Francia Siria e Libano e alla Gran Bretagna Iraq e Palestina. Gli accordi presupponevano poi la fine dell’Impero ottomano e la nascita di un territorio arabo indipendente.

Iraq, Israele, Giordania, Libano, Siria, Kuwait e Arabia Saudita quindi furono entità statali istituite ad hoc e i nuovi confini, “arbitrariamente” tracciati, toccarono pericolosamente le corde della religione e delle etnie delle varie popolazioni coinvolte innescando pericolose dinamiche ancora oggi sotto gli occhi del mondo. Il controllo delle vie di comunicazione, il monopolio del commercio e successivamente lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi furono gli interessi dominanti che guidarono i paesi europei nello stabilire, ancor prima della fine della Grande guerra, il nuovo assetto territoriale delle aree post-ottomane.

Per garantire la supremazia europea era necessario attuare l’antico motto “divide et impera”: spaccare le società dominate, frammentarle e aizzare le minoranze (prima fra tutte quella curda, di cui parlerò poi) contro le rivendicazioni arabe.

I negoziati, condotti dal diplomatico francese François Georges-Picot e dal diplomatico britannico Mark Sykes, ebbero luogo tra novembre 1915 e marzo 1916. L’accordo venne poi definitivamente firmato il 16 maggio 1916.

Per capire cosa stia accadendo, dobbiamo capire cosa accadde negli anni successivi alla prima guerra mondiale.

Prima di continuare però bisogna chiarire una cosa: gli arabi sono un popolo, non una religione, quindi un arabo può essere musulmano, ma può essere anche cristiano e prima dell’islam sembra ci fossero tribù arabe con tradizione ebraica. Agli arabi non fu data quell’unica nazione che era stata promessa al posto dell’Impero Ottomano da francesi ed inglesi: come abbiamo visto esse crearono molte nazioni piccole; queste nazioni ovviamente in realtà non erano realmente indipendenti ma erano zone sotto il loro controllo, con governanti messi lì da loro.

Nell’agosto del 1920 venne firmata, a Sevres, la pace con l’Impero Ottomano, il quale doveva rinunciare a tutti i territori esterni all’Anatolia, alla Tracia, alle Isole Egee e a Smirne (assegnate alla Grecia). Le finanze imperiali furono poste sotto il controllo di Francia, Gran Bretagna e Italia. Gli Stretti, invece, restarono sotto l’autorità del sultano.

Il Trattato di Sevres, però, subì una forte revisione, poiché i militari turchi non accettavano una sconfitta che non avevano subito.

Prima che questo fosse firmato essi si contrapposero al sultano e combatterono una duplice guerra, l’una contro l’autorità imperiale, e l’altra contro le potenze occidentali. Il loro progetto era quello di creare una repubblica laica; Mustafà Kemal, capo armato delle forze rivoluzionarie turche, condusse con impeto una forte controffensiva, così americani, francesi ed italiani si ritirarono.

Intanto una grande assemblea ad Ankara portò alla nascita di una repubblica turca, contrapposta al sultano benché non ancora riconosciuta dalle potenze occidentali; Kemal era riuscito anche a rompere l’isolamento diplomatico stringendo un trattato anticoloniale con la Russia rivoluzionaria (l’Armenia venne divisa tra Turchia ed URSS). Il regime di Kemal venne riconosciuto a Losanna nel ’23, dove venne completamente sovvertito quanto affermato a Sevres.

Per la mancata creazione di un solo stato arabo indipendente gli inglesi avevano pagato il loro debito verso gli Hashemiti, dinastia che li aveva appoggiati durante la guerra, affidando il governo dell’Iraq a Feisal Pascià (Fayṣal ibn al-Ḥusayn ibn ʿAlī), terzo figlio di Sherrif Hussein (al-Ḥusayn ibn ʿAlī Himmat) e quello della Giordania come emirato al secondo figlio di Hussein, Abdullah (ʿAbd Allāh ibn al-Ḥusayn).

L’Iraq divenne formalmente indipendente nel ’32, sotto il controllo britannico, entrando nel Commonwealth; la Giordania lo divenne dopo la Seconda Guerra Mondiale, mentre in Palestina si predisponevano le iniziative che avrebbero poi provocato il conflitto arabo-palestinese.

In Egitto i nazionalisti di Wafd (partito indipendentista) spinsero gli inglesi a rinunciare al protettorato concedendo l’indipendenza al paese; mentre in Libia l’Italia dovette impegnarsi brutalmente per recuperare il controllo della Pirenaica, della Tripolitania e di Fezzan. In Algeria e in Marocco le forze guidate da Abd al Krim (Muḥammad ibn Abd el-Krīm el-Khaṭṭābī) si batterono contro il dominio spagnolo e francese.

A quel punto, siamo a metà degli anni ’30, anche la Francia dovette promettere l’indipendenza: il 17 aprile 1936 fu firmato un trattato franco-siriano che riconosceva l’indipendenza della Repubblica della Siria, il cui primo presidente fu Hashim al-Atassi (Hāshim Bey Khālid al-Atāssī).

A Seconda Guerra Mondiale finita, nella seconda metà del maggio 1945, a Damasco dieci giorni di manifestazioni ininterrotte furono seguiti da un bombardamento di 36 ore ma, grazie alle pressioni della Gran Bretagna e della neonata organizzazione della Lega araba, a luglio il comando delle Forze Armate passò in mani siriane.

L’indipendenza fu riconosciuta a partire dal 1º gennaio 1946 e le ultime truppe straniere lasciarono la Siria il 17 aprile 1946. Il primo Presidente della repubblica indipendente venne eletto nella persona del veterano nazionalista Shukri al-Kuwatli.

Nel frattempo però l’occidente non era stato a guardare: una parte del mandato britannico della Palestina, nel periodo durante il quale fu soggetta a flussi immigratori di popolazioni ebraiche, incoraggiate dalla nascita del movimento sionista, mirava alla costituzione di un moderno Stato ebraico.

Dopo la seconda guerra mondiale e la Shoah, anche per cercare di porre rimedio agli scontri tra ebrei e arabi, il 29 novembre 1947 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite nella risoluzione n. 181 approvava il piano di partizione della Palestina che prevedeva la costituzione di due Stati indipendenti, uno ebraico e l’altro arabo.

Alla scadenza del mandato britannico il moderno Stato d’Israele fu quindi proclamato da David Ben Gurion il 14 maggio 1948. In pratica un protettorato occidentale in mezzo agli arabi.

Durante la crisi di Suez del 1956 fu proclamata la legge marziale e truppe siriane e irachene si schierarono in Giordania per prevenire una invasione israeliana. A novembre dello stesso anno la Siria firmò un trattato con l’Unione Sovietica, ottenendo ampi rifornimenti militari. L’orientamento nazionalista e panarabo crebbe rapidamente finché fu decisa l’unione con l’Egitto governato dal colonnello Nasser, che sancì la nascita dell’effimera Repubblica Araba Unita (1º febbraio 1958 – 28 settembre 1961).

Caduta l’unione per un colpo di Stato, l’8 marzo 1963 s’impadronì del potere il partito panarabo Baʿth, che con un nuovo golpe militare, guidato dal leader dell’ala sinistra del partito Salah Jadid, il 23 febbraio 1966 abbandonò la linea panaraba per una socialista e filo-sovietica.

Infine, dopo la sconfitta nella guerra dei sei giorni, con il secondo colpo di Stato (cosiddetta “rivoluzione correttiva”) interno al partito Baʿth, il 13 novembre 1970 prese la guida del paese il generale Hāfiẓ al-Assad, leader dell’ala nazionalista.

Il nuovo capo di stato, eletto presidente della Repubblica in modo plebiscitario nel 1971 e più volte riconfermato, instaurò un regime dittatoriale, divenuto in breve il principale punto di riferimento del radicalismo arabo e sostenitore di gruppi terroristi violentemente anti-israeliani ed anti-americani, quali per esempio il Jihad islamico e l’organizzazione del combattente palestinese Abū Niḍāl.

Nel giugno 2000 al-Assad morì, e il 17 luglio gli succedette il figlio ed erede designato, Bashār al-Assad. Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 i rapporti con l’Occidente si incrinarono e Assad si oppose all’invasione americana dell’Iraq nel 2003.

Assad figlio dinanzi alle pressioni interne liberò molti prigionieri, portò una speranza di cambiamento, e garantì la libertà di espressione all’opposizione. Ma gli anni successivi furono molto complicati: furono arrestati gli oppositori di Assad e il Presidente statunitense Bush incluse la Siria nell’asse del male; nel frattempo anche i curdi, un popolo che vive sparso in vari paesi del nord della zona iniziarono a protestare e ci furono molte repressioni.

Ricordiamo una cosa: la popolazione siriana è fondamentalmente divisa in tre: la maggioranza della popolazione (71%) è di fede sunnita, mentre il 16% della popolazione appartiene ad altre correnti musulmane come i drusi (soprattutto a sud) e gli alauiti, un ramo degli sciiti; questi ultimi rivestono un ruolo politico particolare, in quanto i comandi delle forze armate e lo stesso presidente appartengono alla minoranza alauita.

Circa il 13% della popolazione (2,5 milioni di persone) è di fede cristiana, presente soprattutto nel nord del paese e aderente per metà alla Chiesa greco-ortodossa di Antiochia, e per il resto divisa fra Chiesa cattolica, nelle sue varie comunità (melchiti, maroniti, siri, armeno-cattolici, caldei, ecc.).

A partire dal 2011 tutta la Siria è stata coinvolta da manifestazioni popolari che chiedevano libertà e uguali diritti dei cittadini, la cosiddetta “Primavera Araba”. L’inadempimento delle richieste da parte del governo siriano ha portato i manifestanti a chiedere la caduta del regime. Le forze governative hanno risposto alle manifestazioni con una violenta repressione, in particolare servendosi dell’aiuto delle milizie degli Shabiha.

Per difendersi dalla repressione, vari membri dell’opposizione siriana si riunirono nell’Esercito siriano libero, composto da molti disertori dell’esercito regolare. L’esercito siriano libero, dopo mesi di combattimenti conquistò varie zone della Siria, di cui buona parte della città di Aleppo. L’aviazione siriana iniziò sin da subito a sferrare attacchi aerei con obiettivi militari e civili alle zone di cui aveva perso il controllo con bombe a grappolo, barili bomba e altre armi esplosive. Con l’avanzarsi della guerra civile vari gruppi armati iniziarono a inserirsi nel conflitto, fra cui i più influenti le milizie curde dell’YPG e i miliziani dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante. La presenza di quest’ultima organizzazione, a causa delle sue attività terroristiche, determinò l’intervento internazionale in Siria, come parte della guerra al terrorismo.

Nell’ambito della lotta al terrorismo, la Russia si alleò con il governo siriano, mentre una coalizione a guida statunitense si schierò a fianco delle milizie curde dell’YPG. L’esercito siriano, indebolito notevolmente dai combattimenti, riprese vigore grazie al supporto russo, quello di Hezbollah e di altre milizie sciite straniere, in particolare iraniane e irachene. Grazie all’intervento dell’aviazione russa a fianco di quella siriana, il governo siriano riprese il controllo dei più grandi centri abitati della Siria.

Ma per capire come la cosa sia più complicata di così, vi invito a leggere queste tre paginette:

Uno dei punti più difficili nella risoluzione del conflitto riguarda la frammentarietà dei fronti su cui si combatte, le alleanze e gli interessi in gioco che sono, come abbiamo visto sono molteplici. Chi combatte in Siria? Ecco i principali attori:

  • Esercito regolare e governo di Assad; a suo sostegno troviamo l’Iran e la Russia, intervenuta militarmente a fianco del leader siriano.
  • Ribelli: è il termine con cui si indicano tutti gli oppositori di Assad che stanno combattendo la guerra in Siria. Il fronte è frammentato e include forze di opposizione laiche, gruppi jihadisti e i curdi, anche in contrapposizione tra di loro. I ribelli sono finanziati principalmente dall’Arabia Saudita e dalla Turchia.
  • Esercito Siriano Libero: nato negli ultimi mesi del 2011, quando alcuni ufficiali dell’esercito siriano disertarono e proclamarono la nascita del FSA. Da allora iniziò la guerra civile siriana vera e propria. Adesso combattono anche contro l’ISIS e il Fronte Al-Nusra, oltre che contro l’esercito siriano.
  • Fronte Al-Nusra: nasce il 23 gennaio 2012 come ramo siriano di Al-Qaida. Sono un’organizzazione fondamentalista sunnita che spera di rovesciare Assad per istituire uno Stato islamico in Siria.
  • ISIS: nato inizialmente come Stato Islamico dell’Iraq, il gruppo terroristico salafita combatteva l’occupazione americana dell’Iraq e il governo iracheno sciita sostenuto dagli USA, come diretta emanazione di Al Qaeda in Iraq. Con gli anni, il gruppo ha cambiato strategia e nome, volendo creare uno Stato Islamico che comprendesse, oltre all’Iraq, anche la Siria. La guerra siriana è stata quindi un’occasione per l’IS che inizialmente si è affiancato ad Al-Nusra per poi distaccarsene nel 2014 con la proclamazione del Califfato guidato da Al-Baghdadi. Istaurano il terrore nelle zone da loro controllate, cercando però di commettere attentati terroristici in Europa, America, Russia, Asia e Africa.
  • Curdi: i curdi siriani e iracheni sono percepiti dagli Occidentali come i principali antagonisti dell’IS, tanto che Stati Uniti ed Europa hanno sostenuto finanziariamente i curdi in funzione anti-ISIS. Tuttavia, questo dà legittimità ai curdi che, una volta terminato il conflitto, potrebbero pretendere autonomia e indipendenza, posizione che allarma la Turchia.
  • Stati Uniti: a differenza della Russia, non hanno una strategia ben definita in Siria. La posizione sostenuta inizialmente da Obama era favorevole a un rovesciamento di Assad, ma l’entrata in gioco dei gruppi fondamentalisti e l’affermazione dell’ISIS hanno complicato il quadro, in quanto un’uscita di scena di Assad potrebbe portare alla diffusione incontrollata dello Stato Islamico. Trump, tuttavia, in seguito a un attentato chimico portato avanti dalle forze di Assad contro la popolazione civile, ha deciso di bombardare alcune basi siriane.

Assad ha ovviamente smentito di essere stato responsabile dell’attacco sui propri cittadini, posizione sostenuta anche dall’amministrazione Putin.

Quale sia la verità, siamo di fronte a una tragedia umanitaria immane, con un numero di vittime in continua crescita, con una delle più grandi crisi umanitarie per quanto riguarda i bambini. Solo un’azione internazionale che metta d’accordo tutte le potenze mondiali, Russia inclusa, sembra essere l’unica soluzione possibile, ma adottarla, come abbiamo visto, non è certo facile.

Si dice che tutti siano più bravi a fare le diagnosi, cioè a definire le cause di una malattia, che non a trovare la cura, ma in casi come questo, in cui neanche la diagnosi è certa, che fare?

4 Replies to “Storia magistra vitae – Siria”

  1. Il problema è a monte: decidere a priori di spartirsi un territorio così ampio, per accontentare le nazioni europee e la loro innata fame di dominio ed egemonia.
    Il danno è fatto: etnie, divisioni, rivolte, appoggi esterni… è un caos totale alla quale al momento non vi è soluzione, meno che mai attraverso l’ONU che ormai non se lo fila più nessuno.

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