Pasche – parte seconda – parafrasi e spiegazione

Questa Domenica di Pasqua, come feci già tre anni fa, ho scritto una “poesia” in dialetto tarantino. Dialetto complicatissimo, come spiegherò tra qualche tempo con un paio di articoli dedicati all’argomento.

Quando si scrive in “vernacolo” (dal latino vernacŭlus, cioè “domestico, familiare”, derivato di verna, “schiavo nato in casa”), che è la parlata caratteristica di un centro o di una zona limitata, in questo caso Taranto, non è tanta la difficoltà di riprodurre i suoni, quanto nel trascriverli.

Infatti scrivere in dialetto non è un’opzione letteraria, ma un sistema fonologico vero e proprio.

Passiamo a quello che ho scritto in “Pasche – parte seconda”, di cui farò, oltre alla traduzione letterale, una sorta di “parafrasi”, a sicuro vantaggio di chi non è delle mie parti.

Fùscene a ‘scesa Vasto le guagnùne / Scappano verso la Discesa Vasto1 i ragazzi

èsse da Sande Mimme ‘a Prucessione / mentre da San Domenico esce la processione2

ci jacchiano pe’ viche le Perdune / se i Perdoni3, girando per le vie

annante ‘a Mamma fasceno flessione. / incontrano la Madonna si genuflettono4.

E le crestiàne, prest’ ca jesse ‘a lune / Il giorno stesso i credenti, prima di sera,

vonne pe’ poste jacchianne perdone, / vanno al pellegrinaggio dei Sepolcri5

po’ jindr’a u Carmine, celebbrazziune, / il venerdì nella Chiesa del Carmine iniziano i riti

troccola, statue, banda e tradizione. / con troccola, statue, banda e tradizione6.

‘U sciurne ca abbevesce Gese Criste, / Il giorno in cui risorge Gesù Cristo

‘u tatarànne cu ‘nu scialle ‘nguèdda / il vecchietto con uno scialle sulle spalle

‘a tavola cu suso quìdde e quìste / la tavola imbandita con ogni ben di Dio

de amennele se fasce ‘a pecheredda, / la pecorella fatta di pasta di mandorle7

ma ‘u mègghie d’ôsce ancora nun l’è viste: / ma ancora non hai provato il piatto forte di oggi:

manìsciate, vé, e ‘annùscene ‘a scarcedda! / muoviti, vai, e portaci la scarcella8!

Partiamo dall’inizio, vedendo cosa vogliono dire alcune parole da me usate:

  1. Discesa Vasto: è uno degli scorci caratteristici della città Vecchia. Che non è un centro storico come gli altri, ma una vera e propria isola, unita al cosiddetto “Borgo”, cioè la parte moderna di Taranto, dal Ponte Girevole, e alla parte industriale, i “Tamburi”, dal Ponte di Punta Penna. Fino al 1746, l’attuale Taranto Vecchia costituiva il 100% della città e tutta la popolazione era raccolta sull’isola;
  2. Processione dell’Addolorata: la Settimana Santa di Taranto comincia ufficialmente quando ci si scambia i ramoscelli d’ulivo durante la Domenica delle Palme e tocca il suo culmine durante due processioni: quella dell’Addolorata del giovedì, che parte dalla Chiesa di San Domenico, nella città vecchia, e quella dei Misteri del venerdì, che parte dalla Chiesa del Carmine, nella Città Nuova;
  3. Nel primo pomeriggio del giovedì Santo inizia il pellegrinaggio dei Confratelli del Carmine nei “Sepolcri”, ovvero gli altari della reposizione allestiti in ogni chiesa della città. Escono in coppie o “poste”, a piedi nudi e incappucciati, e percorrono le vie cittadine facendo sosta in ogni sepolcro lungo il loro percorso. Sono i perdoni, in tarantino “perdune”, e simboleggiano i pellegrini che si recavano a Roma in cerca del perdono di Dio;
  4. Le “poste” impiegano diverse ore a compiere il tragitto designato perché avanzano con un dondolio lento ed esasperante che i tarantini chiamano “nazzecate”. Se i “perdoni” del giovedì, rientrando, incontrano la Madonna, si inchinano e genuflettono. Se invece le coppie di confratelli si incrociano con altre lungo la strada, si tolgono il cappello e portano i rosari ed i medaglieri contro il petto. Nel dialetto tarantino questo saluto si chiama “salamelicche”, termine che deriva dall’ebraico “saluto di pace”;
  5. Il giovedì santo, prima del calar del sole, anche i cittadini visitano i sepolcri, ma non è obbligatorio visitarli tutti, purché siano di numero dispari;
  6. Come detto, il venerdì Santo dal “Borgo” partono i cosiddetti “Misteri”. Qualche ora dopo le 17:00 si apre il portone della Chiesa del Carmine e ha inizio la Processione, aperta anche questa dal “troccolante”, l’unico “perdone” singolo a cui è consentito portare il bordone e il cappello. La troccola è una tavoletta di legno composta da maniglie di legno che viene ruotata in senso alternato producendo un “tric trac”, da cui forse deriverebbe il termine “troccola” come onomatopea. Un privilegio riconosciuto al troccolante, che vibrando la troccola, afferma il suo compito, talvolta in forme esibitorie, è di accelerare o ritardare il passo del corteo. A seguire ci sono le statue, rappresentanti la Passione di Cristo e le bande musicali, che scandiscono la notte con le note di famose marce funebri tradizionali;
  7. Uno dei dolci tipici della Pasqua tarantina: piccole pecorelle fatte con pasta di mandorle;
  8. La scarcella è un dolce pasquale pugliese conosciuto anche con i nomi di scarcedda, cuddura o puddhica, diffuso però nelle sue diverse varianti in tutto il meridione. In alcune zone intorno a Lecce, ma anche nel brindisino e nel tarantino la cuddura è chiamata puddica dal deverbale puddicare che è il lavorare la pasta coi pugni, premendo col pollice (pollex); mentre nel barese, ma anche in alcuni centri del brindisino e del tarantino, è detta scarcedda, avendo questo pane dolce con l’uovo nel centro la forma di una borsa per denaro.

Le tradizioni ci tengono ancorati al passato, ma al contrario di come pensa qualcuno, non servono per rimanere nel passato, ma per andare nel futuro. Dice infatti un proverbio africano: “Quando non sai dove stai andando, ricordati da dove vieni”. Mai dimenticare o rinnegare le proprie origini.

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